lunedì 30 ottobre 2023

Macchine, proprietà privata e "L'alba di tutto" di Graeber e Wengrow (prima parte).

 




A rileggere di Graeber L'alba di tutto mi torna alla mente una fantasia giovanilissima ma non propriamente infantile nella quale immaginavo un ideale di vita da adulto in una casa isolata in un bosco con una compagna (forse dei figli) dalla quale mi allontanavo per andare a caccia. Verosimilmente poi, ma la fantasia in realtà non andava molto oltre, aiutato da lei avrei lavorato per la manutenzione della casa e dei dintorni. Altrettanto verosimilmente lei avrebbe adattato a orto pezzi di terra vicini curando sementi e selezionando erbe, dimodoché a un mio ritorno a mani vuote avrebbe lei messo comunque qualcosa in tavola, tanto più se nell'orto scorrevano galline e più in là qualche pecora o una mucca, un quadro inevitabilmente abitato anche da un cane.

Certo si trattava di una fantasia che sarebbe stata comunque alimentata poderosamente da tante letture di libri per ragazzi e poi dalle fattorie del far west statunitense e così via. Ma sul come mi era nata inutile tentare ipotesi. Quello che richiama la mia attenzione è che non immaginavo una vita da lupo solitario e che la famiglia era decisamente nel mio orizzonte. Con già intravista una divisione del lavoro, quella che dall'alba dei tempi si sarebbe codificata in una divisione di genere dei ruoli.

Ma dove stava la vita di relazione in quella fantasia? parenti? aggregazioni intorno alla famiglia per solidarietà e interessi? Comunità di intenti? 

Da dove mi proveniva l'idea di una famiglia ristrettissima al margine di una società complessa qual era comunque già l'Italia della mia infanzia? Metto per forza di cose sul conto una prima reazione alla mia disastrata famiglia, fallimentare sotto ogni aspetto. Però quella recinzione così angusta della 'casa'  che avevo in mente denunciava come paura per una vita di relazione allargata.

A  leggere Graeber viene in mente che quella mia visione non era altro che la visione dell'inizio della società civile. Inizia da lì la nostra civiltà, dai cacciatori, raccoglitori, allevatori di bestie e semenze. Per me si trattava evidentemente a differenza forse di altri di cominciare dall'alba di tutto la mia storia abbandonando  quella fallimentare nella quale allora vivevo.

Nella mia fantasia che posto aveva la proprietà privata? E, diventato adulto, che posto aveva? Non avendo in quell'età altro che quattro spiccioli in tasca, quelli del mio lavoro precario di allora, quello della proprietà privata non era un problema, semmai era qualcosa che avevo alle spalle e intorno a me, comunque non era un mio fine. Anzi, per una tendenza all'anarchia, ero sensibile alle proposte culturali e politiche che la mettessero in discussione come fonte di mali più che di benessere. La scoperta di Marx e dei movimenti rivoluzionari di mezzo mondo mi indicarono una strada che sarebbe stata senza ritorno soprattutto perché il mio bisogno di relazioni incontrò prima la contestazione generale studentesca e quasi contemporaneamente il fiume in grossa delle lotte operaie. Un insieme tendenzialmente rivoluzionario che aveva proprio come obiettivo quello di inceppare magari definitivamente il processo di accumulazione della ricchezza privata che nasceva con lo sfruttamento del lavoro dentro le fabbriche e nelle case. Un'equazione semplice e entusiasmante. La cui dimostrazione era in corso per le strade.

Milano agli inizi degli anni sessanta era attraversata in lungo e largo da masse di operai e di studenti in lotta. Ma per cosa? Gli studenti contro l'autoritarismo dei baroni universitari soprattutto, che nascondeva sotto traccia la loro collusione con i poteri finanziari e il loro ordine in sostanza ancora fascista. La classe operaia contro l'organizzazione generale dello sfruttamento del lavoro.

Interrogavo ovviamente costoro perlopiù. E l'accento svelava sempre molto di più di quanto capissi. "Non è solo la fatica di tenere le mani alzate alla catena di montaggio che scorre sulla tua testa. Ti ci abitui, anche se a sera hai la schiena spezzata in due che non basta una notte. Quello a cui non mi abituerò mai è che mi rubano lavoro, e io quasi non me ne accorgo. Alla fine della scorsa settimana i pezzi lavorati erano tot. Da questo lunedì i pezzi erano tot più tre. Come è possibile? In maniera che sul momento non te ne accorgi la velocità della catena era aumentata, tu lavori nelle stesse ore alla catena più pezzi e quasi non te ne accorgi. E semmai ti dicono che è stato un caso. Che poi però diventa normalità. Perché la macchina ha ormai incorporato i nuovi ritmi e tu ti ci devi abituare. In più i compagni vicini che avevano cominciato a accorgersi della faccenda non li vedi più perché sono stati spostati."

In realtà ciò bastava per lasciarsi alle spalle ogni discorso più o meno filosofico o ideologico sulla proprietà privata. L'accumulo di potenza e ricchezza da parte di alcuni - gente in gamba, di grande intelligenza e iniziativa, ma avente senza dubbi all'interno anche molte persone stupide e incompetenti oltre che prepotenti e violenti - appariva visibilmente legato alla proprietà delle macchine, al possesso delle nuove tecnologie, capaci di imporre all'infinito un meccanismo di riproduzione del profitto avendo alla base l'intensificazione della giornata lavorativa pagata sempre meno. Per dare inizio a un processo lavorativo, sui cui prodotti si innestava via via un intervento sempre più complesso e sofisticato e quindi pagato di più, bastava infatti un lavoro povero di manualità e competenza che meritava solo un salario minimo. Gli esiti di un sistema così organizzato sono visibilissimi oggi dopo che, alla classe operaia di base, intelligenza dei meccanismi lavorativi e capacità di iniziativa sono state tolte. Almeno sino  ad oggi.

Gli operai e le operaie con le quali mi sono mescolato avevano allora le idee chiare. Non si trattava di discutere ulteriormente se la proprietà privata fosse o meno un furto, a essere rubato era sicuramente il lavoro, si trattava di inceppare con le lotte quel meccanismo. Che portava, grazie alle macchine (quelle sì indiscutibilmente proprietà privata) e al loro uso necessariamente all'impoverimento, allo svilimento del lavoro della gran massa alla base della produzione e della produttività. Quegli operai e quelle operaie si trovarono ad essere un soggetto rivoluzionario perché avevano capito e denunciato il meccanismo su cui si basava l'intero sistema. Quel sistema in seguito non si sarebbe lasciato sorprendere più così facilmente, almeno nel nostro paese dove intelligenza e furbizia da predoni e ladri sono da sempre più efficienti che altrove.

Quel ciclo di lotte, sconfitto alla fine da più fattori, ha lasciato memoria di un'alternativa al sistema che oggi sembra inarrestabile? E poi, seguendo il lavoro di Graeber, quelle lotte hanno riaperto la questione se sia possibile una soluzione diversa da quella che, all'insegna della proprietà privata dei mezzi di produzione, ci appare sempre più una strada destinata a distruggere le forme di civiltà più intelligenti e creative del pianeta?

martedì 13 giugno 2023

Mettere accanto in una ricerca Kafka, Beaudelaire, Benjamin, Leopardi...

 



Mettere accanto in una ricerca Kafka, Beaudelaire, Benjamin, Leopardi e quanto di rilevante di opere e pensiero era possibile connettere con loro, è stata un'esperienza 'letteraria', dove le virgolette vogliono indicare quel mondo della fantasia e dell'immaginazione di cui poesia e arte sono padrone, ricca e suggestiva ma infine muta per il presente. E il perché non è nemmeno semplice. Ricchezza e suggestione provengono da certe loro affinità che ancora sorprendono, ma in definitiva ciò che li accomuna era chiaro anche prima, intendo la radicalità della critica al loro presente. Che si può riarticolare e ripresentare ma si tratta in definitiva di deja entendu che per se stesso non mi stimola a scrivere. Troppo vuoto sento l'uditorio in questo camminare desolato sulle macerie della sinistra, spazzata via dal berlusconismo che ha invece liberato tutto il fascismo residuo nonché nuove energie reazionarie e oscurantiste del paese a sostegno del pensiero unico dell'Occidente.

Peraltro appunto credo che la galleria di 'affini' a codesti autori potrebbe essere allargata di molto pescando tra '800 e primo '900. A prima vista sembrerebbe che Benjamin sia quello meno connesso agli altri citati, in realtà le sue posizioni di materialista storico e in qualche modo di marxista eretico sfociano in una tensione letteraria appassionata e poetica fino al limite della visionarietà - basti qui l'angelo sospinto verso il futuro da una tremenda bufera che rappresenta il progresso e la modernità già ricchi delle macerie del passato e la speranza di una 'piccola porta' per la rivoluzione - che lo allacciano al criticismo radicale degli autori citati sopra.
E tuttavia la ricerca mi ha fatto sì ritrovare tutte le forme del pensiero critico radicale ma mi ha posto di nuovo quelle domande estreme alle quali non so rispondere da dentro l'età in cui vivo. Avevano ragione loro, insieme a molti altri. Avevano ragione a dirci che l'Occidente stava e sta precipitando in  rovina. Perché chi vuole tentare di starci dentro deve far finta di vivere in un mondo di simboli fantastici reggendo fin che può alla propria ipocrisia, dice Beaudelaire. Perché chi vuole starci dentro deve adattarsi alla condanna in un mondo assurdo in cui è meglio cercare forme di vita diversa da quella umana, dice Kafka. Perché chi vuole starci dentro deve adattarsi al trionfo dell'ideologia dell'utile che uccide immaginazione e poesia, dice Leopardi.
L'hanno detto così in tanti che a me oggi pesa come un macigno e inutile continuare a dirlo. La critica radicale è ancora attestata nei cuori e nelle menti di molti/e ma sento forti le voci di chi le macerie non le vede e presta un'altra volta volentieri le orecchie alle 'magnifiche sorti e progressive' dell'Occidente, alla micidiale riproducibilità tecnologica, per usare Benjamin, di guerre  a bassa o media intensità, dello sfruttamento dei poveri nei lavori poveri, dei femminicidi, delle morti sul lavoro. Nell'impoverimento finale di quelle che erano le risorse pubbliche del pianeta Terra.

sabato 13 maggio 2023

Poesie civili, poesie politiche, poesie di epica nuova



                                                     la volta a crociera, una rivoluzione che dura
 

Da insegnante ho evitato di parlare di poesia civile. L’espressione, con la quale peraltro sono cresciuto dentro il liceo classico, dopo la critica a volte sin troppo radicale dal ’68 in avanti, aveva finito con l’evidenziare una sua mascherata connotazione ideologica. Era un modo tartufesco per evitare di usare l’espressione ‘poesia politica’. Tuttora, nonostante il ’68 o forse proprio per questo, sostantivo e aggettivo non abitano affatto insieme. Trascuro ora la totale irrilevanza della poesia in generale, vero è piuttosto che se ad essa accostiamo il termine ‘politica’ si storcono i nasi dei più.  Eppure da sempre esiste una poesia politica. Ma preferiamo chiamare anche Le ceneri di Gramsci un poemetto di poesia civile. E anche quello di Giuseppe Giusti ‘Sant’Ambrogio’. E il tono satirico di Montale in ‘Satura’ contro la società dei consumi non ha forse un passo da engagé?


Ciò che poi quella parola porta con sé appesantisce di molto. Porta con sé ‘partiti’ e ‘ideologia’. Ed è del tutto inutile sperare che ‘politica’ venga intesa solo come ciò che riguarda la polis, la collettività.

Lungi dall’essere innocente, la parola ‘civile’ nasconde ideologia e partiti. Giusti e Montale erano entrambi liberali e avevano entrambi un partito a cui riferirsi, a distanza di un secolo. Quanta ideologia stia dentro il neoliberismo attuale non mette conto parlarne qui.

Così ecco che, apparentemente lontano da partiti e ideologie, nel secondo Ottocento e nel primo Novecento, salta fuori il ‘poeta vate’, che, col ruolo di maestro e guida, celebra invece proprio valori e ideali politici, così Carducci, Pascoli, D’Annunzio sono annoverati tutti tra i poeti civili.

A voler andare indietro si dovrebbero rivisitare alla luce di queste considerazioni decine di poeti: da Parini ad Alfieri, da Foscolo a Manzoni e via dicendo. Per quanto riguarda l'oggi valga, per quello che vale, la mia esperienza: un noto poeta col quale anni fa presentavo una mia raccolta, accolse i miei versi così: '...insomma sarebbe come se tu che sei studioso di Storia scrivessi versi di natura storica...'! La Storia si sa è tangente alla politica. Se poi tu sei di sinistra... Perché in effetti nel nostro paese in poesia parlare di un io collettivo fa molto sinistra... se non comunista.

Uno degli intenti che hanno animato me e Franco Romanò nell’avviare dieci anni fa il progetto che abbiamo chiamato ‘Di Epica nuova’, ormai giunto a termine, ( si può vedere cliccando qui) era quello di recuperare all’attenzione un genere di poesia che accanto alla creativa riflessione psicologica, filosofica, morale di natura individuale e intima più tipica della poesia lirica trovasse spazio quella storica, sociale, antropologica, sinanco scientifica, cioè in definitiva civile e politica.

C’entra la poesia epica? Non quella nota. Né quella di Omero, né quella di Ariosto, né quella degli eroi galattici. L’eccezione, inutile dirlo è Dante, maestro di epica lirica. Ma tutto il resto è un mondo arcaico. Anche se è vero che le propaggini, e non solo propriamente quelle, del mondo patriarcale antico arrivano fino a noi.

Zeus fulmina gl’infedeli e stupra ogni giovinetto e giovinetta che incontra, mentre Giunone, votata alla fedeltà, si vendica appena può sugli/lle amanti e figl* di lui. Una normale vita di famiglia patriarcale divina, da cui discendono noti effetti tra umani: sistemi appassionati di competizione, guerre, distruzione, fino al totale consumo dei viventi e dell’inorganico. Il tutto oggi sotto le regole di ferro del neocapitalismo liberale all’insegna di servitù e signorie.

In questo quadro per molti versi drammatico, nel quale le poesie si mettono tra loro in febbrile ricerca di una precisa identità, noi ci collochiamo, verosimilmente, per usare un’espressione di Pier Giorgio Bellocchio, ‘al di sotto della mischia’. Un po’ anche per evitare quello che Walter Benjamin chiama il ‘chiacchiericcio sulle cose vere’ di cui i social sono piuttosto responsabili.

Al di sotto dunque dei generi poetici (coi loro presunti canoni) e anche della parola non sessuata (il maschile considerato neutro universale), ma con ragioni buone: a noi sembra infatti che comunque poesie e autori e autrici e pubblico delle poesie stanno mutando, stanno trasformando toni e accordi, fiati e archi, modanature e nodi, chiavi di volta e perni e nessi in molteplici stringhe di mondi paralleli per ora poco visibili.

giovedì 4 maggio 2023

Blues, labrador nocciola



Blues, labrador nocciola


Su quel prato gigantesco a duemila metri

tenevo tra le dita un fiore senza averlo colto

eppure ti chiedevo delle tue radici, dell'acqua

da cui proveniamo.

Tu per risposta annusavi l'aria sottile,

disperdevi lo sguardo intorno, sulla catena

di Dolomiti che avevamo per sfondo,

con le malghe incassate nei fianchi.


Il tuo interesse era lì,

in quel profondo orizzontale, quello sterminato

spazio di valli che avresti esplorato volentieri

con me, anche se la vita non bastava.

Sì, avevi ragione anche su questo,

le radici stanno sugli orizzonti

e l'esplorazione non finisce mai.

venerdì 10 marzo 2023

Golfo mancato porto fantasma (Cutro, febbraio 2023)



Golfo mancato porto fantasma

sembra dire l’osceno è qui 

golfo di pietà mancato

liquido del nulla decomposto

ossi di mare plasticati

aggrediti da molluschi, 

spugne e alghe, enzimi per le

biotecnologie.


sembra dire l’osceno è qui 

golfo di intrusioni

di specie, minerali e sali

varchi di molle spessore colorato

acqua di radici e polpe scolate

fino ai fondali remoti


sembra dire l’osceno  è qui

golfo mancato, porto fantasma

varco di lingue insepolte

liquidi sversati plasma e linfa,

un poco di vento grazioso

allinea resti e impronte, accarezza

la spuma, la dispone in frange di coltre

venerdì 24 febbraio 2023

La guerra e il 'coro di morti' di Leopardi nel 'Dialogo di F. Ruysch con le sue mummie'



 Se c'è qualcosa di ben evidente nella guerra in Ucraina è il numero dei morti. Tanti morti. Civili e soldati. Uomini e donne, adulti/e e bambini/e. Di una parte e dell'altra. Una coltre nera ricopre centinaia, migliaia di morti in quella terra. Nera è la morte in guerra, nero è il colore del lutto dei vivi. La morte incolore è nera sui campi di battaglia. Il nulla della morte è incolore prima dei massacri e delle distruzioni. Quando le bombe strappano i corpi in tanti pezzi, allora il nulla sembra voler rivestire i colori di una giustizia, di una vendetta, come se i morti rientrando dal nulla potessero sostare almeno un poco ancora per risarcirsi. Il nero della coltre distesasi oltremodo in falde sempre più larghe marca troppo di colore, di odore, di rumore quella terra con la sua guerra, così non c'è sosta possibile fuori dal nulla incolore, inodore, insonoro, intangibile e i morti rientrano nel nulla.

Non possiamo fare a meno di parlare dei morti, dice l'amico poeta, del resto facciamo poco d'altro, righe e versi sono ricchissimi da sempre di colloqui con i morti. 

E di morti parla il volume di versi presentato recentemente nel 'salotto' di Gabriella Galzio (e qui visibile video) intitolato Il tempo dei morti di Alessandro Carrera. Un testo poliedrico di ricche ispirazioni in cui accanto a invenzioni di una certa teatralità parlano morti che richiamano vicende biografiche dell'autore. Un testo per me spiazzante che richiede attenzione. 

Risarcire tutti i morti della guerra presente. Che restino nel nulla dal quale si sono sporti per un tempo di vita molto breve. E noi che leggiamo e scriviamo righe e versi per i morti continueremo a contare sui vivi.  Sulla vita di meraviglie e mistero.

'Cosa arcana e stupenda/ oggi è la vita al pensier nostro, e tale/ qual de' vivi al pensiero/ l'ignota morte appar...', sono tre versi di Leopardi tratti da 'Il coro dei morti' che apre l'operetta morale Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, pressocché sconosciuto perché del poeta filosofo materialista si preferisce parlare d'altro. Lo trascrivo:

”Coro di morti”

Sola nel mondo eterna, a cui si volve

ogni creata  cosa,

in te, morte, si posa

nostra ignuda natura;

lieta no ma sicura

dall'antico dolor. Profonda notte

nella confusa mente

il pensier grave oscura;

alla speme, al desio, l'arido spirto

lena mancar si sente:

così d'affanno e di temenza è sciolto,

e l'età vote e lente

senza tedio consuma.

Vivemmo: e qual di paurosa larva,

e di sudato sogno,

a lattante fanciullo erra nell'alma

confusa ricordanza:

tal memoria n'avanza

del viver nostro: ma da tema è lunge

il rimembrar. Che fummo?

Che fu quel punto acerbo

che di vita ebbe nome?

Cosa arcana e stupenda

oggi è la vita al pensier nostro, e tale

qual de' vivi al pensiero

l'ignota morte appar. Come da morte

vivendo rifuggia, così rifugge

dalla fiamma vitale

nostra ignuda natura;

lieta no ma sicura,

però ch'esser beato

nega ai mortali e nega a' morti il fato.

Al termine del dialogo, nel quale i morti, rinati per solo un quarto d'ora, invitano Ruysch a fare loro delle domande, Ruysch pone un'ultima domanda: 'Quando e come vi siete accorti che eravate morti?' Alla domanda segue solo il silenzio.

lunedì 13 febbraio 2023

Premondi

Ecco, tic tac orologio in ascolto

rumori di chiacchiere sghembe

mani e orecchie incrociate

in pieghi di libri, prezzemoli

e schiocchi di ali nell’ora di pagine 

fogli e quaderni

schiaffo sospiro sospiro di riso

e di lingua s’afferrano al polso

che pulsa, tic tac orologio

ascolto del mondo, premondo di Tea.

martedì 17 gennaio 2023

Gli spazi bianchi della storia.



Il poeta non ha ormai esitazioni nel tempo presente a lasciare dei 'vuoti' nel verso, sa significarli bene. Lo storico non amerebbe mai invece lasciare dei vuoti, dei blanks, invece purtroppo è spesso costretto a farlo, basta pensare alla ricostruzione della storia della mafia. Walter Benjamin consigliava l'inclusione di "spazi bianchi' nella scrittura della storia a mo' di rappresentazione di ciò che ancora non si sa.

Ma anche un poeta: nei suoi Cantos Ezra Pound cita Confucio (Kung) sulla responsabilità dello storico - per il benessere della società - di lasciare lacune nel resoconto della storia. Da Selected Cantos (New York, New Directions, 1970), p. 22: And Kung said " Wan ruled with moderation, / In his day the State was well kept, / And even I can 
remember / A day when the historians left blanks in their writings, / I mean for things they didn't know, / But that time seems to be passing».

martedì 10 gennaio 2023

Il flobert puntato al volo di uccelli


 Il flobert puntato al volo di uccelli, la marina poco distante rumorosa. E’ indubbio che voleva uccidere. Consumò mezza scatola dei piombini con cui caricava, chissà dove finivano. Non senti il grido lungo degli uccelli che non si curavano per niente di lui, l’aria aggrovigliata fittamente da ali nere.

E voleva senz’altro uccidere, e uccideva, la lucertola che lo fissava dalla fessura aperta tra due blocchi di tufo nella casa. La testa nella poltiglia di carne e sangue, la coda recisa dal piombino si contorceva. Lui faceva le corna, dicevano che quella coda semovente portava sfortuna.

Dal letto dove ormai da mesi viveva, spurgando da una cannula nel ventre, il vecchio lo aveva addestrato. Gli contava i piombini, gli ordinava di non uscire di casa col fucile. Che giocasse nell’orto dietro casa.

Ci giocava nell’orto, per ore. La tentazione era di fucilare l’unica gallina. Ma distoglieva lo sguardo.

La morte incombeva sulla casa. Sentiva una smania, di gridare, di menare le mani. Quella era rabbia, la conteneva più di quanto pensasse.

Il vecchio moriva, senza nessuno spasimo, aveva un’aria delusa.

Tornò sulla marina e nel campo da dove aveva mirato agli uccelli si sedette. Passò il resto della giornata ad ascoltare i loro gridi.

giovedì 5 gennaio 2023

"Chi può conoscere i limiti della possibilità?" (Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri)


 

Ogni volta che m'imbatto nella presunta 'chiaroveggenza' dei poeti mi assale un prurito allergico, non perché in fondo non si possa 'addebitare' qualcosa del genere a certi poeti ma perché subito qualcuno ne approfitta per affondare la poesia di costoro in aspetti del folclore spiritualista, animista, trascendentalista e quant'altro.

Nel caso di Leopardi poi, che qualche motivo molto più di altri di essere 'accusato' di chiaroveggenza ce l'ha davvero, le cose si complicano. Perché del pensatore moderno italiano più materialista si finisce con l'assumere le sue riflessioni all'interno della nota visione pessimistica dell'esistenza che gli fa vedere tutto nero, inconciliabile con la sua sofferenza personale, i malanni, ecc.

La critica letteraria, sin dalla seconda metà del secolo scorso, ha messo le cose abbastanza a posto, ma finché ho insegnato nelle superiori milanesi rarissime erano le storie della letteratura che accoglievano questa lettura. Come stiano oggi le cose non lo so, ma presto con i nipoti che arrivano al liceo, avrò informazioni di prima mano.

E dunque sì, Leopardi un po' chiaroveggente lo era. La critica negativa al suo tempo investe il progressivo allontanamento dalla natura da una parte e il contemporaneo affermarsi della primazia dell'utile e del sapere economico dall'altra, orizzonti per lui chiusi e sterili e pertanto di crescente infelicità per gli umani.

Nessun messaggio critico dall''800 poteva arrivare sino a noi con tanta sofferta chiaroveggenza. Dalla scrittura in versi e da quella in righe dello Zibaldone, delle Operette morali, dei Pensieri. 

Certo, all'astratto ottimismo dei suoi contemporanei che promettevano un futuro di infinita felicità nel capitalismo incipiente Leopardi oppose un pensiero critico ostile (peraltro ricambiato), ma è sempre lui che scrive nello Zibaldone: "...non ardirei però estenderlo a dire che l'universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all'ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?". (Zibaldone di pensieri,  Milano, 1991, vol.II, p.2297)


lunedì 2 gennaio 2023

diario d'autunno



3 Ottobre
Avrei voglia di scrivere ma ciò cozza con il mio attuale stato, quello che riesco a fare
è solo qualche breve riflessione, magari su FB, il che però mi immette nel luogo che maggiormente mi crea contraddizioni tant’è vero che ci torno ogni tanto per decidere di non farlo più. Avrei voglia di leggere ma ciò cozza ancora con me stante il fatto che i libri li lascio a metà (non tutti). Però c’è il libro sull’epica da mettere insieme e chissà cosa verrà fuori. Poi c’è Piergiorgio che dal suo Diario del Novecento fa il grande intellettuale moralista che è stato e che si lascia leggere. Odio avere impegni. Non so che farmene. Se non ne ho però un po’ li cerco. Stiamo bene a Milano e credo proprio che l’abbuffata di Cinquale ci vorrà ancora un pò per digerirla. Sarà perché non vivo nulla di cogente. La politica mi annoia e in questo momento di guerra che dire? Non sono un intellettuale in questo momento impegnato se mai lo sono stato, sono uomo di lettere un po’ all’antica, di quell’epoca remota mai esistita in cui il prof di lettere era buon artigiano di lettere, sempre sulla soglia di casa, questo sì, con una forte propensione a essere attivo, uscire, fare la spesa, andare in bici, ma anche impegnare le mani, fare buchi nei muri, pittare le porte, magari cucinare. A’ nottata è passata, e dunque che altro c’è da fare? Insomma un letterato pacifico di provincia, Rimini magari anni ’50, non Milano, a Milano c’è la Storia e se studi Storia allora diventi intellettuale ma per scelta fortemente sentita, di quelli impegnati a dire il mondo e magari a capovolgerlo. Bisognava farlo. Ora tutto torna come prima e peggio. Bisognava comunque provarci. Ora via Bellezza parco Ravizza sono di fatto come la mia Rimini vissuta negli anni ’50, anni spensierati, disimpegnati, senza storia, il mare a portata di bicicletta, le ragazze, gli amici di strada, il profumo degli alberi, del mare, le carezze nella loro espressione più innocente. Perché non godere ancora di tutto ciò? La rivoluzione è stata. Tutto domani cambierà. Ma forse no.

7 ottobre 

Non c’è che dire, invecchiare porta con sé posture di ogni tipo. Una mi viene sempre più spesso da notare in certuni che come me si inerpicano sopra gli ottanta. Se dici loro: ho visto…, loro dicono anch’io. Se dici: ho letto… dicono anch’io. Se dici: ho pensato…dicono anch’io. Credo che ne siano profondamente convinti anche se non è vero. L’idea di essersi lasciati sfuggire qualcosa deve essere un tormento, forse ne va la stima per se stessi, devono aver evidentemente, a suo tempo, concertato come supremo obiettivo identitario quello di conoscere, sapere, imparare, avere notizia, avere cognizione, apprendere, intendere, essere informato, essere al corrente, essere certo di tutto quello che gli umani e la natura mettono a disposizione. Un bel fardello da portare. 

Basta leggere e studiare per oggi, ora si va insieme a rigovernare le galline…, mi diceva mia nonna e mi portava con sé nei fondi dove quelle razzolavano.



17 ottobre Milano

oggi  resecare al Galeazzi la pustola sull’occhio alle 15. Tutto qui. 

Meloni e Berlusconi fanno pace, difficile che riescano a far saltare il governo non ancora nato, gli tocca farlo. Che teatro, non si può che ridere perché per quanti danni possa fare ancora questa gente anche se più a destra è l’insieme europeo e mondiale che ci sta addosso, ora anche con  la guerra e la terribile crisi e impoverimento dei poveri e senza lavoro pagato che minacciano tutti i giorni mascherando che è in atto da tempo, felice Europa un corno con tutta la gente che fa la fame e la farà ancora di più. Possiamo solo stare a guardare. Non abbiamo strumenti reali di opposizione ma nemmeno energie acconce.


26 ottobre 

Underdog? Dice Meloni. Non ho problemi, da tempo anche in Parlamento riecheggiano parole anglo/americane. Certo se avesse usato sfavorito, svantaggiato, penalizzato avrei capito subito, invece ho dovuto usare il dizionario. E allora? Allora c'è che il termine, usato con molta passione dalla presidente, ha evocato in me il sogno americano, quello che una ce l'ha fatta ad arrivare impegnandosi allo spasimo contro ostacoli e impedimenti. Chapeau. Tutte le volte che in qualche modo mi arriva quel sintagma, sogno americano, tanto in voga, non posso fare a meno di pensare a chi è rimasto triturato dalle regole spietate del sistema e non ce l'ha fatta. E siccome sono un (ex) prof di estrazione famigliare sgangherata so cosa vogliono dire le favorevoli condizioni di partenza per potercela fare (e siccome il 'merito' c'è già, come dice Cepollaro, non c'è bisogno di rincarare la dose). Molti miei compagni di strada hanno avuto solo la fabbrica come occasione nonostante l'intelligenza brillante (qualcuno è finito pure prete non per vocazione ma perché era l'unico modo per una famiglia di sgravarsi dal peso economico dell'istruzione). Certo, da noi c'è ancora un po' d'inclusione (grazie alle conquiste sociali e politiche degli anni sessanta e settanta) in più ma comunque arrivare trafelati e spremuti alla meta non è sempre buono, a meno di farsene appunto carico da parte del nuovo governo e aprire una grande stagione di spesa per l'Istruzione, non solo per stipendi più dignitosi ai docenti ma soprattutto per garantire a tutti/e uguali condizioni di partenza. Gratuitamente ovviamente, il che non fa sogno americano.