lunedì 30 marzo 2026

Il coktail 'Lenta ginestra'. In memoria di Primo Moroni.


 
Per Primo Moroni (oggi 30 marzo 2026 ricorre l'anniversario della sua morte) ho scritto una memoria sul numero speciale di Primo Maggio on line, (diventata poi rivista Officina Primo Maggio, in carta e on line) nel 2018. Della memoria fa parte il poemetto  'Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio'.

La riporto:

Il cocktail ‘Lenta Ginestra’

 
Poi intorno al ’92, ’93, non ricordo di preciso, ci prendemmo una pausa, abbiamo improvvisamente smesso di parlare delle trasformazioni del lavoro (da qualche parte in casa devo avere ancora qualche vecchia cassetta registrata nelle serate dedicate ai camalli).

Di sicuro era il mese di luglio. Io tornavo dal Giorgi, un istituto industriale sulla circonvallazione dove facevo il commissario esterno per gli esami di maturità. Andavamo a pranzo in trattoria in via Torricelli.

Di sicuro a parlare era più bravo lui. Quando ci prendeva bene la memoria andava agli anni cinquanta, quelli che lui racconta nel filmato Malamilano. Lì potevo dire anch’io la mia. Arrivato a Milano agli inizi dei secondi cinquanta a quell’epoca ero di casa in via Codara, proprio sul terminale della darsena.

Ci metteva ovviamente del suo, prestiaffabulava come un cantore epico ed era un bagno di vita nella vecchia Milano, dentro quella ‘naturale’ convivenza tra proletari piccoli commercianti bottegai  e la malavita locale, prima del boom economico, dell’industria, del consumismo, delle lotte operaie. Quando un codice morale mai scritto ma ugualmente cogente metteva paletti tra comportamenti extralegali e una violenza che non conosceva l’uso delle armi, almeno fino all’arrivo dei marsigliesi e dei meridionali non solo italiani all’inizio dei sessanta.

Quando tirava fuori il Ticinese, il Bottonuto, la ligera, la casbah di porta Genova, allora nel racconto mi ci infilavo anch’io. Dal terzo piano vedevo arrivare saettanti gliuliette che scaricavano per strada cartoni di marlboro, ci pensavano donne e ragazzetti a nascondere le stecche nei tombini, nei cessi delle case di ringhiera. Talvolta invece erano le macchine della polizia che bloccavano l’entrata e l’uscita di Cicco Simonetta e Gaudenzio Ferrari e facevano una retata. Ai meridionali, dai quali andavo a comprare sigarette per mia madre, grande fumatrice, la faccenda costava qualche giorno a San Vittore ma poi tutti erano di nuovo al loro posto.

«Mi sa che tua madre io l’ho conosciuta…»

Ma non era possibile. Lui, nei panni di Slim, andava fuori dall’Olimpia in largo Cairoli, dove oggi c’è il Decathlon, a fine spettacolo a conoscere ballerine. Ma quelle erano le ballerine degli spettacoli di varietà. Mia madre aveva fatto sì la ballerina di fila, ma diverso tempo prima, nella compagnia di operette in cui c’era anche mio padre tenore e che all’Olimpia teneva il cartellone per brevi periodi d’estate, un ambiente diverso da quello del varietà e dell’avanspettacolo, con pretesi quarti di nobiltà per la prossimità col melodramma, un ambiente sussiegoso, piccolo borghese e molto fascista.

 «Belli i tuoi versi…» mi dice un giorno a bruciapelo. Deve essermi rimasto il boccone a metà perché quella non me l’aspettavo. Avevo da poco deciso a più di cinquant’anni di tirare fuori dal cassetto qualche verso (chi ha conservato a lungo questa abitudine prima o poi deve farlo, così poi perlopiù gli passa la voglia) e l’amica e compagna Tiziana Villani me li aveva pubblicati su Millepiani (anche qui devo avere delle cassette registrate).

Primo si riferiva evidentemente a quelli.

Così abbiamo cominciato a parlare di poesia italiana e americana ( e ovviamente di Ferlinghetti).

Gli dico che stavo finendo un lavoro su Leopardi. Gli racconto che per liberarsi di famiglia e Recanati tutto in un colpo era riuscito a diventare una specie di consulente editoriale alla Calvino per la casa editrice Antonio Stella e figli di Milano. Che il lavoro lo aveva emancipato ma che lo soffocava e che nei due anni che aveva lavorato per lo Stella standosene a Bologna era riuscito a scrivere solo un poemetto, bruttissimo (lo aveva letto a un casino dei nobili nel silenzio gelido di tutti). A mala pena era riuscito a ottenere la pubblicazione dallo Stella delle Operette morali (già scritte da tempo) ma alla fine si congedò, che stesse tranquillo lo Stella, si sarebbe rifatto vivo. Ma era una bugia, alla sorella scriveva che sarebbe tornato a morire nella notte di Recanati. Però, lontano dall’oppressione alienante del lavoro, scriverà in realtà i suoi Canti più belli.

A Primo questa storia del rifiuto del lavoro del conte Leopardi, nobile spiantato, piacque molto. Mi mise a disposizione il cortile della Calusca  e con Joe Fallisi che recitava e io che commentavo abbiamo messo su una bellissima serata. Il cortile era pieno. Primo era felice e per l’occasione s’inventò il cocktail Lenta ginestra.

Seguirono ancora altre serate. La più interessante fu quella dedicata alla relazione d’amore tra Campana e Aleramo, anche qui Fallisi recitava, io commentavo e la brava e bella Ginevra recitava le poesie della scrittrice e poeta.

 
Poi lui è morto e io non ho avuto più voglia di stare in Calusca, anche se l’amico e compagno Sergio - fu lui a farmi conoscere Primo nel ’71 all’apertura della prima Calusca - mi ci riporta ogni tanto con le sue iniziative, i suoi libri.

Invece ho continuato a pubblicare versi. Nei quali perlopiù parlo del lavoro. L’ultimo poemetto scritto non è ancora pubblicato. Lo propongo qui interamente in anteprima. Credo che a Primo non sarebbe dispiaciuto. Anche perché si conclude proprio con uno sguardo sulla darsena.

 
***

 Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio.

 
Poveri di città imperiali non sostengono

davanti a cittadini che attraversano strade

la propria indigenza, si alleano con l’inverno,

alle luci dell'inverno si riparano con sottomissione

né tendono la mano, solo a volte alzano lo sguardo

poco dopo che hai stornato il tuo,

in Unter den Linden o nella quarantottesima

a Manhattan. Proletari  di mezzo mondo

difficili, la storia li cataloga tra portici

e sfiati candidi di viscere palatine,

occorre un verso informatore, lanciaponti

tra idea e memoria, dica che la mutazione

prende avvio dal desiderio, prima che diventi

codice nel corpo fissato e fatto standard

articolante posture, sguardi e zigomi diversi

sempre uguali, prima che finiscano nei quaderni

di sociologi (o nei serialtv di Oriente e Occidente)

classificati natural born da visitare una

tantum. Qui si vuole dire  che il tempo non manca

e tra una leggenda e l’altra, sistemata l’identità

negli spazi lirici trasumananti, si può

misurare lo scarto se c’è tra vecchie e nuove periferie.

 

 Hi Hobo! Parte presto come sempre

da  Grand Central Station il treno per i deserti

a Ovest ovunque (visiteresti il gran raduno annuale

degli hoboes a Britt?). Precario di grandi e piccole

depressioni non c’è più posto per te alla catena

di grandi città dove contendi comando

sul lavoro, ti spettano periferie e cinture

della ruggine da Detroit al Minnesota.

Ma dico deserti e non troverai una sola

Maggie’s farm dove fare per pochi dollari

lo schiavo per un giorno con la guardia nazionale

sulla porta, di sicuro non ti avverrà di incontrare

sulla strada per Duluth il bardo che cantava

sul punto di cambiare il nostro tempo. Né

sicuramente potrai cavalcare tronchi di rosse

sequoie sui merci scoperti col rischio che un Jeff

Carr qualsiasi ti tiri giù a scoppiettate. Nè rischierai

di affumicarti sulla pensilina del Wabash Cannonball

il treno che fiammeggiava nelle praterie.

 

 

Oh, listen to the jingle, the rumble and the roar

As she glides along the woodland, over hills and by the shore

Hear the mighty rush of the engine, hear the lonesome hobo’s call

travelling through the jungles on the Wabash Cannon Ball

 

 

Hi Hobo! Nomade di binari, ci credi se

ti dico che nel lontano Est nelle pianure

dello Jilin c’è la stessa cintura di ruggine,

fabbriche morte deserti affanni di uomini  e donne

per avenue povere dove bisogna

essere disgraziati e forti, fratelli e nemici

di cani, attorno a bracieri di strada?

Calma, il promoter dice che occorre guardare

da sotto, dalla parte dell’erba che cresce,

laggiù come qui sfoltiscono ma poi spenderanno

tutti di più. Vedi? Il desiderio

è sempre quello - attento ora - la remissione

empatica dei tuoi bollori desideranti

dentro uno spaziotempo di orologi fermi,

di stomaci vuoti, l’increspatura dell’orizzonte

finché lo sguardo scavalca la luce e ti ritrovi

a succhiare foglie di coca o a squadrare quanto

resta dell’orto. Insomma vuoi che tutto torni come

prima? E che mutazione è quella che rinvia in archivio

le nano tecnologie o le sfumature dei cristalli

nei tramonti del Connecticut o della vecchia Manciuria?

 

 

Non so che perfezione fanno le ibis rosse quando

striano il cielo  e perfezionano il volo come

fosse un lavoro da consegnarci sempre uguale,

la sagoma acuta riflessa nel mare quando

sazie abbandonano le rive dei rossi molluschi

coperte dall’alta marea. Non so che perfezione

fanno i castori del loro ingegno a costruire dighe

come fosse un lavoro simile al nostro.

Non so se animali si congratulano fra loro

dei propri manufatti, hai mai visto un’ape ferma

sulla soglia dell’alveare di un’altra a dire

brava bel lavoro? o una talpa della tana del

vicino? Il riconoscimento fra sapientes

è desiderio, desiderio materiale come il cibo.

Dispone a mutazione il lavoro servile

apre spazi al desiderio fino al rischio della vita

vinta la paura ancestrale del bisogno.

 

 

Non che Tonino e Angelo non conoscessero

i tempi di lavoro quando zappavano e seminavano

ma quella era la condanna che li teneva vicini

al dio arcaico delle vendette

che ignorava il tempo freccia dell’orologio

e ispirava ab aeterno regole e mansioni.

L’ora giusta è sempre quella e per la sveglia basta

l’alba, necessità e bisogno si prendevano

il meglio tallonando le stagioni e il calare della luna.

Potrai dire che non si fa gran poesia

se non usi metafora e allegoria, ma da quando

il lavoro è una scelta libera (prendere o lasciare)

metafore e allegorie confondono le cose

i poeti le usano poco se mai dicono bene il non senso.

 

 

(tralascio Gaetano figlio di un dio abbandonato

nei campi occhio chiaro e l’altro scuro,

capelli bianchi e molli, sfrondava mandorli e olivi

-   occorre fare luce tra i rami anche a costo

della nidiata – col suo sorriso greco,

metteva piantine di pomodoro nella buca

non so dire l’eleganza della mano a conca

a sotterrare le radici, puoi se mai accovacciarti

dietro di lui e accorgerti che la fila è dritta così fino al mare)

 

 

Nè Tonino né Angelo hanno bisogno di metafore

per dire l’orario di lavoro, leggere la busta

paga, un tot di trattenute, un tot di gratifica

meno l’IVA e il contributo di solidarietà

per le alluvioni, i proverbi millenari ereditati

dai campi non servono più ma non si recrimina,

pur di tagliare i ponti con albe maiali e vanghe

non c’è storia, si mette una firma o una croce

e si entra in fabbrica. Se i vecchi non ti guardano

in faccia pazienza. Qui non si scherza. Soldi in tasca

tutte le settimane, soldi in tasca tutti i giorni

per pagarsi da bere con signorilità, soldi

in tasca per zittire le puttane. Tutta un’altra storia.

 

 

Aperta la strada al Novecento l’hanno sepolto

quanto è rimasto dall’abbuffata di lavoro

è un pianeta malandato, velenoso

e luccicante. Tu, Assunta, grazia di lavoro

mattutino, infornavi pane in cantina alle cinque,

tu, Candida, incapace di giorni feriali, sban-

data di quelli festivi, tu, Regina, dagli occhi

golosi di gelosie, tu, Mara, cipiglio di

sogno d’amore mancato, che vicenda narravate se

tutte avete dapprima sepolto i vostri uomini?

Prendi Angelo e Tonino, premorti di lavoro.

Uno intossicato d’alto forno al Nord, l’altro da fumi

del petrolio al Sud. Morti industriali. Rigidi e austeri,

con quella postura fuori tempo da patriarchi

neanche davvero governassero mondi i due

 

 

si portavano la morte addosso come un tatuaggio,

una nota spillata sulla spalla, esercizio

loro precipuo disilludere noi, non c’era

di che godere in quel dopoguerra affollato

da fascisti e comunisti tutti sconfitti dalla storia,

perduta la guerra gli uni mancata la rivoluzione gli altri.

Si limitavano a dirci non bevete durante il pasto,

bevete dopo, poi d’estate sistemavano un

tavolino fuori casa e sterminavano ore

giocando a briscola. A volte indicavano la strada

del sublime come fosse cosa pura e incontaminata.

La sconfitta li deprimeva come da storia

di sempre, la novità era che le donne

non portavano più reggicalze ma collant.

Ne parlavano in fabbrica, alle giovani operaie

mostravano le fiche. In altre parole uno dei due

ti avrebbe stuprato non fosse che lo tenevo d’occhio.

 

 

Si battevano ancora per un lavoro ben fatto

ma gli attrezzi nuovi davano all’ultimo arrivato

in poche ore abilità e competenze. La luce

cangiante del Novecento li confondeva, sparigliava

le carte e non contavano più su di noi.

E tu Assunta, Candida, Regina e Mara

vedove esaltanti i vostri morti non ce la fate più

a festeggiare i santi, i figli distorcono le vostre

memorie e non ne vogliono sapere più di ruoli

millenari spacciati per leggi naturali.

 

 

Scivolavano alte le chiatte silenziose

sulla darsena e una gru sulla sponda le aiutava

a sgravarsi della sabbia portata dal pavese,

come giganti senza cappello ancheggiavano

in darsena prima di accomodarsi nell’attracco,

venivano solo stridii nelle ore senza vento

tra porta Genova e Cantore, padri anziani

venuti dal Sud accoglievano spalloni con grida

soffocate d’avvertimento, il tempo di scaricare

scatoloni di marlboro e seminare le stecche

tra una casa e l’altra, ci pensavano le donne

a insaccarle nei tombini nelle borse nei gabinetti

comuni della ringhiera, quelli alla turca.

.

I giovani radunatisi in Cantore salivano

al Duomo ma prima era un complottare sordo

di voci trattenute, l’ora sottratta alla catena

e già scontato il recupero di nuova lena,

ma a chi sostava ai margini di strada

con gesti come di conforto per la loro solitudine

rispondevano soffiando nelle trombe

incalzavano coi fischietti e i bidoni di latta, tamburi

per il conflitto necessario a misurare i ritmi di vita.

Tra loro qualcuno presentiva ferocia dalla

reazione, i potentati mettevano in conto

qualcosa in più tra tinello frigorifero e TV

ma non soggetti desideranti fra strade e scuole.

 

note:

-lo hobo per tranquillità borghese è qualificato come un mendicante, è invece il classico lavoratore migrante da sempre nel panorama americano espulso dalla fabbrica per via del suo amore per la libertà. Nomade ribelle per eccellenza ha riempito le cronache soprattutto nei periodi di depressione. Negli anni trenta e poi nei cinquanta era un’icona del rifiuto del lavoro e quindi considerato pericoloso per la comunità tanto che gli si sparava a vista (e spesso una uguale risposta non mancava). Gli hoboes hanno reso leggendario il treno. Nelle infinite versioni di musica country il Wabash Cannoball (qualcosa di simile è La locomotiva di Guccini) attraversa rombando le praterie e va così veloce che arriva un’ora prima di quando è partito (un gioco verosimile per via dei fusi orari diversi tra i vari stati americani distesi tra Est e Ovest)! Impossibilitato a frenare è deragliato nello spazio dove viaggia tuttora lanciando sulla notte del pianeta il suo fischio che tutte le stazioni d’America sentono.

 
-Duluth è la cittadina dove è nato Bob Dylan.


Mi fa piacere riportare qui il giudizio che del poemetto mi diede Sergio Bologna in occasione dell'uscita del numero speciale di Primo Maggio, ri-fondato da lui nel 2018 col nome Officina Primo Maggio, dopo quello degli anni settanta:

..."Nel tuo poemetto – bellissimo – trovo lo stesso spirito, un’epica senza nostalgia, un omaggio al

lavoro e al rifiuto del lavoro senza il rituale funerario del monumento ai caduti, un rapporto con

la storia e con la storia del lavoro senza piagnistei sul lavoro che cambia, che viene sostituito

dal computer, che la tuta blu non s’indossa più. Né si avverte la lagna della sconfitta."


 

 


lunedì 5 gennaio 2026

La rivista ALTRAPAROLA con i versi tratti da Bestie, animali, specie





 E' in rete, scaricabile in PDF, l'ultimo numero della rivista ALTRAPAROLA che ha per titolo: 

La nuova personalità autoritaria

a questo link: https://www.altraparolarivista.it/2025/12/18/altraparola-n-13-giugno-2025-la-nuova-personalita-autoritaria/

Questo numero ospita miei versi tratti da Bestie, animali, specie  (pag. 133)

Per conoscere la rivista pubblico qui di seguito parte delle motivazioni che stanno all'origine dell'impresa:

"..vorremmo riproporre alcune forme di pensiero che il marxismo ortodosso prima, e poi strutturalismo e decostruzionismo, hanno lasciato ai margini della riflessione: si tratta di quella tradizione che nasce e si sviluppa con Socialisme ou barbarie, ed è presente in autori come H. Lefebvre, C. Lefort, C. Castoriadis, fino a M. Abensour. Una forma di riflessione che ripropone tra l’altro immagini di utopia concreta, come la definiva E. Bloch. Perché se la forza astratta del capitale, la sua teologia demonica e negativa, ci incalza dal passato e occorre quindi un pensiero critico che la decifri, non è meno vero che nelle sue pieghe sempre più intensamente contraddittorie si annidano figure incerte ma definibili del possibile, a cui vanno dati i contorni visibili: la “linea di lotta” richiede uno sguardo in entrambe le direzioni, e dunque non solo verso il capitale e il suo dominio, ma anche sulle brecce e i tentativi storici di realizzare forme di vite antagoniste (come la Comune di Parigi).

Poiché la nostra intenzione principale è quella di studiare i punti di annodamento e di formazione del soggetto nella sua costituzione attuale, i suoi “esistenziali storici”, più che proporre teorie astratte, dedicheremo molta attenzione alla letteratura, alle arti visive, oltre che alla filosofia politica. Siamo convinti che l’arte (come sosteneva E. Levinas) costituisca una “messa in forma” della soggettività, che riveli le tonalità affettive ed esistenziali di un’epoca, le quali poi sono l’oggetto stesso del pensiero critico. In questo senso, la scelta delle opere e degli autori di letteratura, cinema, arti visive di cui ci occuperemo sarà decisamente tendenziosa e non diretta da puri valori estetici: cercando in essi rappresentazioni critiche del passato e del presente della soggettività prodotta dal capitale e immagini concrete di un possibile a venire, o almeno crepe, faglie, rotture della totalità del dominio."


L'intera presentazione della rivista risale al 2019 a questo link: https://www.altraparolarivista.it/altraparolarivista/


sabato 1 novembre 2025

Di corpi, di versi: l'affollata solitudine di Pier Paolo Pasolini

 Ripropongo in occasione del cinquantenario della morte di Pier Paolo Pasolini il mio breve saggio originariamente scritto e pubblicato nell'autunno del 2002 sulla rivista La Mosca di Milano.


 1) Ginnasio-Liceo Alessandro Manzoni di Milano. L’anno il 1957, o il ’58. 

Venivo dalla provincia. Entrai un giorno in classe con Ragazzi di vita in mano. Non avevo nell’animo nessuna volontà di provocare un bel nulla, mi sembrava che potesse essere un viatico buono per essere accolto tra i miei coetanei, tutti figli della borghesia buona milanese. La futura classe dirigente, ripeteva il preside. Non era nelle mie prospettive una simile destinazione, in mezzo a loro ero straniero per troppi aspetti. Cercavo accoglienza, tra i compagni di classe di Milano. Non era forse la grande e moderna Milano, la città dove le cose succedevano, la città sempre in anticipo sui tempi? E non era forse quella la scuola dove ci si educava alle umane letture?
‘Ah, il romanzo di quel culo…’, mi risposero ghignando in due o tre, un po’ goliardi ma di radici ben interrate, proprio quelle che non avevo io.
‘Quel  culo’, con i suoi borgatari, da lui percepiti e descritti come sradicati millenari, parlava in qualche modo a me ma non a loro. Pensai a Pasolini uomo forse per la prima volta, fin lì per me era solo l’autore di un breve  romanzo che amavo. Pensai per la prima volta alla sua solitudine e ripensai alla mia, alla difficoltà di essere accolto, come profondamente desideravo.
Qualche anno più tardi rincontrai Pasolini nel suo film Il Vangelo secondo Matteo. L’anno il 1964. Pasolini era già carico di glorie. Ma quel Cristo aveva nell’espressione e nei gesti la disperata violenza della solitudine, di chi cerca accoglienza nel mondo. E ripensai alla solitudine di Pasolini uomo, pur nel frastuono provocatorio della sua ricerca di successo.
Ho ripensato alla sua solitudine ancora in un’altra occasione, ma questa volta con un sentimento profondo di rabbia. Come gli saltava in mente di definire in blocco gli studenti come dei figli di papà? 
In quegli anni, tra la fine dei sessanta e i primi settanta, nelle Università mettevano piede per la prima volta nella storia del paese numerosi figli di proletari. Si sradicavano da un territorio antichissimo per entrare in uno nuovo, nemmeno a cercarli con buona volontà in quello dal quale provenivano si sarebbe potuto trovare un libro. Paradossalmente era più facile trovarci qualche verso, nelle preghiere dei santini, nei calendari di frate Indovino. Per sostare in qualche modo nel territorio nuovo, dove i ‘papà’ erigevano troppi aristocratici steccati  contro i barbari, per pagare tasse, libri e molto spesso anche il proprio mantenimento, c’erano i “lavoretti”,  cioè, diminutivo a parte, lavoro nero. Il tutto era quasi epico, ma faticoso. Non eravamo tutti figli di papà. E ci riconoscevamo, nei corridoi delle Università. Dal portamento, dai vestiti, dal linguaggio. Ci si sentiva in effetti meno soli.
Riprendo in mano oggi l’opera in versi di Pasolini. L’eco dei frastuoni del mondo cercati e provocati si sente qua e là, ma più forte sento il timbro di voce della solitudine. E’ questo il ‘luogo’ topico della poesia di Pasolini? Più semplicemente è il luogo dal quale continua a parlarmi.

Moralità o poesia/ o bellezza, non so,/ protendo questa rosa/ a rispecchiarsi sola.[1]
Se Narciso non rompe gli specchi la sua solitudine genera autodistruzione. Ma, come vedremo, Narciso che rompe gli specchi e conosce l'altro avrà ugualmente la solitudine come inesorabile, splendida compagna.
Rompere gli specchi è peccato? Se ne può conservare sentimento di colpa. Ma c’è un momento in cui il vergine, l’innocente, decide di farsene carico, di superare la paura di peccare. Il poeta che si dice Usignolo della chiesa cattolica (raccolta di poesie scritte tra il 1943 e il 1949) guarda ormai senza timore il diavolo apparso, è pronto[2]. Narciso s’è guardato abbastanza durante la fanciullezza[3].
E la poesia? Quando s’inoltra nel peccato  il vergine, ancora insicuro, stringe in mano il ritratto di Radiguet, pensa accigliato a Gozzano[4]. Ma la scelta apre  comunque con decisione ed è accoglienza senza compromessi del cieco affanno di fronte a un corpo, a un caldo viso apparso all’improvviso[5]. Sarà, per il poeta, per l’uomo, ossessione, vissuta. E l’amore per la bellezza? Narciso che rompe gli specchi ha verso di sé un moto, di uguale intensità, di disprezzo e tenerezza[6].  Ingenuità e consapevolezza  sembrano affondare in oscuri presentimenti.
L’attrazione verso la bellezza è dunque tutt’uno con quella verso il peccato, poesia e vita ci appaiono strette da un legame in tensione polarizzata:  purezza e impurità, salvezza e dannazione, paradiso e inferno. Narciso che rompe gli specchi assume su di sé con angoscia e spavento le sue contraddizioni. Narciso che si divincola dallo specchio ha un ultimo gesto: protende una rosa al rispecchiamento. Nemmeno il poeta sa di cosa sia simbolo quel fiore, se di moralità, di bellezza o di poesia. E il gesto? E’ la coscienza della impossibilità di un allontanamento definitivo? E’ un’irrisione al mito o alla vita? O alla morte in vita? E’ un esorcizzare la morte della bellezza, della poesia, della vita stessa? O è gesto che indica la prossima autodistruzione della poesia, l’impossibilità per la poesia di sopravvivere se l’uomo sceglie il peccato?
Al di là delle possibili interpretazioni  quella rosa, tesa da sola al rispecchiamento, rimanda, mi sembra, ad altro. Narciso-Pasolini sa che in quello specchio c’è, riflesso, anche il volto di sua madre. Alla quale, come lui stesso dice apertamente, è legato da un amore insostituibile. E’ la madre che gli ha insegnato nient’altro che il piacere di essere ciò che sono[7],  e l’amore di lei, non represso, non dà posto/ a ipocrisia e viltà[8]: quell’amore lo ha reso sì libero di essere se stesso nella sua diversità ma lo ha anche reso prigioniero per sempre. Amare per lui significherà per sempre amare soltanto sua madre. Solo per essa, impegno tutto il cuore[9]. Per gli infiniti amori occasionali di cui la sua vita sarà affollata arderà in lui solo la carne[10]. La consapevolezza che accompagna Narciso dunque, all’atto di inoltrarsi nel mondo, riguarda una drammatica condanna, quella alla solitudine. Sei insostituibile. Per questo è dannata/alla  solitudine la vita che mi hai data.[11]. L’infinita ‘fame d’amore’ (Forse nessuno è vissuto a tanta altezza/ di desiderio…[12]) dovrà accontentarsi  dell’amore  di corpi senza anima[13], l’unica anima amabile rimanendo per sempre quella della madre.
Quando a  questa condanna si aggiungerà quella del mondo, quando, dal loro ‘museo vigilato’, gli adulti condanneranno il Fanciulletto perverso con le gemme/ dell’Europa terse nel mio sesso[14], il poeta starà fermo dalla parte del desiderio, del suo Narciso gioia e solitudine, né si curerà di redenzioni possibili, non si alleerà col ‘cuore onesto’[15], che è troppo puro e ha il freddo della morte e se mai occorrerà ascoltarlo sarà solo in  prossimità della morte. Condanna interiore e condanna pubblica diventeranno da questo momento compagne di vita a cui però impedire di occupare troppo spazio a scapito della gioia e del piacere. La purezza non dovrà mai soverchiare la gioia del peccato. Piuttosto che rischiare meglio eccedere nel peccato sia pure col corollario della solitudine. Liberare totalmente la vitalità che è disperata di suo e poi testimoniare, nel verso stesso come vedremo, la necessità dell’indecenza, dell’eccesso, dello scandalo contro coloro che condannano. Proteggere la relazione con l’altro con una ‘impura virtù’. E ripetere, ripetere all’infinito, fino all’estenuazione, consumare relazioni perché non si consumino, perché il peccato resti peccato e la gioia gioia del peccato. Esibizione e testimonianza dello scandalo, cioè, come è stato detto, la ‘necessità morale dell’indecenza’[16], saranno la risposta franca e diretta contro la società che rifiuta.
Impurità contro purezza, desiderio, diversità, soddisfazione del piacere, sono i temi che nella poesia di Pasolini ruotano intorno a quello della solitudine. Con l’insistenza ossessiva della coazione e dell’imperativo si articolano in una sterminata affabulazione anche fino a stremare il verso, a rischiare il non-verso.
E necessità e volontà del conflitto e delle contraddizioni trovano in una infinita serie di antitesi e di sintagmi ossimorici le loro figure logiche. Così le colpe sono innocenti, la purezza odiata se non è quella dell’animale o del libertino, il peccato e la corruzione sognati, l’animo un ‘crogiolo d’amore tumorale’, l’esistenza un ‘rottame stupendo’, la gaiezza ‘paradisiaca e immorale’. L’angelo arde impuro. Il poeta è ‘gelo e sole’. La vita ‘scandalo e festa’.
E l’amato ‘endecasillabo di avorio’[17], che si aggira ‘tra gli smalti e l’acqua dell’Arcadia’, lui che ama solo la gioia e la purezza e che non vuole peccati o pianti di fanciulli, come può amare ciò che il poeta ama in se stesso, la ‘pazzia di acqua e di assenzio’[18], le finte innocenze, l’isterismo nascosto ‘tra i panni dell’eretico’, ‘lo scisma’ del proprio linguaggio? La risposta è ormai scontata: l’angelo deve ardere impuro, il cuore elegiaco deve proteggere la poesia di virtù impura. E dunque ripetere, ripetere l’endecasillabo all’infinito, fino all’estenuazione, allungato o accorciato, condensato o slabbrato , sgambetti di ritmo al suo interno, sospensioni o arresti del senso andando a capo. Scandalo e festa. Terzine di tradizione riconoscibile. Irriconoscibile, scismatico, eretico, ma sempre lì, il finto endecasillabo con la sua finta innocenza. Finché il verso non scioglierà ogni legame con la metrica tradizionale  ( e sarà dal 1963, 1964 in avanti).


3)E la notte in giro, come un gattaccio/ in cerca d’amore…[19]

Con i loro freschi corpi, coi calzoni un po’ lisi nel grembo, con la loro sacca tiepida[20], quelle facce vivide di cuccioli lupi, quei maschi adolescenti dalla bella nuca… sono a decine, a centinaia. Ma il poeta non può amarne nemmeno uno. Il suo è amore di pura sensualità, replicato nelle valli sacre della libidine/ sadica, masochista[21]. Ma meglio la morte che rinunciarvi. E quando il desiderio incalza è una ansia funeraria[22] quella che precede una tardiva soddisfazione. E l’atto, con quei maschi che portano nel grembo un segreto impuro come un giglio, bisogna ripeterlo mille volte[23].

Il peccato e la condanna, l’impurità e l’eccesso hanno il loro paesaggio. Quei corpi da amare vivono tra ruderi e grotte abitate da feci e fanciulli o in borgate in disfacimento o sul lungofiume che, nella sera che sa di orina, riecheggia di passi viziosi. ‘Erba sozza delle marcite’, ‘deschi approntati dentro porcili’, ‘infette marane di borgata’. Gioisce qui una gioventù ironica fatta di ‘peoni’, poveri e pagani, da sempre ‘barbari’, che hanno nel calore del sesso ‘la propria unica misura di vita’. Si negano e si concedono con violenza, puri e corrotti, popolo mai abbagliato dalla modernità eppure sempre il più moderno, che vive come il poeta ‘in una sola generazione tutte le generazioni’, schiavo che canta la propria leggerezza, che inebria la città coi suoi fischi e i suoi canti. Proletari la cui ‘allegria è religione’ per il poeta. Periferie di ‘ardenti e acidi immondezzai’, che sanno di ‘sangue marcio’, ‘borgate tristi, beduine’[24] percorse dal vento, da ragazzini ‘stridenti nelle canottiere a pezzi’[25], da irose prostitute, da grappoli di militari e operai. Una vita che è ‘pura malinconia’.
E’ la scenografia ricorrente nei versi sin dalla raccolta  Le ceneri di Gramsci del 1957 fino a Trasumanar e Organizzar del ’71 e oltre. Scene riprese dall’occhio nelle lunghe solitarie camminate serali, al momento del rientro nelle case o nell’immediato dopocena. Quando le disillusioni (la fine delle speranze in una trasformazione profonda della società suscitate dalla Resistenza e l’imborghesimento anche di proletari e sottoproletari dentro il neo-capitalismo), l’amarezza per le condanne alle sue opere, il disincanto verso i movimenti rivoluzionari del ’68 e infine l’avanzare dell’età  occuperanno l’animo, sarà il momento del rimpianto per un’epoca conclusa e ormai lontana come un mito. E acquisterà  più spazio la riflessione sul proprio destino. Il tono della voce, che diviene via via anche rabbioso o ironico, troverà sempre più consistenza nel doppio registro dell’antitesi, legata da una parte alla irrinunciabile gioia del sesso senza anima, dall’altra alla solitudine. Afferma il poeta nel 1963, quando è ormai famoso e agiato (oltre che perseguitato dalla giustizia italiana): io riconosco/ciò che conobbi: sole e solitudine[26]. Ma è sulla solitudine che l’accento cade più frequentemente. Le relazioni col mondo sono diventate più difficili. Le file degli amici d’un tempo si sono assottigliate …ho perso la mia compagnia/ di poeti dalle facce nude, aride/di divine capre, con le fronti dure/ dei padri padani…[27], e non senza sue colpe: non ho saputo avere la grazia/ per tenermeli stretti[28]. Anche in relazione  ai suoi rapporti intimi non pochi versi mettono definitivamente a nudo la sua condizione :
…i baci, ogni volta a una bocca diversa,
sempre più vergine,
sempre più vicina all’incanto della specie,
alla norma che fa dei figli teneri padri,
piano piano
sono divenuti monumenti di pietra
che a migliaia affollano la mia solitudine.[29]


4) Il diletto deserto
Ma è solitudine amata, voluta … ‘come un re’[30]. Narciso sembra lontano. Che ne è del mio narcisismo, si chiede, in Trasumanar e organizzar, il poeta che sente prossima la fine della sua carriera: Io non ho più il sentimento/ che mi fa avere ammirazione per me[31]. In questo modo c’è il rischio del silenzio: cosa potrà mai comunicare ora il poeta se non se la sente più di comunicare l’unica cosa che fin qui ha comunicato e cioè, come abbiamo già visto, ‘il piacere di essere ciò che sono’?
E aggiunge subito dopo: se in questo modo riuscirò a scrivere ancora versi, si tratterà di versi ‘appena passabili’ e avverrà solo per abitudine. Che è come dire che proprio a prendere eccessive distanze dal proprio Narciso si finisce con lo scrivere pochi versi e mediocri.
Nei nuovi registri dell’ironia e dell’umorismo, che agli occhi del poeta appaiono ora come unici possibili percorsi stilistici, Pasolini continua a fare poesia ammirandosi, guardandosi anche quando parla di sé che fa poesia. E non si pensi che questo ammirarsi e guardarsi risulti una sovrapposizione che vada espunta per poter godere dei versi buoni: nel verso ormai completamente libero da costrizioni tradizionali Narciso continua a stare per necessità in scena dal primo all’ultimo quadro di tutti gli atti a dire poesia. Col suo carico, esibito o sotteso, di abbandono e solitudine.
Nella nota finale scritta per l’edizione di Trasumanar e organizzar, Pasolini avverte che la raccolta è nata sotto l’idea della diminuzione di futuro per la propria esistenza e, per reazione, dell’aumento del piacere di vivere. E la ricerca del piacere continua, nei versi, a vivere di momenti e luoghi ormai antichi. E torna, immancabile, l’accento sulla solitudine. La solitudine: bisogna essere molto forti/ per amare la solitudine… E’ la poesia Versi del testamento[32]Quando in vecchiaia la stanchezza comincia a farsi sentire, avverte il poeta, il rischio è quello di non avere forze bastanti per uscire, affrontare la passeggiata serale. Nella quale, aggiunge in modo tremendamente inquietante, non si devono temere/ rapinatori o assassini. Ma sarà l’incontro occasionale di puro sesso a soddisfare il desiderio di solitudine. E la solitudine è ancora più grande se una folla intera/ attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni. Ogni incontro è un momento della solitudine e più caldo e vivo è il corpo gentile/ che  unge di seme e se ne va,/ più freddo e mortale è intorno il diletto deserto.  Per una camminata senza fine per le strade povere bisogna avere gambe buone, una resistenza fuori del comune: bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani. Ma non c’è nulla al mondo, nessuna soddisfazione che la vita possa offrire che valga l’incontro nella sera con la  solitudine.




(Il testo presente è una rielaborazione di quello pubblicato nell'autunno 2002 su La mosca di Milano)


[1] Il Narciso e la rosa, è in L’usignolo della chiesa cattolica, comprende poesie scritte tra il
1943 e il 1949. Vedi P.P.Pasolini Bestemmia, Tutte le poesie, Garzanti, pag. 333.
[2] Sermone del diavolo, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 323
[3] Il Narciso e la rosa, cit. pag. 332
[4]Sermone del diavolo, cit. pag. 323.
[5] L’illecito, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 326.
[6] Solitudine, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 328.
[7] La nascita di un nuovo tipo di buffone, in Trasumanar e organizzar, edita nel 1971, in P.P.
Pasolini, Bestemmia, cit. pag. 902
[8] La realtà, è in Poesia in forma di rosa, comprende poesie scritte tra il 1961 e il 1964. Vedi
P.P.Pasolini, Bestemmia cit. pag. 654.
[9] Ibidem, pag. 653.
[10] Ibidem pag. 653.
[11] Supplica a mia madre, in Poesia in forma di rosa,  cit. 640.
[12] La realtà, cit. pag. 653.
[13] Ibidem, pag. 640.
[14] Lingua, è in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 351.
[15] Dies irae, ibidem, pag. 360.
[16] Vedi Franco Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, pag. 188.
[17] Lingua, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 353.
[18] Ibidem, pag. 353.
[19] Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, cit. pag. 639.
[20] Le belle bandiere, ibidem, pag. 740.
[21] Ibidem, pag. 740.
[22] La realtà, cit. pag. 653.
[23] La realtà, cit. pag. 654.
[24] Il pianto della scavatrice, in Le ceneri di Gramsci, comprende poesie scritte tra il 1952 e
il 1957. Vedi P.P.Pasolini Bestemmia, cit. pag. 248.
[25] Ibidem, pag. 249.
[26] La persecuzionein Le ceneri di Gramsci, cit. pag. 686.
[27] La realtà, cit. pag. 649.
[28] Le belle bandiere, cit. pag. 736
[29] Ibidem, pag. 741
[30] Ibidem, pag. 737
[31] La nascita di un nuovo tipo di buffone, in Trasumanar e organizzar, Vedi Bestemmia, cit.
pag. 901.
[32] Versi del testamento, in Trasumanar e Organizzar, cit. pag. 959.