sabato 11 febbraio 2012

L'amico A. mi scrive da Trieste, manda una fotografia a colori. E' la sua poetica risposta al mio post su i bianchi e i neri di Trieste di qualche mese fa, su questo blog.
A Trieste, fugacissima città natale, ho dedicato nel 2001 una breve raccolta intitolata 'Città alta'.
(ediz. Dialogolibri).

Riporto dalla prima sezione intitolata 'Fughe'.
img531_2.jpg
Fotografia di A.


Le infanzie veloci calzano pietre,
di poca polvere.
Sostano a incroci di qualche luce,
acqua senza storia da un cielo.
Rasentano un muro
calce su calce
danno orecchio alla vita che nasce
ne chiedono il nome
per essere nominate.


trieste 327.jpg


I

Prima che la strada entri in casa
o si rovesci la bambolina
trattenuta da un elastico al  geranio...
c’è  un muretto che salva, cinta
due metri per due di terra durissima
che si scrosta appena con le unghie,
nel sole d’inverno più bianco
con quei passanti radi
da un momento all’altro la strada
entra in casa, l’elastico cede...
in un modo o nell’altro il muretto salva,
unica via di fuga
la voragine accanto, là il nero delle pietre
apre


 trieste 182.jpg
II

Per uscire sulla strada parallela
fai portone corte portone,
lo apri e ci sei,
da lì, ogni giorno, il mare s’intravede.
Il più è quell’attraversamento.
In solitudine, a sera, dicono di topi
grossi come gatti.
Con la pioggia la distanza raddoppia,
eppure è l’acqua di tutti i giorni.


 IV

 Una casa senza balconi. Qualche finestra c’è.
Vicino stanno i malati di mente, i ragazzi dicono i matti.
Lui ti fa salire. Col piede storpio, se scende,
è tempo perso. Ti mostra un giochino,
un acrobata di legno fa piroette
tra due stecchi. Ti dice dopo che l’ha fatto lui.
Se decidi di andare, lui non saluta
alza il volto, sorride dalla bocca
con pochi denti.

 V

Dalla strada in salita
ci sono due possibilità,
il mare a est, i quartieri più bassi a ovest.
Quest’ultima è scelta con rischio.
Le opinioni sono discordi, nell’insieme 
la fama resta terra terra. Si mormora
di passioni mal dirette, a sera
i lampioni restano spenti. Le strade
stringono verso il fondo.
Da lì a volte sale un brusio, crescente.


VI

C’è ancora, la stessa trattoria.
Devi attraversare la strada con attenzione,
può uscire una donna che urla
al suo uomo sorpreso a bere che gli fa male.
A lui hanno aperto un buco in gola,
tutti si chiedono come faccia a bere.


 VIII

Nel corridoio buio, sulla ringhiera,
l’ovale di gatto magro
ha occhi spalancati.
L’equivoco è pensare
che sia lì per impedire il passaggio.
In caso di zuffa può cadere di sotto
sulla scala ripida
che scende dai rabbiosi . E’ incerto
se sia per fame.
Lascia sugli avambracci
due triplici righe di sangue, divergenti.

 IX

Quelli del porto hanno bandiere.
Le agitano, in attesa di scale
per salire, alla luce del giorno, in città alta.
Qua e là si accendono risse
col mare alle spalle.
A volte nemmeno bevono più insieme.
I ragazzi si arrampicano tenendosi
a ciuffi d’erba.


 X

Su c’è gente, più confinata.
Non mancano indicazioni per la salvezza.
Gli sguardi dirigono altrove, più in alto,
forse alla giostra coi sedili volanti,
si dice che ogni tanto se ne stacchi uno.
Nello schianto una ragazzina
si è persa.


 XI

Al bambino disse che le note,
diluite in luce e buio                     
le colorate invisibili,
sarebbero comparse nella foto
per aria, sottratte al mistero.
Mentre suonava l’armonica lui scattava.
Il bambino guardava
studiava come attrezzare
l’occhio imperfetto che addolora.
                                                                  

 XII

Se il giorno schiarisce
sui marciapiedi si fanno incontri.
I figli talvolta riconoscono i padri,
anche attraverso i vetri.
Il barbiere
resta con le forbici per aria.


 XIII

Al bivio i due si fermarono scontenti.
A sinistra la strada scendeva esposta
al sole il quartiere non era sicuro,
a destra si saliva alla casa dei matti
su c’era la frontiera.
Ciascuno prese la sua strada.


 XIV

Il giardino non c’è più.
trieste 225.jpgEppure si sente lo stesso grido soffocato.
Ma nessuno è lì a soffocarlo. Forse
sono le corde vocali
che non reggono ancora lo sforzo .
A volte il corpo fa sogni più robusti.

                            Trieste,  via del Molino a vento.                                                                                                







                                                               

Nessun commento:

Posta un commento