giovedì 30 marzo 2017

La solitudine di Schenk

La solitudine di Schenk è la prima parte di Inverno a Colonia alla quale seguono La nostalgia di Orlando e La fuga di Claudio. La plaquette compare nelle edizioni L'Arca Felice nella sezione Coincidenze curata da Mario Fresa.
E' accompagnata dai disegni dell'amico poeta e artista Massimo Dagnino che ha interpretato il testo con una forza espressiva ed enigmatica per me emozionante.
La stampa è così accurata che ringraziare è d'obbligo ma è poco. Le carte sono state scelte dall'artista Bruno Conte.




Quelle che seguono sono le prime strofe:





Per fissare i rinvii della memoria

è utile il disegno di una mappa.

In quel territorio s’intrecciano tuttora

sentimenti e progetti. Più a Nord rispetto

ai due campi, è certo,

turchi, greci, spagnoli, italiani abitano

periferie chiassose dove le risse scoppiano

frequenti.          



A Sud i due campi contigui sono separati

da una fitta rete di ferro.

Gli abitanti del campo a Nord,

per entrare in quello a Sud, devono possedere

un pass, il più delle volte non serve,

i volti infatti sono quasi sempre gli stessi.

Stagionali e avventizi sono rari

ma forse è la memoria che immobilizza

lo scenario.



 Dieter sciancato, rifugiato dall’Est, parla inglese,

è convinto che la libertà assoluta non esiste
        
“…but I want to be free to choose

my slaveries, you see?”.          

A est del campo, lasciando correre lo sguardo

lungo la pianura fino all’orizzonte,

tutto appare deserto, è non conosciuto.



Qualcuno potrebbe dire che qui

l’unica religione è il lavoro.

Sul permesso di lavoro, controfirmato da un

religioso, deve comparire la religione professata.

Con qualche insistenza si riesce infine  a ottenere,


evitando il balzello, la scritta keine religion.


lunedì 27 marzo 2017

Incognite (per F. Fortini)

Stamattina, per rispondere a un invito di Poliscritture, ho riesumato dei versi del 1988 dedicati a F.Fortini. Erano in una piccola plaquette autoprodotta e autodiffusa tra amici. Li ripropongo qui in omaggio al poeta e saggista di cui ricorre il centenario della nascita.

Incognite (per F. Fortini)

Una parzialità l’errore.
Ora lo strazio è il rossore
che gli tocchi durata al vero intero.

Sempre lo strazio è il pauroso stato
di sgridarlo l’errore
da un’incognita parzialità seconda.

Posso sempre uscire e bere un caffè
anche se nevica nel falso vento
della città fumosa
dai suoi satelliti serrata

Disperante o cinico se vivo
nutro sottecchi l’illusione
nel chiasso che fanno le vetrine
di spartirmi parzialità divine.
(Milano 1988)


mercoledì 22 marzo 2017

L'altro 1977 di Enrico Palandri



Riporto qui da Doppiozero ( http://www.doppiozero.com/materiali/laltro-1977) un articolo di Enrico Palandri. La sua è una pagina che induce all'ottimismo. Sono della generazione che lo precede e leggere queste sue righe mi fa pensare che non tutto è perduto. Tono e contenuti li condivido. Il pensiero critico nato negli anni sessanta e dilagato poi col '68 (non 'un' pensiero critico in generale che quello anche mia nonna lo propugnava ma il pensiero critico appunto del '68) si arricchisce e si conferma come il territorio possibile di un altro mondo. Della mutazione antropologica che vorremmo accelerasse. Quella che bypassa l'orrenda fusione tra potentati politici e capitalistici. Là dentro ci sono una strategica follia distruttiva e una intelligente menzogna. Non è infatti la violenza degli armati, come suggerisci, a essere per loro il vero nemico. Il vero nemico siamo noi. Danno da credere che i violenti con le loro armi, che pure ci sono e che sappiamo essere più pillotati di quanto sembra, siano i nemici della democrazia e del benessere. Ma quelli in qualche modo li sconfiggono sempre o quasi. Chi non riescono a eliminare sono quelli che continuano a esercitare la critica del presente. Ci facciamo così storia, storia magari carsica ma loro lo sanno che continuiamo a esercitarla. Infatti tagliano assistenza, scuola e salari, cioè lì dove si forma e ribolle la critica. Fa niente. La rete sta dimostrando di sopperire, almeno fin qui, alla strategia distruttiva. Che è anche ciecamente autodistruttiva perché è evidente che dovessero arrivare al termine della loro operazione non avrebbero più nemmeno di che alimentare la propria vita di rapina.


L'altro 1977
di Enrico Palandri

Quando entro in aula, dove ho insegnato tutta la vita, e vedo i ragazzi che finalmente liberi dalla disciplina della scuola sviluppano rapidamente e con competenza una visione del futuro che abiteranno con scienza e poesia, porto con me le splendide atmosfere intellettuali della mia giovinezza. Da Gianni Celati e Umberto Eco a Giuliano Scabia o Pietro Camporesi, i nostri cattivi maestri, come si diceva allora, o almeno quelli che sono stati i miei, riempivano le aule non solo di studenti, ma di idee e discussioni. Bologna era negli anni ’70 un’università-fucina straordinaria. Giornali, seminari, collettivi, radio. Invece si riparla sempre del ’77 bolognese a partire dalla violenza. Foto di fazzoletti tirati sopra il viso, i blindati che entrano la città universitaria come a Praga nel ’68, salvo che il tono degli articoli italiani non simpatizza davvero con lo studente ucciso o con gli studenti che vennero arrestati, se mai ribadisce che erano untorelli, per usare il termine ripreso dai promessi sposi da Enrico Berlinguer in un comizio a Piazza Maggiore.
È un’epoca lontana e la memoria trasforma i fatti, per me come per altri, ma rivedere quanto facilmente si ricrea lo schieramento che in nome dei veri operai del popolo italiano impedì l’ingresso in Piazza Maggiore degli studenti che protestavano per la morte di Francesco Lorusso, mi costringe, oggi come allora, a reagire. Io non ero e non sono stato in seguito in nessuna organizzazione politica, conoscevo altri studenti, con alcuni ero amico ma ero anche lì solo per l’università ed ero quindi piuttosto sradicato. Ritrovare in certi articoli i toni saccenti di chi vuole mettere dietro la lavagna i discoli mentre quelli con la tessera di qualche partito in tasca cantano la messa, fa oggi lo stesso effetto che fece allora. Perché non si racconta che a vedere cosa succedeva a Bologna vennero intellettuali da tutta l’Europa? Che ci ritrovammo, intellettualmente, al centro di un discorso e non più a inseguire da provinciali cosa accadeva altrove? L’appello contro la repressione degli studenti lo firmarono Sartre, Deleuze, Althusser e tutti i principali intellettuali della sinistra francese ma anche in Inghilterra, in Germania o in America degli anni ’70 italiani si sono occupati in tanti, in modo aperto, curioso.
Erano allora e sono stati in seguito attenti alle intuizioni dei giovani bolognesi su come si trasformava il lavoro (l’effetto dell’automazione), l’opposizione sociale (il famoso scontro tra garantiti e non garantiti), ma soprattutto erano curiosi del dibattito filosofico, letterario, teorico che si era sviluppato in quell’area. Basta vedere chi ha parlato e di cosa negli anni successivi, da Tondelli e Pazienza alle sette lezioni di fisica di Carlo Rovelli, da Toni Negri alla filosofia di Giorgio Agamben che, anche se non so dove fosse allora, ha raccolto meglio di tutti le influenze di Gilles Deleuze, il filosofo secondo me più innovativo di quegli anni, elaborandole in modo originale e convincente nell’opposizione tra la nuda vita e lo stato. Oppure pensare al lavoro giornalistico di Maurizio Torrealta, che ha indagato su tante cose, dalla trattativa tra stato e mafia a capitan Ultimo, ai tanti altri romanzieri che sono nati da quegli anni e in quell’area. Perché parlare sempre e soprattutto della violenza? Quella violenza nasceva da tante cose. Eravamo ancora in piena guerra fredda, c’erano Gladio e le bombe fasciste oltre alle BR, servizi segreti di diversi paesi che armavano, pilotavano e depistavano, e certamente come sempre anche tanti disperati che potevano essere reclutati da una parte e dall’altra. L’Italia è uscita da quel ciclo quando non è stata più la frontiera tra l’est filosovietico e l’ovest filoamericano. Ma se fosse davvero questo a interessare, si potrebbe fissare l’attenzione su tanti episodi del dopoguerra.
Per riparlarne si dovrebbe vedere che tra il ’48 e l’89 a tremare fu sempre tutta la frontiera di Yalta. Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Germania dell’Est, Italia e Germania occidentale. Il ’77 bolognese, in questo quadro, è un piccolo episodio di un dramma molto più ampio, quello dei Partiti Comunisti filosovietici che intravedono la fine del ruolo che avevano avuto nel mondo. Sono apparati amministrativi che poggiano su un’idealizzazione del conflitto sociale in nome del quale organizzano consenso, gerarchie, potere. Hanno a fianco e di fronte altri apparati, cattolici, massonici, liberali, e inevitabilmente con questi altri apparati si scontrano, si mescolano, metabolizzano le epoche in cooptazioni e ricatti reciproci.
Come una decina d’anni dopo nell’Europa orientale, una classe dirigente si ritrovava in nome della classe operaia schierata su posizioni arretrate, incapaci di ingaggiare i giovani. Molti di quei giovani erano a loro volta, e per la prima volta in Italia grazie alla riforma della scuola media unificata, figli di operai, e quindi il conflitto era anche interno alle famiglie. I giovani, diceva Tolstoj, sono sempre belli e onesti. Certamente hanno bisogno di capire il futuro meglio degli altri, perché dovranno viverlo. Il PCI e gli altri partiti istituzionali amministravano invece ancora la lunga sconfitta del dopoguerra, non avevano davvero gli strumenti, e forse neppure il desiderio, di capire cosa cambiasse allora. I partiti erano scuole di potere, si entrava per fare un certo tipo di carriera, basata sul consenso.
Non è casuale che i protagonisti del ‘77 il consenso non lo abbiano cercato e non abbiano fatto politica. Hanno scritto, fatto ricerca, non hanno fatto carriere politiche. Questo perché il conflitto era quello: da una parte c’era l’idealizzazione dello stato, così centrale al comunismo fin dalle origini e che rimane la ragione principale della dissidenza di quei movimenti dal PCI di allora. Più in generale della dissidenza dal comunismo, tanto che Elvio Fachinelli, che pubblica Alice il Diavolo e Boccalone, pubblica anche i libri sui gulag psichiatrici sovietici. Un PCI che ha portato anche tante buone cose in Italia, giocando un ruolo importante (ma non l’unico) nella sconfitta del fascismo e battendosi per un sistema sanitario e scolastico più giusto e più in generale impegnandosi nella distribuzione delle ricchezze. Ma che in questa idea dello stato ha sempre mostrato un’insofferenza per l’individuo, il suo contributo eccentrico, laterale, per le diversità. In Italia questa attenzione alla soggettività la portarono soprattutto due influenze: quella del femminismo e quella dell’antipsichiatria. Oltre ovviamente alla beat generation, che infatti ai comunisti ortodossi e filosovietici di allora faceva parlare dei giovani americanizzati come se questo fosse un insulto, e che inevitabilmente appiattiva il PCI sulle posizioni dei biechi blu di yellow submarine.
I referendum su aborto e divorzio aprirono una stagione che era già dopo la guerra fredda, usciva dall’opposizione delle grandi ideologie e apriva su un altro orizzonte, quello che è stato alla fine chiamato il post-moderno. Non sempre attraente, ne fanno parte indubbiamente l’individualismo acquisitivo berlusconiano e quello che si intreccia nelle tante forme di dissidenza della single issue politics, come la chiamano nei paesi anglosassoni. Conflitti sull’ambiente (ma di solito appunto su problemi specifici, che infatti non producono un partito ma cercano al più di coordinare iniziative sparse) e mille altre forme di conflittualità che ci sono ovviamente nella nostra società come in qualunque altra. Ma non c’è più stata da allora un’unica parrocchia che tenesse insieme valori diversi in un’unica fede, né per il PCI né per la chiesa cattolica né per nessun altro. L’effetto straniante che provocano Trump e Brexit oggi è da questo punto di vista in qualche modo simile: l'uno e l'altra sembrano richiamare un’unità di progetto delle destre che in una società dove la pluralità delle attitudini sessuali, religiose, più in generale etiche, rende difficile immaginare un accorpamento come quello che viene rivendicato. A meno di non trascinare tutti in guerra e costringere in questo modo la società a serrare i ranghi.
Ma finché non siamo in guerra, i soggetti raccolgono idee e valori cui aderire come scelgono i prodotti del supermercato. Useranno contraccettivi anche se il Papa dice di no o si incammineranno lungo il consumismo, l’accumulazione di un capitale privato attraverso l’acquisto della casa, a prescindere dal sol dell’avvenire. La grande narrazione che dovrebbe tenere insieme addirittura il popolo si è frantumata in mille pezzi, sul modello statunitense. Questa è semplicemente la conseguenza della vittoria americana nella seconda guerra mondiale.
Richiamare la violenza del ‘77, come se tra i giovani ci fosse stato un nuovo partito che aveva una qualche strategia, a me pare proietti, come fece allora Berlinguer, su un movimento plurimo e informe, la forma partito, o piuttosto la nostalgia della forma partito, di chi lo guardava e non lo capiva. Aveva troppo da perdere, come perdeva in quegli anni tutto il mondo a cui faceva riferimento, l’URSS e i suoi satelliti. Un mondo che non funzionava, non produceva beni, deportava e imprigionava i dissidenti, ammazzava circa trenta milioni di esseri umani.
Com’è noto, queste convinzioni furono alla base delle convinzioni della magistratura, che condusse le sue inchieste arrestando per anni e seguendo piste congetturali, come si trattasse di cambiare una cultura. Questa a me pare la vera discendenza praghese: il settantasette sentiva soprattutto l’esigenza di sottrarsi a questo conformismo che, attraverso il PCI di allora e il mondo cattolico, tentava di far rientrare nei ranghi. Una forma oppressiva di politica che nell’Europa dell’Est e dell’Ovest imponeva un conformismo figlio della guerra. Militare, maschilista. Soubrette e partite di calcio contro Bob Dylan e i libri. Capelli corti contro capelli lunghi, maschilismo contro femminismo, normalità contro diversità. La generazione della guerra contro la generazione dei fiori. Il PCI contro i giovani. Inviare il segretario della confederazione sindacale vicina al PCI a predicare ai giovani che occupavano l’università di Roma non fu affatto un errore, era al contrario l’espressione di un’idea di come dovevano essere irregimentati i conflitti sociali. Diceva chiaramente quanto il PCI di allora non comprendesse cosa stava avvenendo. Immaginare che chi ascoltava i Jefferson Airplane o entrava in contatto con il mondo psichedelico di quegli anni fosse vittima della CIA. In fondo schierarsi con Cossiga che da ministro degli interni suggeriva che i giovani venissero picchiati fino a quando il suono delle sirene delle autoambulanze copra quello delle macchine della polizia. La stessa strategia della Diaz di Genova, la stessa strategia di sempre.
Non voglio riaprire polemiche ma spero che su una cosa si possa convenire: che quella violenza fu difensiva. Nel ’77 i giovani erano delle Vispe Terese, certo, come del resto era prevedibile, mentre la generazione che aveva visto la sconfitta della guerra sapeva che eravamo intessuti di servizi segreti stranieri. La violenza dei giovani fu però, anche per questo, difensiva, e come disse Sartre quando gli chiesero perché avesse firmato l’appello contro la repressione in Italia, quando uccidono uno studente, io sto dalla sua parte. Questo lo penso anche oggi in aula, davanti ai miei studenti, se immagino che la loro discussione possa provocare una nuova repressione, l’ho pensato per la morte di Carlo Giuliani o per le violenze alla Diaz, purtroppo ho imparato a prevederlo. Quando un dissenso si allarga e inizia a coinvolgere e creare dell’altro, il potere si difende e spara. Nei paesi democratici come in quelli dittatoriali, sebbene in misura diversa, perché dove il sistema politico è meno rigido nel controllo del potere, si sa che dall’attrito generazionale nascono le nuove idee in grado di rigenerare una società e quindi si nutrono di quello che i giovani portano al mondo. Nell’Italia di allora si scatenò invece una vera restaurazione che invecchiò e secondo me continua a invecchiare il paese.
Anni lontani, che però mi hanno regalato, oltre ad amici che ho tenuto per tutta la vita, la consapevolezza che aver attraversato scontri di questo tipo, anche a chi come me si è occupato poco sia allora che in seguito di politica, è di vedere da vicino come viene gestito il potere. L’uso della stampa, la costruzione del consenso attraverso sentenze giudiziarie, replicato regolarmente quando si riparte dalla foto di una ragazza con il fazzoletto tirato sul viso in mezzo ai poliziotti.
Le ondate repressive sono periodiche, regolari nelle società. Imposti da un sovrano o da un gruppo politico. Imporre la conversione religiosa, o l’adeguamento a una lingua maggiore proibendo l’uso del catalano sotto il franchismo o del tedesco sotto il fascismo, l’accusa di intimismo piccolo borghese in nome dei valori rivoluzionari della classe operaia e della rivoluzione comunista con Stalin, o finire sotto processo per le proprie simpatie comuniste sotto il maccartismo. Quando si scatenano questi cicli repressivi è facile identificare nel conformarsi ai repressori una virtù. La prima reazione è credere alla storia dei vincitori. Ci vogliono anni per andare a ripescare sotto l’inquisizione simpatie per l’eliocentrismo o a rileggere l’Achmatova e Mendelstam. L’effetto che il potere persegue e di solito ottiene attraverso la repressione è l’idealizzazione di un’appartenenza che si scatena contro i diversi. Etnicamente, religiosamente, sessualmente diversi.
Gli esseri umani, che sono sempre diversi gli uni dagli altri. Di nuovo, oggi lo vediamo con preoccupazione nelle destre nazionaliste, da Trump e Farage ai grillini. Provoca
inevitabilmente altre lacerazioni, ma si presenta come urgente rimedio a una situazione insostenibile, troppo conflittuale e lacerata. Quello che ho imparato è che chi trova la situazione insostenibile di solito è lontano dai problemi che descrive. Sono i pensionati delle regioni inglesi troppo povere per essere raggiunte dall’immigrazione a scatenarsi contro il danno che fa l’immigrazione. A Londra, al contrario, dove una emigrazione potente esiste da sempre, sono tutti molto più aperti. Sono coloro che non hanno, o non si accorgono di avere, amici omosessuali, o non capiscono la propria sessualità, a scatenare campagne omofobe. Così anche allora, a Bologna e nel resto d’Italia, era chi non vedeva la dissoluzione di un mondo che in quindici anni avrebbe visto la scomparsa di tutti i partiti politici italiani a immaginare che la minaccia fossero i giovani di allora.
In ogni società esiste chi vive in zone culturalmente arretrate, infestate da omofobia, antisemitismo, opposizione ai giovani. Zone tristi dove si coltiva la normalità come desiderio di punizione di altri. Come è possibile non vedere negli anni ’80, quando i giovani smettono di essere così irrequieti e si possono condurre come un branco di pecore nei concerti organizzati dal sindacato o nei raduni di CL, esattamente lo stesso tipo di adeguamento che ha seppellito l’emergere delle individualità disaffiliate del ’77? Nel lieto ebetismo, come lo chiama Michele, il frutto di anni di processi in cui bastava aver conosciuto certe persone o leggere certi libri per essere etichettati come collaboratori del terrorismo?
Per questo è così triste partire sempre dalla rievocazione della violenza. Giustifica l’intervento così lucido che riportò l’ordine in Italia. Che poi non ci stupisca se il prezzo di quell’ordine sia stata la provincializzazione di un’Italia che si è ripiegata in una nostalgia identitaria alla ricerca di un consenso con se stessa di cui non ha saputo far altro che ridere.












martedì 28 febbraio 2017

L'entropia della poesia lirica e l'epica nuova

Non fosse che l’amiamo così tanto, verrebbe quasi da dire che la poesia lirica ha esaurito la sua secolare egemonia, stante che ha dominato pressoché incontrastata la scena delle forme poetiche nel nostro paese per quasi due secoli. Se non lo diciamo tuttavia non sfugge  a molti di noi (che continuiamo a scriverne) che molta della poesia lirica in circolazione si muove, sembrerebbe senza rendersene conto, all’interno di un territorio circoscritto, caratterizzato  da un microclima molto favorevole alla fioritura ma di semi tra loro sempre meno differenziabili, sempre più uguali a se stessi in una sorta di processo entropico che ha avuto il suo grado massimo di ordine (i canoni) tra fine Ottocento e inizi Novecento e il grado massimo di disordine alla fine del secolo scorso e nei decenni attuali (la ricerca esausta di canoni).
Non fosse che l’amiamo così tanto verrebbe quasi da dire che l’entropia raggiunta ha decretato la fine della poesia lirica. Non lo diciamo perché invero restiamo convinti che mille e mille sono i microclimi della poesia dove semi diversi possono dire la propria diversità non senza caratteri di vicinanza con la poesia lirica e comunque non in alternativa.
Ci siamo detti, partendo dalle nostre esperienze di scrittori di righe e versi, che forse vale la pena testare e dare nome a microclimi diversi. Senza alcuna hybris, né di ignorare la tradizione né di ipostatizzare chissà quali novità.
Chiamiamo epica nuova un territorio della poesia nel quale caratteri della poesia lirica si tramandano come sempre ma nel quale si avvicendano forme e contenuti diversi. Chi frequenta da un po’ la poesia e dintorni non può non essersene reso conto: a noi sembra che qualcosa sia già successo e ci piacerebbe avere strumenti critici già collaudati per un discorso meno avventuroso di quello che proponiamo. 
E tuttavia qualcosa abbiamo registrato, anzi ci sembra che in maniera ancora informale sia già in circolazione una poesia con caratteri non propriamente identificabili dentro quelli della poesia lirica, pensiamo ad esempio alla tendenza di molti autori affermati della seconda metà del Novecento ad allargare a dismisura il verso fino a farlo coincidere quasi con la pagina, alla diffusa volontà nei più giovani di scritture poematiche, al piacere di ‘raccontare’ in versi, alla tendenza a dare resoconti esistenziali delle proprie esperienze di vita, alla tendenza a narrare le gesta familiari nell’impatto con le vicende collettive, all’incontro sempre sofferto con la Storia, alla riflessione pura ancorata alle contraddizioni del presente, all’attraversamento delle trasformazioni urbane dell’ultimo secolo, alla cronaca dei conflitti vissuti come ineludibili per modificare mentalità legate alle forme retrive del patriarcato, alla moltiplicazione delle forme di aggregazione sociale e dunque di esperienze legate alla diffusione della rete telematica… 

Vogliamo provarci a dare nome a tutto ciò, con iniziative alla nostra portata ma che riteniamo di senso. Ad esempio usare Facebook per unire chi si riconosce in questo progetto, arricchire la discussione, avviare insieme iniziative. 
www.diepicanuova.blogspot.it

giovedì 2 febbraio 2017

Invito per l'otto dicembre alla sala del Grechetto palazzo Sormani

Omaggio a Giampiero Neri
intervengono Bisutti, Riccardi, Aman, Chiappori, Passarello, Rabissi, Rossani




Fenomenologia di che...

Succede alba dell’Ottocento che ovunque si diffonde l’idea 
che la coscienza universale del mondo - beninteso 
quella degli uomini - si divide in due, una coscienza autonoma 
che ha per essenza l'essere per sé e una coscienza  
non autonoma la cui essenza è l'essere per un altro. 
In parole povere: uno è il signore, l'altro il servo…
uno è il maschio l’altra la femmina

… so sind sie als zwei entgegengesetzte Gestalten des Bewusstseins; 
die eine das selbstständige, welchem das Fürsichsein, die andere 
das unselbständige, dem das Leben oder das Sein für Ein anderes, 

das  Wesen ist; jenes ist der Herr, dies der Knecht.

lunedì 12 dicembre 2016

Lettera a un amico degli anni sessanta

Da I contorni delle cose (Stampa2009, Azzate, 2010)
(dalla sezione L'imperfezione dello sguardo)

Mi hai detto: fatti vivo!
Non ch’io fossi morto non ho risposto.
Mi hai detto: novità?
Non ch’io fossi vivo ho tremato.
Ti sei ritratto poi sparito con un gesto
lontano elegante degli occhi
neanche t’avessi urlato io la mia presenza
( o è così?)
per questi vent’anni
che non ci siamo visti mai né sfiorati.

Ti ho scritto una lettera stupita
all’indirizzo vecchio
di quando giù al Vigentino
tra forre e sterpeti mostravi con cura
piccole proprietà, la Legnano cromata
la racchetta di budella cordata.
Mi scoprivo allora primitivo comunista
perché  a incipiente consumismo
più nuda pareva doversi da noi
la testimonianza.

No. Nessuna novità.
Curo oggi ai ragazzi proprietà piccole
col mio stipendio di docente.
Ma sono più nudo di prima.
Comunismo non si grida più
biciclette comprate tre
rubate tutte.
Non che la curi
la tua risposta, credo non verrà.

Fatti morto, volevi forse dire.

lunedì 28 novembre 2016

Hai baciato più di un rospo


Da I contorni delle cose (Stampa2009, Azzate, 2010)
(dalla sezione Diario sentimentale)

Hai baciato più di un rospo
prima di baciare me, l'unico
a tornare libero dall’incantesimo. 

Adesso non ricordo bene,
orizzonti e origini erano diversi,
ma il senso era quello,
un rincorrersi di prede e cacciatori in ruoli scambievoli.
Qui la guerra è più feroce, ti dicevo, 

ma anche qui ci sono femmine
che prima o poi
riconoscono i propri maschi. 

domenica 27 novembre 2016

Il femminismo in una grande manifestazione a Roma

Lea Melandri
Il femminismo in una grande manifestazione a Roma

Valeva la pena aspettare dieci anni per ritrovarci di nuovo in tante e
poter dire che siamo un movimento, anche solo per un giorno, e non
solo una rete virtuale, anche se le reti ci sono state di aiuto come
spinta a uscire dalla carsicità.
Confluire in massa in una storica piazza di tutte le proteste, quale è
piazza San Giovanni a Roma, è sicuramente il modo più felice per
rispondere a una ricorrenza, come il 25 novembre, che felice non è.
Una manifestazione come quella di oggi, come quelle che si sono
succedute da quarant’anni a questa parte, devono darci il coraggio di
dire che il femminismo, in tutta la varietà delle sue pratiche, dei
suoi gruppi, collettivi, associazioni, ecc –o forse proprio per questa
varietà- è l’unico movimento sopravvissuto agli anni ’70, l’unico che
nonostante la messa sotto silenzio, l’ostilità che incontra nel nostro
Paese in particolare, non ha mai smesso di riempire le piazze con
donne di generazioni diverse, che non ha mai smesso, pur con tante
contraddizioni, di ripresentarsi con la radicalità dei suoi inizi.

Non mi soffermerò sulle tante ragioni che ci hanno portato qui. Sulla
violenza sappiamo molto, molto abbiamo detto e scritto analizzato, sia
sulle sue forme manifeste -stupri, omicidi, maltrattamenti- sia su
quelle meno visibili e perciò più subdole, più ambigue, che passano
nella “normalità”, nel senso comune, nei gesti e nelle parole della
quotidianità, e dell’amore così come lo abbiamo inteso o male inteso
finora. Non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, c’entrano quei
vincoli di indispensabilità reciproca presenti anche là dove non ce
n’è bisogno, c’entra l’infantilizzazione dei rapporti all’interno
delle famiglie. Di quanto sia complesso liberarsi di rapporti di
potere che si sono confusi con le esperienze più intime, sappiamo
molto e molto dovremo ancora scoprire, analizzare.

Ma c’è un altro modo per parlare della violenza, che viene visto meno.
E’ il fatto che da mezzo secolo a questa parte, le donne hanno dato
vita a una cultura e a pratiche politiche per contrastare la violenza
maschile in tutte le sue forme,a partire da quei segni profondi che ha
lasciato dentro di noi, costrette a incorporare quella stessa visione
del mondo che ci ha segregate fuori dalla vita pubblica, identificate
con la natura, il corpo, la conservazione della specie. Abbiamo
scritto e detto più volte che il sessismo è l’atto di nascita della
politica, intendendo con questo sottolineare che il rapporto di potere
tra i sessi è l’impianto originario di tutte le oppressioni e
disuguaglianze che la storia ha conosciuto.

Forse è il momento di dire con chiarezza quello che non siamo più
disposte a tollerare:
-che questo patrimonio di sapere, consapevolezze, studi, battaglie
vinte venga messo sotto silenzio, lasciato negli archivi e che
qualcuno ancora si permetta dire che il femminismo è morto o
silenzioso;
-che quando interviene una “parola pubblica” a istituzionalizzare
pratiche nate dal femminismo, come i consultori, i centri
antiviolenza, ciò significhi emarginare le persone che vi hanno dato
vita, cancellare l’autonomia delle pratiche che li ha caratterizzati.
Mi riferisco al Piano straordinario contro la violenza sessuale e di
genere dove i centri antiviolenza finiscono per essere confusi con il
Terzo settore, i servizi sociali.
-che si parli tanto di educazione di genere e si lascino le donne che
insegnano, quasi tutte precarie, a dover affrontare campagne
denigratorie da parte di presidi e famiglie, rischiare il posto di
lavoro, affrontare temi che richiedono una formazione, senza avere la
certezza di finanziamenti al riguardo.

Siamo qui per dire che non dimentichiamo le donne che la violenza
l’hanno subita nella sua forma più selvaggia, ma che non vogliamo più
leggere su un giornale o sentire in un commento televisivo che sono
“vittime” della passione o della gelosia di un uomo. Sono donne che
hanno pagato il prezzo di una affermazione di libertà: quella,
inconsueta per un dominio maschile secolare, della donna che dice “Io
decido” della mia vita, della mia sessualità, di avere o non avere
figli.

Vorrei che ci portassimo a casa questi due bellissimi slogan –“Io
decido”, “Non una in meno”- per dire che continueremo a batterci
contro imposizioni esterne, controlli, divieti, intimidazioni, ma
anche per la liberazione da modelli, pregiudizi, leggi non scritte che
ci portiamo dentro e che ci impediscono di trovare la forza collettiva
di cui abbiamo bisogno. Se non possiamo condividere la varietà delle
nostre pratiche, teniamoci almeno disponibili a momenti come questo e
forse riusciremo a trovare quei “nessi” che legano la specificità dei
nostri interessi, delle nostre esperienze, delle nostre storie.

mercoledì 26 ottobre 2016

Cenacolo S: Eustorgio

CENACOLO S. EUSTORGIO, PIAZZA MISSORI
IL 3 NOVEMBRE (contrariamente al solito ALLE ORE 18,30)
LEGGONO G. PRESTINONI, P. RABISSI, C. RECALCATI
Incontri e letture di poesia e narrativa
CENACOLO S. EUSTORGIO
Incontri e letture di poesia e narrativa
Nel tentativo di instaurare un circolo virtuoso "poesia e solidarietà" ed anche... per sfatare la diceria che " poeti e scrittori fanno solo poesia, narrativa e nulla di più concreto", agli autori che leggono i loro testi nel corso dei programmi organizzati dal Cenacolo Sant'Eustorgio, viene chiesto, su base assolutamente libera e volontaria, di dare un contributo in denaro o in opere, secondo le possibilità di ciascuno, a qualsiasi associazione, gruppo, o altro di loro scelta che in qualunque ambito faccia del volontariato sociale e della solidarietà umana la propria ragione di esistere e di operare. Nessun controllo viene effettuato dal Cenacolo Sant'Eustorgio nè prima nè dopo gli incontri per accertare se l'autore ha o meno versato il contributo
AVVISI
Comunicato stampa
La Libreria Esoterica ed il Cenacolo Sant'Eustorgio promuovono iniziative di solidarietà con la vendita di libri e di elaborati preparati e/o donati dagli autori e dai frequentatori del Sant'Eustorgio, il cui ricavato sarà destinato a finanziare attività di varie Onlus.
Proseguono anche nel 2016 le molteplici iniziative di sostegno, avviate con successo negli anni scorsi, di cui trovate documentazione nelle pagine dei programmi precedenti
Siamo tutti invitati ad essere generosi. Grazie!!!

lunedì 24 ottobre 2016

Da Paolo Rabissi, I contorni delle cose, Edizioni Stampa 2009, Azzate (VA), 2010

(dalla sezione Diario sentimentale, 2006-2008)


Allora ti sei fatta salamandra
hai attraversato un fuoco freddo
dici che sei scesa nella tua solitudine
tumulto di voci scelte
sfida e riparo.
L’insorgenza scandiva gesti
ora uguali ora avversi
al destino dell’eco e dello specchio.
La città disponeva i suoi notturni,
posta in gioco la metamorfosi finale,
tra l'io e il noi l'alleanza difficile.

mercoledì 19 ottobre 2016

Il premio Nobel a Bob Dylan

                                                                 (disegno da Hokusai)

Con l’attribuzione del Nobel a Bob Dylan la giuria dell’Accademia di Svezia allarga il perimetro letterario alle forme musicali popolari e colte riscoprendo e innovando una  millenaria tradizione di commistione fra le arti, abbandonata da secoli nei contesti perlopiù accademici,  ma presente e viva in altri contesti culturali (i grandi cantori brasiliani per esempio). La scelta, che reitera quella compiuta a suo tempo con Dario Fo, si pone nel solco di un allargamento delle tradizioni della modernità senza indulgere a derive postmoderniste, di intrattenimento e minimaliste (Stephen King, Dan Brown, A. Baricco).

Noi accogliamo con favore l’evento perché ci sembra che questo allargamento non possa che essere fecondo per le sorti della poesia, di quella italiana in particolare nella quale ci sembra, la cautela è d’obbligo, di poter cogliere segni concreti di tentativi di disegnare nuovi percorsi.
Tali tentativi, troppo spesso timidi, sono condizionati da un lato da politiche editoriali di pura sopravvivenza, dall’altro dalla resistenza da parte degli autori a lasciarsi definitivamente alle spalle il peso di forme espressive e di contenuti esausti, salvo poi lasciarsi andare a un nauseante piagnisteo sulle sorti derelitte della ‘vera poesia’.

Al di là delle opinioni e al di là della critica che abbiamo da tempo riservato ai premi e al Nobel in particolare, riteniamo che questa sia una buona occasione per porre alla poesia domande diverse.
Paolo Rabissi e Franco Romanò

(il nostro ragionamento resta per noi valido qualunque sia la scelta di Dylan sull'accettazione o meno del premio. Del resto è consapevolezza comune che si tratta di un riconoscimento tardivo e che il premio avrebbe avuto ben altro senso negli stessi anni settanta).