venerdì 24 febbraio 2023

La guerra e il 'coro di morti' di Leopardi nel 'Dialogo di F. Ruysch con le sue mummie'



 Se c'è qualcosa di ben evidente nella guerra in Ucraina è il numero dei morti. Tanti morti. Civili e soldati. Uomini e donne, adulti/e e bambini/e. Di una parte e dell'altra. Una coltre nera ricopre centinaia, migliaia di morti in quella terra. Nera è la morte in guerra, nero è il colore del lutto dei vivi. La morte incolore è nera sui campi di battaglia. Il nulla della morte è incolore prima dei massacri e delle distruzioni. Quando le bombe strappano i corpi in tanti pezzi, allora il nulla sembra voler rivestire i colori di una giustizia, di una vendetta, come se i morti rientrando dal nulla potessero sostare almeno un poco ancora per risarcirsi. Il nero della coltre distesasi oltremodo in falde sempre più larghe marca troppo di colore, di odore, di rumore quella terra con la sua guerra, così non c'è sosta possibile fuori dal nulla incolore, inodore, insonoro, intangibile e i morti rientrano nel nulla.

Non possiamo fare a meno di parlare dei morti, dice l'amico poeta, del resto facciamo poco d'altro, righe e versi sono ricchissimi da sempre di colloqui con i morti. 

E di morti parla il volume di versi presentato recentemente nel 'salotto' di Gabriella Galzio (e qui visibile video) intitolato Il tempo dei morti di Alessandro Carrera. Un testo poliedrico di ricche ispirazioni in cui accanto a invenzioni di una certa teatralità parlano morti che richiamano vicende biografiche dell'autore. Un testo per me spiazzante che richiede attenzione. 

Risarcire tutti i morti della guerra presente. Che restino nel nulla dal quale si sono sporti per un tempo di vita molto breve. E noi che leggiamo e scriviamo righe e versi per i morti continueremo a contare sui vivi.  Sulla vita di meraviglie e mistero.

'Cosa arcana e stupenda/ oggi è la vita al pensier nostro, e tale/ qual de' vivi al pensiero/ l'ignota morte appar...', sono tre versi di Leopardi tratti da 'Il coro dei morti' che apre l'operetta morale Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, pressocché sconosciuto perché del poeta filosofo materialista si preferisce parlare d'altro. Lo trascrivo:

”Coro di morti”

Sola nel mondo eterna, a cui si volve

ogni creata  cosa,

in te, morte, si posa

nostra ignuda natura;

lieta no ma sicura

dall'antico dolor. Profonda notte

nella confusa mente

il pensier grave oscura;

alla speme, al desio, l'arido spirto

lena mancar si sente:

così d'affanno e di temenza è sciolto,

e l'età vote e lente

senza tedio consuma.

Vivemmo: e qual di paurosa larva,

e di sudato sogno,

a lattante fanciullo erra nell'alma

confusa ricordanza:

tal memoria n'avanza

del viver nostro: ma da tema è lunge

il rimembrar. Che fummo?

Che fu quel punto acerbo

che di vita ebbe nome?

Cosa arcana e stupenda

oggi è la vita al pensier nostro, e tale

qual de' vivi al pensiero

l'ignota morte appar. Come da morte

vivendo rifuggia, così rifugge

dalla fiamma vitale

nostra ignuda natura;

lieta no ma sicura,

però ch'esser beato

nega ai mortali e nega a' morti il fato.

Al termine del dialogo, nel quale i morti, rinati per solo un quarto d'ora, invitano Ruysch a fare loro delle domande, Ruysch pone un'ultima domanda: 'Quando e come vi siete accorti che eravate morti?' Alla domanda segue solo il silenzio.

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