domenica 23 settembre 2012

Aristofane e Lisistrata

caro amico, cara amica

sto leggendo le commedie di Aristofane e sono sorpreso dall'ennesima prova di quanto la nostra cultura non sia altro che un'articolazione di quella greca classica. Rischio la banalità, lo so. Mettila sul conto della mia naivetè e della mia ignoranza. Lisistrata ovviamente è stata reinterpretata come protofemminista. Ma Aristofane non potrebbe essere più lontano da ciò. E non perché invece è maschilista (e neanche perché, più verosimilmente, era misogino, che in certi casi è pure da capire) ma perché al contrario è portatore assolutamente organico del patriarcato: all'interno del quale a noi interessa la codificazione irrigidita dei ruoli, che genera i fondamentalismi (il possesso e la violenza legalizzati sul corpo delle donne) e in tempi favorevoli genera l'emancipazionismo che di per sé non modifica la sostanza del patriarcato, anzi lo rinforza, come la liberazione degli schiavi neri rinforza il sistema di fabbrica.
Insomma nel quinto secolo a.c. (Lisistrata viene rappresentata per la prima volta nel 411) il patriarcato è già al suo apice nella società greca tanto che il sistema culturale può esprimersi al massimo. Non mi interessa dunque rintracciare lì nella commedia di Aristofane, sintomi di rivoluzionamenti, mi interessa rilevare che lì i ruoli sono così vivi che ormai nessuno mette in dubbio che siano 'naturali', nessuno sa più che sono nati da una ipotesi di lavoro resa necessaria per la sopravvivenza. Così ad esempio l'uomo è in sostanza un guerriero e la donna è una casalinga che ama le relazioni, i sentimenti e la pace. Lisistrata che occupa l'acropoli con le donne ateniesi e spartane le invita a sacrificare il proprio desiderio sessuale (potranno magari consolarsi con quel fallo di cuoio che  artigiani di Mileto hanno messo sul mercato) sottraendosi contemporaneamente all'intimità con i propri uomini, sapendo che questi ultimi per riottenerla saranno più disposti a concedere quanto sta a cuore a Lisistrata, cioè la dichiarazione di pace tra ateniesi e spartani (siamo in piena guerra del Peloponneso).
Sembra quasi femminismo ma è solo assunzione di soggettività della donna dentro il patriarcato: che fa vincere qualche battaglia, e la storia qua e là ce ne dà tanti di esempi,  ma perdere la guerra.
Da cosa si deduce ancora l'organicità al patriarcato di Aristofane? Dal suo immaginario erotico. Prima di tutto che lo stimolo sessuale non possa che trovare appagamento dentro la vagina. Non dentro un culo né tra le mani (come Lisistrata invita a fare). In una delle scene finali gli uomini si presentano alle trattative con le donne con i cazzi ritti a dimostrare che i loro appetito sessuale senza le donne non poteva essere soddisfatto. Certo Aristofane conosce le altre risorse ma l'uomo vero, che espone a un pubblico la propria cultura e dunque ciò che fanno i maschi per bene, non può che essere rappresentato in questa maniera.
Le donne vestono baby doll, hanno una quantità incredibile di scarpe, si truccano e profumano e amano l'uomo profumato e coi peli nel culo: Aristofane quasi senza accorgersene sollecita all'accettazione di un immaginario erotico che anzitutto è maschile e non femminile e lo spaccia per naturale, al quale come tale la 'vera' donna deve uniformarsi. Lisistrata è una donna messa in scena da un maschio, portatore di un patriarcato mite ovviamente non fondamentalista. Un patriarcato non fondamentalista ma sempre ordine 'naturale' del mondo.

lunedì 30 luglio 2012

Di corpi, di versi: l'affollata solitudine di P. P. Pasolini

In una pagina qui accanto con questo titolo ho ora postato il mio saggio su Pasolini (una rielaborazione di quello già apparso nell'autunno del 2002 su La Mosca di Milano) ora presente nel numero quattro di Overleft.

lunedì 16 luglio 2012

Il numero quattro di OverLeft

E' finalmente on line il numero quattro di OverLeft.
www.overleft.it
La sezione letteraria è questa volta molto ricca.
Di mio c'è una  riflessione sulla poesia italiana attuale che prosegue il dibattito aperto su OverLeft e che dovrebbe/potrebbe sfociare in un momento collettivo che la redazione sta definendo (convegno, tavola rotonda, ecc.) anche come analisi e interrogativi sugli esiti della poesia d'avanguardia nata cinquant'anni fa. L'articolo è intitolato: La poesia dopo il diluvio: molte domande, quasi nessuna risposta.
Alessandra Pugliese ci scrive da Berlino sulla poesia tedesca.
Romanò analizza due libri di autori tedeschi.
Adriana Perrotta scrive di A. Kristov e A. Ceresa.
Giampiero Neri ci ha regalato una sua lettura di intensa commozione di Vita e destino, di V. Grossman.
Ma ci sono tante altre cose!
Qui accanto, con la scritta in bianco e col titolo: 'Di corpi, di versi: l'affollata solitudine di P. P. Pasolini', ho postato anche il mio testo su P.P.Pasolini pubblicato nell'autunno del 2002 su La Mosca di Milano.

martedì 26 giugno 2012

Il gorgo di cui parlavo recentemente si è sciolto e la quarta e ultima parte è terminata.
La quinta, l'epilogo, consta di un'unica strofa.


La fuga di Claudio

Il campo a Nord protegge non offre impunità.
La cantina apre a sera, senza donne, senza ubriachi.
Il campo protegge e dimidia.
Qui lavoro manuale e servile garantiscono
vite solitarie. Dopo la pioggia sui sentieri
compaiono vermi, vesciche gonfie spurgate
dalla terra.


La memoria richiama persino odori, rumori
ma il labirinto si completa solo se il presente
le presta un senso, come quando viene giù l’acqua
a cascata tra le felci e si deposita a valle in bacini
di pietra e lì è la gravità che spiega caduta, percorso
e quanto l’acqua ha trascinato con sé.


Sbarazziamoci dell'autunno affrontiamo
l'inverno, dice Dieter, la giustizia non viene da Est,
nemmeno da Ovest gli fa eco Claudio.
Sul piazzale Claudio incontra Dieter
rientrante al dormitorio, lui prende servizio
nel pub per gli ufficiali proprio a quell'ora,
verso le dieci di sera è bevuto, come tutti.
Tell me Italia, tell me Italia...
Claudio triestino ha un perfetto inglese
ma Saba e Svevo non fanno argomento.


Mi sottraggo al tot, al quot, al plus,
all'up, al best and score,
la performance, l'accumulo, il consumo,
al tutto compreso di qualità e di eccellenza,
ovvero al meglio for ever,  nient'altro...
Claudio dice di tenere ai suoi libri, ha fatto il liceo,
non gli pesa il lavoro servile, teme la guerra e la rivoluzione,
si riserva la fuga come rivolta possibile.
Piange con sentimento con gli ufficiali
del pub, smaltisce la sbronza da solo nella branda.


A volte la memoria non seleziona, forse sempre.
Te ne accorgi quando richiama lo sgradito, il turpe.
Così l'inconscio quando accende i sogni.
Ti chiedi dove ha trovato quella materia.
Pensi che sia sentina, vive invece con te
nella rete invisibile del presente.
Della giovane greca non si sa più nulla
qualcuno dice di averla vista entrare di nascosto
nel campo, altri sanno di più,
il sardo la picchia sul ventre per farla abortire.


Dal piazzale delle passioni verso Ovest
si vedono nella pianura lunghe teorie di treni
entrare e uscire dalla fabbrica, portano
auto incerate verso le grandi città.
Da qui fino a qui, racconta l'operaio della Ford,
il lavoro alla catena è come in amore
la mia donna dice da qui fino a qui, oltre
non si fa toccare, nemmeno io mi faccio
fare, se i pezzi che lavoro sono di più
vuol dire che la catena è più veloce
e io la fermo del tutto, non sono un servo
e i patti sono patti anche per noi.


Il maschio latino, dice Claudio, misura
il necessario col disponibile, come scambio
naturale tra cacciatore e femmina preda.
La ripetizione per lui è un atto d'amore
ma è solo performance del genio,
raramente la preda piegata al bisogno
conosce attrazione e desiderio.
Se accade si liberano voci
per favole, racconti e incontri d'amore.


Sul piazzale delle passioni Claudio fa la corte
alla giovane donna,
Qualcuno ci metta corone di aneto intorno al collo
e sul petto versi dolce profumo
le canta,
recita Alceo a memoria senza errori,
La  medicina migliore è darsi da fare col vino
ubriachiamoci.
Claudio tradisce la pena, ha rotto col passato
è pronto per il deserto.

Ci vuole coraggio per fare di una riga un verso
accendere parole senza incendiarle
guardare i passanti diritto negli occhi.
Claudio a tarda sera traccia una serpentina
sul sentiero, non sbaglia la meta
ma alberi e cielo ruotano insieme sulla sua testa.
Nella sua branda la brace della sigaretta
s’illumina a tratti nel buio per tutta la notte.


L’inverno lascia tracce come tutte le stagioni,
l’inverno di Colonia anche si scioglie
in una stagione nuova, per molti più a Sud
dove il sole più caldo, i giorni più lunghi
moltiplicano ombre e luci.
Chi crede nel rito, nel gesto sacrificale
versa a larghi gesti in mezzo al campo
una birra conservata la notte sotto il letto.


Orlando, che è lui quello che resta,
incollerito mescola lingue - schon holiday...
dice al suo capo e allude  a Peter
che batte fiacca e lascia a lui di caricare
patate sul furgone - già in vacanza.
La voglia di fuga è sottesa alle ore
un pensiero sottinteso, da non spartire.
Chi abbandona il campo non fa annunci
non lascia tracce dietro di sé,
non consegna nemmeno, come dovrebbe,
il pass al Main Gate col numero di matricola,
la foto sbiadita. Nemmeno per chi chiederà notizie
di Claudio ci sarà risposta,
salvo un gesto della mano nell'aria.




                                            **************************


Il brusio della memoria
Ci muoviamo, ci incontriamo, parliamo,
ci tocchiamo. Con leggerezza, con gravità,
con passione, con allegria.
Un brusio che ora si infittisce ora si sgrana,
viene da lontano o procede qui davanti,
esiste intorno a noi, qualcuno lo intuisce il poeta
lo traduce in parole. Patrimoni di saperi,
vicende narrabili, potenze, soggettività si intrecciano
formano una dimensione invisibile,
una compresenza immateriale. Un disegno a lapis,
che pulsa, nel cuore delle città, nelle praterie,
nelle valli di boschi.

lunedì 25 giugno 2012

Recuperate in ordine sparso le ultime strofe dell'ultima parte, restano ancora almeno tre quattro strofe per completare. In realtà mi risuonano in testa e stanno lì quasi fosse inutile trascriverle. Credo sia perché una volta trascritte non avrò più scuse e dovrò chiudere davvero.
Ma il mio corpo a corpo con la memoria non credo che finirà qui. O forse, diciamolo, siamo solo memoria.

Orlando incollerito mescola lingue

Orlando incollerito mescola lingue
- schon holidays...
dice al suo capo riferendosi a Peter
che batte fiacca e lascia a lui di caricare
patate sul furgone - già in vacanza.
La voglia di fuga è sottesa alle ore
un pensiero sottinteso, da non spartire.
Chi abbandona il campo non fa annunci
non lascia tracce dietro di sé,
non consegna nemmeno, come dovrebbe,
il pass al main gate col numero di matricola,
la foto sbiadita. Nemmeno per chi chiederà notizie
di Claudio ci sarà risposta,
salvo un gesto della mano nell'aria.

Epilogo

Ci muoviamo, ci incontriamo, parliamo,
ci tocchiamo. Con leggerezza, con gravità,
con passione, con allegria.
Ma  un brusio che ora si infittisce ora si sgrana,
viene da lontano o procede qui davanti,
esiste intorno a noi, qualcuno lo intuisce ma il poeta
lo traduce in parole. Patrimoni di saperi,
vicende narrabili, potenze, soggettività si intrecciano
e formano una dimensione invisibile,
una compresenza immateriale. Un disegno a lapis,
che pulsa, nel cuore delle città, nelle praterie,
nelle valli di boschi.

giovedì 21 giugno 2012

Un'esperienza al termine

Ho amato moltissimo scrivere 'Inverno a Colonia' quasi in diretta con quella mezza dozzina di persone che hanno frequentato il blog. Mi sono sentito gli occhi addosso. Questo è stato uno stimolo, non un peso come qualcuno può ritenere. Non riservo alla poesia nulla di esoterico, i versi nascono per una loro autonoma forza che richiede ascolto e pazienza.
Ma 'Inverno a Colonia', nonostante un certo desiderio di prolungare la faccenda ancora un po', è davvero terminato. La memoria, in nove mesi di auscultazione, mi ha restituito tutto quello che poteva e la riflessione si è intrecciata ad essa spontaneamente. La consapevolezza di aver concluso, ora mi emoziona inaspettatamente: è come se mi staccassi da una parte di me, come se partissi per altrove, del resto sto abbandonando, probabilmente per sempre, forse il periodo più complicato della mia vita.  Quanto ho qui scritto sarà ora oggetto di una revisione lunga e attenta che non so quanto durerà e in quanto modificherà il tutto. Una cosa è certa, conclusa questa esperienza insolita, le tre parti del poemetto conosceranno una edizione cartacea, non so ancora con quale casa editrice.
Manterrò il blog, con lo stesso titolo. Resterà una finestra di riflessione sulla poesia contemporanea, ma continuerà anche ad essere un luogo della mia produzione, intorno alla quale per ora non ho progetti.

lunedì 4 giugno 2012

Mi sottraggo al tot, al quot, al plus,
all'up, al best and score,
a performance, accumulo, consumo,
al tutto compreso di qualità e di eccellenza,
ovvero al meglio for ever,  nient'altro...
Claudio dice di tenere ai suoi libri, ha fatto il liceo,
non gli pesa il lavoro servile, teme la guerra e la rivoluzione,
si riserva la fuga come rivolta possibile.
Piange con sentimento con gli ufficiali
del pub, smaltisce la sbronza da solo nella branda.

martedì 29 maggio 2012

Dal piazzale delle passioni verso Ovest
si vedono nella pianura lunghe teorie di treni
entrare e uscire dalla fabbrica, portano
auto incerate verso le grandi città.
Da qui fino a qui, racconta l'operaio della Ford,
il lavoro alla catena è come in amore
la mia donna dice da qui fino a qui, oltre
non si fa toccare, nemmeno io mi faccio
fare, se i pezzi che lavoro sono di più
vuol dire che la catena è più veloce
e io la fermo del tutto, non sono un servo
e i patti sono patti anche per noi.

giovedì 24 maggio 2012

L’inverno lascia tracce come tutte le stagioni,
l’inverno di Colonia anche si scioglie
in una stagione nuova a Sud d’Europa
dove il sole più caldo, i giorni più lunghi
moltiplicano ombre e luci.

giovedì 17 maggio 2012

Il maschio latino, dice Claudio, misura
il necessario col disponibile, come scambio
naturale tra cacciatore e preda.
La ripetizione per lui è un atto d'amore
ma è solo performance del genio,
raramente la preda piegata al bisogno
conosce attrazione e desiderio.
Se accade si liberano voci
per favole, racconti e incontri d'amore.

martedì 15 maggio 2012

La memoria richiama persino odori, rumori
ma il labirinto si completa solo se il presente
le presta un senso, come quando viene giù l’acqua
a cascata tra le felci e si deposita a valle in bacini
di pietra e lì è la gravità che spiega caduta, percorso
e quanto l’acqua ha trascinato con sé.

martedì 8 maggio 2012

A volte la memoria non seleziona, forse sempre.
Te ne accorgi quando richiama lo sgradito, il turpe.
Così l'inconscio quando accende i sogni.
Ti chiedi dove ha trovato quella materia.
Pensi che sia sentina, vive invece con te
nella rete invisibile del presente.
Della giovane greca non si sa più nulla
qualcuno dice di averla vista entrare di nascosto
nel campo, altri si spingono oltre,
il sardo la picchia sul ventre per farla abortire.

venerdì 4 maggio 2012

Sul piazzale delle passioni Claudio fa la corte
alla giovane donna,
Qualcuno ci metta corone di aneto intorno al collo
e sul petto versi dolce profumo le canta,
recita Alceo a memoria senza errori,
La migliore medicina è darsi da fare col vino
e ubriacarci.
Claudio tradisce la pena, ha rotto col passato
è pronto per il deserto.

lunedì 30 aprile 2012

Ci vuole coraggio per fare di una riga un verso
accendere parole senza incendiarle
guardare i passanti diritto negli occhi.
Claudio a tarda sera traccia una serpentina
sul sentiero, non sbaglia la meta
ma alberi e cielo ruotano insieme sulla sua testa.
Nella sua branda la brace della sigaretta
s’illumina a tratti nel buio per tutta la notte.

sabato 28 aprile 2012

In Giacomo Leopardi poesia e teatro sono fonti di coesione sociale.


Poco prima dell'inizio della sua avventura alle dipendenze di Antonio Fortunato Stella, editore in Milano, Leopardi compone il  ‘Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani’: da esso è possibile in qualche misura dedurre anche le sue conclusioni sulle possibilità di una massificazione del lavoro intellettuale in generale al suo tempo in Italia (e questo al di là del suo giudizio specifico sulla letteratura italiana che, come si sa, era negativissima). In quella complessa indagine di tipo sociologico, scritta nell'aprile del '24 e frutto probabile delle sollecitazioni e delle suggestioni provenienti dall'Antologia di Gian Pietro Viesseux (il quale ultimo da Firenze insisteva invano per ottenere la collaborazione del poeta recanatese), Leopardi, partendo dalla constatazione della arretratezza complessiva della società italiana rispetto a quelle d'oltr'Alpe, ne rinveniva la causa fondamentale nella mancanza di quella che egli chiamava ‘società stretta’.
Frutto in parte della natura socievole e imitativa degli individui e in parte del bisogno e della volontà, questa società stretta è propriamente, nell’analisi di Leopardi, una sorta di patto sociale attuato «principalmente» tra coloro che «dispensati dalla loro condizione dal provvedere coll'opera meccanica delle proprie mani alla loro e all'altrui sussistenza», impiegano il loro genio a riempire il vuoto della vita, a dissimulare la vanità delle cose, a ingannare il pensiero della «inutilità della vita e delle fatiche»
e a mantenere «come che sia e per quanto è possibile l'illusione dell'esistenza». Condizione indispensabile al funzionamento di tale patto e conseguenza essa stessa è l'affermarsi come valore, dentro quella società stretta, della pubblica opinione. È questo, afferma Leopardi, l'unico, ma potentissimo, vincolo sociale rimasto alle nazioni dopo che la diffusione dei lumi settecenteschi ha provocato «la quasi universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si possono fondare i principii morali»; la sua forza è l'unica nelle società moderne a garantire la saldezza di un corpo sociale, sopperendo alla comprovata insufficienza delle leggi e della forza pubblica a «ritenere dal male» o a «stimolare al bene».
Nelle nazioni in cui questa società stretta si è affermata, là dove si è affermato «un commercio più intimo degli individui tra loro» e cioè l’amore per la conversazione e per «relazioni più strette e piùfrequenti», gli individui sono maggiormente portati a tenere conto l'uno dell'altro e a desiderare stima e buona opinione reciproche.
Ciò sicuramente, avverte Leopardi, non avviene in Italia, fatta forse eccezione per qualche città più grande; perlopiù infatti, al contrario di quanto avviene negli altri paesi dove ciascuno considera
«la massima delle sventure la perdita o l'alterazione dell'opinione pubblica verso loro» (tale peraltro è la "miseria" dei tempi), gli italiani hanno addirittura in spregio l'essere o l’apparire conformi,
affini, intonati d'opinioni e d'idee. «Ciascun italiano fa tuono e maniera da sé» conclude a proposito Leopardi. Viceversa il "bon ton"ovvero l'amore per un'opinione pubblica favorevole, per quanto «piccolissima e freddissima cosa» è, insiste Leopardi, l’unico principio conservatore delle società e ad alimentarlo, e il poeta mette ora a fuoco il nocciolo della questione, contribuiscono efficacemente un teatro nazionale e soprattutto una letteratura nazionale moderna, la quale ultima è anzi la fonte più grande di quella auspicabile affinità di opinioni, gusti, costumi, maniere.
L'amore per la società stretta è dunque nell'analisi leopardiana peculiare di una società culturalmente dinamica, moderna, capace di offrire occasioni e stimoli al vivere sociale. Solo in una società stretta anche chi è intimamente convinto della inutilità della vita e delle fatiche finisce, a dispetto di sé, col dover battagliare e scendere a patti con quell'io collettivo interiorizzato che spinge al socievole e a considerare la vita stessa degna di essere coltivata, studiata ed esercitata. È questa la situazione migliore perché l'immaginazione inneschi finalmente tutta la sua potenza illusoria contribuendo con le sue opere alla formazione di quella pubblica opinione che sedimenterà poi nella nazione usi e costumi.
Ma l'Italia fra le nazioni è «la più morta, la più fredda [...] indifferente, insensibile, la più difficile ad essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall'immaginazione neanche per un momento [...] priva affatto di opere di immaginazione, di poesia qualunque [...] di opere sentimentali, di romanzi [...]». Gli italiani passano il loro tempo «a deridersi in faccia gli uni e gli altri» disprezzando giudizi e opinioni altrui e il grado più elevato di vita di società e conversazione per loro sono il passeg-gio, gli spettacoli, le messe e le prediche. Di quella società stretta, che facendo stima del giudizio altrui e delle sue «lusinghe senza bassezza» attivasse l'immaginazione a produrre illusioni, simboli, miti e leggende per dare un senso alla vita e vincoli ad una nazione altrimenti disintegrata, Leopardi non trovava quasi traccia in Italia. Gli italiani gli apparivano chiusi in una fredda, geometrica, «ragionevole» indifferenza sociale; piuttosto che il loro raziocinare cinico ed egoistico, annotava infine, non sarebbe stato da considerare scandaloso un diffondersi ulteriore di libere espressioni di fanatismo e miracolismo, visionarismo e settarismo nelle quali l'immaginazione giocava almeno ancora una parte.

giovedì 26 aprile 2012

giovedì 26 aprile 2012

A proposito di quanto detto nel post del 24 marzo.
La bellezza sta nei significati, mi suggerisce l'amica V. , non senza un pizzico di malizia.
Più radicale l'intervento dell'amico N. il quale taglia corto e mi spiazza con la serafica affermazione contraria: quel lavorio instancabile, a volte ossessivo, dei poeti che sperimentano dilatazioni e/o contrazioni semantiche è fonte di bellezza! Con una avvertenza per l'uso, si affretta ad aggiungere prima che io tiri fuori le mie obiezioni, di quella bellezza la poesia può fare a meno, anzi meglio lasciar stare. I poeti che hanno assunto come loro unico universo poetico il lavoro sui significanti hanno spesso del genio ma hanno perso la strada. In ogni caso la bellezza dei significati è sufficiente a se stessa, quella dei significanti no! I significati possono fare a meno dei giochi sul significante: essi stanno a un buon piatto sostanzioso, condito e servito a dovere come i significanti stanno ai manicaretti dello chef di grido!
Un lettore mi chiede come mai ultimamente pubblico post molto a rilento.
'Inverno a Colonia' continua ad essere la mia prova creativa più importante anche se sono impegnato su altri fronti. Continuo a pensare che quella in corso sarà l'ultima parte ma sarà anche quella più complessa per le sue novità nel linguaggio e nei temi. Non è più solo una questione della memoria a rilento su un episodio così lontano, è la materia in sé a fare gorgo. In certi momenti sono come ingolfato da una quantità di idee e immagini che nella pressa di uscire si ostacolano e io non riesco a trovare l'ordine con cui accompagnarle su questa pagina, bianca come quella di carta. Altre volte, forse come conseguenza, resto muto come in un deserto. Ma questa, più della prima, è condizione felice per scrivere. L'idea del deserto è quella con la quale ho maggiore confidenza nonostante non ne abbia mai attraversato realmente uno.  L'idea di deserto è sufficiente a farmi intravedere la pista. So che nel deserto di cui parlo la pista non esiste ma è tutta da scoprire, è il desiderio della pista che crea il deserto.