mercoledì 29 febbraio 2012

L'amico P. mi risponde in merito a quanto detto ieri su Omero e Ulisse. In Omero c’è davvero tutto, dice, senza alcuno statuto… se non forse quello suggerito dallo stesso poema citato, in cui in perfetta “autonomia” un Poema parla anche del mondo, di più mondi, di costumi, di navigazione, di religione, di “turismo” etc… E tutto ciò, conclude, non è nient'altro che il senso forte di quell'allietare e far riflettere proprio della poesia.


Di opinione più controversa e complessa è l'amico G. L'aedo innocente, sostiene, è un'ipostasi rischiosa. Ma c'è di più. Ulisse a suo dire ha sbagliato.
"All'aedo andavano tagliate le palle e tutto il resto, e anche Telemaco si meritava una strizzata di coglioni.
L'innocenza umana è una bella invenzione, ma non esiste che la si possa applicare al di là della natura, per una specie culturale l'innocenza è andata a farsi benedire da un pezzo. L'innocenza prevede una colpa rispetto alla quale esistere, ma siccome questa colpa "originale" alla natura non è imputabile ecco che il parassita muore perché non c'è l'ospite. L'innocenza è un parassita obbligato, ma allo stato di natura non c'è un ospite disponibile, quindi essa è pura astrazione. La bellezza è innocente, ma la bellezza che produce l'artista, il poeta, è inconsapevole, è in qualche senso "naturale" e non riguarda in alcun modo l'uomo-artista, l'uomo-poeta.  In sosatnza sull'uomo possiamo anche avere un giudizio negativo e non sulla sua opera, e la sua opera va rispettata comunque. I libri non si possono toccare, non vanno mai bruciati, per gli uomini è un altro discorso.
Caso mai esiste l'irresponsabilità. Se guardiamo la faccenda dal punto di vista dell'irresponsabilità mi sembra chiaro che solo le specie naturali ( vegetali, animali) godano del privilegio di essere irresponsabili. L'uomo invece pretende di essere specie culturale e quindi ha un prezzo da pagare. Il prezzo è la responsabilità. E la responsabilità non è altro che la libertà stessa. Nessuno è libero senza assunzione di responsabilità. In sostanza nessuno è autorizzato a dirmi - sei libero-, la libertà me la prendo da solo e tutta quella che voglio, quando voglio, come voglio, in presenza di qualsiasi legge o regime o politica o ideologia o religione o superstizione. Questo mi è possibile perché assumo responsabilità. Essere poeta, artista comunque, non è naturale, non c'è alcun dio che richiede il nostro canto e gli uomini se ne fregano; è una scelta culturale, un'assunzione di responsabilità. Ti riassumo una storia che preferisco rispetto a quella di Ulisse che risparmia l'aedo collaborazionista. La storia non è mia ma di Jack London ed è un racconto che s'intitola "Il primo poeta".
Siamo nel paleolitico o giù di lì. C'è questa tribù di cacciatori e raccoglitori di bacche che se la passa come una qualsiasi tribù di cacciatori e raccoglitori di bacche. A un certo punto però succede una cosa strana e sconvolgente: un membro della tribù smette di cacciare e raccogliere bacche e comincia a cantare storie, ovviamente sulla caccia e la raccolta di bacche ma non solo, anche su altre cose molto meno concrete, più oscure e ignote, o sulla natura che vede. Ciò che conta per la tribù comunque è che costui ha scelto di diventare improduttivo, un peso per tutti. Viene dileggiato ed emarginato. Il capo però vorrebbe capire o forse solo recuperare un membro produttivo per la tribù e quindi lo interroga, gli chiede conto della sua scelta. Alle rimostranze del capo e della tribù egli risponde negando la propria inutilità, anzi rivendicando su di sé il compito di rendere tutti più consapevoli della propria esistenza, di abbellire con le sue parole la vita di tutti. Ma la bellezza per una tribù di cacciatori e raccoglitori di bacche è uccidere un cervo gigante e trovare una distesa infinita di lamponi, mica ascoltare il canto di un mangia a ufo un po' fuori di testa, per questo non sono ancora pronti. Così, visto che il tipo non ne vuol sapere di tornare ad essere produttivo (nel senso inteso dalla collettività), il capo decide che tanto vale liberarsene e lo lapidano. 
Quel che conta, conclude l'amico G., è che il tipo si lascia lapidare senza un lamento, senza chiedere pietà, senza accampare un'improvvisa follia che lo ha costretto a cantare cose insensate, senza dire - Perdono! Ero posseduto da uno spirito maligno, ma ora ritorno a cacciare e a raccogliere bacche buono buono.- senza dire - Perdono! I proci cattivoni mi hanno costretto-.
Nessuno ci ha costretto ad essere poeti, l'abbiamo scelto noi assumendocene la responsabilità. E il fatto che nessuno canti per se stesso è un'assunzione di responsabilità ulteriore. Non c'è nessuna innocenza nella poesia, nell'arte in generale. Perché arte è una parola estremamente concreta, esprime il concetto del fare, del produrre artifici, la bottega, il sudore, la fatica, le scelte e i ripensamenti, il possedere ciò che facciamo".
Tutto quello che l'amico G. dice  è molto interessante. Soprattutto quando dice che la tribù del paleolitico ad accettare il tanghero improduttivo che mangia a ufo non è ancora pronta. Non è detto che ciò vada inteso storicisticamente, nel senso che magari altre tribù del paleolitico nello stesso momento erano comunque già pronte, ma resta il fatto che a quanto pare nell'età del bronzo la faccenda era già acquisita: Ulisse si ferma e non uccide il collaborazionista. L'acquisizione culturale della bellezza come sublime accessorio della seconda natura è dunque avvenuta solo dopo un processo più o meno lungo? Mi sa che non è solo proprio così. Certo che per l'uomo, e la donna, del paleolitico la bellezza sta nell'uccidere un cervo gigante o nello scoprire una distesa di lamponi ma quando è sazio/sazia gli/le piace rammentare quella bellezza con i gessetti sulla parete della caverna e mi sa anche che scoprono l'altra funzione, quella apotropaica, delle pitture, quando hanno fame. Il lapidato dell'amico G. ha un po' l'aria dello sfigato che ha sbagliato tribù per cominciare la sua storia. Se è così, se, almeno dal diffondersi dell'homo sapiens sapiens, le cose procedono quasi di pari passo allora non è ovviamente questione di dei che ci chiedono il canto ma qualcosa che sta in noi per noi. E quindi non è vero che 'gli uomini se ne fregano' ma è vero che certuni sì.
Ulisse per me è poi portatore di un altro problema: la giustizia al suo tempo era una faccenda personale, familiare, tribale. La legge patriarcale voleva così, Ulisse fa strage di un centinaio di persone e la sua vendetta arriva come monito fino a noi. Le colpe dei proci lui le lava nel sangue. Le colpe dei proci oggi non so se sarebbero arrivate a sentenza.
Mi sa che Omero, o chi per lui, quando scriveva di Ulisse che si vendica in maniera così sanguinaria deve essersi detto che la produttività media della difesa della legge patriarcale era giusto che andasse rispettata  ma che forse non era il caso di prenderla così tanto sul serio. E ad ogni buon conto a Ulisse gli ha fatto risparmiare quel tipo improduttivo ( cioè se stesso).

martedì 28 febbraio 2012

Quando Odisseo, tornato a Itaca, compie la sua strage, si arresta solo davanti al poeta, al cantore, l'aedo che lo supplica di risparmiarlo. Gli dice risparmiami, abbi pietà, tu avrai rimorso un giorno se uccidi il cantore perché "io canto per gli dei e per gli uomini". E continua dicendogli che lui l'arte l'ha imparata da solo ma che un dio gli ha ispirato in cuore tutti i canti: "non tagliarmi la testa, io canterò davanti a te come davanti a un dio".
Odisseo si ferma, anche perché Telemaco gli conferma che l'aedo è stato sempre costretto a cantare.
Cosa ha cantato? Cosa ha cantato che potesse tenere lontano un giudizio di connivenza criminale con i proci? Qualsiasi cosa abbia cantato non entra a quanto pare in questione, Odisseo lo risparmia perché ha cantato sotto costrizione, poi che abbia cantato la guerra di Troia o quant'altro non ha importanza. Il poeta è libero di cantare quello che vuole e se canta in catene per un principe odioso e crudele non va considerato suo complice (ai complici veri ben altra sorte è riservata, le dodici ancelle che si sono concesse ai proci le fa impiccare tutte da Telemaco, al servo Melanzio gli fa tagliare nell'ordine naso, orecchie, genitali, mani e piedi).
Il poeta costretto a cantare è innocente. La poesia è innocente? 
Omero non ha dubbi. L'autonomia della poesia è un dato 'naturale', uno statuto? Il poeta canta per gli uomini e gli dei e tanto basti. Con il suo canto li intrattiene, li consola, li distrae, li emoziona, li fa riflettere.
Il poeta, la poeta non cantano per se stessi, cantano per gli dei, per le dee, per gli uomini, per le donne.

martedì 21 febbraio 2012

L'amico G. contesta le recensioni. 'Aggiungono' troppo! Stravedono, cose che l'autore non si è mai sognato di voler dire!
Le cattive recensioni credo siano proprio così. Ma allora sono esercitazioni letterarie i cui scopi stanno nella mente dell'autore. Ci si accorge che sono esercitazioni se non danno emozioni. Perché una buona recensione dà emozioni come una buona poesia, insomma ci si deve sentire il sangue e il corpo dell'autore. Ma in questo caso il critico lettore viaggia per conto suo, segue il flusso delle sue emozioni conseguente all'impatto con i versi letti. Aprirà su sentieri che non appartengono più all'autore. Perché il testo poetico, come dice Bachtin, una volta dato alle stampe diventa nel corso degli anni anche tutto quello che è stato detto su di esso. Dante stupirebbe enormemente di tutto ciò che in sette secoli i lettori sono riusciti a vedere dentro la Commedia!
Città alta, che sta nel post precedente, ha ricevuto all'uscita diverse recensioni.
Una di queste è di Roberto Caracci, lettore attento e sensibile. Nelle serate a casa sua, nel Salotto Caracci appunto, presenta l'autore, lo fa parlare e poi ci scrive sopra una scheda critica, 'aggiunge' cioè un po' di sé al testo poetico (o filosofico o altro, dipende dall'invitato).


5 nov. 2003

Amici salottieri, vi mando qualche riflessione sul libro di Rabissi presentato nel 'denso' incontro di ieri 4 novembre.
R.C

Appunti su “Città alta”, di P.Rabissi

1)      L’ORIZZONTE IN ESPANSIONE
Le ‘fughe’ aprono a orizzonti di spazio sempre più vasti, dilatati, dal vicino al lontano, proprio come lo sguardo di un bambino che comincia pian piano ad allontanarsi dalla sua casa di origine, a svezzarsi dal nido, a camminare pieno di esitazioni, ma anche di meraviglie e di stupori

2)EPIFANIE E AGNIZIONI
E infatti qui tutto è dominato da un’aura di scoperta, una dimensione epifanica, dove in uno spazio metafisicamente minimalista tutto appare come piccolo prodigio, rivelazione, agnizione
 

3)      LO SPAZIO AMPLIFICATO DELL’INFANZIA

E allora gli occhi di questo bambino che scivola rapidamente verso la maturità, che è già adulto e lo diventa sempre di più man mano che scende da questa Trieste alta verso il mare, vedono le cose più grandi di quello che sono, amplificate e enfatizzate, come in una dimensione di fiaba quotidiana, dove anche i ‘topi sono ‘grossi come gatti’
,la casa dei ‘malati di mente ha qualcosa di inquietante e il cane che ti annusa negli occhi è ‘monumentale’(forse addestrato ‘a fare la spia’).


4)      VERSO IL NITORE DEL MITO
Il passato si fonde con il presente, quel viaggio del bambino fuori dalla sua porta di casa viene ricalcato dai passi dell’adulto. La realtà è ancora lì, la ‘stessa trattoria’
sulla strada e quel ricordo della ‘donna che urla’ uscendo contro il marito ubriacone, un quadro effimero che ha già la nitidezza immobile del mito.
 

5)BAMBINO E ADULTO, DALLA CITTA’ ALTA AL MARE
 E lo sguardo che scende verso il mare (è uno sguardo che viaggia) dilata i suoi orizzonti, arriva al porto, sotto la città alta, dove si ‘accendono risse/col
mare alle spalle”, ma risale anche verso lo spazio alto delle giostre coi sedili volanti- col rischio che quel volo possa risultare fatale per un bimbo, come è accaduto. Dalla discesa al mare si risale verso la città alta e viceversa: non è il doppio cammino del bambino che diventa adulto e dell’adulto che ritorna bambino?
 

6)PRESENTE E PASSATO
Si oscilla fra presente e imperfetto narrativo, ciò che è era e ciò che era è.  La strada scende, la strada ‘scendeva’.
La città è sempre la stessa, ma il tempo ha scavato dentro la vita e i tempi verbali intervengono lì a ricordarlo
 

7)IL BIVIO E LA FRONTIERA
Poi nel cammino di un ragazzo, come nella vita, si arriva sempre finanzi a un bivio, anche qui c’è una strada che scende verso il mare e il rischio di un quartiere assolato che ‘non era sicuro”,
e a destra la casa dei matti: ma poi, ancora più oltre l’invalicabile ‘frontiera’ che per un bambino rappresenta le Colonne d’Ercole della sua fuggitiva avventura.
 

8)IL GIARDINO CHE NON C’E’ Più
E quel giardino che ‘non c’è più’ è il giardino della casa dei matti, dove ‘si
sente lo stesso grido soffocato’ o quello dell’infanzia finita, dell’eden perduto e soffocato dal tempo, come il singhiozzo che resta in gola? E le ‘corde vocali che non reggono ancora lo sforzo’, sono quelle del matto che non ha più la forza  di urlare come prima o della “poesia” che malgrado il tempo ha questa forza ancora un po’ strangolata di rievocare le immagini di un mondo finito?
 

9)MOSAICO IMPRESSIONISTICO
Il linguaggio è rotto, spezzato, fatto di frasi concise, brevi, segmenti di discorso frantumato. Tra un segmento e l’altro il silenzio della discontinuità.
Impressioni e pennellate che formano piccoli mosaici carichi di suggestione.
 

10)LAMINE DELLE IMMAGINI
Questo impressionismo fatto di lamine plurime e frastagliate, sbalzate dentro il quadro di una spazio-temporalità di modalità quasi cubistica, si conferma nei ‘Paesaggi’ della seconda sezione, con i cani del ‘Parco Ravizza’
che ‘si stampano nei fiati’ e le ali che ‘lampeggiano…sulle antenne paraboliche’, o l’inverno del cavalcavia di ‘Piazza Corvetto che ‘abbrevia la luce’


11)LA SALVEZZA DELLO SGUARDO FIABESCO
E infine, la cucitura fra la prima sezione, “Fughe”
e la seconda, “Paesaggi”: fra il mondo dilatato e in espansione dell’infanzia (la strada che dalla casa va verso il mare e risale alla città alta), e quello contratto e grigio del mondo urbano adulto, con cavalcavia e claxon che spezzano l’incanto. La cucitura potrebbe riassumersi in una parola che ricorre nell’ultima parte del volume, ‘fiaba’, o ‘favola’. L’adulto che non è più bambino ma che forse ha ancora lo sguardo del bambino, quando la realtà glielo consente, non rinuncia al suo ‘sguardo caparbio di fiabe’. La realtà è mutata, ma nel cambio dei ‘fondali’ della scenografia urbana- come quello determinato dal cavalcavia di piazzale Corvetto –rimane dentro lo stesso desiderio di favola, o di ricreazione fabulistica, a salvarci: e dunque la libertà di ‘fuga’ verso il mare o la ‘Città alta’.


Roberto Caracci

sabato 11 febbraio 2012

L'amico A. mi scrive da Trieste, manda una fotografia a colori. E' la sua poetica risposta al mio post su i bianchi e i neri di Trieste di qualche mese fa, su questo blog.
A Trieste, fugacissima città natale, ho dedicato nel 2001 una breve raccolta intitolata 'Città alta'.
(ediz. Dialogolibri).

Riporto dalla prima sezione intitolata 'Fughe'.
img531_2.jpg
Fotografia di A.


Le infanzie veloci calzano pietre,
di poca polvere.
Sostano a incroci di qualche luce,
acqua senza storia da un cielo.
Rasentano un muro
calce su calce
danno orecchio alla vita che nasce
ne chiedono il nome
per essere nominate.


trieste 327.jpg


I

Prima che la strada entri in casa
o si rovesci la bambolina
trattenuta da un elastico al  geranio...
c’è  un muretto che salva, cinta
due metri per due di terra durissima
che si scrosta appena con le unghie,
nel sole d’inverno più bianco
con quei passanti radi
da un momento all’altro la strada
entra in casa, l’elastico cede...
in un modo o nell’altro il muretto salva,
unica via di fuga
la voragine accanto, là il nero delle pietre
apre


 trieste 182.jpg
II

Per uscire sulla strada parallela
fai portone corte portone,
lo apri e ci sei,
da lì, ogni giorno, il mare s’intravede.
Il più è quell’attraversamento.
In solitudine, a sera, dicono di topi
grossi come gatti.
Con la pioggia la distanza raddoppia,
eppure è l’acqua di tutti i giorni.


 IV

 Una casa senza balconi. Qualche finestra c’è.
Vicino stanno i malati di mente, i ragazzi dicono i matti.
Lui ti fa salire. Col piede storpio, se scende,
è tempo perso. Ti mostra un giochino,
un acrobata di legno fa piroette
tra due stecchi. Ti dice dopo che l’ha fatto lui.
Se decidi di andare, lui non saluta
alza il volto, sorride dalla bocca
con pochi denti.

 V

Dalla strada in salita
ci sono due possibilità,
il mare a est, i quartieri più bassi a ovest.
Quest’ultima è scelta con rischio.
Le opinioni sono discordi, nell’insieme 
la fama resta terra terra. Si mormora
di passioni mal dirette, a sera
i lampioni restano spenti. Le strade
stringono verso il fondo.
Da lì a volte sale un brusio, crescente.


VI

C’è ancora, la stessa trattoria.
Devi attraversare la strada con attenzione,
può uscire una donna che urla
al suo uomo sorpreso a bere che gli fa male.
A lui hanno aperto un buco in gola,
tutti si chiedono come faccia a bere.


 VIII

Nel corridoio buio, sulla ringhiera,
l’ovale di gatto magro
ha occhi spalancati.
L’equivoco è pensare
che sia lì per impedire il passaggio.
In caso di zuffa può cadere di sotto
sulla scala ripida
che scende dai rabbiosi . E’ incerto
se sia per fame.
Lascia sugli avambracci
due triplici righe di sangue, divergenti.

 IX

Quelli del porto hanno bandiere.
Le agitano, in attesa di scale
per salire, alla luce del giorno, in città alta.
Qua e là si accendono risse
col mare alle spalle.
A volte nemmeno bevono più insieme.
I ragazzi si arrampicano tenendosi
a ciuffi d’erba.


 X

Su c’è gente, più confinata.
Non mancano indicazioni per la salvezza.
Gli sguardi dirigono altrove, più in alto,
forse alla giostra coi sedili volanti,
si dice che ogni tanto se ne stacchi uno.
Nello schianto una ragazzina
si è persa.


 XI

Al bambino disse che le note,
diluite in luce e buio                     
le colorate invisibili,
sarebbero comparse nella foto
per aria, sottratte al mistero.
Mentre suonava l’armonica lui scattava.
Il bambino guardava
studiava come attrezzare
l’occhio imperfetto che addolora.
                                                                  

 XII

Se il giorno schiarisce
sui marciapiedi si fanno incontri.
I figli talvolta riconoscono i padri,
anche attraverso i vetri.
Il barbiere
resta con le forbici per aria.


 XIII

Al bivio i due si fermarono scontenti.
A sinistra la strada scendeva esposta
al sole il quartiere non era sicuro,
a destra si saliva alla casa dei matti
su c’era la frontiera.
Ciascuno prese la sua strada.


 XIV

Il giardino non c’è più.
trieste 225.jpgEppure si sente lo stesso grido soffocato.
Ma nessuno è lì a soffocarlo. Forse
sono le corde vocali
che non reggono ancora lo sforzo .
A volte il corpo fa sogni più robusti.

                            Trieste,  via del Molino a vento.                                                                                                







                                                               

giovedì 9 febbraio 2012

Ma poi perché dare un genere. Poemetto lascia perplesso anche l'amico N. Il quale, nella sua solita ambiguità, dice: certo, superata l'esitazione a usarlo, dopo non resta che poemetto!
L'unica possibilità di bypassare la questione è dare direttamente un titolo.
Troppa enfasi in 'Viaggio in Colonia'. Dove quell''in' dovrebbe dire molto, dovrebbe.
Ad A. invece piace ' Köln, 1963'.
Io non posso fare a meno di ricordare 'Concerto a Colonia' di Jarret, che segnò i miei anni settanta.
Ma 'Köln, 1963' mi suona un po' snob. Meglio 'Colonia, 1963'.
Comunque Claudio non mi parla. La memoria è tornata muta. I due tradimenti sono veri ma ricordo troppo poco. Della sua vita universitaria ricordo la sua battaglia per difendersi dall'accusa di aver usato soldi della cassa del movimento degli studenti. Ricordo la sua appassionata difesa, di quando nella seduta pubblica esibì tutte le ricevute delle spese effettuate. Ma se aveva ragione perché abbandonò l'Università e gli studi per finire a Londra a fare il barman? La memoria è meno avara sui suoi ritorni dal servizio al bar degli ufficiali, che chiudeva come in UK alle dieci di sera. Era sempre un po' sbronzo, mi intratteneva con racconti e fumava le sue Rothmans che l'ufficiale inglese gli procurava. Come mai non mi ha mai parlato di donne? Omosessuale non lo era, almeno mi sembra. O magari lo era e lo nascondeva. Aveva nostalgia dell'Inghilterra, questo sì. Quando decise di andarsene? Da fratello maggiore, come gli piaceva porsi, mi fece raccomandazioni, in particolare mi invitò a non andarmene di lì senza un ricordo. Mi suggerì di comprare un accendino. Un Dupont d'argento. Dovevo insomma andarmene spendendo dei soldi, una sorta di sacrificio per il viaggio di ritorno. In effetti così feci. Quell'accendino l'ho conservato finché una banda di teppisti mi rubò l'auto con dentro l'accendino. Il maggiolino lo ritrovai, l'accendino no. Era il 1970.
Credo partisse per l'Inghilterra ma non ricordo altro. La quarta parte di 'Colonia, 1963' è di là da venire.

venerdì 20 gennaio 2012

Poema, poemetto...

Come si fa a chiamare poema una composizione che alla fine, prevedo, sarà complessivamente di circa quattrocento versi?
Poemetto dà giustizia di questa brevità, rispetto ai classici poemi di più di diecimila versi, però il diminutivo suona in effetti come una diminutio. 
Poemetto ha dalla sua una tradizione. Tra tutte quella pascoliana. Primi poemetti, Nuovi poemetti. Siamo ai primi del Novecento. E quindi sarà poemetto.

Dice Romano Luperini:
All’aggressività e alla negatività della società di massa, Pascoli contrappone i miti della bontà naturale e della poesia. La bontà naturale si esprime nella vita umile e semplice del mondo contadino, cantato con un’adesione priva di problematicità e ignara di contraddizioni e di conflitti. La poesia è il rifugio dei valori cancellati dalla società industriale, un risarcimento per il perduto rapporto solidale con la realtà semplice della campagna. D’altra parte anche nei Poemetti, il fascino naturale sembra spesso alludere alla minaccia di morte e di rovina e forse ancora più rilevanti divengono il dolore e l’inquietudine misteriosa che accompagnano la vita umana. Lo spazio occupato dai temi della decadenza, della corruzione e della morte fa dei Poemetti la raccolta pascoliana più vicina al Decadentismo europeo, anche per la denuncia implicita dei limiti della civiltà moderna».


E Mario Tropea:
La linea generale su cui si svolgono, indicata dallo stesso poeta in una lettera al pittore A. De Witt, è la seguente: “C’è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e famigliare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c’è gran consolazione, la quale non basta a liberarci dall’immutabile destino” ( 28 maggio 1899)».


Società industriale di massa o società agricolo-pastorale, società moderna o postmoderna, società fordista o postfordista, nessuna, credo, sfugge al conflitto, alle guerre, civili e mondiali. Tra i popoli, le parti, le fazioni, le categorie, le classi, i generi. Nessuna delle forme in cui l'umanità si organizza può peraltro fare  a meno di desiderare e/o realizzare il contrario. La pace, la serenità, l'armonia. L'arte è specchio di questa doppia tensione dell'umanità. Quella che distrugge e quella che crea. Quella che crea strumenti distruttivi, quella che distrugge persone e opere. Quella che crea opere di bellezza o forme di distrazione e consolazione. La poesia non può sfuggire a tutto ciò. E' specchio del conflitto, è opera di consolazione.
Questo poemetto consta al momento di tre parti (ne prevedo una quarta): un prologo (nei poemi classici il proemio) intitolato 'Indicazioni', una seconda parte intitolata 'La solitudine di Schenk', una terza parte intitolata 'La nostalgia di Orlando'.




Indicazioni
  
    …a ben vedere non c’erano obblighi
solo inviti, indicazioni di percorso.
Eppure qualcuno si sentiva addosso
un destino, come una condanna.
Si interrogavano i più, segno
che la questione importava,
se la libertà nel cammino era totale.
I giovani, usciti dal liceo,
ne parlavano per strada
tra un semaforo rosso e l’altro

    quel trattato di Pisacane,
Saggio sulla rivoluzione,
faceva mostra di sé
sulla bancarella di libri usati.
L’edizione era vecchia, ma la copertina
di colore grigio topo,
aveva resistito bene all’usura

    quei due ragazzi visti controluce sulla darsena
avevano movenze da danzatori
si contendevano tra i piedi un sasso
finché uno dei due di esterno destro
lo infilò dritto nel tombino

    la cappella situata nei pressi della scuola
ospitava qualche studente solitario
la sua preghiera mattutina era muta
la volta a crociera lo avvolgeva invece con calore

    chiamava alla responsabilità personale
verso il sacro con ferma virilità.
Chi avvertiva in sé l’imminente perdita
ne restava intimorito.
Nella memoria quella virilità non fu intaccata,
l’insegnante di religione, come poi si seppe,
era stato invece allontanato a divinis.



La solitudine di Schenk 

Per fissare i rinvii della memoria
è utile il disegno di una mappa.
In quel territorio s’intrecciano tuttora
sentimenti e progetti. Più a Nord rispetto
ai due campi, è certo,
turchi, greci, spagnoli, italiani abitano
periferie chiassose dove le risse scoppiano
frequenti.           

A Sud i due campi contigui sono separati
da una fitta rete di ferro.
Gli abitanti del campo a Nord,
per entrare in quello a Sud, devono possedere
un pass, il più delle volte non serve,
i volti infatti sono quasi sempre gli stessi.
Stagionali e avventizi sono rari
ma forse è la memoria che immobilizza
lo scenario.

Dieter sciancato, rifugiato dall’Est, parla inglese,
è convinto che la libertà assoluta non esiste
“…ma voglio essere libero di scegliere
le mie schiavitù, you see?”.           
A est del campo, lasciando correre lo sguardo
lungo la pianura fino all’orizzonte,
tutto appare deserto, è non conosciuto.

Qualcuno potrebbe dire che qui
l’unica religione è il lavoro.
Sul permesso di lavoro, controfirmato da un
religioso, deve comparire la religione professata.
Con qualche insistenza si riesce infine  a ottenere,
evitando il balzello, la scritta keine religion.

Tra versi petrarcheschi e ragazze Carla
le indicazioni non abbondavano,
tra erbe e rami fioriti e tic tac di macchina da scrivere
si poteva imboccare un sentiero poco noto,
forse una scorciatoia oppure il contrario.
A Ovest  i bassi casamenti sono depositi
per ricambi di lenzuola, coperte
e qualche altro comfort. Non lesinano
nella distribuzione anzi invitano a una cadenza
settimanale, per non trascurare l’igiene.


La memoria ha fissato un tempo duraturo,
un inverno inoltrato, un principio d’estate, un sole a tratti,
un verdeggiare fresco e sul piazzale delle passioni
al cambio di turno l’incontro regolare con Schenk
- Wunderschön, ah?
- Wunderbar…
Alla cava vicina lo spettacolo è assicurato, corpi
al sole, trasparenze.

Dieter passeggia conversevole trascinando il suo piede,
indica due caccia americani che sfrecciano nel cielo,
ricorda la sua fuga nel bagagliaio.
Forse è per questo che frequenta il vicino aerodromo
per alianti. Quando è in alto e il suo apparecchio si sgancia
dice che urla per la libertà e la bellezza.
A leggergli versi in italiano si lascia cullare,
non capisce, gli piace la musica che faccio.

Sicuramente la memoria ha fissato da tempo
la mappa dei luoghi, degli incontri.
Bastava solo ridarle occasione,
questa storia, ma verrebbe da pensare ogni storia, 
scritta era scritta da tempo,  
bastava trascrivere il tutto come sotto dettatura.

Al cambio di turno nei pressi del cancello minore
la solitudine di Schenk si staglia ogni giorno,
non è tanto la sua notevole altezza, la magrezza
ma l’impronta dello sconfitto dalla vita.
-Tu studi la Storia, non ne caverai niente.
Da tremila anni è bloccata, è sempre la stessa.
Sarai solo anche tu.
Quando esce dal suo casamento nella rientranza
della sua finestra accomoda terra e acqua
nel piccolo vaso dove a volte
fiorisce un fiore rossastro.

L’entrata è dal Main Gate, situato a Est,
chiedono il pass solo la sera al rientro
da scorribande notturne nei quartieri a Nord,
veri e propri dormitori, attrezzati con qualche verde
e di presidi sanitari dove s’incontrano mogli
e madri turche, italiane, greche, spagnole
con i figlioli vocianti. L’intreccio delle lingue
le fa esplodere tutte in risate concilianti.
L’entrata nel campo è dal Main Gate dove
talvolta sostano due cani pastori tedeschi.
Si tratta solo di una coreografia di qualche
malizia, il conduttore dei cani chiede il saldo
di un debito dimenticato.

Schenk non commette errori, quando esce
punta diritto verso il sentiero in terra battuta
e lo segue. Non vigila su nulla e per l’habitat
non è possibile distrarsi per alcunché
- il verso è una misura d’uomo, non più in là
di tanto né meno, un equilibrio interiore.
Il suo passo sottile, come una lametta
incide il sentiero in silenzio
- a volte inseguo il pensiero e non trovo
la parola. Se qualcuno è vicino a te puoi
chiederla a lui, la prima che dice.



La nostalgia di Orlando

La carta geografica segnala confini,
fiumi, laghi, lo sguardo forza la memoria
penetra in basso fino al reticolo di strade,
vede parchi sotto la neve, il Reno
che lima le sponde, sente stridere i gabbiani.
La neve sulle guglie del Duomo
di Colonia vela marmi tagliati
in stile italiano.
Nella neve di febbraio la sosta all'interno
è su note di Johann Sebastian Bach.

La cattedrale, salva per caso, di Colonia distrutta.
La lunga pace infittisce il sottobosco,
i parchi cittadini ricchi di acque. Hohe strasse,
l'arteria principale, di sabato invasa da proletari.
Al cinema danno 'Accattone' di Pier Paolo Pasolini.
Hans figlio di operai studia legge,
ha nostalgia di un passato che non conosce,
dice di averne memoria.
La Storia per lui è un eterno presente.

I giovani cercano senso, fanno
ipotesi sul mondo, sfrondano il mistero.
Percorrono continenti, negli hub si salutano
si scambiano mappe, lasciano indizi.
Raccolgono l'oro lasciato dalla Storia.
La natura è stupida e feroce, dice Peter l'australiano,
otto milioni di uova per fare un salmone,
occhio al ragno saltatore, si solleva
fino all'altezza degli occhi e lì colpisce.
Peter dice di non fidarsi,
invita alla ricerca, chiude il libro dei tuoi versi.

La memoria si attarda su spazi pieni
incurante che il vuoto e il nulla
sono solo apparenti. La rete invisibile
delle passioni tiene in tensione i due campi.
Anche a sera quando la cantina è deserta.
L'alcool sgrava dalla solitudine
che il juke box non addomestica.
I dormitori sono tutti al buio,
solo i due cuochi amanti
rompono a tratti il silenzio.

Gli spazi vuoti segnalano forme invisibili.
Il filo di ferro della rete che separa i due campi,
spesso e rugginoso, intreccia rombi,
nella pioggia sono occhi luccicanti.
A rientrare a sera i dormitori sono ombre distese.
Gli spazi vuoti fra di loro sono terra di nessuno,
è una geometria, è familiare.

***

Miss Tennent comanda la mensa autorevole,
una dozzina di serventi, tre cuochi.
Assaggia alle sette il the di giornata
se le piace fa felice lo chef dagli occhi azzurri.
- You've got fine pants, today! dice al giovane
italiano vestito da festa. Distribuisce compiti,
sorveglia le porzioni del lunch, ti guarda.
A sera, nel quartiere lungo il fiume, ragazzi
le danno piacere per poco.

Per le strade del campo inglese il percorso
è obbligato, Orlando non commette errori
- il destino non è stato cattivo, è già tanto
che non sono in galera -. Disegna col furgone
un arco da Ovest a Est, dal magazzino
alla mensa, andata e ritorno con pausa the.
Il sottoufficiale si dondola sui piedi proprio
sull'entrata: I'll be washing my hands, I think.
Sul furgone l'aiutante di Orlando carica food
and meat, burro, the, patate, il burro è salato
a Orlando non piace, fa solo un po' di cresta
al vassoio della carne.
All'entrata della mensa afferra con l'uncino
i sacchi di patate, li trascina all'interno, si annuncia
cantando in falsetto anema e core.
Talvolta insegue miss Tennent nei corridoi.


In ricorrenza di festività o di vittorie ignote
ai più, l'ufficiale scozzese con kilt e cornamusa
batte un perimetro quadrato immaginario,
tiene il passo cadenzato come fosse in battaglia,
alterna a brevi intervalli un grido di comando
poi torna a soffiare nello strumento.
Da Ovest un sole di ghisa illumina il campo.
Tutti concordano sul termine dell'esibizione
a tramonto inoltrato.


Orlando non ha nostalgie. Napoli è solo
un'alzata di spalle, uno sguardo rivolto altrove,
come lontano dal cuore l'amore senza occhi.
Rammenta le strade in Renania Westfalia,
dopoguerra, casalinghe indaffarate,
uomini in fabbrica a produrre per il boom.
Orlando alle undici del mattino, alle tre
del pomeriggio, chiama le donne per strada,
vende ritagli di stoffa italiana come fosse
americana indistruttibile - per questo hanno vinto
la guerra - sparge alcol non visto, dà fuoco
con lo zippo, spegne col pollice prima che l’alcol finisca.
La seduzione non finisce mai. Orlando
amandole tutte semina tracce di sé, ich liebe dich,
tempi gloriosi di maschio italiano.

Irrompe sul piazzale delle passioni,
la squadra di operai non tende un agguato,
colpiscono al corpo risparmiano il viso,
il giovane sardo che ama la greca
incassa in silenzio si affloscia nell'erba.
La squadra di greci addetta al montaggio,
in fabbrica strappa comando ai suoi capi
difende il salario nel ritmo pattuito
della catena – solo a chi è stanco sfugge
il ritmo accelerato senza maggiore compenso –,
qui, sul piazzale, la squadra difende l’antico diritto
dell’uso patriarcale, il possesso del corpo
e del cuore delle donne.

Se nostalgia lo preme Orlando ti porta in città,
nella latteria italiana che apre sul retro
stanze riservate. Lo salutano con deferenza
ma si vede che il posto migliore è destinato
ad altri, al boss in tweed, col solitario al mignolo.
Racconta di sé. Ma è la mano a disegnare
nell'aria tempi inenarrabili a parole.
Di regine di strada. Di battute di caccia.
Indica i pezzi grossi mano a mano che entrano,
resta in silenzio, abbassa la voce - quando
torni in Italia ti dico io da chi andare,
gli fai due piaceri e ti sistemi -.



sabato 14 gennaio 2012

Miss Tennent comanda la mensa autorevole,
una dozzina di serventi, tre cuochi.
Assaggia alle sette il the di giornata
se le piace fa felice lo chef dagli occhi azzurri.
- You've got fine pants, today! dice al giovane
italiano vestito da festa. Distribuisce compiti,
sorveglia le porzioni del lunch, ti guarda.
A sera, nel quartiere lungo il fiume, ragazzi
le danno piacere per poco.

venerdì 13 gennaio 2012

In ricorrenza di festività o di vittorie ignote
ai più, l'ufficiale scozzese con kilt e cornamusa
batte un perimetro quadrato immaginario,
tiene il passo cadenzato come fosse in battaglia,
alterna a brevi intervalli un grido di comando
poi torna a soffiare nello strumento.
Da Ovest un sole di ghisa illumina il campo.
Tutti concordano sul termine dell'esibizione
a tramonto inoltrato.

venerdì 6 gennaio 2012

Giorgio Caproni. Disabitante innamorato.

8 gennaio 2023
Più di un secolo fa un 8 gennaio Giorgio Caproni nasceva a Livorno, ma la città della sua vita è Genova.
Ho scritto sulla sua poesia un breve saggio comparso su La mosca di Milano numero 8, del dicembre 2001.
Tutta la poesia che ho studiato, come succede a tutti, ha lasciato segni nella mia. Segni inconsapevoli per lo più, eppure almeno in una delle poesie della mia ultima raccolta, I contorni delle cose (Stampa 2010), so bene che avevo in mente lui.
Riporto qui il saggio al quale ho fatto solo poche modifiche.


Il disabitante. 

E’ perenne congedarsi dal mondo la poesia di G. Caproni. Un congedo che dura più di cinquant'anni, da Come un’allegoria che esce nel 1936 a Il conte di Kevenhüller del 1986.
A leggere l’intera sua opera il sentimento di esilio nel mondo, che il poeta esprime, finisce col risultare dominante.Un sentimento che si fa via via più vivo dopo la tragica esperienza della guerra ma che diviene esplicita coscienza a partire dalla raccolta, pubblicata nel 1965, col titoloCongedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee. E’ su questo momento topico e su quelli successivi fino al termine della produzione di Caproni, saltando cioè per ora quella precedente, che vorrei soffermarmi per dichiarare, col poeta, quel sentimento.

Per chi sa “d’avere più conoscenze / ormai di là che di qua” cominciano a farsi necessari i saluti. Succede nella poesia del Congedo che dà titolo alla raccolta. Il cerimonioso viaggiatore saluta, sul treno, i suoi compagni di viaggio, si scusa per il disturbo, si rammarica di non poter godere oltre della loro ottima compagnia. Segnali sicuri avvisano il viaggiatore che l’arrivo per lui è imminente, anche se il luogo del trasferimento è del tutto ignoto. Non solo: il viaggiatore confessa persino di non conoscere “quali stazioni / precedano la mia”.
L’ironia, lieve e controllata, dà alla poesia un tono di leggerezza: è volontà precisa del poeta di trattare così temi impegnativi. Prima dell’ultimo saluto (“Buon proseguimento”), a chiusura della poesia stessa, il viaggiatore proclama l’unica certezza raggiunta nel suo viaggio: “io / son giunto alla disperazione / calma, senza sgomento.”

La disperazione è quella di chi si trova a vivere nello smarrimento esistenziale seguito alla violenza della guerra e al dispiegarsi alienante della modernità. Ma è disperazione calma, di chi non rinuncia a fare i conti con la solitudine, col deserto della vita, con la morte. A partire dal Congedo dunque, e più ancora da Il muro della terra del 1975, che tutti concordano nel ritenere raccolte di svolte decisive nell’opera di Caproni, il tono di fondo della voce del poeta è, sempre più consapevolmente e con maggiore insistenza, quello di chi, smarrite le coordinate di spazio e tempo, si trova ad essere qui e altrove nello stesso tempo. Quella disperazione calma fa tutt’uno, con crescente lucidità, con il sentimento di disabitante del mondo, in perenne congedo, che caratterizza, mi sembra, quasi tutta la poesia di Caproni.

“Io / che non ho abitazione / [...] io / - che non ho ubicazione - ” dice nella poesia Finita l’opera de Il muro della terra, (1975). E ancora, più dichiaratamente, più di dieci anni dopo, nell’universo in cui si sente intrappolato, il poeta conferma di sentirsi “soltanto uno dei suoi tanti / - smarriti - disabitanti”. Lo era già nei panni del preticello irreligioso del Congedo quando costui, allontanandosi dai peccati del mondo, si fa prete per pregare, non perché Dio esiste, ma perché Dio esista. Lo sarà quando, nella raccolta Il franco cacciatore (1982), dichiarerà: “Fa freddo nella storia. / Voglio andarmene.”.

Da qui quell’eterno congedarsi. Che non è solo congedo che voglia quasi esorcizzare la provvisorietà terrena, ma anche consapevolezza delle trasformazioni interne e necessarie delle ragioni della poesia, del suo logos. Ogni commiato è in realtà anche un arrivo e una nuova partenza. La calma disperazione del Congedo diventerà straziata allegria in Il franco cacciatore , e ancor più in Il Conte di Kevenhüller quando, non arrestandosi nella realtà il viaggio, il poeta è sempre più impegnato in sfide estreme, quelle della caccia a Dio e al proprio io. Sfide che confermeranno il sentimento di esilio per chi è a caccia di certezze, perché si concluderanno entrambe con la disfatta. La prima perché “Dio esiste soltanto / nell’attimo in cui lo uccidi.”, la seconda perché l’integrità della identità individuale risulterebbe possibile solo nell’autodistruzione: l’io cacciatore che bracca, a fucile imbracciato, la propria ombra, confessa: “ La mira , ero io. / Il resto, / tutta una fantasia.”, e quando spara ai suoi due io divisi ( un Caino e un Abele in ruoli reversibili, che si amano e si odiano con ardente allegria) in realtà spara a se stesso: “Premetti / a bruciapelo il grilletto. / Li vidi cadere insieme / sotto la raffica. / L’urlo / che alzarono, mi colpì in petto / come piombo. / Fuggii.”.

Per il disabitante smarrito, che non rinuncia alla vita, il tema dell’assenza e della ricerca di Dio e quello dello sdoppiamento dell’io diventano temi decisivi, affrontati come sfida col tono di una amichevole, a tratti aspra, conversazione con il lettore. Ciò che mi preme qui rilevare è che quei temi, con la tensione metafisica che comportano, non solo incidono sul rinnovamento del linguaggio e della metrica che si fa franta, sincopata, dentro una musica quasi atonale, ma modificano anche gli scenari, la geografia fisica.

Quel congedarsi dal mondo è anche un prendere le distanze, materialmente, dalla scenografia precedente. Succede così che la città, luogo fisico privilegiato nelle poesie di Caproni precedenti la pubblicazione del Congedo, da ora in avanti tende a scomparire o a comparire perlopiù in negativo. E di negatività è investita anche e soprattutto Genova, la città tanto amata da Caproni (insieme a Livorno sua città natale), anche se viva ormai soltanto nella memoria del poeta che da tempo, come vedremo, si è trasferito a Roma.

In Il congedo (del 1965 quando Caproni è già a Roma da quasi vent’anni) il preticello, smarrito nella sua irreligione, ha infatti voluto allontanarsi dalle tentazioni proprie della sua città, di quella Genova mercantile dei vicoli dove persino il mare “pare insaccare / denaro nel rotolio / della risacca” e che “pone nell’arricchire / (e nel riuscire) il solo / scopo delle sue mire”. Ed è ancora di Genova che il poeta parla quando, in Il muro della terra (1975), dice:“Il trifoglio / della città è troppo / fitto. Io son già cieco”, una poesia nella quale conferma, sia pure con rammarico, di essersi congedato per sempre dalle “matte risate, / la sera, all’osteria / dietro le donne.”. Nella stessa raccolta è sempre in quella città che la luce s’è fatta ormai troppo dura e impura: “nel tronfio rigoglio / bottegaio, la città / sputa in faccia il suo Orgoglio / e la sua Dismisura.” sicché il poeta si sente costretto a sottrarsene avendo negli occhi un “fulminato spavento.”.

Ma la polemica poi investe la città in generale. E’ il cuore stesso di ogni città ad essere morto “ la folla passa / e schiaccia - è buia massa / compatta, è cecità”. Più tardi, in Il conte di Kevenhüller, e saremo nel 1986, il poeta conferma la sua presa di distanza ormai senza tono polemico e senza alcun rammarico: “Le città d’una volta / (le belle città costiere / e le bianche spiagge del sole. / Le barche. Le bandiere. / Le donne nudeggianti / sventate e pigre) la mente / più non ci turbano.”.

Il territorio nel quale il poeta, straniero al mondo e a se stesso, si è definitivamente inoltrato (con Il muro della terra del 1976, Il franco cacciatore del 1982, Il conte di kevenhüller del 1986) è ora fatto perlopiù di campi spopolati, di pianori deserti battuti dal vento. Ogni traccia di sentiero, se mai ce ne fu, è andata perduta. E’ il vuoto ad avere quasi consistenza e le parole stesse “scavano nel vuoto vuoti / monumenti di vuoto.” E’ rimasto solo il vento “Un vento / lasco e svogliato [...] Un vento / spopolato.”.

Qua e là s’intravedono alberi, un ponte, l’acqua; a volte “i tavoli / della locanda ancora / ingombri”. Talvolta, all’improvviso, compare un bar dove il poeta, che medita sulla propria identità, crede di vedere se stesso in un altro avventore che ha il volto fisso “sulla sua birra svogliata”: ogni tentativo di stabilire un colloquio fallisce: la radio, la calca lo impediscono.

Il paesaggio poi torna a essere spettrale. Nebbia, nevischio, fumo e il cielo come fanghiglia. Finché ci si trova nell’ultimo borgo, dove si aprono i ‘luoghi non giurisdizionali’ di Il franco cacciatore (1982). Brughiere, foreste, aree di confini incerti senza dogane o frontiere, dove non si sosta ma si passa, da un vuoto a un altro vuoto. Sono i luoghi dove con maggiore evidenza la realtà della storia si mostra più inconsistente. Dove ogni violenza, ogni caccia, si mostra ferocemente inutile: ogni cacciatore si rivela in realtà un cacciato, ogni persecutore una vittima. Sono i luoghi nei quali la Bestia vociferata, in Il conte di Kevenhüller (1986), braccata inutilmente, risulta aver dimora dentro noi stessi. Dove appare più chiaro che nessun al di là attende nessuno e che nemmeno il nulla esiste. Dove è possibile infine rivedere, trasparenti, i morti “Vivi dentro la morte / come i morti son vivi / nella vita.”.

Non luoghi, dunque: “Là / fra la palpebra e il monte” dove pure esiste “tutta quest’erba felice / di nessun luogo”, “nelle regioni gialle del sogno”, quando l’ora è: “l’ora / di taglio tra mano e volto”.

In questo scenario poetico si rinnovano congedi, addii. La città è ormai lontana. E’ lo scenario poetico imposto dal cuore e dalla mente al disabitante del mondo che si aggira nel labirinto dei nodi e dei conflitti di un uomo del secondo novecento, dentro,come sottolinea L. Surdich, “le tematiche novecentesche dell’io scisso, dello sdoppiamento, dell’analisi e della rappresentazione del negativo”.

Occorre tuttavia dire che, per quanto aereo e spettrale si faccia lo scenario dal Congedo in avanti, la presa con la realtà è nella poesia di Caproni irrinunciabile. La riflessione, le idee trovano sempre il modo di sciogliersi dalla loro astrattezza per farsi “prodigiosamente narrazione e rappresentazione” dentro situazioni in cui, accanto a una sospensione quasi allucinata del reale, si sente tuttavia, per brevi cenni, la consistenza di una dimensione materiale, quotidiana, domestica. I segnali concreti ai quali accennavo prima (un bar, un’osteria, ecc.) finiscono col rinviare agli scenari abituali interiorizzati nella vita in città. In questo senso mi sembra significativo che una delle ultime poesie di Il conte di Kevenhüller, che è del 1986, sia ambientata in un bar anonimo e come sospeso nell’aria: la ragazza del banco interrogata sulla sorte di un ‘lui’ risponde che è scomparso, “E riprende a sciacquare i bicchieri, / ripresa dai suoi pensieri.”. E’ un’immagine che rimanda inevitabilmente, e faccio qui un’anticipazione, alla ragazza che sciacqua bicchieri nella conclusione di Stanze della funicolare , una complessa composizione interamente centrata nell’universo genovese e che è presente in Il passaggio d’Enea. Questa raccolta è del 1956, cioè di trent’anni prima del sopra citato Conte di Kevenhüller. Nel suo insieme è espressione dello struggente amore di Caproni per la sua città.

Il disabitante innamorato.

Recupero ora all’analisi le opere che precedono Il Congedo del viaggiatore. Là dove la città, Genova, domina la scena.
A Genova Caproni giunge nel 1922, a dieci anni. Vi trascorre la sua adolescenza e giovinezza. Vi resta fino allo scoppio della guerra. Fino ad allora la sua poesia ( nelle raccolte Come un’allegoria e Ballo a Fontanigorda, del 1935 e del 1937) è in presa diretta con l’amatissima città.
E’ presa di sensi in continua sollecitazione. Coglie il permanere nel vento, quando le risse e le sassaiole sono finite, di “un fiato di bocche accaldate / di bimbi”. Coglie, al tramonto, il colore del mare, così sbiadito che pare entrato negli occhi - “macchie d’indaco appena / celesti “- del bagnino. O, nella notte, l’odore acre di sugheri bruciati in improvvisati falò estivi. Più spesso nella città, nei pressi del porto, l’odore di catrame e il tanfo “di bolliture / rancide, d’olii di semi” che viene dalle friggitorie. Se i sensi si incrociano soccorrono sinestesie e allora “un tram / col suo fragore la brace / dei gridi attizza”.E’ presa carnale. Su fanciulle: “ sento ancora / fresco sulla mia pelle il vento / d’una fanciulla passatami a fianco / di corsa.”. Sulle donne: “S’illuminano come esclamate, / ad ogni scoppio di razzo, / le chiare donne sbracciate / ai balconi.”. E “carnali risa di donne” si levano, in una poesia successiva, dal putridume fresco delle acque del porto. Di donne “che sanno / così bene di mare”.

Poi si avvicina il tempo di guerra. La raccolta Finzioni (pubblicata nel 1941) raccoglie poesie scritte entro il 1939 ed è già incupita da un sentimento di fine delle cose, del loro inevitabile spegnersi. Avrebbe scritto più tardi lo stesso poeta di una “quasi allucinata chiaroveggenza con cui nel sangue era presentita [...] l’ineluttabilità della tragedia in agguato.”. Siamo già nell’atmosfera dell’addio e del congedo. La guerra sarà il trauma più doloroso della vita di Caproni.

Dopo aver partecipato alla guerra di liberazione in Val Trebbia si stabilisce a Roma con la famiglia. Fa il maestro. Genova è ormai lontana. E’ un ricordo. Tanto più vivo quanto più estranea gli risulta la nuova città: “ah perdere anche il nome / di Roma, enfasi e orina.”. Ed ecco la raccolta del 1956 Il passaggio d’Enea che vive interamente nel recupero memoriale della propria giovinezza genovese.
Solo a Genova si può scrivere, vivere, solo lì sarebbe possibile una morte gentile. “Genova mia città fina : / ardesia e ghiaia marina. / Mare e ragazze chiare / con fresche collane di vetro / (ragazze voltate indietro, / col fiasco, sul portone / prima di rincasare)”. Unico punto saldo di riferimento, nella memoria, Genova è simbolo di consistenza, di fermezza, di solidità: ”Mia Genova difesa e proprietaria. / Ardesia mia. Arenaria. / Le case così salde nei colori”. Ma, più ancora, città degli amori, della vita viva: “La mia città dagli amori in salita, / Genova mia di mare tutta scale / e, su dal porto, risucchi di vita / viva”.
Genova dunque come dimensione dell’anima. “Genova l’ho tutta dentro. Anzi, Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova. Per questo anche se nato a Livorno (altro porto: altra città mercantile), mi sento genovese”.
Lasciare Genova ( i suoi rimorchiatori, le persiane verdi e i gerani, le ragazze a coppie col petto commosso, i passeri dalla voce calda ma grezza, il gioco cantilenante della parlata genovese) è stato per il poeta entrare nella tenebra.

Il sentimento della vita come un passaggio ( verso il nulla) si sta acuendo e sarà, come abbiamo visto, la fonte delle meditazioni delle raccolte successive. Ma congedo e morte qui vengono affrontati ancora dentro la disperazione calma che sarà esplicito approdo della coscienza nel Congedo del viaggiatore. Caproni dice i temi gravi dell’addio e della morte con naturale semplicità, con lo sguardo disincantato e leggero che gli proviene dalla sua accettazione delle regole del gioco della vita. Con Genova ancora nel cuore e nella mente.

Quando avrà deciso di andarci, in paradiso, ci andrà con l’ascensore di Castelletto ( uno dei quartieri di Genova), e di notte, interrompendo il sonno. Sul belvedere, in vestaglia, forse incontrerà le ragazze genovesi: “le leggiadre / giovani in libera uscita / con cipria e odor di vita / viva” e forse anche sua madre: “Con lei mi metterò a guardare / le candide luci sul mare. / Staremo alla ringhiera / di ferro - saremo soli / e fidanzati, come / mai in tanti anni siam stati”. Sarà commosso fino alle lacrime perché lascerà sola Rina, la compagna della sua vita, come quel giorno che era partito per la guerra.

Quando la commozione del ricordo di Genova si fa pressante allora la poesia diventa quasi preghiera. La poesia Litania , che chiude Il passaggio d’Enea , è organizzata con lo schema del rosario. Le quarantacinque quartine di distici baciati si srotolano in una infinita serie, alla maniera litaniale, in un verso di proposta e uno di risposta (in corsivo). La prima: ”Genova mia città intera. / Geranio. Polveriera. / Genova di ferro e aria, / mia lavagna, arenaria.”. E’ la sua Genova tradita, che lo carica di rimorso. Ma soprattutto Genova “rimario, puerizia e sillabario”. Città di mercanti e industriali ma soprattutto di “Campana Sbarbaro e Montale”.

Ne esce un quadro totale della città, nei suoi scorci paesaggistici e nella sua topografia, nei suoi aspetti umani, storici e civili, nella memoria autobiografica.

Sono però, infine, le Stanze della funicolare, la vasta composizione che occupa la parte centrale de Il passaggio d’Enea (del 1956) e che rappresenta un viaggio allegorico dalla vita prenatale fino alla morte, a dare definitiva sostanza alla mitologia genovese di Caproni. La funicolare, come accade nella realtà, parte da un breve tunnel (il prima della nascita) e poi sale lentamente senza potersi fermare, tirata dal suo cavo (il destino inarrestabile), verso la meta finale ( la morte) avvolta nella nebbia che dà alla conclusione una atmosfera ‘vagamente purgatoriale’. Qui spazio e tempo si confondono, allegoria e onirismo sembrano prevalere. Ma sotto e intorno c’è la città.

Anche nel ricordo la presa di Genova è sui sensi. Luci acide feriscono gli occhi; l’alba, che segna l’inizio del viaggio, sa di rifresco e di rifiuti gelidi. In basso sui marciapiedi deserti si sente il fracasso delle carrette degli spazzini. Dal mare sale il respiro. L’aria vibra di sale e di rame al primo passaggio di un tram. L’aurora colora il sartiame del porto. Poi le tende bianche sulla marina, agitate dalla prima brezza, richiamano sciami di ragazze dai calcagni arrossati. Sui tetti a mezzogiorno compaiono i bucati stesi, si sentono risse esplodere tra i grigi casamenti di Oregina. Più in là, sopra le carceri, genovesi in raduno giocano a bocce al tramonto. Scesa la notte, la pioggia lava la città e sugli scogli ragazze in amore porgono la spalla spruzzata di pioggia ai marinai e le pietre odorano di luna appena spuntata. In un buio bar sul lungomare una donna lava in terra e una giovane sciacqua bicchieri nella nebbia del nuovo mattino.

Così, con rimpianto, con rimorso, il poeta si congeda da Genova. Aveva già scritto:“Nell’ossa ho un’altra città / che mi strugge. E’ là. / L’ho perduta. [...] Città / cui nulla, nemmeno la morte / - mai, - mi ricondurrà”.

giovedì 5 gennaio 2012

Blues, labrador nocciola

Ti chiedevo dell'inconscio, sulle sue profondità,
su quel prato gigantesco a duemila metri,
tenevo tra le dita un fiore senza averlo colto
eppure ti chiedevo delle tue radici, dell'acqua
da cui proveniamo.
Tu per risposta annusavi l'aria sottile
disperdevi lo sguardo intorno, sulla catena
di Dolomiti che avevamo per sfondo
con le malghe incassate nei fianchi.
Il tuo interesse era lì
in quel profondo orizzontale, quello sterminato
spazio di valli che avresti esplorato volentieri
con me anche se la vita non bastava.
Cara Blues, avevi ragione anche su questo,
su inconscio e radici l'esplorazione
non finisce mai.