mercoledì 19 novembre 2014

Il giovane favoloso, spunti e appunti al film di M. Martone su Giacomo Leopardi

1) Mario Martone ha amato e ama Leopardi, ce lo dice con passione in questo suo ultimo film. E anche Recanati e a maggior ragione Napoli e Torre del Greco sono rivisitati con garbo ed emozione. La scelta delle musiche (da Rossini alla musica elettronica) l’ho trovata molto godibile e convincente. A ciò bisogna aggiungere l’indiscutibile bravura degli attori, in particolare di Elio Germano nella parte del poeta. Un film destinato al successo credo, capace di affascinare.

2) Martone  tocca la maggior parte dei punti critici della biografia e del pensiero del poeta e, se qualcosa manca, per rispetto a un regista di valore e a questa sua opera che ha molti pregi, credo sia giusto chiedersi se le omissioni sono gravi o meno. Possiamo tentare di vederne qualcuna e ragionarci sopra.

     2.1) Monaldo scopre (il film non dice come ma è noto) il tentativo di fuga di Giacomo nel 19: è una scena a dire il vero molto cinematografica, con un effettaccio: Leopardi sale emozionato e di nascosto sulla carrozza e il cocchiere volta lentamente il suo viso verso il giovane svelando di essere Monaldo. Leopardi prima di partire aveva scritto una lettera al padre molto interessante per capire i suoi rapporti con la famiglia che non voleva spendere niente per dargli qualche opportunità di studio fuori da Recanati. E’una lettera che è un vero e proprio atto di accusa contro una famiglia avara e che, a finanze dissestate, badava comunque solo al proprio decoro mantenendo servitù, carrozze e palchi in teatro. Essa non aggiunge nulla alla disperata volontà di fuga di Leopardi ben descritta nel film ma conoscerla forse restituisce una concretezza più eloquente a quanto si finisce, come sempre accade con Leopardi, per addebitare solo alla sua inquietudine esistenziale. Il film non manca di mettere in rilievo la figura di una madre del tutto disinteressata alle sorti del poeta, al padre tuttavia a più riprese Leopardi si rivolge nel film con devozione e tenerezza. Che ci stanno tutte, solo che  il suo giudizio su di lui proprio in quella lettera si svela bel altrimenti accusatorio. Gli imputa drammaticamente di aver applicato rigide «norme geometriche» nel valutare l'ingegno di un figlio che mostrava di avere «alquanto più che un barlume d'ingegno» e di aver concluso che questo non  meritava alcun sacrificio dei piani familiari: l’accusa più bruciante infatti è di non aver nemmeno preso sul serio la richiesta («Fui accolto colle risa ...») di adoperare le conoscenze di famiglia per trovargli un impiego fuori Recanati.

    2.2) L’antiutilitarismo di Leopardi viene accennato nel film quando il poeta frequenta il gabinetto Viesseux a Firenze: qualcuno chiede a Leopardi notizia del carattere di quella sua iniziativa editoriale di un periodico letterario e lui risponde brevemente che carattere precipuo della rivista sarebbe stato il rifiuto programmatico di essere utile a qualcosa. Ha fatto bene Martone a mettere sulla bocca del poeta le parole che compaiono nel Preambolo, scritto di proprio pugno dal poeta e arrivato a noi. In esso, dopo aver giocato ironicamente sulla natura del giornale nel quale non si volevano "letterati" per redattori ma neanche scienziati, né statistici né economisti, Leopardi chiariva, prendendo garbatamente d'infilata tutta l'ideologia utilitaristica del secolo, della quale il gabinetto Viesseux era la punta di diamante italiana, lo scopo dell'impresa: «Noi non miriamo né all’ aumento dell'industria, né al miglioramento degli ordini sociali, né al perfezionamento dell'uomo [...]. Confessiamo schiettamente che il nostro Giornale non avrà nessuna utilità. E crediamo ragionevole che in un secolo in cui tutti i libri, tutti i pezzi di carta stampata, tutti i fogliolini di visita sono utili, venga fuori finalmente un Giornale che faccia professione d'essere inutile». E subito dopo aggiunge: «II nostro scopo dunque non è giovare al mondo, ma dilettare quei pochi che leggeranno. Lasciamo stare che lo scopo finale d'ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all’ultimo si ottiene rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l'utile». Chi voleva dunque leggere per diletto e consolazione dalle calamità, era invitato a sottoscrivere all'impresa; con questa speranza: che a sottoscrivere fossero soprattutto le donne:«perché è verisimile che le donne, come meno severe, usino più degnazione alla nostra inutilità». Forse una citazione più estesa dal Preambolo avrebbe dato una sostanza diversa alla garbata ironia che Leopardi usa nel film e che fa dell’episodio una occasionale battuta. Ma soprattutto avrebbe piegato la lettura dell’insieme verso la considerazione che Leopardi, in mezzo agli economisti e sociologi e scienziati del Gabinetto, non è che ci stesse male e si sentisse fuor d’acqua a causa della sua infelicità e delle sue inquietudini personali ma per diversità di opinioni sul mondo e per la quasi nulla importanza che si dava alla poesia. Così dice al Giordani in quella nota lettera  con la quale Leopardi praticamente si congeda nel ’31 da Firenze: «[...] mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente  non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica». (G. L., Epistolario, a cura di F. Moroncini, Le Monnier, Firenze 1934, vol. V, lettera a P. Giordani n° 1293). 

   2.3) Nelle sequenze dedicate allo stesso Gabinetto veniamo a sapere di un certo concorso cui Leopardi ha partecipato. Siamo nel 1830 e l’Accademia della Crusca decide di assegnare i mille scudi di premio all’opera dello storico Carlo Botta. A onore dell’Accademia occorre aggiungere che le Operette morali che erano in concorso (erano uscite nel 1827, l’anno miracoloso per le lettere italiane perché è anche l’anno de I promessi sposi) sono considerate degne di una menzione al terzo posto, al secondo c’è una Sacra Scrittura illustrata, di un certo Lanci. Appunto. Voglio dire che non c’è da stupirsi se le Operette morali non vincono niente: sono pregne di ateismo. Nel Gabinetto invece si mormora qualcosa solo su quel pessimismo così insistente del poeta. Certo che c’era il pessimismo - nella fattispecie la critica ha anche suggerito che almeno in parte lo si poteva  anche considerare come una reazione all’eccesso di ottimismo dei toscani - ma i frequentatori del Gabinetto sono appunto i famosi moderati toscani perlopiù cattolici e, ripeto, sono il nerbo della nuova classe dirigente del Risorgimento, pragmatici antelitteram, utilitaristi, auspicanti mercati liberi ma sostenuti da riforme statali. In nuce il capitalismo nostrano. Nel quale la parola d’ordine è il progresso e la felicità futura delle masse. Mettere in bocca al garbato Leopardi ironico di Martone qualche allusione in più a tutto ciò forse avrebbe aggiunto qualcosa di interessante e più concretamente materiale alle inquietudini esistenziali del poeta. Ma soprattutto avrebbe dato un po’ più di luce e significato alla critica antiprogressista leopardiana. Di essa nel film si ha un breve cenno, anche qui in pratica una battuta isolata, quando viene recitata una parte di La ginestra: si sente risuonare il verso contro le ‘magnifiche sorti e progressive’ ma in un contesto che ovatta e ammorbidisce la sua valenza culturale e politica.

   2.4) In una lettera famosa, che si legge in tutti i manuali di storia della letteratura per i licei, Leopardi invita i suoi detrattori a giudicare i suoi ragionamenti per quello che sono e non facendo riferimento alle sue sofferenze fisiche. Anche nel film il poeta pronuncia questa frase e Martone ha fatto bene a fargliela pronunciare estrapolandola dalla lettera. In effetti il succo è: smettetela di dire che l’infelicità cui dico essere condannata la specie umana dipenda dal fatto che sono gobbo, semicieco e quant’altro. Si tratta di una delle affermazioni topiche per capire il livello di autocoscienza di Leopardi sulla propria opera nonché sul senso della sua filosofia. Nel film il contesto nel quale un pensiero così importante viene espresso è davvero infelice, capisco voler perseguire la leggerezza, ma mettere Leopardi in una gelateria, seduto a un tavolino sul quale troneggia un gelato, cosa di cui era notoriamente goloso, e avendo come interlocutori due sconosciuti, riduce quel pensiero e la sua complessità alla battuta  di un goloso compulsivo. 

3) Il film si divide in due parti. Tra l’una e l’altra c’è uno stacco temporale di circa dieci anni. Lasciato Leopardi a Recanati dopo il suo infelice tentativo di fuga lo ritroviamo a Firenze nel 1830, già in contatto con Ranieri, innamorato di Fanny Targioni Tozzetti, frequentatore del Gabinetto Viesseux. E’ sempre più gobbo e cieco ma nell’insieme il suo aspetto è molto gradevole, ha un’aria quasi da gaudente, adopera l’ironia con grande freschezza e garbo e non si risparmia del vivere quanto è alla sua portata.
Importa, per una ricezione non superficiale da parte del pubblico, raccontare cosa è successo di Leopardi in questi dieci anni? Sembrerebbe di no. Leopardi a un certo punto della sua storia sarà pur diventato adulto. E nel film lo è diventato. L’impressione è che nonostante i dieci anni trascorsi egli sia rimasto nella sostanza quello di prima, un giovane favoloso. Ma nella realtà non è proprio così. Leopardi anzi è profondamente cambiato. Soprattutto perché le sue convinzioni, che avevano all’inizio un’origine letteraria e intuitiva e poco basata su dati di esperienza, ora si sono consolidate, articolate e approfondite proprio grazie a un’esperienza di vita concreta vissuta e fondamentale. Tra il 1825 e il 1828 (anno quest’ultimo della composizione dei grandi idilli, quasi il meglio della sua  produzione poetica, che nel film vengono purtroppo sacrificati) Leopardi ha vissuto, in un rapporto di lavoro precarissimo e tuttavia quasi continuativo, una condizione per il tempo rara e privilegiata, ottenuta e conservata grazie alle sue competenze letterarie: egli infatti per la casa editrice di Antonio Fortunato Stella svolge da salariato funzioni di consulente editoriale, di direttore di collana e di compilatore lui stesso di note, commenti, prefazioni nonché di antologie. Come è largamente noto. Ricavandone quanto gli bastava per mantenersi. Il lavoro dunque, come mezzo di essere provveduto e libero e come mezzo per dedicarsi ai suoi studi, con tanto di scandalo da parte del padre che guarda al disdoro che ne proviene per tutto il suo casato nobiliare e che dunque gli scrive di mollare tutto e tornare a Recanati dove aveva ‘tutto quello di cui bisognava’. Ovviamente tranne la libertà e la disponibilità di libri che nello stato della Chiesa era impossibile a causa della censura. Dopo qualche mese della sua permanenza a Bologna, dove ha preso casa e da dove gestisce la relazione con Stella, scrive al  fratello Carlo di vivere «onoratamente e con piena indipendenza personale, e regolandomi nelle spese, passo anche per ricco [...]. Se avessi voglia e salute da faticar di più in cose letterarie potrei anche avere dell'avanzo, perché non mi mancherebbero imprese e inviti librarii qui e in Torino e altrove» ( G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a Carlo Leopardi del 24. 2. ’26). Ma dopo un anno e mezzo le cose sono di nuovo cambiate. La sopravvivenza è assicurata ma gli costa un’attività intensissima che copre tutto il giorno e gli consuma un fisico provatissimo e soprattutto la vista. In realtà tempo per dedicarsi ai suoi studi e alla poesia gliene restava poco. Il trasferimento a Firenze, dove sapeva essere in vita un’attività culturale e politica intensa e dove il Vieusseux stesso l’aveva più volte chiamato a collaborare, fu dovuto proprio alla curiosità di verificare se lì una sua collaborazione poteva essere più conveniente. La delusione sarà quasi immediata. Per quanto la vita culturale del Gabinetto fosse ricca e intelligente il giudizio suo come abbiamo visto è diverso. Un giudizio che del resto era già maturato nel ’24 quando su insistenza del Viesseux si era adattato a scrivere una delle pagine di sociologia più interessanti del primo Ottocento. Lì, nel ‘Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani’ il poeta discute della mancanza in Italia di industrie e di cultura. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dal pessimista che conosciamo sostiene che là dove, e pensa in particolare alla Francia e all’Inghilterra, l’industria conosce un certo sviluppo, si sviluppano cultura e ‘pubbliche opinioni’ (ovvero partiti politici). E aggiunge: è vero che competitività crudeli e persecuzione degli uni sugli altri sono la sostanza di queste società, ma quello sviluppo medesimo di esse, conclude, mostra anche di saper rimediare ai propri errori. 

4) Per concludere. Della complessità biografica di Leopardi e del suo pensiero, intrecciati indissolubilmente, nel film finisce per esserci solo una eco. Alla fine del film il giovane favoloso sembra essere rimasto il giovane irrequieto e ribelle della prima parte. E a questo proposito è inevitabile aggiungere che il film sembra essere la trasposizione cinematografica di una lettura critica molto simile a quella crociana. Quella cioè che relega a elucubrazione fastidiosa la riflessione antropologica sulla specie umana dalla quale Leopardi trae motivo di sconforto per le sorti sue e dell’intera umanità, una lettura alla quale non è stata estranea una parte della cultura marxista. Lo sforzo di Martone è da apprezzare, prima o poi un regista doveva pur provarci, ma c’era molta più carne da mettere sul fuoco ed era possibile perché nell’impostazione scelta potevano stare dentro molte altre informazioni che fanno parte ormai da tempo del patrimonio critico e che avrebbero contribuito a restituire di Leopardi almeno una parte della sua complessità.  A Martone resta il merito di avere aperto la strada. E di questi tempi non è poco. Tuttavia l’occasione per smetterla di parlare di un Leopardi dimezzato e chiuso nella sua malinconica inquietudine esistenziale mi sembra che sia andata persa.




lunedì 10 novembre 2014

Secondo incontro per la rassegna di Poesia e Storia

             POESIA E STORIA 
Rassegna in quattro incontri
in Bicocca
secondo incontro

LIBRERIA BOOKSHOP FRANCO ANGELI VIALE DELL'INNOVAZIONE,11 DI FRONTE AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI NELLA PIAZZETTA RIBASSATA!COME ARRIVARCI? PASSANTE FERROVIARIO FERMATA BICOCCA, METRO LINEA ROSSA FERMATA PRECOTTO POI TRAM NUMERO 7 (DUE FERMATE), LINEA 3 FINO A STAZIONE CENTRALE E BUS 87, OPPURE STAZIONE FERROVIARIA GRECO PIRELLI CENTO METRI A PIEDI IN DIREZIONE DI VIALE INNOVAZIONE.

17 NOVEMBRE LUNEDI ORE 18,30
secondo incontro

POESIA E LAVORO

PRESENTA FRANCO ROMANO’

Leggono le proprie opere
Paolo Rabissi e Edoardo Zuccato

L’attrice Laura Vanacore legge LES MURRAY
brani tratti da Freddy Nettuno e Poesie scelte.

Alla fine della serata rinfresco.
Ingresso gratuito.

lunedì 27 ottobre 2014

Memorie di un pessimista pentito

22 0ttobre 2014
“Non foss’altro che l’aver costretto l’azienda a non farci lavorare più con le mani alzate alla catena di montaggio, ad aver costretto la direzione a ridurre al minimo la parte variabile del salario costringendoci ad aumentare il ritmo di lavoro per qualche soldo in più, basterebbe questo per dirti che io sconfitto non mi sento affatto. Lo so che ora hanno recuperato tutto, è vero ma allora la guerra era in corso, ora la guerra è finita e l’hanno vinta loro”.
Adelio, operaio pensionato, ha ragione su tutto. Per miei interessi di studioso di storia del movimento operaio e di intellettuale conosco come sono andate le cose, e del resto lo penso anche come insegnante. Ex.
Non foss’altro che l’aver informato i miei allievi di scuola media superiore per trentasette anni che le mie lezioni di Storia e di letteratura italiana non pretendevano di essere la verità ma solo una verità (anche se condivisa, prove alla mano, da molti), basterebbe questo per dire che non mi sento affatto uno sconfitto. Sconfitta è stata quella scuola che mascherava ideologie dietro la pretesa dell’oggettività, del giudizio super partes, del bello e del sublime eterni e immutabili. Ai miei allievi ho cercato di insegnare a sospettare ed esercitare il dubbio critico sempre con chiunque si presenti con le verità in tasca. Certo è che allora il conflitto era in corso. La verità del crocifisso appeso dietro la scrivania sembra che nelle scuole sia tornata. Allora non si poteva perché la religione cattolica non era religione di stato. La verità 'naturale' unica del progresso dentro il capitalismo neoliberale è un'altra volta sulle creste dell'onda. Allora non poteva perché il  movimento operaio accanto a quello degli intellettuali, degli studenti, delle donne stimolava la riflessione sulle alternative di vita.

23 ot.
Non bastano 37 anni di lavoro a tempo indeterminato nella scuola italiana per cacciare dalla testa lo smarrimento che provavo da giovane quando mancavo di un posto di lavoro non precario. Ancora oggi da pensionato ogni tanto mi chiedo smarrito se non troveranno il modo di togliermi la pensione e rendermi precari gli ultimi anni di vita. In realtà molto verosimilmente non ce la faranno.
Del resto la mia precarietà era dovuta allo smarrimento giovanile di non sapere cosa fare di me. Ottenuto un diploma liceale più per caso che per merito, dopo un anno di lavoro come impiegato, in piena crisi esistenziale, mi chiesi se non era il caso di darmi a qualche attività manuale. Fare l’operaio era attraente in quegli anni, più di quanto oggi si possa pensare. Certo l’attrazione verso la fabbrica era soprattutto nei giovani proletari, che frequentavo più di quanto non frequentassi la classe borghese medio alta di formazione liberale o fascista cui appartenevano i miei compagni di liceo. Ma un po’ che la mia vita scolastica era stata un disastro (credo di essere stato uno degli  allievi più bocciati d’Italia degli anni cinquanta, e non dico a caso Italia visto che le bocciature le ho collezionate tra le numerose città  in cui avevo frequentato disordinatamente le varie scuole) un po’ che la vita d’impiegato a 54 mila lire al mese, che non erano nemmeno pochissime per allora, mi sembrò un suicidio, la scelta di una dissacrante attività manuale in qualche fabbrica in fondo poteva ben essere la soluzione di vita che mi mancava. Non è andata così. Dopo un anno di lavoro manuale e servile a Colonia mi sono rimesso a studiare e mi sono anche laureato (con un voto non disprezzabile e con un gratificante riscatto morale verso la cultura). E a dirla tutta ho fatto l’insegnante con grande entusiasmo e sono convinto di essere anche  stato un buon insegnante. Ma questo non c’entra. Per ora.
Il problema nasce una sera nella quale, nella mia terza vita, quella di scrittore riconosciuto di versi e di righe, una delle poete sedute a una tavolata di poeti e poete appunto, animata da una sua ubris personale contro di me ( i fatti in seguito avrebbero dimostrato che era mossa da invidia e gelosia) metteva a confronto la sua generazione e la mia sostenendo che la sua doveva reggere sulle spalle le manchevolezze della mia generazione.
“Andiamo, renditi conto che sei un testimone di una generazione di sconfitti…”
Le risposi che si sbagliava, che era sbagliato quello che diceva e che io non mi sentivo, insieme a tanti altri e altre, affatto sconfitto.
“Ma non è vero. La mia generazione ha vinto più di quanto tu sappia o non voglia sapere. Tu invece probabilmente sei una testimone del rifiuto della tua generazione di misurarsi col passato e temo che questo atteggiamento finirà col causare nei vostri figli la perdita totale della memoria storica e dunque quella delle nostre conquiste. Hai presente quando Wim Wenders fa dire al protagonista di ‘Nel corso del tempo’ a proposito degli americani, che costoro hanno finito con colonizzarci l’inconscio? Non so se lo diceva riferito a tutti noi europei o solo ai tedeschi, quello che mi sembra certo è che intravedo oggi più che mai per i nostri giovani la totale dismissione dalla Storia e la voglia insuperabile, perché inscritta interiormente, di vivere in un eterno presente.’

Non ho esagerato, se mai sono stato molto garbato come sempre, avrei potuto essere più cattivo . Avrei anche potuto dirle en passant cosa pensavo dei suoi versi, perché versi ne scriveva anche lei e forse ne scrive ancora, versi che non riescono a togliersi di dosso quel tanto di burocratico che promana dal suo parlare e financo dalle sue posture di donna desiderante, incline a mostrarti in segno di emancipazione sessuale le sue poderose cosce corte.

Rassegna di Poesia e Storia Primo incontro 3 Novembre 2014 ore 18,30







LIBRERIA BOOKSHOP FRANCO ANGELI VIALE DELL'INNOVAZIONE,11 DI FRONTE AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI NELLA PIAZZETTA RIBASSATA !


3 NOVEMBRE LUNEDI ORE 18,30
primo incontro

NOVECENTO

PRESENTANO: PAOLO RABISSI E FRANCO ROMANO’

Leggono le proprie opere
Nino Jacovella e Alessandra Paganardi

L’attrice Laura Vanacore legge ADONIS
brani tratti da Nella pietra e nel vento

venerdì 11 aprile 2014

Ben fatto, professore

Ci vuole l'allegria del naufrago per continuare a cercare se non la verità quanto meno ciò che le si avvicina, in mezzo a tanti ostacoli. L'intellettuale, quello serio non il chiacchierone che non manca mai in nessuna categoria, conserva quello spirito per non venire meno al proprio statuto, sia quando intorno c'è il deserto sia quando intorno la ressa rischia di sommergerlo. La riserva di allegria della ricerca lo salva. In questo caso, dato che perlopiù l'intellettuale, il professore, scrive, te ne accorgi dal tono che prevale nella sua scrittura. Un tono disincantato che avverte che non c'è troppo da illudersi ma anche un tono fermo di chi non recede dal suo impegno. Spesso è una scrittura che ha il dono di dire con leggerezza cose alte, quelle che appunto sono prossime alla verità. Howard Zinn, del quale sto rileggendo A people's History of the United States, la cui prima edizione è del 1980, ha questo dono. Chi ha conservato dai banchi di scuola e dalle pagine dei manuali di Storia l'idea romantica di un destino nobile e universale della civiltà occidentale (e del capitalismo) se ne distacca ben presto leggendo le prime pagine. Non si tratta di polemizzare con le magnifiche sorti e progressive della civiltà occidentale sostenute dai benpensanti, si tratta di prendere atto, prove alla mano, che le cose vanno a questo mondo in maniera diversa da come spesso ci viene raccontata. Da come spesso ci è più semplice credere: perché la verità, piccola o grande che sia, è sempre difficile da cercare, richiede la lentezza della  pazienza, coraggio e perseveranza, tutte doti che bisogna avere appunto l'allegria del naufrago per praticarle  e non la frettolosa convinzione di essere dentro la verità. Quando Colombo e i suoi marinai raggiunsero la riva di quell'isola delle Bahamas nel Mar dei Caraibi uomini e donne arawak, nudi abbronzati e colmi di meraviglia, li accolsero portando acqua, cibo, doni. Scrive Colombo nel suo diario di bordo che erano tutti bellissimi e gradevoli nella fisionomia. Non conoscevano armi, né ferro. E aggiunge subito dopo a commento, rivolto alle loro altezze reali Ferdinando e Isabella di Spagna: "Le Altezze Vostre con una cinquantina di uomini li terranno tutti sottomessi e potranno far fare loro tutto ciò che vorranno". Sei insomma costretto a riflettere subito sul background culturale di Colombo, neo-ulisse cattolico osservante, uomo dello splendido Rinascimento. Per portarsi avanti intanto Colombo ne mette ai ferri un certo numero per far loro confessare da dove proveniva l'oro dei loro orecchini. Se  questo comportamento va addebitato a mentalità generale, Colombo poi ci mette anche del suo. Aveva promesso una pensione vitalizia a chi avesse avvistato la terra per primo. Alle primissime luci dell'alba del 12 ottobre del 1492 un marinaio di nome Rodrigo vide la luna brillare sulla sabbia bianca dell'isola e gridò. La pensione non l'ebbe mai. Se la prese Colombo che affermò di aver visto una luce la sera prima. Verrebbe da dire che era arrivata appunto la civiltà occidentale. Ma non sarebbe nello spirito giusto. Confermare come siamo fatti è sempre un po' dolente e l'intellettuale, lo studioso, il professore, questo lo sa. Ma per quanto amaro sia è giusto raccontare il vero o quello che gli è prossimo. Howard Zinn, storico statunitense, morto qualche anno fa, ha raccontato una storia diversa, avvicinandola alla verità, ha raccontato la storia non dei vincitori ma dei poveri, dei nativi americani, degli schiavi di colore e delle donne. Un intellettuale scomodo. Come tant*. Terribile in questi giorni sentire liquidare posizioni politiche opposte con il termine di intellettuale o professore declinato in una nota accezione svilente. "I professoroni, gl'intellettuali di turno". Antica formula retorica quella di sminuire il valore di posizioni politiche contrarie. Niente di che dunque, non fosse che in questo caso c'è un surplus odioso.
Quando in certi momenti del Novecento l'intellettuale è diventato categoria nociva, nemica e antipattriottica suonavano le trombe imperial fasciste, naziste e staliniste. Se risuonano oggi, con buona pace dei nostalgici, non è certo perché sia all'ordine del giorno una riedizione di tutto ciò, ma il fatto che risuonino sia tra chi si definisce di destra sia tra chi si definisce di sinistra è quanto meno segno che tutti costoro hanno perso il contatto con quanto di meglio ci hanno lasciato i movimenti degli anni sessanta. Quei movimenti sono stati profondamente antiautoritari. E hanno segnato un solco di civiltà, una barriera invisibile ma tuttora vitale che è patrimonio non solo dei settantenni come chi scrive.  L'antiautoritarismo è tuttora per molti della mia generazione - di cui certamente molti intellettuali e professori -  ma non solo (perché ho il piacere di constatare di avere trasmesso a molti dei miei allievi il suo senso) una sorta di zoccolo duro, una struttura mentale che ha come costante l'esercizio dello spirito critico e che non rinuncia a essere scomodamente accampata in una visione del mondo che ha appena cominciato a enunciare i suoi assiomi. Non è solo la costanza dell'analisi critica delle forme attuali dello sviluppo capitalistico, delle sue contraddizioni e delle modalità con cui si camuffa da democrazia, è anche la messa a tema dei lasciti, dentro tutte le nostre  relazioni, del patriarcato e delle sue leggi millenarie che il femminismo contribuisce a svelare. Declinare questi due insiemi è possibile solo dentro una visione del  mondo antiautoritaria quale il secondo Novecento ci ha lasciato. C'è molto lavoro insomma, con l'allegria dei naufraghi, per i professori e gli intellettuali, come Howard Zinn.







martedì 4 marzo 2014

Il revisionismo che la poesia non può tacere

Città di Sesto San Giovanni, Medaglia d’Oro al Valore Militare.

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA.

Sesto San Giovanni festeggia l’arte poetica in occasione della Giornata Mondiale della Poesia proclamata dall’Unesco.

Sabato 22 marzo 2014, ore 15.30,Villa Visconti d’Aragona, via Dante 6.


Il comunicato che ho riportato qui sopra è dolorosamente emblematico dei nostri tempi. Nulla può giustificare il mascheramento o l'omissione del fatto che Sesto San Giovanni è notoriamente medaglia d'oro della Resistenza. Citare solo l'espressione Valore militare è grottesco, il significato è tutt'altro e non occorre aggiungere alcunché.
Mi aspetto da parte degli invitati una presa di posizione chiara. Scorrendo la lista dei partecipanti stilata dall'associazione Milanocosa trovo molti nomi di poeti e poete che immagino consenzienti alla definizione in questione, conosco infatti il loro schieramento culturale e politico. Sorprendono invece i nomi di molt* che appartengono a un'area altrettanto schierata che notoriamente fa capo alla cultura della memoria della Resistenza.
Scivolamenti evitabili. La cultura politica revisionista per la quale siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo volerci bene è francamente stucchevole. La poesia non è un contenitore neutrale di belle anime al di sopra delle parti, delle parti essa vive e si alimenta perché è sempre schierata con la verità. Dice il dolore e la gioia senza infingimenti e trascura gli opportunismi delle cronache, costi quel che costi.
La parola Resistenza è di dolore e gioia e dice la verità. Valore militare non dice la verità.

sabato 1 febbraio 2014

Sulle forme dell'epica nuova.



Incontro con Anna Santoro, poeta, scrittrice, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo: La nave delle cicale operose.
Perdonerà l'autrice se qui non parlerò del suo libro, peraltro commentato e presentato recentemente
allo spazio scopricoop di via Arona da Franco Romanò. Commenterò qui invece la risposta che lei ha dato alla domanda di uno dei presenti all'incontro che suonava pressapoco così:
- Ha senso assegnare alla sua attuale scrittura una consapevole tonalità epica?
Alla domanda, proveniente dal pubblico, la scrittrice ha risposto con una chiara presa di distanza.
- Nessuna volontà di epicizzare la mia narrazione, ha concluso, la parola 'epica' è una parola troppo invasiva, pericolosa, fa persino paura e soggezione.

Le cose credo che stiano proprio così. Nell'immaginario comune la poesia e la scrittura epica sono legate ad avventure mirabolanti, conquiste di vette spirituali o materiali tra eroi ed eroine, guerrieri e guerriere, miti e rituali e magari magie, mostri e conquiste di altri mondi.
A dirla tutta sembrerebbe che dell'epica siano in grado di dare una versione moderna solo i fumetti, il cinema, la televisione e i giochi elettronici: che non è poco! C'è un' intera galassia epica conquistata dai media e dal commercio.
La parola è compromessa, come tante. Ma a noi qui interessa in particolare il versante della poesia.
Depurata dalle incrostazioni ideologiche e mercantili è possibile oggi parlare di una poesia epica senza scomodare da una parte Iliade e Odissea, o Ariosto e Tasso, e dall'altra Walt Disney?

C'è spazio, c'è traccia nella modernità di una poesia epico-lirica che senza rinunciare alla nostra amatissima poesia lirica abbia anche un legame stretto con la Storia del nostro recente passato e con le convulsioni del nostro presente, caotiche ma anche ricche di patrimoni?
A mio parere le esperienze di questo tipo abbondano e personalmente le inserisco in un filone che chiamiamo di epica nuova.
Ma è così necessario dare una cornice? No ovviamente, nominare le cose per quello che sono invece aiuta tutti.
E in ogni caso la nominazione dentro un filone di moderna epica e nuova garantisce per sé buona poesia? Proprio per niente.
Può forse servire a misurarne il valore in qualche modo?
E in ogni caso se nominare significa circoscrivere, un'epica nuova dentro quali caratteri e confini va circoscritta?

E' quanto si vorrebbe capire. Ma intanto viene da dire: quando la poesia si fa stando dentro la Storia e le sue contraddizioni e affronta temi che nella poesia lirica non possono o non devono entrare ha senso tentare di dare una definizione al tipo di poesia di fronte alla quale ci troviamo?
E se 'epica' è troppo, ce un'altra definizione?

Ma forse il problema è un altro ancora: forse viviamo in un momento di transizione da un'epica tradizionale che non ci appartiene più a un'altra forma di essa.

martedì 21 gennaio 2014

Di epica nuova


Dopo il lavoro di quasi un anno con Franco Romanò, il nuovo blog di poesia è pronto, ne do notizia anche qui con la lettera che stiamo spedendo a amici, amiche, lettori, lettrici...


Cari amici e care amiche,

abbiamo fondato un blog di poesia dal titolo DIEPICANUOVA. Lo trovate all'indirizzo www.diepicanuova.blogspot.it. Le ragioni di questa piccola impresa editoriale scaturiscono da tante riflessioni, confronti e dibattiti, ma sono ben riassunte da quanto scriviamo nell'editoriale, di cui riproduciamo qui una breve citazione:

“... un modo d'intendere la poesia oggi e anche col rimettere in circolo una parola che in Italia è diventata da tempo un tabù impronunciabile: epica, termine contenuto nel nome del sito, cui, tuttavia, l'aggettivo ‘nuova’ conferisce una qualificazione imprescindibile. Non intendiamo, infatti, coltivare la nostalgia di una tradizione e neppure semplicemente riferirci al sentimento epico che accompagna la storia umana fin dalle sue origini, ma cercare di definire i caratteri che oggi una scrittura poetica epica necessita di possedere.”

Poche altre parole per presentarlo dal momento che si rischierebbe di ripetere quanto troverete nel blog, soltanto i titoli delle rubriche che troverete dopo l'editoriale. TESTI MANIFESTI A è la prima. In essa troverete testi e autori classici a cavallo fra '8 e '900, oppure novecenteschi che consideriamo emblematici per il percorso che vogliamo compiere.  MULTIVERSO è la rubrica dove cercheremo di delineare le caratteristiche di   un'epica nuova. La rubrica CORALIA  si occupa del contesto in cui la nostra proposta si cala. Nella sezione CONTEMPORANEA pubblicheremo testi poetici di autori e autrici contemporanei, compresi i nostri, che pensiamo siano in sintonia con le premesse da cui siamo partiti. Infine RIFLESSIONI A MARGINE E COMMENTI una rubrica nella quale ospiteremo gli interventi critici, i saggi, i semplici commenti che lettori e autori vorranno inviarci.
Buona lettura.

Paolo Rabissi e Franco Romanò 

venerdì 29 novembre 2013

La solitudine di Schenk


giovedì 5 dicembre ore 18,30 – via Tadino,20 – Milano Happy hour & reading

Paolo Rabissi: LA SOLITUDINE DI SCHENK

Introduce Tiziano Rossi.

L'opera fa parta di un poema più ampio dal titolo INVERNO A COLONIA,  caratterizzato da un felice ritorno alla poesia epica e abitato dalla tensione etica verso i grandi problemi del nostro tempo.

sabato 23 novembre 2013

I tranvieri di Genova e la lotta di classe.

I conti cominciano a tornare per il nostro capitalismo. E' notizia di oggi che la ricchezza media degli italiani nel 2012 è aumentata del 5%, si tratta beninteso della ricchezza proveniente dal mercato finanziario. Contemporaneamente di conseguenza hanno debuttato sulla scena 127 mila nuovi milionari. Contemporaneamente e di conseguenza sono andati perduti 500 mila posti di lavoro.
Ha ragione il mio amico N. a leggere questi fatti come l'eterno scontro tra ricchi e poveri. Lui ovviamente sta dalla parte dei poveri. Ma come convincerlo che né i ricchi né i poveri sono entità eterne e naturali per i quali c'è ogni tanto l'intervento della divina provvidenza? Lui è un conservatore illuminato ma chi regge la baracca è solo portatore dei valori della destra e del centro dello schieramento liberale del capitalismo. Che oggi significa finanziarizzazione dell'economia.
La lotta di classe, quella che ha spiegato che all'interno della società industriale ci sono due classi che si contrappongono e che lottano a testa bassa per dividersi l'una i mercati l'altra quello che dalla rapina organizzata sul lavoro riescono a strappare con la lotta in fabbrica, la lotta di classe oggi è stremata per manifesta inferiorità di una delle due. Lungi dall'essere scomparsa, la lotta di classe oggi accumula sempre più ricchezza nel territorio della classe uscita vittoriosa nell'ultimo scontro, mentre nell'altro, nel territorio della classe sconfitta, il deserto avanza.
Nel secondo dopoguerra quella stessa classe vittoriosa  ebbe la meglio sul medio periodo: per circa dieci anni, 45 - 55, approfittando della temperie politica nazionale e internazionale, compressione dei salari e dei posti di lavoro hanno permesso al capitalismo nostrano un'accumulazione di capitali che è servita in certi casi per nuovi investimenti e per allargare i cordoni della borsa a partire dalla fine degli anni cinquanta (il boom economico) in modo che la massa dei lavoratori e lavoratrici cominciasse ad assaporare il democratico consumismo. Le lotte operaie che hanno aperto un ciclo vincente, superiore alle intenzioni del capitale, hanno rivalutato il lavoro e inciso in maniera determinante a creare il Welfare.
Oggi la vittoria del capitale internazionale è riuscita a creare la stessa situazione del dopoguerra: la situazione di sconfitta operaia e di svalutazione del lavoro creano ancora disoccupati e miseria da una parte e accumulo di ricchezza dall'altra.
Ne dovrebbe seguire, secondo quella logica, una ripresa delle lotte operaie per riconquistare la dignità del lavoro e dei salari.
Tutto lascia pensare che non sarà così. Anche se a Genova i tranvieri ci riprovano.

domenica 18 agosto 2013

'La camera da letto' di Attilio Bertolucci. L’epica del quotidiano nel secondo Novecento.


Dal numero 6 di Overleft *
In un articolo, apparso nel lontano 1954 sulla ‘Gazzetta di Parma’ [2] intitolato ‘Il libro per la sera’,  Attilio Bertolucci confida al lettore l’abitudine antica e amatissima di portarsi un libro in ‘camera da letto’, la sera, ‘per una lettura intima, che consoli della giornata finita e aiuti contro la notte imminente’. Il libro per le sere della sua lunga infanzia e adolescenza, confessa poi, è stato quasi esclusivamente un romanzo, anzi ‘il’ romanzo, La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, tanto che Bertolucci, in chiusura di articolo, si sente in dovere di giustificare la mancata citazione di ‘almeno un libro di versi’. E, proprio ragionando sulla poesia, il poeta conclude con una nota su di essa: privilegio supremo della poesia, insieme alla musica, è quello di donare una ‘sequenza di versi incorruttibili e indistruttibili’ che rappresentano una ‘gioia per sempre incarnata in noi sino alla morte’.
La lunga operosa fatica del poeta del ‘romanzo famigliare in versi’, che durerà trent’anni, dal 1957 al 1988, anno della pubblicazione del secondo e ultimo libro col titolo ‘La camera da letto’, sembra possedere in sé la strenua volontà di donare al lettore italiano di fine novecento quella sequenza di ‘versi incorruttibili e indistruttibili’ che, calati nella forma del poema epico-lirico, vadano ad aggiungersi,
romanzo tra i romanzi, al ‘libro della sera’.
‘Che consoli della giornata finita e aiuti contro la notte imminente’.
Che conforti, rammemorandola, della frazione di vita irrimediabilmente trascorsa e conceda di prolungare il tempo della luce fino a  sporgersi nel territorio della notte.
Il dono di una poesia che consoli dell’impossibilità di arrestare il Tempo.
Il poeta, nel dire il proprio personale romanzo in versi (con al centro se stesso e i propri affetti familiari), non potrà che avere il tono dolente, armato di pietas, di chi, consapevole della caducità della condizione umana, osserva compiersi il proprio destino in un processo inarrestabile.  Il tono della voce dovrà evitare strilli o acuti affinché il sentimento inconsolabile della fine di una giornata, e dell’avvento della morte apparente del sonno, non finisca col cedere alla disperazione; dovrà quella voce echeggiare piuttosto che rimbombare, scaldare piuttosto che bruciare. Sarà una voce cordiale, colloquiale, intima. Che riuscirà però a dire l’inesauribile amore per la vita, la luce, la poesia. In questo modo quella voce consolatoria riuscirà a ingannare la notte prolungando la luce ravvivandola proprio nel momento in cui la carne sta per cedere all’abbraccio del sonno. Saprà accompagnarci sin oltre le soglie del buio.
Nell’atmosfera in cui il poeta  invita il lettore  il mondo reale è rivestito d’una coltre diafana e preziosa che nello smorzare i toni più accesi libera mille composizioni di colori pastello. Siamo nel mondo della rêverie,  un mondo a metà tra sogno e realtà, un territorio che si stende negli interstizi tra luce e ombra, tra giorno e notte, tra vita e morte. Dove il paesaggio affascina inquietando, seduce e turba, spaventa e attrae.
E’ un luogo dell’animo e del corpo, che è tutt’uno col mondo poetico di Bertolucci, nel quale è possibile il godimento di momenti di sospensione dello scorrere inesauribile e inarrestabile del tempo, come extrasistoli della coscienza [3] in cui la mente può per un attimo perdersi al sicuro nella luce: avviene così in ‘Il bambino che va a scuola, a sei anni’ (terza sequenza del capitolo XI) [4]: ‘sul mattone poroso della soglia’ di casa il bambino viene assalito da una voglia di non muoversi più, di  smarrirsi, dimenticando la fame e la stanchezza, godendo “... la luce / che assorbita dalla grana del muro / vicinissimo agli occhi, si fa / incendio, guancia amata, geranio, / su cui s’affissa, e perde, la mente.”.
E’ una ricerca solitaria (che tiene Bertolucci volutamente separato dalle correnti e dalle scuole poetiche novecentesche) nella quale il poeta cerca e trova un risarcimento alle ansie e alle ferite procurate dal mondo reale. E’ un territorio franco, avventuroso per le gaggie che crescono perdutamente: non sui campi ben coltivati dei proprietari terrieri e nemmeno sui campi dei servi o dei contadini poveri ma negli spazi selvatici:‘...specie a sé / che vigoreggia senza cura di nessuno / in terreni mal esposti e trascurati.’ [5]
E' il luogo dove è ancora possibile mostrarsi grati alla sorte per aver conosciuto il sole, l’acqua, il vento, il fuoco della campagna; per aver conosciuto affetti familiari quotidiani: le tenere ansie causate dagli abbandoni nella fanciullezza, il calore della cena a famiglia riunita, l’avventura della scoperta della sessualità e poi dell’amore, i piaceri e le angosce della paternità. Un mondo separato da dire sottovoce perché il tempo reale, quello del neocapitalismo e del consumismo incombenti a partire dagli anni ’50, tutto ciò brucia e relega all’angolo.
Il lettore, attutito il sentimento troppo acuto della sofferenza esistenziale, lascerà che il poeta lo introduca in un lungo viaggio della memoria. I capitoli ( in tutto 46 per 9400 versi), divisi in sequenze, lo accompagneranno dentro vicende tristi e liete: prima tra gli antenati di Bertolucci, poi nelle tappe successive della sua formazione e della scoperta della vocazione al ‘vizio consolatorio della poesia’ [6], poi tra le  ansie, le ferite ma anche le felicità familiari come figlio marito e padre. Sentirà il tono dolente di chi assiste impotente al lento ‘dissanguarsi dei giorni’ [7], alla loro perdita, sperpero e consunzione ma contemporaneamente lo accompagnerà la volontà affettuosa e amichevole del poeta di rallentare, di fermare il tempo.
Col tono disincantato dell’uomo maturo che ci accompagni in visita a una sua antica ma lussuosa dimora della quale si intuiscono ancora, per le  suppellettili rimaste e  le decorazioni, la bellezza e la ricchezza ormai definitivamente trascorse e perdute, il poeta  si soffermerà volentieri sulle vicende che l’hanno animata, si abbandonerà volentieri ai ricordi, tanto che finirà col prevalere in lui ( e in noi che leggiamo), al di là del disincanto e del rammarico dolente, quell’intenso piacere, appena velato dal pudore e talvolta dall’ironia che intervengono a evitare il rischio del narcisismo ( o addirittura del ‘divino egoismo’ amorevolmente imputatogli da Sereni [8]),  che gli procurano lo scavare e il sostare nella memoria del proprio vissuto.
Bertolucci, sulle orme di Proust, si concede a un lavorio paziente, a volte ossessivo, in una sorta di pedinamento vigile della memoria, pronto a prenderla di soprassalto, capace com’è, ‘intermittente e infida’ (cap. XV, Viaggio alla terra dei sigari [9]),  di mascherature e rimozioni.  Nello strappare alla memoria “un altro giorno bello o brutto, sempre degno di lode e di rimpianto” [10], si prolunga il tempo, lo si costringe a rallentare. Perché vengono recuperati attimi di vita che si erano perduti. Veniamo allora trasportati in una dimensione ora favolosa, ora epica, ora elegiaca in cui ogni attimo, ogni giorno, ogni stagione, tra città e campagna, tra gioie e affanni, tra malattia e salute, tra ozio e lavoro, vengono raccolti e fatti pulsare nel verso.
Quel verso non potrà fare a meno di trascinare con sé ossimoricamente l’angoscia del consumarsi della vita. Per grande che sia il materiale che Bertolucci riesce a strappare alla memoria, in un gioco che potrebbe durare all’infinito, il verso (che per stare dietro all’ingordo desiderio di recupero memoriale si prolunga all’infinito per coordinate e subordinate, con una tecnica di accumulo ansioso che va, a mio parere, oltre la misura ordinata della sintassi latina che alcuni critici hanno intravisto, ma che mette sicuramente fine a qualsiasi metrica di scuola) il verso, dicevo, non smetterà mai di germinare anche da quella consapevolezza. E accanto agli dei benigni suscitati in noi dalla “riga cangiante delle anatre in marcia” [11], ci saranno sempre i fantasmi liberati da voli di passeri imprigionati negli specchi, volando via dai quali lasciano  “laghi azzurri di morte” [12].
Né le ironiche considerazioni sulla propria condizione di ‘medio proprietario agrario’ possono evitare che lo sguardo del poeta, quando si posa sulla campagna ordinata e fiorente della pianura intorno a Parma, tradisca qualche nostalgia per l’ormai vecchio mondo patriarcale che sta morendo, lasciando il posto alle più efferate e rapinose logiche del profitto e, aggiungiamo noi, a una critica più approfondita che di quel patriarcato mostrerà aspetti tanto poco nobili quanto insospettati [13]. Né il sensibilissimo verso può sfuggire all’eco  di un presente nel quale sono tramontate da tempo l’epica e l’elegia. Quando nella scrittura il tono della voce è tentato da slanci di questo genere, la coscienza del poeta interviene a ristabilire l’equilibrio. E il linguaggio, in anticlimax, torna a essere colloquiale, domestico, feriale.
Tutto ciò contribuisce a dare al poema quella dimensione di mezzo tra slanci lirici dell’immaginazione e prosa quotidiana della realtà [14] nella quale viene tessuta una sorta di autobiografia sognata [15].  Al lettore resta tuttavia qualcosa in più. E’ il brivido di sottile piacere per l’esistenza. Che giunge a noi dalle carezze del vento, dalla tenerezza del rosa e del celeste delle sere, dalle piogge tiepide come lacrime, dalle nebbie molli come lana calda che si straccia al sole, dal lucore umido del sole sui selciati. E, con altrettanto piacere, dagli affetti scambievoli, dalle pene solitarie, dalle vicende pubbliche; Bertolucci mette tutto in mostra, espone con coraggio tutto se stesso senza  scadere nell’esibizione:  il suo vissuto personale fino a toccare l’intimità, la sua vita pubblica fino a rasentare la Storia. Con delicata sobrietà, come dice il critico Raffaeli [16]. Ma infine invita, sia pure con  pudore anti-novecentesco, al vizio di vivere, al vizio della luce prima del sonno. Il volo dei versi di Bertolucci, e non solo ne ‘La camera da letto’, è come quello degli uccelli che segnano l’ora che trascorre stampando sul terreno la loro “ombra fuggitiva” [17] La loro ombra così sottile, inconsistente  e rapida si staglia comunque sul terreno grazie alla luce del sole. Nella complessità di un testo che come pochi ci ha “tanto nutriti e appagati” [18] è “il miele della luce” [19]quello che conta. E’ l’ostinata volontà di “ripetere la luce” già presente in “Viaggio d’inverno” [20]. Perché ne brillino anche i mucchi d’immondizia come ancora in  “Viaggio d’inverno” , o il letame fino a renderlo di rame o d’oro ne “La camera da letto” [21]. Nell’amatissima campagna, nella quale è sempre concretamente presente la mai redenta (nemmeno dalla lotta di classe) fatica dei contadini, la luce, fuori da qualsiasi metafisica, è semplicemente motivo di gioia, di speranza, di vita. Lo sguardo, acuto e mobile, è impegnato con un piacere tutto fisico a coglierla nelle più minute manifestazioni della natura [22]: nell’avventurarsi luminescente dell’acqua tra le pietre dei torrenti, nello scintillio segreto delle zolle appena aperte, nel luccichio notturno delle ragnatele bagnate e delle bave delle lumache. In qualsiasi ora del giorno: nel “pallore delle albe” [23], nei “mezzogiorni frananti dall’azzurro” [24], nei “tramonti smerigliati” [25].
* Il saggio, in versione un po' diversa, è comparso la prima volta nel 2001 su La mosca di Milano.
NOTE

[1]Ora in: A. B., Opere, Mondadori, 1997, pag. 469 - 807.
[2] Sta in Aritmie, Opere, cit., pag. 990.
[3] ‘Poetica dell’extrasistole’, è titolo del saggio che apre l’intera raccolta
di prose ‘Aritmie’.
[4] A. B., La camera da letto, cit., pag. 540.
[5] A. B., La camera da letto, cit., pag. 619.
[6] A. B., La camera da letto, cit., pag. 653
[7] E’ uno dei temi ricorrenti nell’intera opera di B., vedi ad es. Viaggio d’inverno,
Opere, cit., pag. 251. E’ un’opera del 1971.
[8] Vedi ‘A Parma con A. B.’, in Stella variabile: V. Sereni,Tutte le poesie, Mon-
dadori, 1986.
[9] A. B., La camera da letto, cit., pag. 565.
[10] A. B., La camera da letto, cit., pag. 523.
[11] A. B., La camera da letto, cit., pag. 538.
[12] A. B., La camera da letto, cit., pag. 596.
[13] Mi riferisco alla letteratura critica di matrice femminista con la quale è stato
evidenziato il ruolo di sopraffazione del maschio sulla donna che l’ha relegata
al margine nel mondo sociale, politico e artistico della cultura patriarcale.
[14]Parlando dei lavori in corso intorno al poema B., scrivendo a Sereni il 30 dicem-
bre 1970, così si esprime:”...le sequenze...partono bassissime (dover dire che ‘una
mattina di giugno del ‘30 la sorella della ragazza amata prima di venire in spiaggia
passa dalla farmacia...’) per poi impennarsi e finire chi sa dove...”. Si trova in A.
Bertolucci V. Sereni, Una lunga amicizia, lettere 1938 - 1982, Garzanti, 1994.
[15] E’ Bertolucci stesso a parlare del suo poema in termini di ‘longue rêverie’. Lo
fa anche scrivendo a Sereni, vedi ad es. la lettera dell’aprile 1965 da Roma:’Sto
scrivendo il mio poema...un po’ in sogno’.
[16] ‘Versi votati al più sobrio dei sublimi’: così definisce la poesia di B. M.Raffaeli
su Il manifesto, 15 giugno 2000.
[17] A. B., La capanna indiana:, Opere, cit., pag. 140. E’ un’opera del 1951.
[18] Così P. Lagazzi in Rêverie e destino, l’opera di A. Bertolucci, Garzanti, 1993,
che numerose considerazioni dedica proprio alla ‘luce’ nell’opera di B..
[19] A. B., La camera da letto, Opere, cit., pag. 592
[20] A.B., Viaggio d’inverno, Opere, cit., pag. 242. La raccolta è del 1971.
[21] A. B.,La camera da letto, Opere, cit., pag. 718.
[22] Interlocutrice fedele per B. risulta essere appunto la natura anche in Cinque
storie stilistiche, di A. Girardi, Marietti.
[23] A. B.,La camera da letto, Opere, cit., pag. 469
[24] A. B.,La camera da letto, Opere, cit., pag. 554
[25] A. B., La camera da letto, Opere, cit., pag. 470.

mercoledì 17 luglio 2013

Il numero 6 di Overleft



L'avventura di Overleft continua e con questo siamo arrivati al sesto numero. Il cuore di questo nuovo numero sono in particolare due aree tematiche: L'ALTRA GLOBALIZZAZIONE e DOPO IL DILUVIO, l'area tematica dedicata alla letteratura, al cinema e alle arti in generale.




Nella prima delle due aree, ospitiamo due interventi: un saggio di Aldo Marchetti, intitolato Gli scioperi più grandi del mondo e un'intervista a Naila Kabeer intitolata Matrimonio maternità, mascolinità nell'economia globale.

Il primo intervento riprende un tema a noi caro: le lotte dei movimenti in tutto il mondo, quella che noi chiamiamo globalizzazione positiva. Dopo le fabbriche recuperate in Argentina su cui ha scritto lo stesso Marchetti, dopo le lotte dei lavoratori della logistica in Italia in un articolo di Paolo Rabissi, è la volta di questi imponenti scioperi indiani che non hanno trovato molta audience sulla informazione mainstream.

L'intervista a Naila Kabeer riprende tutta una serie di temi a noi cari e che sono stati più volte oggetto di interventi redazionali o di singoli saggi, da parte di Adriana Perrotta, altri e altre: la femminilizzazione del lavoro, i rapporti fra i generi, i nuovi diritti.




In DOPO IL DILUVIO, due interventi: sulla poesia di Attilio Bertolucci, di Paolo Rabissi, e un altro sulla Profezia come genere letterario di Franco Romanò.

venerdì 28 giugno 2013

Lo sguardo su Berlino.


In una ventina di giorni abbiamo saccheggiato con lo sguardo la città.
Senza la conoscenza della lingua sei costretto a servirti soltanto degli occhi. Gli altri sensi sono anch’essi chiamati a un surplus di esercizio ovviamente.. Ma il naso e il tatto meno. Meno di tutti il tatto. Il naso in effetti lavora su materiale abbastanza inedito. Anzitutto il profumo di cucinati. Minestrone, brodo di carne, erba cipollina, curry, sesamo, cumino, caffè mit sahne, donerkebab, tutto mescolato insieme ti avvolge già verso le dieci del mattino quando ti sprofondi negli anditi delle metropolitane. E’ un afrore, ti prende alle narici e resta lì, non va più a fondo ma non ti abbandona più, neanche se esci sulle piazze sterminate che per attraversarle non bastano due semafori, neanche se si mescola agli odori di qualche umano maschio o femmina che sia. Finisce che lo cerchi, sfuggente e intenso, colto e perso in un metro di banchina. Ma in fondo niente altri impegni per il naso. Solo in qualche zona ti arriva grato il profumo dei tigli, di per sé beatificante ti gratifica ancora di più se i filari sono lunghi sulla allee. Ma in Unter den linden la delusione è grande, ne hanno rimessi solo un centinaio delle migliaia che c’erano prima che i nazi li spianassero per fare più grandi le adunate..
Con l’udito non c’è storia. I rumori sono quelli delle grandi città.  Il treno,  Ubahn o Sbahn che sia cioè in sotterranea o in sopraelevata, sferraglia proprio come un treno velocissimo e potente nel cuore della città su una superficie che è otto volte quella di Milano, pari a quella di NYC. Stazioni di ferro, di acciaio e cristalli, percorsi di ferro sui ponti di ferro sullo Sprea. Le porte si aprono e chiudono con jingles che sembrano tutti accordi delle sinfonie di Beethoven e forse lo sono davvero. Anche il rumorio di auto e macchinari in azione è uguale a quello di Milano o di qualsiasi altra città europea.
La vista dunque. Ma non è come a NYC. Lo sguardo lì è costretto continuamente a guardare in alto. I giochi dei riflessi dei grattacieli gli uni negli altri tengono la tua testa alzata, ma tieni la testa alzata anche perché sai che lassù in alto si avvicina il Central Park al termine della avenue che sale o perché al contrario sai che laggiù si avvicina Battery Park al termina della avenue che discende verso la foce dell’Hudson e dell’Est river. A Berlino è diverso perché i palazzi sono alti ma non troppo e devi subito fare i conti con la loro struttura quadrata, rettangolare, esagonale ecc. Figure geometriche classiche cioè armoniche cioè leggere, quasi un paradosso. Lungo i viali spaziosi non incombono, massicci e solidi nello spazio ma mai pesanti. Respirano su larghe piazze, spesso così grandi che rinunci ad attraversarle. Si defilano con eleganza se costeggiano lo Sprea, anzi lì scopri la loro vocazione ai vuoti architettonici che liberano spazi con arcate, portici e colonnati neoclassici. Un’architettura sobria e concreta, viva e sonora. Colpiscono la varietà, l’audacia e gli effetti coloristici delle soluzioni formali dei palazzi moderni (sono stati chiamati a realizzarli architetti di tutto il mondo tra cui Piano) ma quelle forme neoclassiche sono meno decadenti e ingenue di quanto la mia ignoranza mi faceva pensare. Qui infatti ti ritrovi davanti a estesi quartieri di fattura settecentesca, ancorché rifatti ma fedelmente dopo le distruzioni belliche, omogeneamente neoclassici al punto che ti sembra di entrare ogni tanto direttamente negli spazi della scuola di Atene di Raffaello. Colonnati, porticati, frontoni, spazi vigorosi con statue e fontane che adornano cortili e piazzali. Da manuale cinquecentesco. Anche perché sono i palazzi civili a prevalere, chiese non ce n’è o vivono una vita appartata. In quella che è forse la più bella piazza di Berlino, la Gendarmenmarkt, ci sono sì contrapposte due chiese, quella luterana per i tedeschi e quella  ugonotta per i francesi fuggiti dalla Francia a fine seicento, ma non hanno alcun peso religioso nemmeno formale perché ora sono due musei e comunque nella piazza dominano elegantemente neoclassico il teatro costruito da Schinkel durante la Restaurazione e il monumento a Friedrich Schiller.
In ultimissima annotazione non puoi fare a meno di renderti conto che il gotico non è passato da qui. Sembra quasi impossibile. Eppure quello stile che ha contribuito  a riempire di chiese tutta l’Europa ma soprattutto l’Italia dove si è innestato sul romanico, non ha lasciato gran che in tutto il Brandeburgo. Qui a Berlino una delle poche testimonianze è una chiesetta bicuspidata nei pressi di Alexanderplatz. 

lunedì 24 giugno 2013

Il muro di Berlino e il Caos



Del muro di Berlino è rimasto un pezzo lungo un chilometro e qualcosa . Costeggia lo Spree. Il territorio tra il muro e l'altra sponda del fiume era considerata zona neutra, chi cercava di attraversarla difficilmente sfuggiva alle mitragliatrici della DDR e veniva giustiziato sul posto. Dieter lo sciancato che ricordo in Inverno a Colonia era scappato per un'altra strada, nascosto dentro la fusoliera di un piccolo aereo. Rivedendo oggi il muro mi è tornato in mente, per la prima volta mi sono posto il problema se Dieter vive ancora nella Germania unificata. Oggi dovrebbe avere più o meno settant'anni come me, senza incidenti di percorso è realistico pensarlo vivo. Ma l'italiano non lo conosceva e quindi difficilmente può aver intercettato il mio blog (che altri seguono in Germania). Parlava un inglese maccheronico mentre oggi i tedeschi, quando si accorgono che sei straniero, per risponderti mettono automaticamente il disco inglese che è come una seconda lingua materna per loro che lo studiano dalle elementari, se poi vedono che non capisci allora si bloccano e chiedono aiuto increduli. Dieter non parlò mai della sua avventura, preferiva chiedermi in continuazione appena mi vedeva che cosa avrei fatto se fossi entrato in possesso di un milione di dollari! 

Il muro rimasto è un'opera d'arte en plain air per via dei murales che lo ricoprono interamente. Ne esci come puoi uscire dal museo Bergruen dopo aver visto un centinaio di Picasso e altrettanti Klee. Sbalordisci e ti affatichi un po' di più perché devi fare i conti con il cielo vastissimo e mobile di nuvole che mutano la luce e tu devi registrare lo sguardo dopo ogni click della tua macchinetta. Le due facciate del muro sono dipinte e disegnate secondo l'estro in murales brevi o lunghi. L'omogeneità delle opere è data ovviamente dal tema, interpretato in un paio di centinaia di pezzi dagli artisti di cui molti famosi, ma soprattutto dal tipo di colorazione acida delle bombolette a gas. 

C'è una riflessione cui ti costringe involontariamente una bacheca posta all'inizio e alla fine del muro. Essa avverte che mentre i murales della facciata esposta a Est, il territorio riconquistato, è quello riconosciuto ufficialmente di valore, nel quale cioè si sono impegnati artisti di nome, quella esposta a Occidente con i murales di autori ignoti è ritenuta di natura 'selvaggia'. Si tratta di un paradosso involontario. E' come se si fossero invertite le parti. A Est, che un tempo era occupato dai barbari, l'Occidente espone la sua arte con i suoi modi coinvolgenti, le sue linee informali ma dirette a un senso, la bellezza di composizioni ammirevoli per genialità. A Ovest l'Occidente espone la serie B e C, opere dei giovanissimi, che curvano lo spray al momento giusto per disegnare un cerchio quasi perfetto ma poi la direzione deraglia da qualsiasi senso. E' difficile cogliere in quei murales emozioni e significati. Se ci sono, sono rimasti in un cantuccio della testa dell'autore tanto che finisci col pensare che la prima è vera Arte e la seconda è solo Caos. Salvo poi non poter fare a meno di considerare che l'ordine dell'Occidente contiene una quantità considerevole di caos, quella che attualmente si manifesta nella crisi delle democrazie europee, nella crisi della globalizzazione capitalistica, nella insolvenza  drammatica del pensiero unico e della sua pratica. Forse i giovani della facciata Ovest sono nel Caos ma forse stanno cercando una via d'uscita dal Caos dell'Occidente. 

I benpensanti ovviamente tengono all'ordine della prima facciata. Essa contiene una sicura quantità di razionalità che garantisce, almeno a loro, la sopravvivenza. Se tutti i soggetti politici e culturali si acconciassero a razionalizzare al meglio strutture mentali e pratiche, se si adattassero con professionalità alle necessità pragmatiche del mercato tutti starebbero meglio e in ultima analisi non ci sarebbe un'Arte di serie B. Non si rendono conto, o non vogliono farlo il che è più verosimile, che esprimono in maniera plateale le conseguenze di un 'utopia. Oggi è finalmente evidente che anche l'Occidente, che sbandiera a gran voce le proprie libertà, è animato da un'utopia gigantesca: il re è nudo e tutti quelli che hanno passato gli ultimi decenni a denunciare i mali delle ideologie, che ovviamente stavano solo a sinistra, dovrebbero avere il coraggio di affermare che quello era il modo per mascherare l'utopia del pensiero unico che stava di casa da sempre di qua dal muro. Il che dimostra tra l'altro che l'umanità senza sogni e utopie non varca nemmeno le porte di case di lusso e non solo quelle delle favelas o dei centri sociali. L'utopia del liberismo e del suo attestarsi come pensiero unico è appunto quella di ritenere che, con un pizzico di razionalità in più, questo sistema può evitare il Caos al quale il grosso dell'umanità sarebbe affezionata. Un'utopia rischiosa di questi tempi. Ma tant'è, tutti i suoi sostenitori sono profondamente convinti che non si tratta di utopia ma dell'unico mondo possibile, una realtà cioè oggettiva e inconfutabile. Non sanno, non accettano, che la loro è solo un'opinione, una interpretazione soggettiva, un'ipotesi di lavoro che ha funzionato per un po' ma che non funziona più. 

Ho lasciato il muro dipinto con questo fardello. Il ponte più bello di Berlino, l'Oberbaumbrucke, ha accolto me e Adriana sotto le sue arcate in una piccola friggitoria gestita da tre giovani che friggevano patate e cotolette di maiale davanti a te. Alle pareti tanti manifesti di gruppi rock e jazz. Noi eravamo proprio gli anziani, qualcuno ci ha guardato incuriosito. Tutti giovanissimi, birretta in mano, teller di patatine fritte, tutte e tutti convinti della propria gioventù e del proprio diritto a godersela. Una pausa ristoratrice.

domenica 16 giugno 2013

Berlino, la memoria, le mutande.


Giordano Bruno:
"Mi par cosa ridicola il dire che extra il cielo sia nulla. Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole: ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose."
Nato a Nola vicino a Napoli, bruciato sul rogo il 17 febbraio 1600.
C'è ancora. Lì a Postdamer platz, temevo che la furia ricostruttrice su Berlino est si portasse via la bella immagine a testa in giù di Giordano Bruno che uso come foto qui sopra dal 2005, data della mia prima visita. E' lì, come se quella fosse la sua posa naturale con quella testa schiacciata che lo assomiglia a Et del film di Spielberg. Giusto così. Intellettuali e poeti e scienziati, non in pochi, sono spesso a testa in giù, vanno contro, vengono da un altro mondo. Godono tutti di un trattamento speciale soprattuto se mettono in discussione ruoli e poteri, allora gli si scatenano contro chiese religiose e laiche, i fascismi, gli stalinismi, i razzismi. Allora li ammazzano e prima li torturano. Così è capitato a Giordano Bruno. Gli hanno inchiodato la lingua al palato con un solo grosso chiodo perché non parlasse.
                                                             
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Impressionante qui a Berlino l'esercizio quotidiano della memoria, non puoi sfuggirgli. Come a Milano non puoi sfuggire alla pubblicità delle mutande, soprattutto delle donne, qui non sfuggi alla memoria del nazismo. Postadamer platz è attualmente tappezzata di foto di polacchi deportati e condannati al lavoro forzato dopo il '39.

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La città si dilata su una superficie otto volte superiore a quella di Milano. Tre milioni e mezzo di abitanti, pochi se pensiamo che sulla stessa superficie a NY ce ne stanno più di dieci. Le strade non sono stressate dal traffico, ma anche quando frotte di turisti si disseminano frastornate sempre in cerca di qualcosa raramente fanno resse tipo quelle di piazza del Duomo a Milano. Unter den linden, la strada usata dai nazisti per le adunate lunga un chilometro e mezzo e poi famosa per il muro dal 1961, è larga sessanta metri: non tutte sono così larghe ma aggiungendo i marciapiedi che sono larghissimi, la sensazione resta quella di territorio di pianure estese che devi conquistarti gambe in spalla. Altrimenti ti perdi tutto. In realtà ci sono le Ubahn, metropolitane sotterranee che ti portano ovunque, e poi ci sono le Sbahn che sono come le Ubahn solo che viaggiano in superficie ma su percorsi sopraelevati o comunque protetti dunque veloci come le prime. Non puoi pensare di andare da un quartiere a Ovest a uno a Est a piedi, ti va via la giornata. Da un quartiere all'altro invece si va in metro ma con la bici. Grandi biciclette che nei vagoni occupano grandi spazi e devi stare attento a  non esserne infilzato.

martedì 11 giugno 2013



Il sole sui nostri panni stesi

splende solo nel pomeriggio ma basta

qui a Berlino a ricordare quello di Lisbona,

Europa Europa, t'illumina un sole occidentale

ma i confini senza più storia

non segnalano case comuni.

mercoledì 5 giugno 2013

Nemmeno Leopardi, il poeta europeo più materialista del XIX secolo e verosimilmente di gran parte del XX, sfugge alla cultura antropologica cattolica della decadenza, quella per la quale in principio era il paradiso e poi è iniziata la caduta dal momento della scoperta della conoscenza e del piacere: che è poi per me abitatore del Novecento psicanalitico la discesa dall'utero alla luce di questo mondo. Anche lui ci infilza dentro un mondo decadente, quello decaduto dal rapporto più intimo con la natura, che sopravvive in una seconda natura, la nostra civiltà, con rammarichi e nostalgie, dimodoché la poesia si sostanzia anzitutto delle rimembranze del mondo primigenio, che poi era appunto quello paradisiaco dell'utero materno dove non esistevano bisogni e necessità. Ne conseguirebbe che i padri non fanno che alimentare con i figli questa decadenza. I figli, secondo questa logica, non farebbero altro che acuire la perdita. Non è così. I padri, comunque vadano le cose, deluderanno i propri figli. Ma non perché non sono in grado di garantirgli il ritorno alle fonti originarie della felicità ma solo perché i figli  apriranno percorsi diversi e sconosciuti alla loro ricerca: si avvieranno faticosamente su strade che i padri difficilmente riconosceranno come proprie ed essi soffriranno per il distacco da quelle dei padri. Il nuovo mondo. C'è sempre un nuovo mondo all'angolo degli occhi e della mente. Beati quegli anziani di turno che non se  lo lasciano scappare. Ci sono. Ascoltano i figli e da loro imparano, i figli li sopportano con qualche disagio ma anche loro devono accettare il proprio fardello, accettare che il nuovo in qualche modo procede dall'antico, che non significa né subirlo né amarlo senza condizioni.