venerdì 28 giugno 2013

Lo sguardo su Berlino.


In una ventina di giorni abbiamo saccheggiato con lo sguardo la città.
Senza la conoscenza della lingua sei costretto a servirti soltanto degli occhi. Gli altri sensi sono anch’essi chiamati a un surplus di esercizio ovviamente.. Ma il naso e il tatto meno. Meno di tutti il tatto. Il naso in effetti lavora su materiale abbastanza inedito. Anzitutto il profumo di cucinati. Minestrone, brodo di carne, erba cipollina, curry, sesamo, cumino, caffè mit sahne, donerkebab, tutto mescolato insieme ti avvolge già verso le dieci del mattino quando ti sprofondi negli anditi delle metropolitane. E’ un afrore, ti prende alle narici e resta lì, non va più a fondo ma non ti abbandona più, neanche se esci sulle piazze sterminate che per attraversarle non bastano due semafori, neanche se si mescola agli odori di qualche umano maschio o femmina che sia. Finisce che lo cerchi, sfuggente e intenso, colto e perso in un metro di banchina. Ma in fondo niente altri impegni per il naso. Solo in qualche zona ti arriva grato il profumo dei tigli, di per sé beatificante ti gratifica ancora di più se i filari sono lunghi sulla allee. Ma in Unter den linden la delusione è grande, ne hanno rimessi solo un centinaio delle migliaia che c’erano prima che i nazi li spianassero per fare più grandi le adunate..
Con l’udito non c’è storia. I rumori sono quelli delle grandi città.  Il treno,  Ubahn o Sbahn che sia cioè in sotterranea o in sopraelevata, sferraglia proprio come un treno velocissimo e potente nel cuore della città su una superficie che è otto volte quella di Milano, pari a quella di NYC. Stazioni di ferro, di acciaio e cristalli, percorsi di ferro sui ponti di ferro sullo Sprea. Le porte si aprono e chiudono con jingles che sembrano tutti accordi delle sinfonie di Beethoven e forse lo sono davvero. Anche il rumorio di auto e macchinari in azione è uguale a quello di Milano o di qualsiasi altra città europea.
La vista dunque. Ma non è come a NYC. Lo sguardo lì è costretto continuamente a guardare in alto. I giochi dei riflessi dei grattacieli gli uni negli altri tengono la tua testa alzata, ma tieni la testa alzata anche perché sai che lassù in alto si avvicina il Central Park al termine della avenue che sale o perché al contrario sai che laggiù si avvicina Battery Park al termina della avenue che discende verso la foce dell’Hudson e dell’Est river. A Berlino è diverso perché i palazzi sono alti ma non troppo e devi subito fare i conti con la loro struttura quadrata, rettangolare, esagonale ecc. Figure geometriche classiche cioè armoniche cioè leggere, quasi un paradosso. Lungo i viali spaziosi non incombono, massicci e solidi nello spazio ma mai pesanti. Respirano su larghe piazze, spesso così grandi che rinunci ad attraversarle. Si defilano con eleganza se costeggiano lo Sprea, anzi lì scopri la loro vocazione ai vuoti architettonici che liberano spazi con arcate, portici e colonnati neoclassici. Un’architettura sobria e concreta, viva e sonora. Colpiscono la varietà, l’audacia e gli effetti coloristici delle soluzioni formali dei palazzi moderni (sono stati chiamati a realizzarli architetti di tutto il mondo tra cui Piano) ma quelle forme neoclassiche sono meno decadenti e ingenue di quanto la mia ignoranza mi faceva pensare. Qui infatti ti ritrovi davanti a estesi quartieri di fattura settecentesca, ancorché rifatti ma fedelmente dopo le distruzioni belliche, omogeneamente neoclassici al punto che ti sembra di entrare ogni tanto direttamente negli spazi della scuola di Atene di Raffaello. Colonnati, porticati, frontoni, spazi vigorosi con statue e fontane che adornano cortili e piazzali. Da manuale cinquecentesco. Anche perché sono i palazzi civili a prevalere, chiese non ce n’è o vivono una vita appartata. In quella che è forse la più bella piazza di Berlino, la Gendarmenmarkt, ci sono sì contrapposte due chiese, quella luterana per i tedeschi e quella  ugonotta per i francesi fuggiti dalla Francia a fine seicento, ma non hanno alcun peso religioso nemmeno formale perché ora sono due musei e comunque nella piazza dominano elegantemente neoclassico il teatro costruito da Schinkel durante la Restaurazione e il monumento a Friedrich Schiller.
In ultimissima annotazione non puoi fare a meno di renderti conto che il gotico non è passato da qui. Sembra quasi impossibile. Eppure quello stile che ha contribuito  a riempire di chiese tutta l’Europa ma soprattutto l’Italia dove si è innestato sul romanico, non ha lasciato gran che in tutto il Brandeburgo. Qui a Berlino una delle poche testimonianze è una chiesetta bicuspidata nei pressi di Alexanderplatz. 

lunedì 24 giugno 2013

Il muro di Berlino e il Caos



Del muro di Berlino è rimasto un pezzo lungo un chilometro e qualcosa . Costeggia lo Spree. Il territorio tra il muro e l'altra sponda del fiume era considerata zona neutra, chi cercava di attraversarla difficilmente sfuggiva alle mitragliatrici della DDR e veniva giustiziato sul posto. Dieter lo sciancato che ricordo in Inverno a Colonia era scappato per un'altra strada, nascosto dentro la fusoliera di un piccolo aereo. Rivedendo oggi il muro mi è tornato in mente, per la prima volta mi sono posto il problema se Dieter vive ancora nella Germania unificata. Oggi dovrebbe avere più o meno settant'anni come me, senza incidenti di percorso è realistico pensarlo vivo. Ma l'italiano non lo conosceva e quindi difficilmente può aver intercettato il mio blog (che altri seguono in Germania). Parlava un inglese maccheronico mentre oggi i tedeschi, quando si accorgono che sei straniero, per risponderti mettono automaticamente il disco inglese che è come una seconda lingua materna per loro che lo studiano dalle elementari, se poi vedono che non capisci allora si bloccano e chiedono aiuto increduli. Dieter non parlò mai della sua avventura, preferiva chiedermi in continuazione appena mi vedeva che cosa avrei fatto se fossi entrato in possesso di un milione di dollari! 

Il muro rimasto è un'opera d'arte en plain air per via dei murales che lo ricoprono interamente. Ne esci come puoi uscire dal museo Bergruen dopo aver visto un centinaio di Picasso e altrettanti Klee. Sbalordisci e ti affatichi un po' di più perché devi fare i conti con il cielo vastissimo e mobile di nuvole che mutano la luce e tu devi registrare lo sguardo dopo ogni click della tua macchinetta. Le due facciate del muro sono dipinte e disegnate secondo l'estro in murales brevi o lunghi. L'omogeneità delle opere è data ovviamente dal tema, interpretato in un paio di centinaia di pezzi dagli artisti di cui molti famosi, ma soprattutto dal tipo di colorazione acida delle bombolette a gas. 

C'è una riflessione cui ti costringe involontariamente una bacheca posta all'inizio e alla fine del muro. Essa avverte che mentre i murales della facciata esposta a Est, il territorio riconquistato, è quello riconosciuto ufficialmente di valore, nel quale cioè si sono impegnati artisti di nome, quella esposta a Occidente con i murales di autori ignoti è ritenuta di natura 'selvaggia'. Si tratta di un paradosso involontario. E' come se si fossero invertite le parti. A Est, che un tempo era occupato dai barbari, l'Occidente espone la sua arte con i suoi modi coinvolgenti, le sue linee informali ma dirette a un senso, la bellezza di composizioni ammirevoli per genialità. A Ovest l'Occidente espone la serie B e C, opere dei giovanissimi, che curvano lo spray al momento giusto per disegnare un cerchio quasi perfetto ma poi la direzione deraglia da qualsiasi senso. E' difficile cogliere in quei murales emozioni e significati. Se ci sono, sono rimasti in un cantuccio della testa dell'autore tanto che finisci col pensare che la prima è vera Arte e la seconda è solo Caos. Salvo poi non poter fare a meno di considerare che l'ordine dell'Occidente contiene una quantità considerevole di caos, quella che attualmente si manifesta nella crisi delle democrazie europee, nella crisi della globalizzazione capitalistica, nella insolvenza  drammatica del pensiero unico e della sua pratica. Forse i giovani della facciata Ovest sono nel Caos ma forse stanno cercando una via d'uscita dal Caos dell'Occidente. 

I benpensanti ovviamente tengono all'ordine della prima facciata. Essa contiene una sicura quantità di razionalità che garantisce, almeno a loro, la sopravvivenza. Se tutti i soggetti politici e culturali si acconciassero a razionalizzare al meglio strutture mentali e pratiche, se si adattassero con professionalità alle necessità pragmatiche del mercato tutti starebbero meglio e in ultima analisi non ci sarebbe un'Arte di serie B. Non si rendono conto, o non vogliono farlo il che è più verosimile, che esprimono in maniera plateale le conseguenze di un 'utopia. Oggi è finalmente evidente che anche l'Occidente, che sbandiera a gran voce le proprie libertà, è animato da un'utopia gigantesca: il re è nudo e tutti quelli che hanno passato gli ultimi decenni a denunciare i mali delle ideologie, che ovviamente stavano solo a sinistra, dovrebbero avere il coraggio di affermare che quello era il modo per mascherare l'utopia del pensiero unico che stava di casa da sempre di qua dal muro. Il che dimostra tra l'altro che l'umanità senza sogni e utopie non varca nemmeno le porte di case di lusso e non solo quelle delle favelas o dei centri sociali. L'utopia del liberismo e del suo attestarsi come pensiero unico è appunto quella di ritenere che, con un pizzico di razionalità in più, questo sistema può evitare il Caos al quale il grosso dell'umanità sarebbe affezionata. Un'utopia rischiosa di questi tempi. Ma tant'è, tutti i suoi sostenitori sono profondamente convinti che non si tratta di utopia ma dell'unico mondo possibile, una realtà cioè oggettiva e inconfutabile. Non sanno, non accettano, che la loro è solo un'opinione, una interpretazione soggettiva, un'ipotesi di lavoro che ha funzionato per un po' ma che non funziona più. 

Ho lasciato il muro dipinto con questo fardello. Il ponte più bello di Berlino, l'Oberbaumbrucke, ha accolto me e Adriana sotto le sue arcate in una piccola friggitoria gestita da tre giovani che friggevano patate e cotolette di maiale davanti a te. Alle pareti tanti manifesti di gruppi rock e jazz. Noi eravamo proprio gli anziani, qualcuno ci ha guardato incuriosito. Tutti giovanissimi, birretta in mano, teller di patatine fritte, tutte e tutti convinti della propria gioventù e del proprio diritto a godersela. Una pausa ristoratrice.

domenica 16 giugno 2013

Berlino, la memoria, le mutande.


Giordano Bruno:
"Mi par cosa ridicola il dire che extra il cielo sia nulla. Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole: ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose."
Nato a Nola vicino a Napoli, bruciato sul rogo il 17 febbraio 1600.
C'è ancora. Lì a Postdamer platz, temevo che la furia ricostruttrice su Berlino est si portasse via la bella immagine a testa in giù di Giordano Bruno che uso come foto qui sopra dal 2005, data della mia prima visita. E' lì, come se quella fosse la sua posa naturale con quella testa schiacciata che lo assomiglia a Et del film di Spielberg. Giusto così. Intellettuali e poeti e scienziati, non in pochi, sono spesso a testa in giù, vanno contro, vengono da un altro mondo. Godono tutti di un trattamento speciale soprattuto se mettono in discussione ruoli e poteri, allora gli si scatenano contro chiese religiose e laiche, i fascismi, gli stalinismi, i razzismi. Allora li ammazzano e prima li torturano. Così è capitato a Giordano Bruno. Gli hanno inchiodato la lingua al palato con un solo grosso chiodo perché non parlasse.
                                                             
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Impressionante qui a Berlino l'esercizio quotidiano della memoria, non puoi sfuggirgli. Come a Milano non puoi sfuggire alla pubblicità delle mutande, soprattutto delle donne, qui non sfuggi alla memoria del nazismo. Postadamer platz è attualmente tappezzata di foto di polacchi deportati e condannati al lavoro forzato dopo il '39.

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La città si dilata su una superficie otto volte superiore a quella di Milano. Tre milioni e mezzo di abitanti, pochi se pensiamo che sulla stessa superficie a NY ce ne stanno più di dieci. Le strade non sono stressate dal traffico, ma anche quando frotte di turisti si disseminano frastornate sempre in cerca di qualcosa raramente fanno resse tipo quelle di piazza del Duomo a Milano. Unter den linden, la strada usata dai nazisti per le adunate lunga un chilometro e mezzo e poi famosa per il muro dal 1961, è larga sessanta metri: non tutte sono così larghe ma aggiungendo i marciapiedi che sono larghissimi, la sensazione resta quella di territorio di pianure estese che devi conquistarti gambe in spalla. Altrimenti ti perdi tutto. In realtà ci sono le Ubahn, metropolitane sotterranee che ti portano ovunque, e poi ci sono le Sbahn che sono come le Ubahn solo che viaggiano in superficie ma su percorsi sopraelevati o comunque protetti dunque veloci come le prime. Non puoi pensare di andare da un quartiere a Ovest a uno a Est a piedi, ti va via la giornata. Da un quartiere all'altro invece si va in metro ma con la bici. Grandi biciclette che nei vagoni occupano grandi spazi e devi stare attento a  non esserne infilzato.

martedì 11 giugno 2013



Il sole sui nostri panni stesi

splende solo nel pomeriggio ma basta

qui a Berlino a ricordare quello di Lisbona,

Europa Europa, t'illumina un sole occidentale

ma i confini senza più storia

non segnalano case comuni.

mercoledì 5 giugno 2013

Nemmeno Leopardi, il poeta europeo più materialista del XIX secolo e verosimilmente di gran parte del XX, sfugge alla cultura antropologica cattolica della decadenza, quella per la quale in principio era il paradiso e poi è iniziata la caduta dal momento della scoperta della conoscenza e del piacere: che è poi per me abitatore del Novecento psicanalitico la discesa dall'utero alla luce di questo mondo. Anche lui ci infilza dentro un mondo decadente, quello decaduto dal rapporto più intimo con la natura, che sopravvive in una seconda natura, la nostra civiltà, con rammarichi e nostalgie, dimodoché la poesia si sostanzia anzitutto delle rimembranze del mondo primigenio, che poi era appunto quello paradisiaco dell'utero materno dove non esistevano bisogni e necessità. Ne conseguirebbe che i padri non fanno che alimentare con i figli questa decadenza. I figli, secondo questa logica, non farebbero altro che acuire la perdita. Non è così. I padri, comunque vadano le cose, deluderanno i propri figli. Ma non perché non sono in grado di garantirgli il ritorno alle fonti originarie della felicità ma solo perché i figli  apriranno percorsi diversi e sconosciuti alla loro ricerca: si avvieranno faticosamente su strade che i padri difficilmente riconosceranno come proprie ed essi soffriranno per il distacco da quelle dei padri. Il nuovo mondo. C'è sempre un nuovo mondo all'angolo degli occhi e della mente. Beati quegli anziani di turno che non se  lo lasciano scappare. Ci sono. Ascoltano i figli e da loro imparano, i figli li sopportano con qualche disagio ma anche loro devono accettare il proprio fardello, accettare che il nuovo in qualche modo procede dall'antico, che non significa né subirlo né amarlo senza condizioni.

mercoledì 15 maggio 2013

Ballata del Nord e del Sud



Sono cresciuto sulle strade
su quelle del Sud polveroso
su quelle del Nord piene di vento
ovunque ho lasciato fratelli
e la miseria non era per strada
la ricordo solo nelle case.
Le strade al Nord le incrinava il vento
sfrontatamenente svelava
i dolori alle case sventrate
ma la miseria non era per le strade
perché nell’alito dei giorni
diafani e secchi
già correvano ovunque
bande di fratelli.

Si andava contro vento
il vento tra le labbra
il vento negli occhi sguscianti
alle spalle fischiava di porta in portone
e non c’era pietà per i vecchi
ammutoliti al limitare di strade
che non erano più loro,
si andava contro vento
nessuno tenendosi per mano
perché qualcuno tossiva sangue
in quei portoni di Trieste sventrata.

Quelle bande ricordo al porto
a San Giacomo o dietro l’ippodromo
e tra noi più violenti gli insulti
a perdere un tempo per casa,
al porto tenevano i vecchi il lavoro
nessuno poteva convincerli più
a migrare sulle strade,
là prendevamo il presente
sono sempre tante le strade
ma mai bastanti i sassi
per abbattere le case del tempo
noi sassi aggiungevamo ai sassi
perché a nessuno venisse in mente
di rifare case e case sulle rovine,
sono cresciuto tra casa e casa
le rispetto per quel tanto d’angoli
e cantoni che fanno tra loro
e sono preziosi posti per echi e sentinelle
all’incrocio del vento.

Un fratello ricordo era uno di quelli
ma ci rivedevano sguardi
che non erano legami di sangue         
le strade curve montava ingobbito
spavaldo d’insulti ma poi generoso
come chi finalmente lo è per le strade,
non mi disse ti insegno a sputare
ma lui solo nel vento sapeva
correre sbieco frustandosi il culo
schizzando da labbra strizzate
lische rapprese di ghiaccio e saliva,
un giorno mi disse fratello tu bari
e schivò col silenzio il dolore da me,
non perdonava chi perde barando.

Nessuno parlava di fiori per strada
ma negli angoli di nude case
il vento accordava per noi musiche nuove
malinconiche ballate
stringevano cuori e cervelli a difesa
dei nostri sensi acuminati,
non timore di violenza
né pudore di contatti sconsacrati
ma il vibrare dei polsi freddi
per le gare senza sconfitti.

Più d’uno di noi sostava costretto
a garretti stroncati nei larghi portoni
l’affanno di asma
dei vecchi ubriachi di grappa
bevuta con l’aria vetrosa
di mille fessure del Carso,
ma sempre uno ne avanzava
di piazza in piazza scendeva
le scalinate di pietra
la chesterfield sbieca su labbra viola,
avevamo voltato le spalle per sempre
al porto dei ferri divelti
sarebbero state pur spente
una volta per tutte le antiche officine.

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Scendendo al Sud
qualcuno ha subito detto che ero sprecone
che portavo calzoni alla zuava
ma alla lotta impacciavano poco
colpi ne conoscevo anch’io,
c’era rabbia nell’aria asprigna di mare
urlavano le madri di casa in casa
vi tornavano con sporte di grandi pani,
tiravano i maschi su con paura,
d’inverno bruciavano pali
rubati pieni di catrame
la domenica  sul marmo
qualcuno versava zucchero sciolto,
era difficile uscire di sera
mirare coi sassi ai lampioni
ondate battevano il lungomare
e spumavano per strada,
l’umido dei muri
incrinava le vertebre ai vecchi
seduti attorno ai bracieri.

A primavera non c’era violenza
intrecciavamo palme su brevi marciapiedi
a blandi rintocchi di vecchie campane,
ma nell’alito caldo dei giorni crescevano i sensi
le armi erano tante
non sempre vincevano a sassi
le bande musulmane in scorreria
( chi le riportava alla memoria? ),
occupavamo i terrazzi sul mare
un po’ arabi e bianchi
palazzine misurate per tanti padroni d’olive
delle Puglie interiori,
arrivavano il primo di giugno
materassi sul carro
al cancello sostava la giovane
umida e nera di umori di terra
ai capelli puntava forcine
le crescevano a sorsi i seni nell’aria.

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Quando sono arrivato in questa Milano
del Nord e i navigli erano ancora aperti
alle nebbie pavesi
ho temuto per un po’ i lunghi capolinea
e li ho cercati a lungo
saltabeccando su immagini e immagini
con righelli e compassi precisi
solitari vortici
litanie di arresti e ritorni
rintocchi di aria spostata
bolle d’aria circonvallate
per moti concentrici in fuori
perché non ci sono angoli a Milano
e case e palazzi ruotano per sempre.
In disordine il bagaglio, a cuore ripiegato
il mio diviso io rollò con sicurezza
sulle circonvallazioni,
non avevo sino in fondo numerato
gli accordi di chitarra
ma dentro innocue superfici
gli abitanti in molti e i pochi cittadini
sembravano disporsi volentieri,
parevano all’ordine tutti segnati
dentro ruoli e professioni
proprio in quanto prestazioni
sineddochi di sé
disertate le radici
fuggiaschi come me.

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Qualcuno dal Sud è salito a primavera
su queste strade accavallate
dentro le officine,
gli ho sgranato le ricche notizie
statistiche serie alla mano,
gli ho chiesto         dove ti metti?
Chi è rimasto non mi ha badato,
si è fermato a raccogliere le idee
lì alla darsena
che la corrente è livida,
ci vive un compare di famiglia
brava gente che giù ha la casa
a terrazza sul mare
qua vende sigarette e conta le sue morti per galera,
ricordavamo insieme le preghiere
il rosario, detto sgranando spaghetti di bocca
che la madre tappava bottiglie di salsa
la sorella piegava lenzuola
e il vecchio poetava
facendo puntelli al melograno.
Si diceva che qui nell’aria
c’era una vecchiezza un po’ strana
che nuove erano solo botteghe con dentro botteghe
si diceva che a stupirci
erano i mille cortei di tute blu
furenti di parte espropriata,
si diceva che a stupirci erano donne
ormai tutte femmine sorelle
e non c’erano più madri.

Poi qualcuno ha staccato le mani dai ferri
di quelle officine
di balaustra in balaustra di sera
si sono passati la voce,
con un solo biglietto si sono fatti portare
a tutti i capolinea della città,
hanno colorato i muri e orinato nelle università
( l’esegeta di Marx professore in Statale
ci gridava con Croce avevamo una guida ),
domani si occupa e si fa corteo
le chiese sono tante ma anche i sagrati.
Altri erano già in corsa per le strade,
tutti insieme hanno segnato vertici di comunità,
ridisegnando angoli a case e muri.
 
Milano 1974.

mercoledì 1 maggio 2013

La festa del primo maggio

Sono ormai trent'anni che sento le geremiadi sulla ritualità burocratica e noiosa delle manifestazioni per il primo maggio! Ma che le lascino perdere, che spengano  la tv e la radio e i quotidiani, e la retorica di tant*! Da tempo stiamo dentro primi maggio di lavoro e non-lavoro. E di non-lavoro si disperano e muoiono quasi quanti ne muoiono di lavoro. Una dialettica micidiale. Come ne usciamo? E' possibile uscirne? Magari la sosta del primo maggio può servire ad avviare la riflessione, magari in quei luoghi non istituzionali dove la riflessione è già avviata (mayday, ecc...).

Cronache di Aprile


9 aprile


Margareth Thatcher?

L'ha guidata l'odio di classe, l'ha guidata l'odio per tutto ciò che odorava di rispetto, socialista o comunista che fosse, per le genti sottomesse piegate dallo sfruttamento dell'organizzazione capitalistica del lavoro. A tren'anni un giovane che non si è ancora comprato una casa è un fallito, diceva. Il cinismo criminale che l'ha guidata era frutto delle frustrazioni di classe dalle quali proveniva e non c'è niente di peggio che il revanscismo pieno di livore di chi ha potere. Come ha fatto ad avere tanto potere? Il fiuto politico non le è certo mancato, ha saputo cogliere l'occasione, degna in questo di una nipotina di Machiavelli, ha fiutato prima degli altri che quella organizzazione del profitto per i ricchi andava cambiata e che lo si poteva fare perché i rapporti di forza stavano cambiando. Il movimento operaio occidentale e L'URSS stavano cominciando a segnare il passo a mano a mano che la capacità espansiva del fordismo e dei grassi profitti legati ad esso, pur con le concessioni del Wellfare, venivano meno. Ha rischiato molto a essere la prima ma è stata valanga, il partner Reagan e il bravo Bush le hanno poi aperto le autostrade. Il tutto in nome del neoliberismo, nel quale ovviamente le teste pensanti non si sono certo riconosciute, si trattava in realtà del capitalismo più selvaggio del secolo, quello più predatorio e riservato alle élites finanziarie. Per forza che passerà alla storia. Anche perché era una donna, e questo la dice lunga sulla sussunzione in proprio di certe donne dei canoni fondamentali del patriarcato, dai quali secondo alcun* saremmo liberi, confondendolo con l'emancipazionismo spicciolo. Una brutta donna. Non una donna brutta, ché questo c'interessa davvero niente.



20 aprile
Giorgio Napolitano di nuovo Presidente.
Buona notte, notte.

Con la differenza, aggiunge il mio amico Ponziani, che Herlitzka alla fine del film se ne usciva dalla prigione proletaria sulle note di Great Gig In The Sky...

Forse ha ragione, forse molti di noi stanno uscendo da una prigione, e i Pink Floyd vanno sempre bene.

22 aprile

Oggi è l’anniversario della morte di Raffaella Tornaghi, sposata con Silvio Pacillo. Due amici, due compagni di strada e di viaggi dai tempi del liceo.

A Raffaella ho dedicato questi versi, usciranno presto in un’altra raccolta.

Le cicogne di Micene
(lettera in ricordo dell'amica di viaggio).

Non era l'alba dei sogni né il tramonto delle idee
quel nostro varcare la porta dei leoni
incastonati nelle pietre di Micene,
aprivano per noi un varco nel tempo,
e a tetti e pareti mancanti
ci accolse odore di fieno e di morte
come se gocce di sangue, ferite aperte,
scintillassero ancora tra basamenti intatti.
Il sentiero ci conduceva a voci sopite,
io a lei tu a lui la mano, per quei tremila anni
come un battito di ciglia, la tracotanza di Agamennone,
il rancore di Clitennestra.

Dicevamo di scenari soliti,
maschi guerrieri, inventori di ruoli e tradizioni
per la propria egemonia, private vendicatrici
mai libere a mimarne gesta e pensieri,
come fosse un destino, più forte degli dei
che hanno abitato alberi, statue e ginestre
di questo paese.
No, nessun destino.
E' volere arcaico, ordine patriarcale,
che intreccia passioni e divino,
che ci vorrebbe eredi per sempre di maschere d'oro,
tombe ciclopiche, armature ammaccate.

Ci teniamo noi a passioni pazienti di lumi
e non di incendi. La tua mano a lui la mia a lei
voltiamo le spalle a Micene, abbiamo un patto nuovo
all'altro capo del sentiero, dividere tra tutti
il tempo di cura dell'aria, dell'acqua, della terra,
del fuoco e di tutte le nostre risorse.
Finché il pianeta ci tenga.
Per ora ci contentiamo di un the in questo bar
fuori mano. Le cicogne su quel palo
ci mandano segnali. L'una si stacca in volo e ritorna,
l'altra, rimasta nel nido, l'accoglie col battito sonoro del becco,
un applauso.
Ci chiediamo chi sia il maschio e chi la femmina.
Le abbiamo lasciate al loro destino.

 25 aprile 

Leggo rabbia e rassegnazione. Del resto qui sembra di aver perso la guerra civile. Bisogna ripartire dalla lavagna, tirare una riga nel mezzo e segnare da una parte le cose buone e dall'altra le cose cattive. Ma non scambiamola per l'astratta ed eterna guerra del bene contro il male. C'è un ceto politico che è asservito alla classe del capitalismo più predatorio. Messi insieme sembrano invincibili ma come ricorda il mio amico poeta Atena si allontana ben presto dal campo dei vincitori.

27 aprile

Ecco, cominciamo da capo, ridiamo senso alle cose: ci dice Gino Strada:

"Una sostituzione mitralica, un intervento di cardiochirurgia, eseguita in una struttura pubblica o privata, viene rimborsata intorno ai ventimila euro. Lo stesso intervento, compiuto nel centro di cardiochirurgia di Emergency, costa 1850 euro. Perché ì costa ventimila euro quando noi ne spendiamo 1800?"

27 aprile

Cara Cecile Kyenge Kashetu, ti auguro buon lavoro. Avrai il tuo daffare con la gente che ti ritrovi intorno, qualcuno nel profondo Nord deve avere già la febbre, il mal di pancia.

28 aprile

C'è chi continua a sostenere che la proposta per Rodotà era sostenuta solo dai circa cinquemila grillini. Sono persone male informate, leggono solo la giornaleria di palazzo e guardano la tv. Ma informarsi, si sa, costa fatica, perché le notizie che riguardano il mondo della sinistra, sinistra sinistra, non sono strilli utili per i soliti giornali.

29 aprile

Il diritto all'ozio.

Qualcuno potrebbe pensare che questo reddito minimo garantito sia una proposta per accontentare il M5S e i movimenti ma verosimilmente non è così. Penso piuttosto che sia nelle corde della UE. Anche perché formule del genere sono già in atto in molti paesi. Credo cioè che il problema stia in una sua formulazione con condizioni capestro un po' come è il sussidio di disoccupazione negli USA. Se viene ridotto alla logica lavorista apriti cielo, entrerebbe in conflitto con la CIG, se viene concepito come un diritto di chi è in cerca di primo o secondo impiego sarebbe un buon inizio, bisognerà allora vedere se riuscirebbe ad agganciare quelli che non hanno più voglia di cercare lavoro o che giustamente si rifiutano di fare un lavoro qualsiasi.

...Per non parlare di quelli che rivendicano il diritto all'ozio! Come sono lontani i tempi in cui le Pantere nere agitavano la parola d'ordine: ventanni di lavoro in fabbrica e poi la pensione!

29 aprile

Complice la Rete il primo ministro di colore è sommersa da insulti e minacce spesso irripetibili.

Serve a qualcosa il fatto che gli insulti razzisti siano un reato? Come si fa a educare questa gente che si ritrova unita e auto legittimata in comunità e organizzazioni?

1 maggio

Buon primo maggio!

Viaggiamo alla media di tre morti al giorno sul lavoro. Le leggi per punire la mancanza di sicurezza nei cantieri, nella manifattura, nei trasporti esistono ma non vengono applicate. Ma fa più schifo che la legge organica antiinfortunistica risale al 1965! questo in pratica significa che tutti gli infortuni o morti nei settori con tecnologie più evolute non possono nemmeno essere nominati! Orrenda responsabilità delle nostre classi dirigenti e politiche.

sabato 20 aprile 2013

Letture pubbliche di poesia a Milano

Accadono cose singolari a Milano nelle letture pubbliche di poesia. Poeti e poete partecipano sempre con piacere. Che qualcuno si sottragga, una volta invitato, è raro. Perché dovrebbero. Non è solo questione di narcisismo, essere nominati è una dichiarazione di esistenza, di identità, leggere la propria opera davanti a un pubblico che non è mai inesperto né lì per caso (il giro di amicizie naturalmente si ricompone o si allarga nell'occasione) ti mette in relazione col mondo. Singolare ma non troppo è senz'altro il fatto che a questi incontri ci si incontrano quasi sempre le stesse persone. Come se un'anima nomade inseguisse la propria ispirazione poetica negli angoli della città. Tuttavia non mancano quelle due tre persone nuove che danno ancora una volta un senso in più. Ma singolare è lo sforzo degli animatori e organizzatori degli incontri per invitare poeti e poete milanesi a quei momenti (raramente di sera tardi, più spesso verso le 18 del pomeriggio). Voglio dire che il loro sforzo si concentra nel dare all'evento un titolo, una trama, un logos, un tema che di volta in volta può riguardare aspetti esistenziali, sentimenti, riflessioni, sul senso della poesia e della vita. Qui uno si immagina che se viene scelto un tema che voglia mettere ad esempio l'accento sulla poesia epica vengano invitati determinati autori e autrici, e così autori e autrici diversi se il tema è diverso. Invece accade di ritrovare poi gli stessi poeti e poete, sottotitolati da richiami tematici più o meno suggestivi sempre diversi. Leggiamola così, e cioè che la buona poesia si fa mai chiudere dentro un'unica ragione o definizione. Ma forse si può anche dire che gli animatori, tutte persone di buona volontà e che di poesia se ne intendono, dovrebbero lasciarsi tentare da maggiore coraggio, lasciarsi andare a un po' di fantasia in più. Come dice Leopardi, il poeta non è forse il padrone della fantasia?
Viene insomma da chiedersi: qual è la posta in gioco?
Un evento che garantisce visibilità o un momento di riflessione e consapevolezza critica? Nulla di male se c'è la prima, ma se la seconda manca non va bene. E se non manca si fanno più numerosi incontri con poeti diversi.

Mi sottraggo al tot, al quot, al plus


Mi sottraggo al tot, al quot, al plus,
all'up, al best and score,
a performance, accumulo, consumo,
al tutto compreso di qualità e di eccellenza,
ovvero al meglio for ever,  nient'altro...
Claudio dice di tenere ai suoi libri, ha fatto il liceo,
non gli pesa il lavoro servile, teme la guerra e la rivoluzione,
si riserva la fuga come rivolta possibile.
Piange con sentimento con gli ufficiali
del pub, smaltisce la sbronza da solo nella branda.

mercoledì 10 aprile 2013

Margareth Thatcher?


Margareth Thatcher?
L'ha guidata l'odio di classe, l'ha guidata l'odio per tutto ciò che odorava di rispetto, socialista o comunista che fosse, per le genti sottomesse piegate dallo sfruttamento dell'organizzazione capitalistica del lavoro. A tren'anni un giovane che non si è ancora comprato una casa è un fallito, diceva. Il cinismo criminale che l'ha guidata era frutto delle frustrazioni di classe dalle quali proveniva e non c'è niente di peggio che il revanscismo pieno di livore di chi ha potere. Come ha fatto ad avere tanto potere? Il fiuto politico non le è certo mancato, ha saputo cogliere l'occasione, degna in questo di una nipotina di Machiavelli, ha fiutato prima degli altri che quella organizzazione del profitto per i ricchi andava cambiata e che lo si poteva fare perché i rapporti di forza stavano cambiando. Il movimento operaio occidentale e L'URSS stavano cominciando a segnare il passo a mano a mano che la capacità espansiva del fordismo e dei grassi profitti legati ad esso, pur con le concessioni del Wellfare, venivano meno. Ha rischiato molto a essere la prima ma è stata valanga, il partner Reagan e il bravo Bush le hanno poi aperto le autostrade. Il tutto in nome del neoliberismo, nel quale ovviamente le teste pensanti non si sono certo riconosciute, si trattava in realtà del capitalismo più selvaggio del secolo, quello più predatorio e riservato alle élites finanziarie. Per forza che passerà alla storia. Anche perché era una donna, e questo la dice lunga sulla sussunzione in proprio di certe donne dei canoni fondamentali del patriarcato, dai quali secondo alcun* saremmo liberi, confondendolo con l'emancipazionismo spicciolo. Una brutta donna. Non una donna brutta, ché questo c'interessa davvero niente.

martedì 26 marzo 2013

I Ciompi e le lotte degli addetti alla Logistica



Persino i Ciompi a Firenze nel 1378 riuscirono a vedere riconosciuti, almeno per qualche anno, i loro diritti di cittadini: i salariati più bassi della lavorazione della lana infatti, addetti alla ‘ciompatura’, alla battitura della lana dopo averci orinato sopra, erano in definitiva cittadini di Firenze (a parte ‘una brigata fiamminga’!), anche se molti di loro erano immigrati in città dal contado, immiserito dalla peste e dalle guerre.  Gli ‘addetti  alla logistica’ del nostro tempo sono invece in gran parte migranti africani. Risiedono sì in Italia ma è come se non ci fossero. Lavorano dieci, dodici ore al giorno ma sono invisibili, non sempre hanno un salario, spesso è dilazionato, non maturano alcun diritto di anzianità perché ad ogni licenziamento devono sempre ricominciare da capo, molti non hanno permesso di soggiorno, chi ce l’ha ha lo stesso trattamento.
I Ciompi occuparono Palazzo Vecchio, allora dei Priori, e con una inattesa rivolta, maturata però negli anni, imposero la propria presenza nella vita politica, i facchini della logistica per ora occupano le strade, per fermare i TIR si sdraiano sotto le ruote. I Ciompi maturarono nel giro della loro stagione di lotta, che durò un quinquennio, la sorprendente consapevolezza rivoluzionaria (a giudicare dalle rivendicazioni divenute leggi per breve tempo) di non poter ottenere la tutela effettiva dei propri interessi senza modificare a proprio favore i rapporti di potere vigenti. Questo difficilmente potrà succedere per le lotte nella logistica, soprattutto perché non hanno nessuna possibilità di aggregare nessuno, non sono una classe, sono paria della lotta di classe,  anche se di essa riescono ad assumere forme di lotta abbastanza simili. Sono dei «sans-droits», «sans-parole», «sans-plume».  Parlano in pochi un italiano stentato e lo affidano a gruppi di giovani studenti che generosamente seguono le loro lotte, anche se in moltissimi casi sono studenti loro stessi. Ci sono anche italiani, ma sempre più spesso vengono licenziati, gli africani senza permesso di soggiorno sono preferiti e si capisce.
Ma proprio come i Ciompi rappresentano un vasto insieme di salariati non specializzati, privi di strumenti di produzione, normalmente retribuiti a giornata, soggetti a una disciplina del lavoro da schiavi. I Ciompi sconvolsero i rapporti di potere grazie a una politica vincente di alleanze, soprattutto con la piccola borghesia delle Arti minori, nella Logistica difficilmente riescono a trovare alleati, potrebbero esserlo forse gli autisti dei TIR. Ciononostante è un vero e proprio ciclo di lotte quello che si è aperto da tempo in questo settore nevralgico dell’economia e lo dimostra lo sciopero indetto per il 22 marzo per il contratto nazionale di lavoro. Alleanze difficili ma capacità organizzative dispiegate grazie all’uso della rete. Lo sciopero è stato deciso in una Globalconference che ha messo in contatto otto città del Nord Italia, il web da spazio virtuale si è trasformato in una agorà reale in cui centinaia di lavoratori hanno discusso e votato per scioperare.
Spiegano Anna Curcio e Gigi Roggero su Il Manifesto del 22 marzo:
‘I lavoratori della logistica, in particolare i facchini, sono nella loro quasi totalità migranti. Ci vuole poco a capirne i motivi: la ricattabilità a cui sono sottoposti dalla legislazione esistente li spinge ai livelli bassi del mercato del lavoro, dove i confini tra occupazione e lavoro nero si dissolvono, i contratti sono formalità di cui i padroni si disfano facilmente, l'intensità dello sfruttamento non conosce regole. Nel sistema delle cooperative, modello della sinistra e in questo caso nemico degli operai, le gerarchie del comando vanno dai vertici dell'impresa a una rete di caporali, passando per l'uso di bande mafiose che colpiscono le figure di riferimento delle mobilitazioni (auto bruciate, minacce e aggressioni, ecc.)’.

Difficili dunque anche alleanze istituzionali . E tuttavia il ciclo di lotte aperto da qualche anno non solo ha l’aria di voler continuare ma è già in grado di ottenere qualche riconoscimento. Comincia , con tante difficoltà, a lasciare traccia la continua denuncia della criminalizzazione dei migranti che crea uno straordinario bisogno di sicurezza, s’incrina in qualche modo la possibilità delle aziende (IKEA, COOP…) di gestire autoritariamente la mano d’opera senza alcun controllo.
La logistica è ancora uno dei pochi settori dove si crea occupazione. Nel 2011 nel Veneto ad esempio c’è stato un saldo positivo di 564 unità, interamente attribuibile a forza lavoro straniera. La logistica è ancora un settore ad occupazione prevalentemente maschile. La grande maggioranza è  rappresentata da facchini, seguono gli autisti, i conduttori dei mezzi pesanti, gli impiegati, i portalettere/fattorini. Ma, nonostante che la logistica sia un settore a capitale umano molto basso si tratta in realtà di un settore ad elevata “conoscenza tacita”, caratterizzato da saperi non codificabili e non codificati, trasmissibili solo per via informale attraverso l’esperienza diretta. Gli esperti lo chiamano ambiente di knowing by doing. (Sergio Bologna, 15 marzo 2013).
La domanda da porsi riguarda la possibilità che il ciclo di lotte riesca ad ottenere riconoscimenti forti e duraturi. Il pessimismo è d’obbligo. Per il motivo che dicevamo all’inizio, per il quale persino i Ciompi nel lontano 1378 avevano più chance dei migranti del duemila, la mancanza di cittadinanza. Contro la quale c’è un’agguerrita opposizione. Ma sembra comunque di poter dire che un’alleanza ‘civile’ su questa parola d’ordine forse è ancora possibile nel nostro paese e sembra l’unica via perché le lotte dei migranti e di tutta la logistica acquistino visibilità e maggiori possibilità.
Ma non è così semplice. Di mezzo c’è anche un fattore in qualche modo legato alla politica nazionale. Si tratta del voto. Il voto dei 4 milioni e passa di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% del totale della popolazione). Ci avverte Ferruccio Gambino ( sbilanciamoci.info del 22 marzo): ‘Ovviamente questa è una conta per difetto, poiché i migranti privi di documenti legali – variamente stimati nell’ordine di meno di un milione di individui – si sono tenuti alla larga dai rilevatori durante i mesi del Censimento. Come sempre, la ripartizione dei seggi è avvenuta sulla base del totale della popolazione residente che risulta dal Censimento medesimo. Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani, l’assegnazione del numero dei seggi alle 27 circoscrizioni della Camera e alle 20 circoscrizioni del Senato nel territorio nazionale è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni’.
Ma non basta. Gambino spiega anche che le regioni come la Lombardia che hanno più immigrati finiscono con l’esercitare ‘un peso territoriale iniquo per eccesso di seggi ottenuti rispetto a quelle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.’.
Dimodoche ‘al momento delle elezioni politiche una massa di più di quattro milioni di migranti residenti in Italia, in gran parte giovani di classe operaia, diventa il fantasma della politica corrente.’.
La cosiddetta ‘società civile’ dovrebbe riuscire a trovare in questo obiettivo del voto di cittadinanza una ragion d’essere.
Dopo cinque anni di potere effettivo a Firenze i Ciompi furono sconfitti ed estromessi dalla vita politica definitivamente. Del resto dopo qualche decennio a Firenze si instaurò la Signoria e gli ordinamenti democratici messi in cantina per qualche secolo. Non è detto che debba finire di nuovo così anche oggi.


venerdì 15 marzo 2013

Per scendere all'estate


Non c'è più storia, l'inverno è finito 
e per scendere all'estate mi occorre poco, 
una faccia meno timida, la voce meno rauca,
le gambe meno storte, il pelo meno corto.
Fra i piccoli che urlano, le sirene che stonano,
le storie dei più deboli, perderò la postura 
semirigida, il passo crepitante di pozzanghere, 
la voglia di stordire il giorno buio. 
Un po' di luce in più, un po' di sole in più, 
un po' di fiori in più, 
sostegni vitaminici per ripetere l'amore.

lunedì 4 marzo 2013

Aristofane e Lisistrata, poesia e patriarcato.



Rileggo Aristofane e resto ancora sorpreso dall'ennesima prova di quanto la nostra cultura non sia altro che un'articolazione di quella greca classica. Rischio la banalità, lo so. Da mettere sul conto della mia ignoranza. Lisistrata in una lettura moderna ma non convincente è stata reinterpretata come protofemminista. Ma Aristofane non potrebbe essere più lontano da simili prospettive. E non perché invece è maschilista (e neanche perché, più verosimilmente, fosse misogino, che in certi casi è pure da capire) ma perché al contrario è portatore assolutamente organico del patriarcato: che proietta fino a noi la codificazione irrigidita dei ruoli tra maschio e femmina, cosa che a sua volta genera i fondamentalismi (il possesso e la violenza legalizzati sul corpo delle donne) e in tempi favorevoli genera l'emancipazionismo che di per sé non modifica la sostanza del patriarcato, anzi lo rinforza, come la liberazione degli schiavi neri rinforza il sistema della fabbrica industriale.
Insomma nel quinto secolo a.c. (Lisistrata viene rappresentata per la prima volta nel 411, duemilaquattrocento anni fa!) il patriarcato è già al suo top nella società greca tanto che un  sistema culturale che lo riflette può esprimersi al massimo grado nel teatro. Insomma lì nella commedia di Aristofane i ruoli sono così vivi che ormai nessuno mette in dubbio che siano 'naturali', nessuno sa più che sono nati da una ipotesi di lavoro resa necessaria per la sopravvivenza di un ordine sociale. Così l'uomo è in sostanza un guerriero e la donna è una casalinga che ama i buoni sentimenti e la pace.
Lisistrata occupa l'acropoli con le donne ateniesi e spartane e le invita a sacrificare il proprio desiderio sessuale sottraendosi all'intimità con i propri uomini: costoro per riottenerla saranno più disposti a concedere quanto sta a cuore a Lisistrata, cioè la dichiarazione di pace tra ateniesi e spartani (siamo in piena guerra del Peloponneso). Già per se stessa l’idea della donna portatrice irenica di pace e dolcezza è una delle mitizzazioni maschili più note. Ma mi interessa rilevare altro nella commedia.
L’iniziativa femminile, che può essere scambiata per femminismo, è qui certamente assunzione consapevole di una soggettività anche forte, ma tutta interna al patriarcato.
Una soggettività che fa anche vincere qualche battaglia nella storia del rapporto tra i sessi.
A guidare la commedia sulla scena del teatro è un uomo col suo immaginario erotico prettamente maschile. Dal quale si deduce appunto l'organicità al patriarcato di Aristofane.
Anzitutto suggerisce che, prima che altrove, lo stimolo sessuale non può che trovare appagamento dentro la vagina. Almeno ufficialmente. Altre vie non sono dignitose, anche se poi, per non scontentare nessuno, Aristofane mette in bocca a Lisistrata l’invito ai maschi di servirsi all’occorrenza delle mani! Ma, e questo è ancor più significativo, Lisistrata appare convinta che in generale anche le donne concentrino esclusivamente il proprio piacere sessuale nella stimolazione della vagina: quando proprio non ce la faranno più le sue compagne nella lotta impegnate nell’astinenza potranno servirsi per consolarsi di uno di quei falli di cuoio che artigiani di Mileto hanno messo sul mercato!
Ma non basta. In una delle scene finali gli uomini si presentano alle trattative pubbliche con le donne con i falli in erezione per dimostrare che il loro appetito sessuale senza le donne non poteva essere soddisfatto. E questo non può che creare rischi per l’ordine familiare e sociale di cui la donna, con il suo lavoro di ‘cura’ domestico e ad personam è altamente responsabile. Di fronte alle donne e agli altri maschi presenti nella stessa scena e davanti al pubblico in platea, l'uomo vero non può che avere nel suo fallo desiderante la vagina l’argomento più convincente.
Ma non basta ancora. Nella commedia si dice delle donne che vestono baby doll, hanno una quantità incredibile di scarpe, si truccano e profumano e amano l'uomo profumato e coi peli nel didietro: Aristofane quasi senza accorgersene sollecita all'accettazione di un immaginario erotico che anzitutto è maschile e non femminile e lo spaccia per naturale e al quale come tale la donna deve uniformarsi. Lisistrata è una donna messa in scena da un maschio, portatore di un patriarcato mite, non fondamentalista. Un patriarcato non fondamentalista ma sempre ordine 'naturale' del mondo.

Hans a Colonia

Ho un rammarico per il mio Inverno a Colonia, non sono riuscito a inserire dei versi su Hans. Ma non è detto che non succeda. Intanto recupero qui quanto avevo annotato in bozza ancora prima di concludere il poemetto.


Nel dormiveglia della notte che ho ormai alle spalle mi è tornato di nuovo alla mente colui che chiamo Hans, con poche possibilità che questo fosse davvero il suo nome. Nel dormiveglia avevo davanti il suo volto segnato da una cicatrice che impegnava l'occhio sinistro e scendeva fino alla bocca, la cucitura non aveva trovato pelle e carne sufficienti dimodoché l'occhio risultava per un terzo chiuso e la bocca si torceva verso sinistra. Ma Hans non aveva un'aria sinistra, non tanto quanto lui pensava. Convinto di essere spaventoso quando t'incontrava mandava un grido di guerra per atterrirti sgranando quanto gli restava degli occhi e spalancando quanto gli restava della bocca. Più che impaurire indispettiva, per quel gridare che era anche chiusura di qualsiasi comunicazione, che forse temeva. Nel dormiveglia gli ho detto ti chiami Hans vero? ma lui mi ha risposto col grido di guerra col quale era solito salutarmi: spachetti, spachetti, manciare, manciare. Ma ci furono davvero poche parole fra noi. Anche quando, dopo qualche mese, ne avevo un po' in tedesco da usare. Credo che avessimo una soggezione reciproca. Lui era veramente un proletario e quel mestiere lo faceva perché era probabilmente l'unico che aveva trovato e che sapeva fare, non aveva evidentemente diplomi da spendere, quanto a me si doveva vedere da lontano che non appartenevo alla sua stessa condizione. Anzitutto avevo due paia di pantaloni, poi nella valigia m'ero portato un po' di libri, comprese due grammatiche, una di inglese e una di tedesco. E poi mi ero presentato come studente. Ma non era vero. Da più di un anno facevo l'impiegato contabile. Forse entrambi ci riconoscevamo nella nostra solitudine. Dopotutto anche lui si sentiva estraneo all'insieme, veniva infatti da un paesino del sud, a Colonia era un immigrato interno anche lui. La storia tra di noi ebbe un seguito. Un giorno mi offrì il pranzo in una trattoria. A tavola ordinò lui, fece insomma tutto lui. Fu allegro ma non ci fu niente da condividere. Nessuno di noi due conosceva la lingua dell'altro ma da quello che risuonava nella sua voce capii che lui parlava un dialetto. Ma il gesto è rimasto notevole nella memoria. Per questo me lo sono sognato a distanza di cinquant'anni. Continuo a volergli bene nonostante  gli spaventi che mi procurava mentre ero assorto a pelare patate.

sabato 2 marzo 2013

Con la pressa di vivere sul collo

Certo che sono in grado di dirti come succede che a un certo punto scrivo dei versi. Non c'è niente di misterioso, se è questo che pensi. Non dico che è un lavoro come gli altri ma gli assomiglia molto. Solo che la prima cosa che devi attivare è l'attenzione a una emozione, questo non è facile non perché presenti difficoltà meccaniche ma perché se sei impegnato nella tua vita quotidiana di lavoro, impegni familiari e di relazione non ti viene spontaneo dare attenzione a quelle emozioni. Non sono mediamente riconosciute produttive,  in quelle condizioni l'unica emozione sempre allerta e che non puoi ignorare, per me e credo per la maggior parte degli uomini, è l'attrazione sessuale. Più sei impegnato nel lavoro più è difficile ignorare l'oggetto del tuo desiderio se ti passa accanto profumato e scollato (nel senso proprio che non fa niente se si tratta di una persona che non stimi se è però sexy!). Ma a tutte le altre emozioni si lascia uno spazio minimo, perlopiù segreto, intimo e quasi vergognoso. Il poeta è abituato a stare allerta su di quelle, certo lui ci si è  educato ma perlopiù si tratta di una disposizione dell'animo alla quale lui ha scelto di lasciare tempo e luogo per manifestarsi, insomma non ci ha rinunciato mai, anche se poi maschera questa condizione e sopporta la necessità di nasconderla sotto traccia.
Del resto riportare in qualche modo l'emozione in versi scritti è anche il modo di liberarsene e dominarla, solo che questa liberazione perché sia totale deve essere comunicata ad altri, se no non funziona.
Ma prima c'è l'emozione, poi su di essa si innesta di solito una riflessione.
Ieri quei versi che ti ho mandato sono nati dall'emozione di aver risentito per l'ennesima volta nel corpo il brivido della primavera. Li ho scritti e sono lì bisognosi di aiuto perché la prima stesura non è mai l'ultima, anzi. Ci tornerò con pazienza, finché saranno a mio parere degni di essere condivisi. Anche perché non c'è nulla di più pericoloso della primavera per un poeta. I poeti ne parlano da tremila anni, da quando conosciamo, almeno nel mediterraneo, la scrittura. Per cui essere banali è il primo rischio. Anche perché molto verosimilmente l'emozione è sempre simile a se stessa, almeno in questo caso.
Il risorgere della primavera, tanto per cominciare, è legato di solito all'infanzia, e per forza, si tratta di nascita e rinascita. A me istantaneamente, appena raccolto nell'aria quel brivido, sono venuti in mente i miei sei, sette anni, un'età lontanissima e in un luogo altrettanto lontano da qui. Dove c'era il mare. E questo è già l'altro rischio, parlare del mare. In un'epoca in cui sono tanti (tante) che sostengono che tutto è già stato detto. Vero, ma il limite è del pianeta, mica nostro, il mare c'è e continua a esserci, e ci siamo ancora noi che diciamo mare in un modo sempre diverso. Il problema appunto è nominarlo in modo diverso.
Primavera, mare.
Non puoi sbrodolare e devi dire i colori, delle strade degli alberi delle case. Gli odori, la temperatura, e i rumori del mare sotto gli scogli fino al cielo, alberi nebulosi di prima mattina, odori tenuissimi, di camomilla nei campi, delle fiorescenze sugli alberi da frutto, e poi il tepore che ti arriva a brani mescolato all'afrore del mare freschissimo di uova marce. E il riconoscimento del corpo nato e di nuovo nascente, il suo odore chimico, la consistenza delle mani, il liquore degli occhi, la sonorità della voce, l'umidità della pelle. Uovo deposto.  Le galline per la strada sterrata dove vivevo. Il salnitro sui muri, la risacca che esibisce alghe e muffe, la pioggia fitta e silenziosa.
Ma basta, basta.
Perché poi l'altra difficoltà è innescare la riflessione su questo materiale. Evitare anche qui la banalità. Perciò stai tranquilla, non pensare che io pensi sulla morte. Prima che nascessi c'era il nulla. Tornerà ad essere nulla tutto ciò.
Ultima nota: l'importante in poesia è dire velocemente, e devi stare sempre in piedi mai seduto, con la pressa di vivere sul collo.