mercoledì 10 aprile 2013

Margareth Thatcher?


Margareth Thatcher?
L'ha guidata l'odio di classe, l'ha guidata l'odio per tutto ciò che odorava di rispetto, socialista o comunista che fosse, per le genti sottomesse piegate dallo sfruttamento dell'organizzazione capitalistica del lavoro. A tren'anni un giovane che non si è ancora comprato una casa è un fallito, diceva. Il cinismo criminale che l'ha guidata era frutto delle frustrazioni di classe dalle quali proveniva e non c'è niente di peggio che il revanscismo pieno di livore di chi ha potere. Come ha fatto ad avere tanto potere? Il fiuto politico non le è certo mancato, ha saputo cogliere l'occasione, degna in questo di una nipotina di Machiavelli, ha fiutato prima degli altri che quella organizzazione del profitto per i ricchi andava cambiata e che lo si poteva fare perché i rapporti di forza stavano cambiando. Il movimento operaio occidentale e L'URSS stavano cominciando a segnare il passo a mano a mano che la capacità espansiva del fordismo e dei grassi profitti legati ad esso, pur con le concessioni del Wellfare, venivano meno. Ha rischiato molto a essere la prima ma è stata valanga, il partner Reagan e il bravo Bush le hanno poi aperto le autostrade. Il tutto in nome del neoliberismo, nel quale ovviamente le teste pensanti non si sono certo riconosciute, si trattava in realtà del capitalismo più selvaggio del secolo, quello più predatorio e riservato alle élites finanziarie. Per forza che passerà alla storia. Anche perché era una donna, e questo la dice lunga sulla sussunzione in proprio di certe donne dei canoni fondamentali del patriarcato, dai quali secondo alcun* saremmo liberi, confondendolo con l'emancipazionismo spicciolo. Una brutta donna. Non una donna brutta, ché questo c'interessa davvero niente.

martedì 26 marzo 2013

I Ciompi e le lotte degli addetti alla Logistica



Persino i Ciompi a Firenze nel 1378 riuscirono a vedere riconosciuti, almeno per qualche anno, i loro diritti di cittadini: i salariati più bassi della lavorazione della lana infatti, addetti alla ‘ciompatura’, alla battitura della lana dopo averci orinato sopra, erano in definitiva cittadini di Firenze (a parte ‘una brigata fiamminga’!), anche se molti di loro erano immigrati in città dal contado, immiserito dalla peste e dalle guerre.  Gli ‘addetti  alla logistica’ del nostro tempo sono invece in gran parte migranti africani. Risiedono sì in Italia ma è come se non ci fossero. Lavorano dieci, dodici ore al giorno ma sono invisibili, non sempre hanno un salario, spesso è dilazionato, non maturano alcun diritto di anzianità perché ad ogni licenziamento devono sempre ricominciare da capo, molti non hanno permesso di soggiorno, chi ce l’ha ha lo stesso trattamento.
I Ciompi occuparono Palazzo Vecchio, allora dei Priori, e con una inattesa rivolta, maturata però negli anni, imposero la propria presenza nella vita politica, i facchini della logistica per ora occupano le strade, per fermare i TIR si sdraiano sotto le ruote. I Ciompi maturarono nel giro della loro stagione di lotta, che durò un quinquennio, la sorprendente consapevolezza rivoluzionaria (a giudicare dalle rivendicazioni divenute leggi per breve tempo) di non poter ottenere la tutela effettiva dei propri interessi senza modificare a proprio favore i rapporti di potere vigenti. Questo difficilmente potrà succedere per le lotte nella logistica, soprattutto perché non hanno nessuna possibilità di aggregare nessuno, non sono una classe, sono paria della lotta di classe,  anche se di essa riescono ad assumere forme di lotta abbastanza simili. Sono dei «sans-droits», «sans-parole», «sans-plume».  Parlano in pochi un italiano stentato e lo affidano a gruppi di giovani studenti che generosamente seguono le loro lotte, anche se in moltissimi casi sono studenti loro stessi. Ci sono anche italiani, ma sempre più spesso vengono licenziati, gli africani senza permesso di soggiorno sono preferiti e si capisce.
Ma proprio come i Ciompi rappresentano un vasto insieme di salariati non specializzati, privi di strumenti di produzione, normalmente retribuiti a giornata, soggetti a una disciplina del lavoro da schiavi. I Ciompi sconvolsero i rapporti di potere grazie a una politica vincente di alleanze, soprattutto con la piccola borghesia delle Arti minori, nella Logistica difficilmente riescono a trovare alleati, potrebbero esserlo forse gli autisti dei TIR. Ciononostante è un vero e proprio ciclo di lotte quello che si è aperto da tempo in questo settore nevralgico dell’economia e lo dimostra lo sciopero indetto per il 22 marzo per il contratto nazionale di lavoro. Alleanze difficili ma capacità organizzative dispiegate grazie all’uso della rete. Lo sciopero è stato deciso in una Globalconference che ha messo in contatto otto città del Nord Italia, il web da spazio virtuale si è trasformato in una agorà reale in cui centinaia di lavoratori hanno discusso e votato per scioperare.
Spiegano Anna Curcio e Gigi Roggero su Il Manifesto del 22 marzo:
‘I lavoratori della logistica, in particolare i facchini, sono nella loro quasi totalità migranti. Ci vuole poco a capirne i motivi: la ricattabilità a cui sono sottoposti dalla legislazione esistente li spinge ai livelli bassi del mercato del lavoro, dove i confini tra occupazione e lavoro nero si dissolvono, i contratti sono formalità di cui i padroni si disfano facilmente, l'intensità dello sfruttamento non conosce regole. Nel sistema delle cooperative, modello della sinistra e in questo caso nemico degli operai, le gerarchie del comando vanno dai vertici dell'impresa a una rete di caporali, passando per l'uso di bande mafiose che colpiscono le figure di riferimento delle mobilitazioni (auto bruciate, minacce e aggressioni, ecc.)’.

Difficili dunque anche alleanze istituzionali . E tuttavia il ciclo di lotte aperto da qualche anno non solo ha l’aria di voler continuare ma è già in grado di ottenere qualche riconoscimento. Comincia , con tante difficoltà, a lasciare traccia la continua denuncia della criminalizzazione dei migranti che crea uno straordinario bisogno di sicurezza, s’incrina in qualche modo la possibilità delle aziende (IKEA, COOP…) di gestire autoritariamente la mano d’opera senza alcun controllo.
La logistica è ancora uno dei pochi settori dove si crea occupazione. Nel 2011 nel Veneto ad esempio c’è stato un saldo positivo di 564 unità, interamente attribuibile a forza lavoro straniera. La logistica è ancora un settore ad occupazione prevalentemente maschile. La grande maggioranza è  rappresentata da facchini, seguono gli autisti, i conduttori dei mezzi pesanti, gli impiegati, i portalettere/fattorini. Ma, nonostante che la logistica sia un settore a capitale umano molto basso si tratta in realtà di un settore ad elevata “conoscenza tacita”, caratterizzato da saperi non codificabili e non codificati, trasmissibili solo per via informale attraverso l’esperienza diretta. Gli esperti lo chiamano ambiente di knowing by doing. (Sergio Bologna, 15 marzo 2013).
La domanda da porsi riguarda la possibilità che il ciclo di lotte riesca ad ottenere riconoscimenti forti e duraturi. Il pessimismo è d’obbligo. Per il motivo che dicevamo all’inizio, per il quale persino i Ciompi nel lontano 1378 avevano più chance dei migranti del duemila, la mancanza di cittadinanza. Contro la quale c’è un’agguerrita opposizione. Ma sembra comunque di poter dire che un’alleanza ‘civile’ su questa parola d’ordine forse è ancora possibile nel nostro paese e sembra l’unica via perché le lotte dei migranti e di tutta la logistica acquistino visibilità e maggiori possibilità.
Ma non è così semplice. Di mezzo c’è anche un fattore in qualche modo legato alla politica nazionale. Si tratta del voto. Il voto dei 4 milioni e passa di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% del totale della popolazione). Ci avverte Ferruccio Gambino ( sbilanciamoci.info del 22 marzo): ‘Ovviamente questa è una conta per difetto, poiché i migranti privi di documenti legali – variamente stimati nell’ordine di meno di un milione di individui – si sono tenuti alla larga dai rilevatori durante i mesi del Censimento. Come sempre, la ripartizione dei seggi è avvenuta sulla base del totale della popolazione residente che risulta dal Censimento medesimo. Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani, l’assegnazione del numero dei seggi alle 27 circoscrizioni della Camera e alle 20 circoscrizioni del Senato nel territorio nazionale è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni’.
Ma non basta. Gambino spiega anche che le regioni come la Lombardia che hanno più immigrati finiscono con l’esercitare ‘un peso territoriale iniquo per eccesso di seggi ottenuti rispetto a quelle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.’.
Dimodoche ‘al momento delle elezioni politiche una massa di più di quattro milioni di migranti residenti in Italia, in gran parte giovani di classe operaia, diventa il fantasma della politica corrente.’.
La cosiddetta ‘società civile’ dovrebbe riuscire a trovare in questo obiettivo del voto di cittadinanza una ragion d’essere.
Dopo cinque anni di potere effettivo a Firenze i Ciompi furono sconfitti ed estromessi dalla vita politica definitivamente. Del resto dopo qualche decennio a Firenze si instaurò la Signoria e gli ordinamenti democratici messi in cantina per qualche secolo. Non è detto che debba finire di nuovo così anche oggi.


venerdì 15 marzo 2013

Per scendere all'estate


Non c'è più storia, l'inverno è finito 
e per scendere all'estate mi occorre poco, 
una faccia meno timida, la voce meno rauca,
le gambe meno storte, il pelo meno corto.
Fra i piccoli che urlano, le sirene che stonano,
le storie dei più deboli, perderò la postura 
semirigida, il passo crepitante di pozzanghere, 
la voglia di stordire il giorno buio. 
Un po' di luce in più, un po' di sole in più, 
un po' di fiori in più, 
sostegni vitaminici per ripetere l'amore.

lunedì 4 marzo 2013

Aristofane e Lisistrata, poesia e patriarcato.



Rileggo Aristofane e resto ancora sorpreso dall'ennesima prova di quanto la nostra cultura non sia altro che un'articolazione di quella greca classica. Rischio la banalità, lo so. Da mettere sul conto della mia ignoranza. Lisistrata in una lettura moderna ma non convincente è stata reinterpretata come protofemminista. Ma Aristofane non potrebbe essere più lontano da simili prospettive. E non perché invece è maschilista (e neanche perché, più verosimilmente, fosse misogino, che in certi casi è pure da capire) ma perché al contrario è portatore assolutamente organico del patriarcato: che proietta fino a noi la codificazione irrigidita dei ruoli tra maschio e femmina, cosa che a sua volta genera i fondamentalismi (il possesso e la violenza legalizzati sul corpo delle donne) e in tempi favorevoli genera l'emancipazionismo che di per sé non modifica la sostanza del patriarcato, anzi lo rinforza, come la liberazione degli schiavi neri rinforza il sistema della fabbrica industriale.
Insomma nel quinto secolo a.c. (Lisistrata viene rappresentata per la prima volta nel 411, duemilaquattrocento anni fa!) il patriarcato è già al suo top nella società greca tanto che un  sistema culturale che lo riflette può esprimersi al massimo grado nel teatro. Insomma lì nella commedia di Aristofane i ruoli sono così vivi che ormai nessuno mette in dubbio che siano 'naturali', nessuno sa più che sono nati da una ipotesi di lavoro resa necessaria per la sopravvivenza di un ordine sociale. Così l'uomo è in sostanza un guerriero e la donna è una casalinga che ama i buoni sentimenti e la pace.
Lisistrata occupa l'acropoli con le donne ateniesi e spartane e le invita a sacrificare il proprio desiderio sessuale sottraendosi all'intimità con i propri uomini: costoro per riottenerla saranno più disposti a concedere quanto sta a cuore a Lisistrata, cioè la dichiarazione di pace tra ateniesi e spartani (siamo in piena guerra del Peloponneso). Già per se stessa l’idea della donna portatrice irenica di pace e dolcezza è una delle mitizzazioni maschili più note. Ma mi interessa rilevare altro nella commedia.
L’iniziativa femminile, che può essere scambiata per femminismo, è qui certamente assunzione consapevole di una soggettività anche forte, ma tutta interna al patriarcato.
Una soggettività che fa anche vincere qualche battaglia nella storia del rapporto tra i sessi.
A guidare la commedia sulla scena del teatro è un uomo col suo immaginario erotico prettamente maschile. Dal quale si deduce appunto l'organicità al patriarcato di Aristofane.
Anzitutto suggerisce che, prima che altrove, lo stimolo sessuale non può che trovare appagamento dentro la vagina. Almeno ufficialmente. Altre vie non sono dignitose, anche se poi, per non scontentare nessuno, Aristofane mette in bocca a Lisistrata l’invito ai maschi di servirsi all’occorrenza delle mani! Ma, e questo è ancor più significativo, Lisistrata appare convinta che in generale anche le donne concentrino esclusivamente il proprio piacere sessuale nella stimolazione della vagina: quando proprio non ce la faranno più le sue compagne nella lotta impegnate nell’astinenza potranno servirsi per consolarsi di uno di quei falli di cuoio che artigiani di Mileto hanno messo sul mercato!
Ma non basta. In una delle scene finali gli uomini si presentano alle trattative pubbliche con le donne con i falli in erezione per dimostrare che il loro appetito sessuale senza le donne non poteva essere soddisfatto. E questo non può che creare rischi per l’ordine familiare e sociale di cui la donna, con il suo lavoro di ‘cura’ domestico e ad personam è altamente responsabile. Di fronte alle donne e agli altri maschi presenti nella stessa scena e davanti al pubblico in platea, l'uomo vero non può che avere nel suo fallo desiderante la vagina l’argomento più convincente.
Ma non basta ancora. Nella commedia si dice delle donne che vestono baby doll, hanno una quantità incredibile di scarpe, si truccano e profumano e amano l'uomo profumato e coi peli nel didietro: Aristofane quasi senza accorgersene sollecita all'accettazione di un immaginario erotico che anzitutto è maschile e non femminile e lo spaccia per naturale e al quale come tale la donna deve uniformarsi. Lisistrata è una donna messa in scena da un maschio, portatore di un patriarcato mite, non fondamentalista. Un patriarcato non fondamentalista ma sempre ordine 'naturale' del mondo.

Hans a Colonia

Ho un rammarico per il mio Inverno a Colonia, non sono riuscito a inserire dei versi su Hans. Ma non è detto che non succeda. Intanto recupero qui quanto avevo annotato in bozza ancora prima di concludere il poemetto.


Nel dormiveglia della notte che ho ormai alle spalle mi è tornato di nuovo alla mente colui che chiamo Hans, con poche possibilità che questo fosse davvero il suo nome. Nel dormiveglia avevo davanti il suo volto segnato da una cicatrice che impegnava l'occhio sinistro e scendeva fino alla bocca, la cucitura non aveva trovato pelle e carne sufficienti dimodoché l'occhio risultava per un terzo chiuso e la bocca si torceva verso sinistra. Ma Hans non aveva un'aria sinistra, non tanto quanto lui pensava. Convinto di essere spaventoso quando t'incontrava mandava un grido di guerra per atterrirti sgranando quanto gli restava degli occhi e spalancando quanto gli restava della bocca. Più che impaurire indispettiva, per quel gridare che era anche chiusura di qualsiasi comunicazione, che forse temeva. Nel dormiveglia gli ho detto ti chiami Hans vero? ma lui mi ha risposto col grido di guerra col quale era solito salutarmi: spachetti, spachetti, manciare, manciare. Ma ci furono davvero poche parole fra noi. Anche quando, dopo qualche mese, ne avevo un po' in tedesco da usare. Credo che avessimo una soggezione reciproca. Lui era veramente un proletario e quel mestiere lo faceva perché era probabilmente l'unico che aveva trovato e che sapeva fare, non aveva evidentemente diplomi da spendere, quanto a me si doveva vedere da lontano che non appartenevo alla sua stessa condizione. Anzitutto avevo due paia di pantaloni, poi nella valigia m'ero portato un po' di libri, comprese due grammatiche, una di inglese e una di tedesco. E poi mi ero presentato come studente. Ma non era vero. Da più di un anno facevo l'impiegato contabile. Forse entrambi ci riconoscevamo nella nostra solitudine. Dopotutto anche lui si sentiva estraneo all'insieme, veniva infatti da un paesino del sud, a Colonia era un immigrato interno anche lui. La storia tra di noi ebbe un seguito. Un giorno mi offrì il pranzo in una trattoria. A tavola ordinò lui, fece insomma tutto lui. Fu allegro ma non ci fu niente da condividere. Nessuno di noi due conosceva la lingua dell'altro ma da quello che risuonava nella sua voce capii che lui parlava un dialetto. Ma il gesto è rimasto notevole nella memoria. Per questo me lo sono sognato a distanza di cinquant'anni. Continuo a volergli bene nonostante  gli spaventi che mi procurava mentre ero assorto a pelare patate.

sabato 2 marzo 2013

Con la pressa di vivere sul collo

Certo che sono in grado di dirti come succede che a un certo punto scrivo dei versi. Non c'è niente di misterioso, se è questo che pensi. Non dico che è un lavoro come gli altri ma gli assomiglia molto. Solo che la prima cosa che devi attivare è l'attenzione a una emozione, questo non è facile non perché presenti difficoltà meccaniche ma perché se sei impegnato nella tua vita quotidiana di lavoro, impegni familiari e di relazione non ti viene spontaneo dare attenzione a quelle emozioni. Non sono mediamente riconosciute produttive,  in quelle condizioni l'unica emozione sempre allerta e che non puoi ignorare, per me e credo per la maggior parte degli uomini, è l'attrazione sessuale. Più sei impegnato nel lavoro più è difficile ignorare l'oggetto del tuo desiderio se ti passa accanto profumato e scollato (nel senso proprio che non fa niente se si tratta di una persona che non stimi se è però sexy!). Ma a tutte le altre emozioni si lascia uno spazio minimo, perlopiù segreto, intimo e quasi vergognoso. Il poeta è abituato a stare allerta su di quelle, certo lui ci si è  educato ma perlopiù si tratta di una disposizione dell'animo alla quale lui ha scelto di lasciare tempo e luogo per manifestarsi, insomma non ci ha rinunciato mai, anche se poi maschera questa condizione e sopporta la necessità di nasconderla sotto traccia.
Del resto riportare in qualche modo l'emozione in versi scritti è anche il modo di liberarsene e dominarla, solo che questa liberazione perché sia totale deve essere comunicata ad altri, se no non funziona.
Ma prima c'è l'emozione, poi su di essa si innesta di solito una riflessione.
Ieri quei versi che ti ho mandato sono nati dall'emozione di aver risentito per l'ennesima volta nel corpo il brivido della primavera. Li ho scritti e sono lì bisognosi di aiuto perché la prima stesura non è mai l'ultima, anzi. Ci tornerò con pazienza, finché saranno a mio parere degni di essere condivisi. Anche perché non c'è nulla di più pericoloso della primavera per un poeta. I poeti ne parlano da tremila anni, da quando conosciamo, almeno nel mediterraneo, la scrittura. Per cui essere banali è il primo rischio. Anche perché molto verosimilmente l'emozione è sempre simile a se stessa, almeno in questo caso.
Il risorgere della primavera, tanto per cominciare, è legato di solito all'infanzia, e per forza, si tratta di nascita e rinascita. A me istantaneamente, appena raccolto nell'aria quel brivido, sono venuti in mente i miei sei, sette anni, un'età lontanissima e in un luogo altrettanto lontano da qui. Dove c'era il mare. E questo è già l'altro rischio, parlare del mare. In un'epoca in cui sono tanti (tante) che sostengono che tutto è già stato detto. Vero, ma il limite è del pianeta, mica nostro, il mare c'è e continua a esserci, e ci siamo ancora noi che diciamo mare in un modo sempre diverso. Il problema appunto è nominarlo in modo diverso.
Primavera, mare.
Non puoi sbrodolare e devi dire i colori, delle strade degli alberi delle case. Gli odori, la temperatura, e i rumori del mare sotto gli scogli fino al cielo, alberi nebulosi di prima mattina, odori tenuissimi, di camomilla nei campi, delle fiorescenze sugli alberi da frutto, e poi il tepore che ti arriva a brani mescolato all'afrore del mare freschissimo di uova marce. E il riconoscimento del corpo nato e di nuovo nascente, il suo odore chimico, la consistenza delle mani, il liquore degli occhi, la sonorità della voce, l'umidità della pelle. Uovo deposto.  Le galline per la strada sterrata dove vivevo. Il salnitro sui muri, la risacca che esibisce alghe e muffe, la pioggia fitta e silenziosa.
Ma basta, basta.
Perché poi l'altra difficoltà è innescare la riflessione su questo materiale. Evitare anche qui la banalità. Perciò stai tranquilla, non pensare che io pensi sulla morte. Prima che nascessi c'era il nulla. Tornerà ad essere nulla tutto ciò.
Ultima nota: l'importante in poesia è dire velocemente, e devi stare sempre in piedi mai seduto, con la pressa di vivere sul collo.

giovedì 31 gennaio 2013

Il precario e la poesia.

Inserisco anche qui, dopo Overleft, il mio lavoro su Leopardi. Si chiude con la fine del 1828 ma il precariato del poeta continuerà negli anni successivi tra Firenze e Napoli, potrà essere un prossimo impegno ricostruirli avendo ancora come riferimento soprattutto l'epistolario.


Il precario e la poesia, Giacomo Leopardi alle dipendenze dell’azienda libraria A. F. Stella e figli.

Milano. Un nobile spiantato.
Nobile spiantato com’era, dato che né mamma Adelaide né papà Monaldo era disposti a investire denaro su di lui e sulle sue competenze letterarie, Leopardi aveva solo un’opzione davanti a sé: trovarsi un lavoro (scandalizzando la famiglia nobile) col quale sfuggire alla morte per asfissia in Recanati e mantenersi (provvedersi, diceva lui). La meta, già ai suoi tempi, era obbligata: Milano. A Milano c’era l’azienda libraria di Antonio Fortunato Stella, dove sia  Giacomo che Monaldo si rifornivano di libri.  Quando Leopardi, proveniente da una sosta felice d’incontri a Bologna, scende in contrada S. Margherita a Milano, la contrada dei librai milanesi, dove anche Antonio Fortunato Stella ha casa e bottega, siamo nel luglio del 1825.
Nel contesto di uno sviluppo ancora artigianale, l'azienda dello Stella è una delle più accorte e floride.
Personalmente Antonio Fortunato Stella si presenta come mercante di libri ma ha l'anima dell'organizzatore culturale; non gli manca una certa educazione letteraria per cui non ha timori reverenziali coi letterati; ha fama di duro e di spilorcio: molti si lamentano per lavori non pagati; e come tutti i librai-editori è sempre lui a decidere cosa si deve pubblicare, guidato dal suo fiuto ma anche dalla sua sensibilità. Sfrutta oculatamente il sistema delle associazioni, per il quale si procede alla stampa di un'opera annunciata solo se vengono, preventivamente, assicurate sottoscrizioni sufficienti a coprire le spese e a garantire un certo lucro. Impiega una certa quantità di denaro in pubblicità. Si accapiglia con gli altri librai-editori per difendere la priorità d'una iniziativa editoriale perché, mancando una convenzione sul diritto di stampa e d'autore, finisce spesso che sul mercato compaiono edizioni pirata e simultanee della stessa opera, soprattutto se si tratta di un genere che tira. Pubblica raccolte di classici latini e greci e naturalmente italiani; è presente sul mercato con una «biblioteca amena ed istruttiva per le donne gentili» impostata con criteri di lusso, nella quale riesce ad impegnare letterati di alta reputazione come Francesco Ambrosoli, Antonio Cesari, Niccolò Tommaseo e poi anche Leopardi; impresa fortunata quella e forse uno dei primi esempi di collana caratterizzata dal pubblico destinatario. Pubblica un giornale, «II Nuovo Ricoglitore». Disdegna i libriccini di devozione religiosa ma confeziona almanacchi per l'anno nuovo anche culturalmente modesti. È infine presente sul mercato dei testi scolastici nonostante il soffocante monopolio di Francesco I che impone l'adozione degli stessi manuali per ginnasi e licei delle province ereditarie: ma antologie e grammatiche, compendi di storia e libri di letteratura riuscivano ad essere collocati come strumenti sussidiari.
A Milano, in casa di Antonio Fortunato, Giacomo rimase due mesi. Una permanenza breve che tuttavia non gli impedì certo di osservare nella città quanto a suo tempo, dalla lontana Recanati, lo aveva già impressionato: la gran quantità di libri, di stamperie e di imprese editoriali. Ma ciò non era bastante per trattenerlo. Testa e cuore sono a Bologna. Ci si è fermato una decina di giorni nel viaggio di trasferimento a Milano: le calde accoglienze riservategli lo hanno tanto acceso che si è convinto che la città fa per lui e che con un po' di fortuna potrà provvedercisi. La casa di Antonio Fortunato oltre tutto gli è sembrata da subito « la peggior locanda» tra quelle toccategli in viaggio: predomina in essa un «tuono mercantile» che è quello medesimo del pianoterra dove si apre la bottega del libraio. Ne fa le spese persino il buon appetito ritrovato in Bologna, che viene messo a dura prova visto che «qui non si cena, e il pranzo è spesso un esercizio di temperanza»1. Ma Antonio Fortunato sa il fatto suo. Quando aveva richiesto Leopardi d'un parere sull'edizione progettata delle opere di Cicerone era rimasto impressionato dalla dimostrazione di competenza. Giacomo a dire il vero, resosi conto che quella era la sua occasione, non si era risparmiato nello sfoggio di dottrina, nel citare codici e nel criticare le cattive traduzioni in circolazione. Certo che se fosse stato a Milano, aveva suggerito, avrebbe potuto essere di ben altro aiuto all'edizione. E il mercante-editore non aveva avuto esitazioni: gli aveva subito proposto, per soprintendere all'edizione, viaggio pagato e, a tempo indeterminato, vitto, alloggio e tutti i libri che voleva2.
Ora che se lo trovava in casa, un collaboratore di tale statura Antonio Fortunato non se lo sarebbe lasciato scappare. Già dalla prima sera di permanenza Giacomo deve convenire, scrivendo al fratello Carlo, che lo Stella si è mostrato gentile, premuroso e paterno e ha fatto di tutto per metterlo a suo agio.
Ma Milano poi gli risulta scostante; di bello ce n'è tanto ma è come guastato dal «magnifico e dal diplomatico»; splendida nei divertimenti questo sì, ma ciò che più conta infine è la «società» e a parte Vincenzo Monti, che ha incontrato peraltro brevemente, vi sono pochissime persone di merito che valga la pena di rivedere una seconda volta «e tra queste niuno che mi paia disposto a concedermi la sua amicizia»3. Molte delle persone di valore infine sono «in villa» nelle loro residenze estive, così a Giacomo non resta che restarsene in casa o concertare con lo Stella tempi e modi dell'edizione di Cicerone. A conti fatti a Milano egli si trovò «malissimo e di pessima voglia»: non fosse stato per i doveri dovuti alla buona creanza sarebbe ripartito subito per Bologna.

Bologna. Un laico provveduto.
Pattuito un mensile per il lavoro in corso e per altri da concertare, alla fine di settembre del '25 Giacomo organizza, in un modesto appartamento, la sua vita bolognese di stipendiato al servizio d'un mercante e stampatore di libri. Non c'era da scialare e per integrare le magre entrate si adatta da subito a dare lezioni di latino e greco. Né questa attività né quella con lo Stella mancano di suscitare i commenti sfavorevoli di Monaldo, ma Giacomo se ne difende con pazienza; rifiuta di dover considerare, come costui pretenderebbe, umiliante e sconveniente la sua condizione e ne approfitta per ribadire: «io non cerco altro che libertà e facoltà di studiare senza ammazzarmi»4. Il lavoro dunque come mezzo di essere provveduto e libero e come mezzo per dedicarsi ai suoi studi.
Ma quanto tempo gli restava per gli studi? Prima di tutto c’è il Cicerone: Giacomo corregge le bozze che Stella gli spedisce, consulta e confronta codici ed edizioni precedenti, attiva egli stesso studiosi bolognesi e romani con un largo giro di corrispondenza, cura annunci pubblicitari dell'opera su fogli bolognesi come «II caffè di Petronio» del suo amico editore  Pietro Brighenti (che era in realtà un confidente della polizia austriaca). Poi ci sono le lezioni private: Giacomo esce di casa prima di mezzogiorno e rientra dopo le tre: oltre ad annoiarlo «orribimente» dunque, gli «sventrano la giornata». Ci sono infine le sue traduzioni dal greco di Epitteto, Isocrate, Teofrasto ecc. che possono essere collocate a metà tra i suoi interessi personali e la necessità di proporre qualcosa allo Stella per proseguire la collaborazione.
La quantità di ore necessarie a guadagnarsi la giornata è dunque considerevole, probabilmente superiore a quanto Giacomo aveva messo in conto: lunghe e monotone ore di applicazione ad un lavoro che lungi dall’aver a che fare con la poesia poteva ben poco soddisfare le ambizioni del letterato. A complicare le cose si aggiungono un serio disturbo intestinale e il rigido inverno bolognese, un inverno dal freddo «bestialissimo» che lo fa immalinconire e disperare: «... scrivo vicino al fuoco che arde per dispetto in un caminaccio porco, fatto per scaldarmi appena le calcagna»5. Fortuna che i letterati bolognesi usano verso lui riguardi che lo scaldano un poco: lo onorano di visite spontanee, lo consultano... Ma ciò non basta; a Carlo confida di essere quasi in animo, salvo poi non farne niente, di accettare la cattedra di eloquenza latina e greca a Roma, senza sapere che in realtà il governo pontificio stava ormai per assumere un atteggiamento intransigente verso di lui. Battibecca seccato a distanza con lo Stella: vorrebbe lavorare di più alle sue traduzioni visto che il lavoro su Cicerone sta compiendosi, ma quegli lo richiama ad impegnarsi nel commento a Petrarca del quale vorrebbe pubblicare l'opera integrale. Fanno velocemente pace per interesse di entrambi: Stella anzi suggerisce di abbandonare le lezioni private assumendo su di sé il pagamento di quanto Giacomo ci guadagna. Il gesto colma Giacomo di senso di gratitudine filiale, ma Stella tira fuori l'orgoglio di mercante: la sua, gli risponde, non era solo prova di amicizia, ci ha nella cosa anche un pizzico d'interesse: «Giacché credo che quel tempo [sottratto alle lezioni, n.d.a.] Ella lo impiegherà utilmente per me»6. Ma Giacomo insiste: «Il suo sarà sempre un atto che mi obbligherà a somma gratitudine, togliendomi dal penosissimo impaccio di quelle ore»7 e c'è da credere alla sua sincerità avendo già in altre occasioni manifestato poca simpatia verso l'insegnamento.
Le cose ora vanno meglio e Giacomo inizia meno angustiato il commento, che contrariamente al lavoro precedente sarà da lui firmato, all'edizione del Petrarca in otto volumetti edito nella collana della «Biblioteca amena per le dame». Può persino permettersi di rifiutare un beneficio ecclesiastico di proprietà della famiglia che, risultato vacante, poteva essergli trasmesso a patto però di «incedere in abito e tonsura» e di dir messa. Lui ci prova, a dire il vero, ad addomesticare la faccenda, chiedendo al padre se si poteva ottenere licenza a sostituire l'obbligo di dir messa con una quantità equivalente di preghiere e l'obbligo di portare «ferraioletto, collarino, chierica e cappello pretino» con un vestito meno vistosamente compromettente. Ma sono tutte proposte che infine deve lasciar cadere di fronte all'accorato sdegno di Monaldo. Può anche dire a Carlo che lì a Bologna egli vive «onoratamente e con piena indipendenza personale, e regolandomi nelle spese, passo anche per ricco [...]. Se avessi voglia e salute da faticar di più in cose letterarie potrei anche avere dell'avanzo, perché non mi mancherebbero imprese e inviti librarii qui e in Torino e altrove»8.
Anche per quanto concerne il lavoro infatti si sente più sicuro e disinvolto: propone modifiche redazionali più rispettose della qualità del suo lavoro e risolve un po' più a suo vantaggio certe condizioni volute dallo Stella. Di questa sua maggiore sicurezza "contrattuale" sono appunto testimonianza le vicende relative alla pubblicazione delle Operette Morali. Ad agosto nel suo passaggio a Milano Leopardi deve avere mostrato a Stella il manoscritto, per il quale ha atteso inutilmente un cenno per la pubblicazione; senonché nel gennaio del '26 un saggio delle Operette esce, per interessamento del Giordani e del Vieusseux, sull'Antologia fiorentina: Leopardi si affretta a bloccare l'intera operazione, ha motivi suoi per farlo e non sono soltanto quelli relativi all'insofferenza di vedere smembrata un'opera che per lui vale solo nel suo proporsi integrale al lettore, e decide invece di giocare le sue carte con Stella. Non ha per caso costui veduto sull'Antologia il saggio delle Operette Morali? Il manoscritto gli interessa ancora? Sarebbe bene che gli desse subito una risposta perché è pressato da  richieste non solo da Firenze ma anche da Torino e Napoli, nelle quali città «il mio nome non ha la disgrazia di essere così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa Lombardia»9. Stella non si fa cogliere impreparato, gli risponde con un sincero giudizio di ammirazione per la sua opera: è un giudizio che fa onore al mercante editore e dimostra la sua intelligenza e sensibilità in fatto di cose letterarie; certo che gliele pubblicherà lui, che Giacomo comunque gli dica chi sono i possibili concorrenti: teme ovviamente una ristampa pirata fuori di Lombardia; ma Giacomo rassicurato lo tranquillizza a sua volta, che a quelli ci avrebbe pensato lui. Nel maggio però ecco che sorgono problemi con la censura austriaca che ha già a suo tempo interdetto le canzoni patriottiche di Leopardi e Stella avanza la proposta di pubblicare le Operette sul «Nuovo Ricoglitore» un po' alla volta. Giacomo è seccatissimo: «Assolutamente e istantemente la prego ad aver la bontà di rimandarmi il manoscritto al più presto possibile. O potrò pubblicarle altrove, o preferisco il tenerle sempre inedite al dispiacere di vedere un'opera, che mi costa fatiche infinite, pubblicata a brani in un giornale, come le opere di un momento e fatte per durare altrettanto»10. Stella cede e dieci giorni dopo gli comunica che le riserve della censura erano cadute e che le Operette sarebbero uscite in breve. Ma ancora nel novembre non se n'è fatto nulla; solo nel giugno del '27 le Operette Morali escono e in edizione autonoma a Milano; per quest'opera Stella s'era lasciato andare alla promessa di un premio speciale: dimentico o meno della cosa, fatto sta che Giacomo riceverà in tutto come compenso una dozzina di copie in omaggio.
Per tutto il primo periodo che Leopardi trascorre a Bologna e cioè tra l'ottobre del '25 e la fine di ottobre del '26 non si lamenterà mai della sua condizione; è una persona frugale e finalmente gode di tutto quanto gli mancava in Recanati: libri in abbondanza inviatigli dallo Stella o procuratigli dagli amici bolognesi, libertà personale, sufficiente «società» con uomini illustri e letterati. A maggio comunica a Carlo di essere entrato in relazione con la Malvezzi, una relazione «che forma ora una gran parte della mia vita»11 e ad Antonio Papadopoli scriverà il 3.7.'26: «io vivo qui una vita bastantemente  comoda e libero come l'aria, che è tutto quello che io desidero dalla fortuna».
Ma occorre andare oltre queste righe, trattandosi di Leopardi.
Se sul piano della emancipazione da quella "figliolanza", che egli temeva non dovesse finire mai, poteva ritenersi soddisfatto, altrettanto non può dirsi per quanto riguarda la liberazione della sua fantasia creativa. Il periodo della sua collaborazione con lo Stella in effetti coincide col periodo forse più infecondo della sua produzione poetica. Se non è forse del tutto legittimo stabilire una precisa relazione di causa ed effetto tra le due cose, non mancano tuttavia argomenti che potrebbero giustificarlo. Viene da pensare a quella riflessione affidata al suo diario nel febbraio del '26: «Spessissimo noi, come un malato, un convalescente che si cura, un povero che si procaccia il vitto con gran fatica, usando una infinita pazienza per solo conservarci la vita, non facciamo altro che patire infinitamente per conservarci, per non perdere la facoltà di patire ed esercitar la pazienza per preservarci il potere di esercitarla, per continuarla ad esercitare»12. Una spirale intrappolante. Ma soprattutto l'attenzione non può non ricadere su quella Epistola al conte Carlo Pepoli13 che, letta da lui medesimo nel marzo del '26 al Casino dell'Accademia dei Felsinei, interrompe per un attimo la stasi creativa iniziata dopo la stesura delle Operette Morali e che durerà fino al '28. Tutta la canzone è organizzata intorno al tema centrale del «campar la vita» a cui l'umanità del suo secolo gli appare condannata al solo scopo di sopravvivere: un impegno «ozioso», perché speso per conservar la vita e basta e non per procurarsi felicità e piaceri, unici scopi degni del vivere, ancorché irraggiungibili.
Pur tutto preso dai suoi impegni di lavoro, Leopardi comunque non rinuncia a curare la sua immagine di poeta: tra il dicembre del '25 e il gennaio del '26 fa pubblicare dallo Stella sul «Nuovo Ricoglitore» i suoi primi sei Idilli e poi, sempre nel '26, cura l'edizione bolognese di Versi che comprende i primi sei Idilli di cui sopra più altre due poesie e l’Epistola al Pepoli. Del resto della sua instancabilità al lavoro non finiva mai di stupire: i familiari a suo tempo, gli amici e Stella ora. Il venti di giugno del '26 comunica a quest'ultimo di aver terminato il commento al Canzoniere; Stella se ne congratula ma naturalmente non gli dà fiato: quanto tempo gli ci vorrà, chiede, per commentare i Trionfi e le Rime varie? Leopardi non batte ciglio: dieci giorni dopo spedisce il tutto bell'e pronto e aggiunge che ha intenzione di prendersi un po' di riposo. L'editore è sorpreso dalla velocità d'esecuzione e s'allarma; in realtà non ha da temere quanto alla possibilità di perdere il suo collaboratore. Vero è però che Leopardi ha contratto un fastidio crescente verso un tipo di attività che ora non ha alcun timore a definire inutile per sé e per gli Italiani: «se farò un'altra opera di commento verrò ascritto definitivamente alla classe dei pedanti», scrive alla fine di luglio «di quelli che deprimono e rendono frivolo nullo ridicolo agli occhi degli stranieri la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni dell'oscurantismo»14. Prende lui l'iniziativa; ha in mente un dizionario filosofico e filologico da organizzare sulla base del materiale raccolto nel suo diario ma è lavoro troppo lungo e non può servire per l'immediato; ripiega su un'altra proposta: si tratterebbe di tradurre dall'inglese, e lo farebbe lui, tratti dal «The Panoramic Miscellany» inglese, alcuni articoli che vi comparivano regolarmente sulla letteratura italiana: ciò avrebbe arricchito il «Nuovo Ricoglitore» e stimolato dibattiti e confronti tra le due letterature.  Stella non si convince, suggerisce di pensare a qualche libro per le scuole. Leopardi si è appena imbattuto in un'antologia francese in prosa. L'idea diventa quella di una antologia italiana con una scelta di pezzi notevoli per bellezza, pensiero e purezza di lingua. Stella è entusiasta; nonostante il monopolio asburgico sui libri scolastici sa di poter contare su una certa disponibilità del mercato per libri "consigliati".
Tra il giugno e l'ottobre la corrispondenza tra i due è fittissima: c'è forse il timore di Stella di perdere un collaboratore così prezioso ma anche Leopardi ha bisogno di lui e del lavoro che gli permette di condurre autonoma la sua vita; solo che vorrebbe essere impegnato in maniera meno noiosa e compromettente. A metà ottobre, forte delle basi gettate per la collaborazione futura, annunzia a Stella la decisione di andare a passare l'inverno a Recanati: troppo ha patito per il freddo a Bologna, da troppo non vede gli amatissimi Carlo e Paolina coi quali ha mantenuto una corrispondenza regolare. Lo tranquillizza per quanto riguarda il lavoro, che porta con sé. Rientrato ai primi di novembre in casa, già a metà dicembre Giacomo scrive all'amico Brighenti in Bologna che se il freddo di corpo è minore di quello patito lassù, quello dell'animo è tale che lo ammazza «e ogni ora mi par mille di fuggir via»15.

Firenze. Un poeta inutile.
Da quello che è dato capire da lettere più rade, Leopardi lavora in Recanati all'antologia di prosatori italiani dal trecento in poi con animo piuttosto disteso. Solo il rapporto con Stella è angustiato da una sottile schermaglia intorno al mensile pattuito e che l'editore non gli passerà per il periodo di permanenza nella casa paterna. Appellandosi ambiguamente a una specie di "diritto paterno" Stella gli manda a dire che gli spedirà tutto il denaro di cui potesse avere bisogno, basterà che glielo chieda e questo «[...] quantunque Ella si trovi in seno della sua famiglia»16. Che in altri termini significava sospensione dello stipendio, senza che ce ne fosse motivo. A Giacomo non resta che subire e gli risponde che soldi non ne ha chiesti (ma non gli toccava di farlo) proprio perché si trova in casa propria, ma appena tornato a Bologna in primavera avrebbe di nuovo approfittato della «amorevolezza paterna» di lui. Trascorsi inverno e parte della primavera, Giacomo alla fine d'aprile del '27 rientra in Bologna, nuovamente stipendiato: la scelta dei passi di scrittori italiani per l'antologia è quasi terminata e Stella a metà giugno viene a ritirare il manoscritto di persona. Appena salutati, Giacomo lascia Bologna alla volta di Firenze.
Dei motivi che lo inducono a trasferirsi in Toscana non v'è traccia nelle lettere, ma è facile immaginare che sia stato attratto dalla città per il gran convenire in essa di intellettuali, politici, uomini di cultura che, radunati intorno all'Antologia del Vieusseux, operavano per la crescita di un movimento di opinione pubblica.
Il lavoro critico ha messo in luce quanta distanza separasse Leopardi da quell'ambiente tutto permeato di spiritualismo cattolico, di ottimistica fiducia nella felicità delle masse da procurare con quella che a Leopardi appariva una riduzione quasi totale della vita culturale e politica a fatti aridamente economici, statistici, utilitaristici. Quella distanza a dire il vero esisteva già da prima che Leopardi si portasse in Firenze: il suo giudizio non doveva essere di molto diverso già nel gennaio del '24 quando, entrato in corrispondenza col direttore dell'Antologia che gli chiedeva recensioni ed articoli sulle novità scientifiche e letterarie dello stato pontificio, se ne era schermito con la famosa critica sullo stato delle lettere italiane. Il discorso tra i due si era momentaneamente interrotto, ma ecco che nel marzo del '26, quando Leopardi, superati i disagi e lo sconforto dell'inverno bolognese, lavora con fatica e noia intorno al Petrarca, il Vieusseux torna a proporgli di collaborare con lui, prospettandogli questa volta un rapporto rigoroso e funzionale ai suoi progetti, che prevedeva peraltro per ogni foglio di stampa un compenso da considerarsi fra i più alti allora possibili; la lettera si concludeva così: «S'io potessi avere alcuni collaboratori pagati e regolari [...] come potreste esserlo voi, farei più che con venti collaboratori dilettanti e non pagati»17. Altrettanto nota è la risposta di Leopardi con la quale protestava una sua perfetta ignoranza in questioni di filosofia sociale di fronte alla richiesta di denunciare criticamente i «pessimi costumi» italiani, i metodi di educazione, ecc.: «Gli uomini sono ai miei occhi quello che sono in natura,  cioè una menomissima parte dell'universo, e che i miei rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non m'interessano punto, e non interessandomi, non gli osservo se non superficialmente. Però siate certo che nella filosofia sociale io sono per ogni parte un vero ignorante»18. Tuttavia, detto questo, non mi sembra illegittimo pensare che tra gli altri motivi che inducevano Leopardi a visitare Firenze, ci fosse anche la curiosità di verificare fino a che punto gli interessi preminenti intorno all'Antologia lo tenevano lontano da una possibile collaborazione. Che la verifica fosse negativa da subito lo veniamo a sapere dalla lettera fiorentina alla sorella Paolina dei primi di luglio del '27: «Qui mi fanno propriamente la corte perch'io accetti altri partiti; ma volendo e potendo faticar poco, nessun partito mi può convenire come quello di Stella; il quale per conseguenza bisogna ch'io tenga fermo più che posso»19. Che "faticasse" poco per lo Stella sappiamo che non è vero; certo che il rapporto di conoscenza ormai consolidato poteva permettergli di muoversi nel lavoro con una certa elasticità organizzativa personale, ma è lecito anche pensare che Leopardi dovette in quei mesi confermarsi nell'idea che l'area di significati culturali e politici dentro la quale si sarebbe collocata una sua collaborazione fiorentinista, lo avrebbe di fatto connotato all'interno del progetto complessivo dei Toscani, la resistenza verso il quale era probabilmente in lui uguale, se non maggiore, a quella per i lavori "pedanti" e "oscurantisti" per lo Stella: in questo senso le sue antologie gli saranno ancora sembrate la cosa più dignitosa cui un letterato, con le sue idee e bisognoso di lavoro, potesse applicarsi. Ma c'era dell'altro: di natura coscienziosa Leopardi non poteva tacersi per professionalità che le sue condizioni di salute lo costringevano a periodi di inattività che con lo Stella si sentiva sufficientemente libero di ammettere confidando, più giustamente che meno, sull'amicizia paterna di lui: il quale ultimo non ci scapitava certo del lavoro di Giacomo (magari sottraendogli sei mesi di stipendio!). Tanto più che, dal suo arrivo in Firenze fino all'autunno inoltrato, lo stato di salute degli occhi, che non hanno mai cessato di dargli seri problemi, si aggrava: è agli occhi che soffre perlopiù ma il suo fisico è provato da uno stato generale di debolezza che gli impedisce di leggere scrivere pensare. Passa molto del suo tempo a sedere «colle braccia in croce» ed esce solo talvolta di sera «come i pipistrelli». Rabbia e malumore gli dettano parole sconfortanti agli amici; dispera di superare il suo stato di malattia e vuole andare a morire a Recanati. Con gli occhi gonfi quasi chiusi scrive lettere brevissime; al lavoro dunque dedica poco tempo e del resto è consapevole che quella lunga applicazione a copiare pagine e pagine d'autori italiani di suo pugno è stato causa non secondaria dell'aggravarsi dello stato degli occhi. Ciononostante tra luglio e ottobre scrive sempre in Firenze la prefazione alla Crestomazia italiana e inizia a organizzare in un indice sistematico per argomenti il materiale del futuro Zibaldone, lavoro che dovrebbe servire poi per la progettata Enciclopedia. Poi a novembre, nella speranza di un inverno meno rigido, si sistema a Pisa dove, su invito dello Stella, comincia a dedicarsi ad una seconda antologia, questa volta di poeti. II male agli occhi, avverte, non gli permetterà di procedere speditamente, ma il mite clima pisano sembra giovargli: prende tempo, promette il termine del lavoro per l'autunno successivo e Stella lo rassicura invitandolo a curarsi. La sua vita di società in Pisa appare da alcune lettere piuttosto intensa, sì che a volte è difficile metterla in relazione con lo stato di salute malandata. Sul quale scrive lettere preoccupanti al Vieusseux, ma potrebbe essere un modo per mascherare la sua riluttanza a soddisfare le richieste di lui; e dello stesso tenore sono le lettere al padre col quale prospetta un prossimo ritorno in Recanati.
La sensazione che se ne trae è che nella sua vicenda personale stiano per maturare questioni di natura complessa che finiscono col rendere problematica la sua stessa collaborazione con lo Stella. Alle sofferenze dovute al fisico s'intreccia verosimilmente in questo periodo la delusione proveniente dall’esito poco incoraggiante delle sue ultime prove di scrittore e letterato.
Quando egli arriva a Firenze (fine giugno '27) le sue Operette Morali pregne di ateismo e materialismo, sono fresche di stampa ed è lecito supporre che se ne attendesse qualche riconoscimento anche se proprio negli stessi giorni (!) uscivano  I Promessi Sposi che ben altre affinità ideologiche contenevano col clima culturale fiorentino. Nel dicembre dello stesso anno, mentre è a Pisa, esce poi la Crestomazia italiana. In entrambi i casi le accoglienze furono tiepide. L'antologia anzi ricevette qualche critica. Del suo umore in questo momento e della sua stessa voglia di lavorare ancora, così scrive da Pisa all'amico Antonio Papadopoli: «Studiare e lavorare sono cose che ho dimenticate e dalle quali divengo alieno ogni giorno di più. Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere»20. E così a P. Giordani due mesi dopo: «La mia vita è noia e pena: pochissimo posso studiare, e quel pochissimo è noia medesimamente: se negli studi potessi ancora seguire il mio genio veduta la qualità di giudizi di questo secolo, non mi darebbe più il cuore di logorarmi in far cose che mi contentassero»21.
Vuoi per la salute o per l'insoddisfazione proveniente dal troppo lavoro, vuoi per l'insuccesso letterario o per le scarse affinità coi Toscani, vuoi per tutte queste cause insieme, Leopardi, dal suo rientro in Firenze, avvenuto ai primi di giugno del 28, stringe i tempi per chiudere da una parte l'esperienza con lo Stella, dall’altra la sua permanenza in Toscana. Era, mi sembra, uno scacco esistenziale: il no al Vieusseux è l'impossibilità di «provvedersi» rendendosi organico al progetto borghese dei liberali toscani, il no allo Stella è il rifiuto di una indipendenza economica pagata a un prezzo sproporzionato per i riflessi sulla salute e sulla sua immagine di letterato già offuscata da critiche severe.
Sul disagio suo a lavorare ancora con lo Stella non poteva a mio avviso non ripercuotersi, in modo forse decisivo, il riconfermarsi del suo giudizio intorno all'angustia e la parzialità del progetto di trasformazione sociale degli economisti, dei politici, degli uomini di cultura toscani, interlocutori comunque di ben altra levatura e progettualità rispetto allo Stella. Ma, lontana dalla poesia, dall'immaginazione e dalla fantasia, la rigida tensione ideologica e programmatica di quell'ambiente, con tutto il suo «furore di calcoli e arzigogoli» e il suo spiritualismo mistificante, gli appariva oltre che riduttiva, presuntuosa e stupida in quanto lontana dal '"vero" che "arido" lo era per conto suo. E quali passi mai potevano essere fatti a favore di quella tanto evocata «felicità dei popoli» a lavorare in quell'ambiente con quelle premesse? Contro l'infelicità naturale degli individui ora più che mai gli sembrava semmai necessario l'intelligente conforto che solo la poesia e la letteratura amena e dilettevole potevano portare. È questo il contenuto di quella nota lettera al Giordani con la quale Leopardi si congeda praticamente da Firenze: «[...] mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica»22. Ai primi di giugno Leopardi rientra a Firenze dopo aver completato la scelta dei passi poetici per la nuova antologia ma ai primi di luglio scrive allo Stella che, gli occhi non permettendoglielo, non ha intenzione di ricopiare per intero tutti i passi scelti e gli spedisce il manoscritto con tutte le indicazioni del caso. Stella ai primi di agosto annuncia di aver mandato al torchio la Crestomazia poetica e reputa giunto il momento per mettere in corso qualcos'altro. Che ne era del materiale per la progettata Enciclopedia? Ma Giacomo risponde subito: è un lavoro che non sa quando potrà terminare, forse gli ci vorrà un anno ma per ora di lavoro non ne vuole più sapere, chiede, per tornare a Recanati, che Stella gli anticipi insieme le mensilità fino a novembre compreso e conclude così la lettera: «Dalla suddetta epoca in poi cesseranno i suoi sborsi mensili e le nostre relazioni pecuniarie»23, salvo semmai riprenderle in seguito. Ma seguito non ci sarà. Il 10 novembre 1828, avendo Vincenzo Gioberti come compagno di viaggio, parte per «l’orrenda notte di Recanati». Da allora il suo scambio epistolare con lo Stella (che morirà del resto nel ‘33, cinque anni dopo e quattro prima di Giacomo) diventerà via via più rado. Stava per iniziare uno dei periodi più fecondi per le sue realizzazioni poetiche ma certamente conclusa, dopo poco più di tre anni, era l'esperienza di scrittore e consulente editoriale per la casa «Antonio Fortunato Stella e figli». Condizioni di salute a parte, del resto, Giacomo Leopardi non lavorerà più per nessuno.

NOTE
[1] G.L., Epistolario, a cura di F. Moroncini, Le Monnier, Firenze 1934, vol. III, lettera n° 968 a Monaldo L.
2 G. L., Epistolario, op. cit., vol. III, lettera n° 662 di A. F. Stella.
3 G. L., Epistolario, op. cit., vol. III, lettera n° 680 a A. Papadopoli.
4 G. L., Epistolario, op. cit., vol. III lettera a Monaldo del 3. 10. ‘25.
5G. L., Epistolario, op. cit., vol. III lettera a Carlo L. del 28. 10. ’25.
6 G. L., Epistolario, op. cit., vol. III lettera di A. F. Stella del 12. 12. ’25.
7 G. L., Epistolario, op. cit., vol. III lettera di A. F. Stella del 18. 12. ’25.
8 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a Carlo Leopardi del 24. 2. ’26.
9 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a A.F. Stella del 12. 3. ’26.
10 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a A.F. Stella del 31. 5. ’26.
11 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a Carlo L. del 30. 5. ’26.
12 G. L., Zibaldone di pensieri, Mondadori, 1983, vol II, pag. 1092.
13 G. L., Canti, Milano, Garzanti, 1983, pag. 165.
14 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a A. F. Stella del 25. 7. ’26.
15 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a P. Brighenti del 15. 2. ’26.
16 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera di A. F. Stella del 3. 2. ’27.
17 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera di G. P. Vieusseux dell’ 1. 3. ’26.
18 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a G. P. Vieusseux  del 4. 3. ’26
19 G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a Paolina Leopardi  del 6. 7. ’27
20 G. L., Epistolario, op. cit., vol. V, lettera a A. Papadopoli n° 1202.
21G. L., Epistolario, op. cit., vol. V, lettera a P. Giordani n° 1225
22G. L., Epistolario, op. cit., vol. V, lettera a P. Giordani n° 1293. Per quanto noto ricordiamolo lo stesso: nel maggio Giacomo ha confidato a Paolina (lettera n° 1223, vol. V) di aver ripreso a scrivere versi «con quel mio cuore d’una volta».
23G. L., Epistolario, op. cit., vol. V, lettera a A. F. Stella n° 1312

martedì 29 gennaio 2013

Il numero cinque di 'Overleft' è on line



Questo l'indice :

☛ "Desiderio maschile, patriarcato, prostituzione", dibattito redazionale

☛ "Controinformazione e analisi di genere in Rete" di Adriana Perrotta

☛ "Il precario e la poesia, Giacomo Leopardi alle dipendenza dell'azienda libraria A.F.Stella e figli" di Paolo Rabissi

☛ "Gramsci a Caracas" di Franco Romanò

☛ "L'esperimento fallimentare del socialismo sovietico nella ricostruzione di Rita di Leo" di Paolo Rabissi

☛ "Ezra Pound e l'usura, male dell'Occidente" di Laura Cantelmo


☛ "La resistenza comunista nella Germania nazista" di Franco Romanò


☛ "Le fabbriche recuperate in Argentina e in America latina. Un primo bilancio" di Aldo Marchetti

domenica 18 novembre 2012

Fatigue

Così l'American Cancer Society: 'Fatigue' is one of the most common and distressing side effects of cancer. Cancer itself can cause fatigue directly by spreading to the bone marrow, causing anemia. Or it can cause fatigue indirectly, by forming toxic substances in the body that change the way normal cells work.
Ciò sembrerebbe spiegare la mia leggera anemia (del tutto irrilevante) dopo l'operazione, ma soprattutto potrebbe spiegare quel disagio fisico e mentale che accusavo da tempo, e che perdura, una disposizione fisica e mentale a concedermi più del solito al riposo, una maggiore facilità alle dimenticanze e, in particolare dopo l'operazione, maggiore difficoltà a concentrarmi. Epperò tutto ciò non mi ha mai portato a pensare che avevo in corpo da qualche tempo cellule anomale che stavano silenziosamente ulcerando l'intestino, riferivo il tutto all'età e ad altre patologie anch'esse legate all'usura. Quest'ultime mi restano, quei sintomi legati al cancro invece, considerando che è stato tranciato via da una sforbiciata all'intestino e che l'assenza di metastesi mi mette al riparo da ogni ulteriore terapia, sono destinati a rientrare, magari con un  po' di tempo.
Gli otto giorni di degenza in ospedale li ho passati in una stanza con un altro paziente. Luigi. Gli ho detto subito che la nobiltà del nome che portava non era stata sufficiente a risparmiargli l'ospedale, pertanto tutto sommato poteva anche sbarazzarsene per scongiurare la fine di quella dinastia che non era stata capace nemmeno di contare fino a venti. Ha riso di cuore ma la sua sofferenza, evidente sin da primo momento, aveva bisogno di ben altre cure, era la terza volta che tornava in ospedale per vari problemi all'addome, all'intestino. Siamo scesi insieme in sala operatoria, lo stesso giorno, a me sarebbe toccato subito dopo di lui. Ma le porte dell'antro dove era scomparso non si riaprivano mai. A lui invece hanno aperto e ricucito la pancia due volte di seguito nella giornata. Bravissimi chirurghi ma nemmeno dopo ho avuto modo di capire il motivo del doppio intervento. Perché in definitiva non è che stai lì a chiederti tanto il perché e il percome. Non sei nemmeno più di tanto preoccupato dall'idea della morte. Sei piuttosto rivolto a gestire i dolori e la relazione con dottori/e e infermieri/e dai quali dipendi. Lo stato di dipendenza soprattutto ti impegna. Ti chiedi se uno stato del genere potrai in seguito risparmiarlo ai tuoi cari. Te lo chiedi soprattutto quando, dopo l'operazione, nel tuo letto, gradevolissimo spazio simbiotico, non puoi muoverti più di tanto: sul fianco sinistro scende fino a terra un catetere, da un buco nell'alto ventre, che spurga in una specie di scatoletta ( 'i cagnolini' li chiamano le infermiere), a destra ce n'è un secondo da un altro buco nell'alto ventre e fa il paio con un terzo catetere che parte dal tuo membro e finisce in una sacca di plastica dove si raccoglie l'urina. Da una vena del braccio destro, nel mio caso, sulla quale è innestata quella che io chiamavo ciabatta, perché simile appunto alle ciabatte con tante prese che sostano di solito sotto il PC, due cavetti di plastica che succhiano bilanciatori degli antidolorifici da due ampolle sistemate su una specie di attaccapanni. Da un catetere infine che parte dalla schiena un'altra cannuccia succhia invece da un'altra ampolla gli antidolorifici necessari a non farti dare i numeri: nel senso che il dolore fisico non possono e non vogliono eliminarlo del tutto perché resta ancora la fonte migliore per sapere come stai.
Con tutto ciò, quando dopo un paio di giorni senti arrivato il momento di scendere a terra da quella trappola benefica, dovrai portarti dietro la piantana con le ampolle legate alle tue vene, la sacca dell'urina, e infine a strascico i due cagnolini, le due scatolette che raccolgono secrezioni seriose e sangue.
Quando, più o meno sveglio, dopo l'operazione mi hanno riportato nel letto, Luigi si lamentava debolmente. La mia operazione era durata circa quattro ore, la sua sette. Anche lui aveva tutti gli ammennicoli del caso. C'è un momento di interregno tra immediato risveglio e le ore successive in cui tutto sembra disporsi per il meglio, ti dici che ormai il peggio è passato e che qualche giorno di ospedale serviranno per rimetterti in sesto. Si tratta degli effetti dell'anestesia e degli antidolorifici insieme. Ti senti euforico. Luigi mi ha sorriso appena svegliato e io l'ho ricambiato, insomma avevamo l'aria di quelli che ce l'avevano fatta. Su di me l'anestesia ha avuto strani effetti. L'euforia, per adoperare l'espressione che uno dei chirurghi ha usato con mia moglie, mi ha 'delatentizzato', mi sono insomma lasciato andare a battute più o meno spiritose verso i chirurghi, sul loro modo di parlare, sul loro problema di dosare gli antidolorifici, e persino sulla mise sexy di una di loro.
Insomma uno stato che è durato circa ventiquattrore, poi i dolori hanno cominciato ad avere la meglio. Già la seconda notte Luigi l'ha passata, tenendo sveglio anche me, a lamentarsi fortemente. Quello che colpiva era che lui non aveva certo l'aria di un piagnone, se si lamentava era perché i dolori erano intollerabili. A tratti lo erano anche i miei, ma paradossalmente la sofferenza di Luigi mi inibiva un po'. Anche perché quando il terzo giorno l'hanno lavato, con cura, nel letto, la sua nudità mi ha impressionato per via dei tagli operati in verticale e in diagonale, quasi una ragnatela. Non ho mai chiesto dosi ulteriori di antidolorifici, avevo una sorta di pudore. Luigi infatti li chiedeva in continuazione. Per i primi due, tre giorni la storia è andata avanti così. Un'ampolla di antidorifici faceva effetto per un'ora e mezzo circa durante la quale Luigi cadeva quasi in trance, sbuffando e singhiozzando. Al risveglio, che fosse giorno o notte, chiedeva un'altra dose. C'erano delle resistenze ma poi infermiere o dottori cedevano. La mattina credo del quarto giorno la visita del primario con tutta la corte dei suoi chirurghi e dei dottorandi fu un evento particolare. Il primario dosò con cautela ma con fermezza una sorta di rimprovero: a me Luigi sembra trascurato, bisogna rivitalizzarlo, l'operazione è andata bene e tutto questo dolore non lo capisco. E' stata una sferzata per tutti, dottori e infermiere, ma non è che le cose per Luigi siano tanto cambiate nei giorni successivi. Quanto a me il primario mi ha dato un'occhiata severa e ha aggiunto: lei sta bene. Non si capì se era un ordine, un invito, una domanda, una verità. Non gli ho risposto ma in definitiva in qualche modo la feci mia.
Al terzo giorno ho avuto anch'io una crisi. Era domenica e c'era mia moglie, e un caro amico di allora. Reggevo a fatica la posizione a letto ma la conversazione mi distraeva. Nel pomeriggio uno dei chirurghi con fare molto friendly mi ha ridotto gli antidolorifici che scendevano direttamente nella schiena. Con un semplice gesto, sul monitor ha abbassato il valore di due gradi. In pochi minuti un freddo totale mi ha attanagliato dai piedi alla testa, tra brividi e dolore ho spaventato un po' tutti i presenti. I medici hanno lasciato che trascorresse una mezz'ora durante la quale un paio di coperte  hanno diminuito il freddo, e poi hanno riportato il valore degli antidolorifici a quello precedente. Sono stato subito meglio. Ma ho avuto un attimo di smarrimento quando verso le dieci di sera un altro dottore, altrettanto friendly, è venuto non ad abbassare il valore dell'antidolorifico ma a staccare del tutto la spina. Solo, con la notte davanti, senza antidolorifici? Le infermiere mi hanno tranquillizzato, loro erano lì se avevo bisogno. Mi sono tranquillizzato, ho pensato che se facevano così avevano le loro ragioni: in ogni caso bisognava avere fiducia dei medici. La notte non ho dormito, ma più che altro perché rimanevo all'erta in attesa dell' insorgenza dei dolori! Non è successo nulla, i dolori erano sopportabili. Ho capito lì che l'episodio del pomeriggio era stato causato apposta: era come se al fisico in quel modo avessero dato una sferzata per fargli capire che la normalità non era quella sotto antidolorifico!
La fase più dura è stata quella successiva. L'intestino bloccato che tenta di liberarsi causa dolori atroci. La storia si risolverà solo col tempo. Alla visita di controllo in ospedale, l'oncologo mi ha confermato che non c'è bisogno di terapie tipo chemio o radio, ma che la mia attuale irregolarità intestinale resterà la mia normalità per un bel po'. Ne ho approfittato per visitare Luigi. Era ancora lì. Ci siamo scambiati auguri. Soffriva di meno ed era fiducioso.
Uscito dall'ospedale le meditazioni d'obbligo. Esiste una percezione soggettiva del dolore, ma non significa nulla perché siamo fatti ciascuno in maniera diversa e i medici calibrano i farmaci sulla tua resistenza. Mi lasciavo alle spalle un palazzo nel quale le tecnologie in uso oggi sono più avanti di quanto io sia in grado di comprendere. Bisogna avere fiducia nei medici, nella maggior parte dei casi sanno quello che fanno anche se c'è sempre una zona d'ombra nella quale procedono a tentoni. Il cancro anche quando ce l'hai e non lo sai, altera in modi diversi il tuo stato psicofisico e quei modi non siamo ancora educati a monitorarli. Dal cancro al colon infine si può guarire, se lo prendiamo in tempo. E anche dalla 'fatigue' che ti resta addosso, prima o poi, riusciremo a liberarci.













sabato 17 novembre 2012

Elsa Morante nasceva cento anni fa



Stralcio questi pochi versi da Il mondo salvato dai ragazzini, 1968, una delle opere più belle del Novecento.


...

Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l'urlo del mattino.
O notte celeste senza resurrezione
perdonami se torno ancora a queste voci

Io premo l'orecchio sulla terra
a un'eco assurda dei battiti sepolti.
Dietro la belva in fuga irraggiungibile
mi butto sulla traccia del sangue.

Voglio salvarti dalla strage che ti ruba
e riportarti nel tuo lettuccio a dormire.
Ma tu vergognoso delle tue ferite
mascheri i cammini della tua tana.

Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall'orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre
non ammiccano più ai miei trucchi d'amore.

Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso
io corro le città lungo una pista confusa.
Ogni ragazzo che passa è una morgana.
Io credo di riconoscerti, per un momento.

E mendicando rincorro lo sventolio di un ciuffetto
o una maglietta rossa che scantona...

domenica 23 settembre 2012

Aristofane e Lisistrata

caro amico, cara amica

sto leggendo le commedie di Aristofane e sono sorpreso dall'ennesima prova di quanto la nostra cultura non sia altro che un'articolazione di quella greca classica. Rischio la banalità, lo so. Mettila sul conto della mia naivetè e della mia ignoranza. Lisistrata ovviamente è stata reinterpretata come protofemminista. Ma Aristofane non potrebbe essere più lontano da ciò. E non perché invece è maschilista (e neanche perché, più verosimilmente, era misogino, che in certi casi è pure da capire) ma perché al contrario è portatore assolutamente organico del patriarcato: all'interno del quale a noi interessa la codificazione irrigidita dei ruoli, che genera i fondamentalismi (il possesso e la violenza legalizzati sul corpo delle donne) e in tempi favorevoli genera l'emancipazionismo che di per sé non modifica la sostanza del patriarcato, anzi lo rinforza, come la liberazione degli schiavi neri rinforza il sistema di fabbrica.
Insomma nel quinto secolo a.c. (Lisistrata viene rappresentata per la prima volta nel 411) il patriarcato è già al suo apice nella società greca tanto che il sistema culturale può esprimersi al massimo. Non mi interessa dunque rintracciare lì nella commedia di Aristofane, sintomi di rivoluzionamenti, mi interessa rilevare che lì i ruoli sono così vivi che ormai nessuno mette in dubbio che siano 'naturali', nessuno sa più che sono nati da una ipotesi di lavoro resa necessaria per la sopravvivenza. Così ad esempio l'uomo è in sostanza un guerriero e la donna è una casalinga che ama le relazioni, i sentimenti e la pace. Lisistrata che occupa l'acropoli con le donne ateniesi e spartane le invita a sacrificare il proprio desiderio sessuale (potranno magari consolarsi con quel fallo di cuoio che  artigiani di Mileto hanno messo sul mercato) sottraendosi contemporaneamente all'intimità con i propri uomini, sapendo che questi ultimi per riottenerla saranno più disposti a concedere quanto sta a cuore a Lisistrata, cioè la dichiarazione di pace tra ateniesi e spartani (siamo in piena guerra del Peloponneso).
Sembra quasi femminismo ma è solo assunzione di soggettività della donna dentro il patriarcato: che fa vincere qualche battaglia, e la storia qua e là ce ne dà tanti di esempi,  ma perdere la guerra.
Da cosa si deduce ancora l'organicità al patriarcato di Aristofane? Dal suo immaginario erotico. Prima di tutto che lo stimolo sessuale non possa che trovare appagamento dentro la vagina. Non dentro un culo né tra le mani (come Lisistrata invita a fare). In una delle scene finali gli uomini si presentano alle trattative con le donne con i cazzi ritti a dimostrare che i loro appetito sessuale senza le donne non poteva essere soddisfatto. Certo Aristofane conosce le altre risorse ma l'uomo vero, che espone a un pubblico la propria cultura e dunque ciò che fanno i maschi per bene, non può che essere rappresentato in questa maniera.
Le donne vestono baby doll, hanno una quantità incredibile di scarpe, si truccano e profumano e amano l'uomo profumato e coi peli nel culo: Aristofane quasi senza accorgersene sollecita all'accettazione di un immaginario erotico che anzitutto è maschile e non femminile e lo spaccia per naturale, al quale come tale la 'vera' donna deve uniformarsi. Lisistrata è una donna messa in scena da un maschio, portatore di un patriarcato mite ovviamente non fondamentalista. Un patriarcato non fondamentalista ma sempre ordine 'naturale' del mondo.