lunedì 25 giugno 2012

Epilogo

Ci muoviamo, ci incontriamo, parliamo,
ci tocchiamo. Con leggerezza, con gravità,
con passione, con allegria.
Ma  un brusio che ora si infittisce ora si sgrana,
viene da lontano o procede qui davanti,
esiste intorno a noi, qualcuno lo intuisce ma il poeta
lo traduce in parole. Patrimoni di saperi,
vicende narrabili, potenze, soggettività si intrecciano
e formano una dimensione invisibile,
una compresenza immateriale. Un disegno a lapis,
che pulsa, nel cuore delle città, nelle praterie,
nelle valli di boschi.

giovedì 21 giugno 2012

Un'esperienza al termine

Ho amato moltissimo scrivere 'Inverno a Colonia' quasi in diretta con quella mezza dozzina di persone che hanno frequentato il blog. Mi sono sentito gli occhi addosso. Questo è stato uno stimolo, non un peso come qualcuno può ritenere. Non riservo alla poesia nulla di esoterico, i versi nascono per una loro autonoma forza che richiede ascolto e pazienza.
Ma 'Inverno a Colonia', nonostante un certo desiderio di prolungare la faccenda ancora un po', è davvero terminato. La memoria, in nove mesi di auscultazione, mi ha restituito tutto quello che poteva e la riflessione si è intrecciata ad essa spontaneamente. La consapevolezza di aver concluso, ora mi emoziona inaspettatamente: è come se mi staccassi da una parte di me, come se partissi per altrove, del resto sto abbandonando, probabilmente per sempre, forse il periodo più complicato della mia vita.  Quanto ho qui scritto sarà ora oggetto di una revisione lunga e attenta che non so quanto durerà e in quanto modificherà il tutto. Una cosa è certa, conclusa questa esperienza insolita, le tre parti del poemetto conosceranno una edizione cartacea, non so ancora con quale casa editrice.
Manterrò il blog, con lo stesso titolo. Resterà una finestra di riflessione sulla poesia contemporanea, ma continuerà anche ad essere un luogo della mia produzione, intorno alla quale per ora non ho progetti.

lunedì 4 giugno 2012

Mi sottraggo al tot, al quot, al plus,
all'up, al best and score,
a performance, accumulo, consumo,
al tutto compreso di qualità e di eccellenza,
ovvero al meglio for ever,  nient'altro...
Claudio dice di tenere ai suoi libri, ha fatto il liceo,
non gli pesa il lavoro servile, teme la guerra e la rivoluzione,
si riserva la fuga come rivolta possibile.
Piange con sentimento con gli ufficiali
del pub, smaltisce la sbronza da solo nella branda.

martedì 29 maggio 2012

Dal piazzale delle passioni verso Ovest
si vedono nella pianura lunghe teorie di treni
entrare e uscire dalla fabbrica, portano
auto incerate verso le grandi città.
Da qui fino a qui, racconta l'operaio della Ford,
il lavoro alla catena è come in amore
la mia donna dice da qui fino a qui, oltre
non si fa toccare, nemmeno io mi faccio
fare, se i pezzi che lavoro sono di più
vuol dire che la catena è più veloce
e io la fermo del tutto, non sono un servo
e i patti sono patti anche per noi.

giovedì 24 maggio 2012

L’inverno lascia tracce come tutte le stagioni,
l’inverno di Colonia anche si scioglie
in una stagione nuova a Sud d’Europa
dove il sole più caldo, i giorni più lunghi
moltiplicano ombre e luci.

giovedì 17 maggio 2012

Il maschio latino, dice Claudio, misura
il necessario col disponibile, come scambio
naturale tra cacciatore e preda.
La ripetizione per lui è un atto d'amore
ma è solo performance del genio,
raramente la preda piegata al bisogno
conosce attrazione e desiderio.
Se accade si liberano voci
per favole, racconti e incontri d'amore.

martedì 15 maggio 2012

La memoria richiama persino odori, rumori
ma il labirinto si completa solo se il presente
le presta un senso, come quando viene giù l’acqua
a cascata tra le felci e si deposita a valle in bacini
di pietra e lì è la gravità che spiega caduta, percorso
e quanto l’acqua ha trascinato con sé.

martedì 8 maggio 2012

A volte la memoria non seleziona, forse sempre.
Te ne accorgi quando richiama lo sgradito, il turpe.
Così l'inconscio quando accende i sogni.
Ti chiedi dove ha trovato quella materia.
Pensi che sia sentina, vive invece con te
nella rete invisibile del presente.
Della giovane greca non si sa più nulla
qualcuno dice di averla vista entrare di nascosto
nel campo, altri si spingono oltre,
il sardo la picchia sul ventre per farla abortire.

venerdì 4 maggio 2012

Sul piazzale delle passioni Claudio fa la corte
alla giovane donna,
Qualcuno ci metta corone di aneto intorno al collo
e sul petto versi dolce profumo le canta,
recita Alceo a memoria senza errori,
La migliore medicina è darsi da fare col vino
e ubriacarci.
Claudio tradisce la pena, ha rotto col passato
è pronto per il deserto.

lunedì 30 aprile 2012

Ci vuole coraggio per fare di una riga un verso
accendere parole senza incendiarle
guardare i passanti diritto negli occhi.
Claudio a tarda sera traccia una serpentina
sul sentiero, non sbaglia la meta
ma alberi e cielo ruotano insieme sulla sua testa.
Nella sua branda la brace della sigaretta
s’illumina a tratti nel buio per tutta la notte.

sabato 28 aprile 2012

In Giacomo Leopardi poesia e teatro sono fonti di coesione sociale.


Poco prima dell'inizio della sua avventura alle dipendenze di Antonio Fortunato Stella, editore in Milano, Leopardi compone il  ‘Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani’: da esso è possibile in qualche misura dedurre anche le sue conclusioni sulle possibilità di una massificazione del lavoro intellettuale in generale al suo tempo in Italia (e questo al di là del suo giudizio specifico sulla letteratura italiana che, come si sa, era negativissima). In quella complessa indagine di tipo sociologico, scritta nell'aprile del '24 e frutto probabile delle sollecitazioni e delle suggestioni provenienti dall'Antologia di Gian Pietro Viesseux (il quale ultimo da Firenze insisteva invano per ottenere la collaborazione del poeta recanatese), Leopardi, partendo dalla constatazione della arretratezza complessiva della società italiana rispetto a quelle d'oltr'Alpe, ne rinveniva la causa fondamentale nella mancanza di quella che egli chiamava ‘società stretta’.
Frutto in parte della natura socievole e imitativa degli individui e in parte del bisogno e della volontà, questa società stretta è propriamente, nell’analisi di Leopardi, una sorta di patto sociale attuato «principalmente» tra coloro che «dispensati dalla loro condizione dal provvedere coll'opera meccanica delle proprie mani alla loro e all'altrui sussistenza», impiegano il loro genio a riempire il vuoto della vita, a dissimulare la vanità delle cose, a ingannare il pensiero della «inutilità della vita e delle fatiche»
e a mantenere «come che sia e per quanto è possibile l'illusione dell'esistenza». Condizione indispensabile al funzionamento di tale patto e conseguenza essa stessa è l'affermarsi come valore, dentro quella società stretta, della pubblica opinione. È questo, afferma Leopardi, l'unico, ma potentissimo, vincolo sociale rimasto alle nazioni dopo che la diffusione dei lumi settecenteschi ha provocato «la quasi universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si possono fondare i principii morali»; la sua forza è l'unica nelle società moderne a garantire la saldezza di un corpo sociale, sopperendo alla comprovata insufficienza delle leggi e della forza pubblica a «ritenere dal male» o a «stimolare al bene».
Nelle nazioni in cui questa società stretta si è affermata, là dove si è affermato «un commercio più intimo degli individui tra loro» e cioè l’amore per la conversazione e per «relazioni più strette e piùfrequenti», gli individui sono maggiormente portati a tenere conto l'uno dell'altro e a desiderare stima e buona opinione reciproche.
Ciò sicuramente, avverte Leopardi, non avviene in Italia, fatta forse eccezione per qualche città più grande; perlopiù infatti, al contrario di quanto avviene negli altri paesi dove ciascuno considera
«la massima delle sventure la perdita o l'alterazione dell'opinione pubblica verso loro» (tale peraltro è la "miseria" dei tempi), gli italiani hanno addirittura in spregio l'essere o l’apparire conformi,
affini, intonati d'opinioni e d'idee. «Ciascun italiano fa tuono e maniera da sé» conclude a proposito Leopardi. Viceversa il "bon ton"ovvero l'amore per un'opinione pubblica favorevole, per quanto «piccolissima e freddissima cosa» è, insiste Leopardi, l’unico principio conservatore delle società e ad alimentarlo, e il poeta mette ora a fuoco il nocciolo della questione, contribuiscono efficacemente un teatro nazionale e soprattutto una letteratura nazionale moderna, la quale ultima è anzi la fonte più grande di quella auspicabile affinità di opinioni, gusti, costumi, maniere.
L'amore per la società stretta è dunque nell'analisi leopardiana peculiare di una società culturalmente dinamica, moderna, capace di offrire occasioni e stimoli al vivere sociale. Solo in una società stretta anche chi è intimamente convinto della inutilità della vita e delle fatiche finisce, a dispetto di sé, col dover battagliare e scendere a patti con quell'io collettivo interiorizzato che spinge al socievole e a considerare la vita stessa degna di essere coltivata, studiata ed esercitata. È questa la situazione migliore perché l'immaginazione inneschi finalmente tutta la sua potenza illusoria contribuendo con le sue opere alla formazione di quella pubblica opinione che sedimenterà poi nella nazione usi e costumi.
Ma l'Italia fra le nazioni è «la più morta, la più fredda [...] indifferente, insensibile, la più difficile ad essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall'immaginazione neanche per un momento [...] priva affatto di opere di immaginazione, di poesia qualunque [...] di opere sentimentali, di romanzi [...]». Gli italiani passano il loro tempo «a deridersi in faccia gli uni e gli altri» disprezzando giudizi e opinioni altrui e il grado più elevato di vita di società e conversazione per loro sono il passeg-gio, gli spettacoli, le messe e le prediche. Di quella società stretta, che facendo stima del giudizio altrui e delle sue «lusinghe senza bassezza» attivasse l'immaginazione a produrre illusioni, simboli, miti e leggende per dare un senso alla vita e vincoli ad una nazione altrimenti disintegrata, Leopardi non trovava quasi traccia in Italia. Gli italiani gli apparivano chiusi in una fredda, geometrica, «ragionevole» indifferenza sociale; piuttosto che il loro raziocinare cinico ed egoistico, annotava infine, non sarebbe stato da considerare scandaloso un diffondersi ulteriore di libere espressioni di fanatismo e miracolismo, visionarismo e settarismo nelle quali l'immaginazione giocava almeno ancora una parte.

giovedì 26 aprile 2012

giovedì 26 aprile 2012

A proposito di quanto detto nel post del 24 marzo.
La bellezza sta nei significati, mi suggerisce l'amica V. , non senza un pizzico di malizia.
Più radicale l'intervento dell'amico N. il quale taglia corto e mi spiazza con la serafica affermazione contraria: quel lavorio instancabile, a volte ossessivo, dei poeti che sperimentano dilatazioni e/o contrazioni semantiche è fonte di bellezza! Con una avvertenza per l'uso, si affretta ad aggiungere prima che io tiri fuori le mie obiezioni, di quella bellezza la poesia può fare a meno, anzi meglio lasciar stare. I poeti che hanno assunto come loro unico universo poetico il lavoro sui significanti hanno spesso del genio ma hanno perso la strada. In ogni caso la bellezza dei significati è sufficiente a se stessa, quella dei significanti no! I significati possono fare a meno dei giochi sul significante: essi stanno a un buon piatto sostanzioso, condito e servito a dovere come i significanti stanno ai manicaretti dello chef di grido!
Un lettore mi chiede come mai ultimamente pubblico post molto a rilento.
'Inverno a Colonia' continua ad essere la mia prova creativa più importante anche se sono impegnato su altri fronti. Continuo a pensare che quella in corso sarà l'ultima parte ma sarà anche quella più complessa per le sue novità nel linguaggio e nei temi. Non è più solo una questione della memoria a rilento su un episodio così lontano, è la materia in sé a fare gorgo. In certi momenti sono come ingolfato da una quantità di idee e immagini che nella pressa di uscire si ostacolano e io non riesco a trovare l'ordine con cui accompagnarle su questa pagina, bianca come quella di carta. Altre volte, forse come conseguenza, resto muto come in un deserto. Ma questa, più della prima, è condizione felice per scrivere. L'idea del deserto è quella con la quale ho maggiore confidenza nonostante non ne abbia mai attraversato realmente uno.  L'idea di deserto è sufficiente a farmi intravedere la pista. So che nel deserto di cui parlo la pista non esiste ma è tutta da scoprire, è il desiderio della pista che crea il deserto.

giovedì 29 marzo 2012

Il tradimento di Claudio è il titolo di questa quarta parte. Claudio dovrebbe esserne il protagonista ma la memoria qui è avarissima. Tema di fondo resterà però quello su lavoro manuale e lavoro intellettuale, se ne discuteva molto in quegli anni di boom economico quando l'Italia era una sorta di locomotiva dell'economia europea.

In novembre in questo blog avevo dato inizio alla presenza di Claudio, riporto qui quanto scritto il 3 novembre 2011, era un giovedì.



Sbarazziamoci dell'autunno affrontiamo
l'inverno, dice Dieter, la giustizia non viene da Est,
nemmeno da Ovest gli fa eco Claudio.
Sul piazzale Claudio aggredisce Dieter
rientrante al dormitorio, lui prende servizio
nel pub per gli ufficiali proprio a quell'ora,
verso le dieci di sera è bevuto, come tutti.
Tell me Italia, tell me Italia...
Claudio triestino ha un perfetto inglese
ma Saba e Svevo non fanno argomento.
.

mercoledì 28 marzo 2012

La poesia è scandalo.
Nulla di più scandaloso che essere fuori dalla competizione per il tot e il quot e il plus. L'up, il best, lo score. La performance, l'accumulo, il consumo. Il tutto inteso come qualità, eccellenza. Il meglio, for ever. Nient'altro.  Chi vive dentro questa filosofia di vita ha questa caratteristica: la ritiene il meglio delle scelte, anzi l'unica possibile le altre essendo frutto di ideologie perdenti. Come se il mercato con le sue derive fondamentaliste e con le sue forme dettate dall'evoluzione intrinseca delle regole del profitto, come le multinazionali e la finanziarizzazione dell'economia, non fossero organizzate dentro una ideologia: il fatto è che questa è più vincente delle altre, anche se i vincenti sono costretti, obtorto collo, ad addomesticare e riformare le loro forme a causa di un'opposizione più o meno organizzata che ogni tanto vince qualche battaglia. Sono convinti di essere nel giusto. E vogliono essere liberi di licenziare l'operaio tutte le volte che gli sembra giusto, perché loro rischiano i propri soldi. L'operaio ha bisogno almeno della sicurezza del posto di lavoro perché a rischio in fabbrica c'è la salute, non solo quella organica del corpo ma anche quella organica alla mente perché dieci ore di lavoro manuale ti impediscono di fare nient'altro.
Si chiedono come facciano a scoppiare le rivolte e le guerre 'necessarie' contro le rivolte.
La poesia imbarazza come nessun'altra arte. Fuori com'è dal mercato e dal potere che esso porta con sé. Chi c'è dentro si scrolla di dosso la poesia con un'alzata di spalle, a volte persino con l'irrisione dato che relega all'immaturità la scrittura di versi. L'irrilevanza della poesia essendo così acquisita ufficialmente, gli animi si tranquillizzano facilmente. Anche se a qualcuno resta il sospetto in fondo all'animo che invece è nella poesia che si giocano la sapienza, la sintesi dell'essere nei suoi movimenti semplici e complessi e persino la bellezza. A volte la poesia s'insinua come il dubbio. Si intrufola come un ladro e ci interroga. Accade quando siamo soli e magari ci sentiamo per un attimo impegnati a non mentire con noi stessi.
Ma tra i vincenti in nome del mercato e quanto c'è al mondo di piatto c'è relazione. I loro sono volti piatti, busti piatti, e hanno dentro piatti intestini e fegati, dimodoché per loro il mondo è solo il luogo dove devono mettere in serie, in sequenza numerica, quantità di oggetti piatti e di momenti piatti, magari aiutandoli a tenersi per mano e accompagnandoli con una musichetta fino all'orlo della vita. Dalla quale restano esclusi per l'impellenza del quantum/tantum prioritario, con seguito di parole piatte, cacaminuzzoli da capre, barbette piatte al mento.
La poesia è scandalo perché vuole parlare anche ai piatti, che  parlando oramai solo tra di loro hanno perso di vista l'universo.

sabato 24 marzo 2012

Interessante quel tuo scritto.
Trovo ormai insostenibile il peso di questa presunta gratificazione che ti arriva quando non ti aspetti gran che ma comunque altro.
Ma insomma la poesia riguarda l'arte o no? E se sì ha a che vedere con l'estetica o no? E allora una poesia o è bella o non lo è, o ti piace o no. E se la trovi interessante intendi che c'è dentro qualche spunto che varrebbe la pena che io sviluppassi o intendi che ahimé non c'è niente da fare?
Pochi hanno il coraggio di dirti: bello! Pochi si assumono la responsabilità di dirti direttamente: bella schifezza!
Anche perché in effetti a chi scrive il giudizio arriva di solito da un altro che scrive, e da una parte è un po' difficile che chi scrive non riesca a dire, in quanto scrive, almeno una cosuccia interessante, dall'altra il giudicante, che scrive appunto anche lui, si troverà presto nella parte del giudicato.
A furia di somministrarci questi 'interessante' abbiamo finito col trovare molto significativo che il tale te lo abbia regalato. Avrà voluto dire che stoffa e talento ci sono ma che vanno coltivati ancora. Avrà voluto dire che la prima impressione è stata buona e che una seconda lettura solleverà e confermerà il giudizio positivo ora prudente. Oppure che la tua poesia non vale proprio niente e dire così è stata una formula per non abbatterti.
La realtà nella maggior parte dei casi è che la tua poesia è irrilevante, che ha davvero qualcosa di interessante ma che si ferma prima che uno possa dire: bella!
La storia è cominciata con Baudelaire, con quel suo perdere l'aureola nel fango della metropoli. Da quel momento è diventato sempre più difficile parlare di bello.
La poeticità anzi è stata messa al bando. La cosiddetta 'aura poetica'.
Giusto così.
Per far pari, o magari qualcosina in più, visto che l'umanità per ora sopravvive, con le brutture del Novecento, bisogna saper andare ben oltre la poeticità.
Perché l'umanità sopravviva bisogna, rispetto alla bruttura che produce, che riesca a creare un grammo di bellezza in più, un secondo di bellezza in più, un millimetro di bellezza in più.
Per questo siamo sempre a un passo dall'abisso, per questo riusciamo sempre a scavalcarlo. Almeno sin qui.

mercoledì 21 marzo 2012

La posta in gioco era l'adesione a una delle regole più efferate: prima ti sistemi, poi pensi all'amore. Prima il lavoro poi la famiglia. C'era a dire il vero anche di più, fuori dalla grande città verso Nord ci si sposava solo dopo avere comprato già la casa! Il sistema funzionava così, prendere o lasciare. E le prime a fare propria questa regola erano le donne. Le quali avevano cominciato a inserirsi nelle attività con grande accoglienza: erano poche ma motivate e comunque avere una buona segretaria era quanto di più normale e desiderabile ci fosse in quell'inizio di anni sessanta. Poche restavano, finivano col fare le amanti del capo e rimanevano zitelle, le altre più numerose e più fortunate trovavano marito e al primo figlio tornavano alle 'loro' faccende domestiche.
Nel campo tedesco quel popolo di emarginati a dire il vero sembrava aver rinunciato a tutto. Nessuno parlava di amore e il lavoro che avevano bastava per sigarette, birra e qualche passeggiata fuori porta al tempo del carnevale. Nessuno si poneva certo il problema se era preferibile il lavoro manuale, grosso modo lavoro servile, o qualche altra dimensione più elevata socialmente. Lavoro servile se ne trovava, persino quello in fabbrica, ma in quel campo mi resi conto che l'operaio apparteneva a una sorta di aristocrazia del lavoro, era gente scafata, muscolare, fiera e combattiva e non amava certo il lavoro servile come quello che facevo io. L'eco delle loro lotte dentro la fabbrica giungeva fino al campo. Le donne impiegate nei lavori di pulizia nelle cucine e nelle mense se non erano  sfatte o brutte puntavano a quegli operai.
Dal campo lo sguardo era attratto spesso dai lunghi treni merci che trasportavano le auto fuori dalla Ford e si perdevano nella pianura diretti in tutta Europa.
La fabbrica attirava anche me, il lavoro che facevo era sotto di almeno un paio di scalini nella guaduatoria sociale, ma gli operai che conoscevo impazzivano per la fatica e l'impossibilità di vivere realmente l'amore, la famiglia, i figli e tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. La fabbrica dettava i ritmi di vita anche fuori, anche nelle case, nelle tavole, nei letti. I giovani spendevano le ultime energie della giornata in qualche bordello improvvisato in un incontro veloce e inutile oppure ubriacandosi di birra nelle cantine.

martedì 20 marzo 2012

Inverno a Colonia.
Questo ora risuona come titolo definitivo.
E non perché la mia stagione attraversò solo l'inverno: arrivai in inverno, era gennaio, ma me ne andai a autunno inoltrato, in realtà cioè vidi l'alternarsi quasi completo delle stagioni dell'anno.
Ma fu inverno per più motivi. Soprattutto perché, se la tensione complessiva rimandava alla necessità dell'amore, amore lì dentro, in quel campo, non ce ne fu. Ma la posta in gioco era anche un'altra. La dimensione del lavoro sarà il tema della quarta e ultima parte del poemetto. Tra lavoro manuale e lavoro impiegatizio, le due dimensioni del lavoro che avevo sperimentato sin lì, stavo liberandomi con fatica verso la dimensione del lavoro intellettuale. Avevo contro mio padre che all'arte aveva dedicato tutta la sua vita, ma avevo contro anche mia madre che temeva a priori che la vita da intellettuale mi avrebbe allontanato da lei.
D'altra parte qualcosa di intellettuale a quel punto dovevo fare per campare visto che in fabbrica non ci andavo e come impiegato avevo già dato. Certo non potevo pensare di campare facendo il poeta. Anche se continuavo a scrivere versi, come fossero appendice caudale inevitabile. Versi per lo più poco curati, poco convinti.
Inverno a Colonia.

sabato 17 marzo 2012

Le cicogne di Micene

8 marzo 2012 - 17 marzo.

Le cicogne di Micene 
(lettera in ricordo dell'amica di viaggio).

Non era l'alba dei sogni né il tramonto delle idee
quel nostro varcare la porta dei leoni 
incastonati nelle pietre di Micene,
aprivano per noi un varco nel tempo,
e a tetti e pareti mancanti
ci accolse odore di fieno e di morte
come se gocce di sangue, ferite aperte,
scintillassero ancora tra basamenti intatti.
Il sentiero ci conduceva a voci sopite,
io a lei tu a lui la mano, per quei tremila anni
come un battito di ciglia, la tracotanza di Agamennone, 
il rancore di Clitennestra.

Dicevamo di scenari soliti,
maschi guerrieri, inventori di ruoli e tradizioni 
per la propria egemonia, private vendicatrici
mai libere a mimarne gesta  e pensieri,
come fosse un destino, più forte degli dei
che hanno abitato alberi, statue e ginestre
di questo paese.
No, nessun destino. 
E' volere arcaico, ordine patriarcale, 
che intreccia passioni e divino,
che ci vorrebbe eredi per sempre di maschere d'oro,
tombe ciclopiche, armature ammaccate.

Ci teniamo noi a passioni pazienti di lumi
e non di incendi. La tua mano a lui la mia a lei
voltiamo le spalle a Micene, abbiamo un patto nuovo
all'altro capo del sentiero, dividere tra tutti 
il tempo di cura dell'aria, dell'acqua, della terra, 
del fuoco e di tutte le nostre risorse. 
Finché il pianeta ci tenga.
Per ora ci contentiamo di un the in questo bar
fuori mano. Le cicogne su quel palo 
ci mandano segnali. L'una si stacca in volo e ritorna,
l'altra, rimasta nel nido, l'accoglie col battito sonoro del becco,
un applauso.
Ci chiediamo chi sia il maschio e chi la femmina.
Le abbiamo lasciate al loro destino.

mercoledì 7 marzo 2012

Divagazioni.




A proposito di 'versi'

Che il pettirosso chioccoli è dato,

l'ape che bombisce si sa,






il tordo che zirla è pure noto,


                             e, per restare terra terra,




nessuno si stupisce che il coniglio zighiMostra immagine a dimensione intera




e che il tacchino goglotti,
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ma via, che il pavone paupuli 

fa un po' effetto, no?