domenica 13 settembre 2015

Tepore e segnali di fumo nella poesia di Nino Iacovella

Sono un lettore e scrittore di righe e versi e sono di parte. Una parte tutta da inventare a dire il vero. Perché, insieme a tanti altri, mi interrogo sulla poesia. Risposte poche, tanto che a volte penso che siano le domande ad essere sbagliate. Per dire: ha senso chiedere… senso alla poesia? Sembra proprio di sì, sembra, in particolar modo, per il fatto che c’è stata e continua ad esserci troppa poesia nella quale non si capisce niente. Tuttavia c’è anche , e forse da più tempo di quanto non si voglia credere, poesia che ha senso, poesia che si capisce. Magari non subito, magari un po’ difficile. Ma questo ci sta. Infatti il problema è anche questo: nella poesia che si capisce quando si capisce troppo, o addirittura tutto, il rischio è quello di una ingenuità povera, miserabile. E nemmeno questo è perdonabile a quanto viene proposto come poesia. Dunque chiediamo profondità alla poesia? Sì e no. Quando tutto è molto profondo, sinceramente profondo, non basta andare a capo, forse il genere letterario più adatto è un altro. Perché poesia è anche leggerezza e dunque la profondità deve avere uno spessore minimo per galleggiare con grazia. Ma l’estenuazione dell’io lirico dalle nostre parti non è forse un dato di fatto? (e il Novecento altrove non ha forse conosciuto anche quella del noi collettivista?). 
Sono di parte perché a fare queste domande non mi resta molta poesia intorno. Eppure c’è. Lo dico con la consapevolezza che sto da una parte che non è del tutto chiara: senso e non senso, profondità e leggerezza… ma posso aggiungere dell’altro a dire il vero. Come vado dicendo qui in questo blog e altrove ci sono temi del secondo Novecento cui sono rimasti sordi poesia e critica della poesia. Ebbene a me, e non solo a me, pare che intorno ci sia qualche invenzione, o recupero?, di temi. Poco consueti. Le storie famigliari ad esempio e dico dunque la narrazione ( in strofe brevi o lunghe), territorio fin qui privilegio della scrittura in righe. Le guerre. Il lavoro. I conflitti sociali. Le ribellioni. La cura del paesaggio e dell’ambiente. La cura del pianeta. La cura delle relazioni. Il conflitto tra io e noi senza timore per l’affondo nell’identità se è mezzo per fondare ponti col mondo e non per psicosondaggi in acque vuote (o, ahinoi, troppo piene).

Non da oggi leggo i versi di Nino Iacovella, a suo tempo ospite e partecipe di Il Monte Analogo, rivista di poesia e ricerca (editorialmente conclusa), oggi autore per me tra i più interessanti, uno dei fondatori tra l’altro di Perigeion, blog recente di poesia e di resistenza umana (dove quella ‘resistenza umana’ la dice lunga sulle piste da tracciare nei nostri deserti). Di Iacovella è di questi giorni l’uscita della plaquette dal titolo La parte arida della pianura, Edizioni Culturaglobale, “100”. 

Nove poesie. Ciascuna di esse raccoglie materiale umano intorno alla parola terra che ricorre appunto nove volte. Da quella masticata nella bocca slogata di Pasolini, ‘corpo duro… che ferisce’, in ‘un’Italia che brucia’ (prima poesia) a quella che nell’ultima poesia ‘rimastica’ e ricicla i nostri corpi, la nostra carne. 
Quella per Pasolini:

Polaroid 
(Cronaca nera)

La notte devia il corso delle povere cose 
rimaste abbandonate: 
un cartello rotto, un tubo di ferro, 
sono ora corpi contundenti 
accanto a un volto sfigurato 

Rimane l’ombra dell’ultima parola 
Nella slogatura della bocca, 
mastica il dolore di quella terra nuda 

Poi la prima luce del giorno mostra un corpo duro e solo, 
tutto quel rosso che ferisce gli occhi di chi guarda: 
la fossa mai terminata, la faccia come un disegno sbagliato, 
le flamme di un’Italia che brucia 
                                                              2 novembre 1975 
                                                                                Idroscalo di Ostia
                                                               

Nell’insieme le nove poesie sono un breve viaggio di un’umanità nomade in cerca della ‘nuova terra’. Quando prevale la stanzialità nella pianura, come ‘un’ombra poggiata sulla nebbia’ si intravede il gesto del braccio ‘che sparge i semi’. Già, il lavoro. Iacovella sembra suggerire che c’è ancora tempo per dirlo in poesia. C’è tempo, ma è tempo:

Con il corpo piegato dalla fatica 
l’uomo pensava a quel miracolo 
di terra scavata tra la nebbia 
e il rumore puro dell’acqua 

Seduto sulla pietra del riposo, 
con una enorme macchina agricola 
dalla pelle squamata che taceva 
il proprio canto sgraziato 

Come bestie fiaccate dal tempo, 
l’uomo e la macchina sarebbero presto 
risorti dal frastuono cavo di un ricordo 
e richiuso la porta del vuoto attorno ai campi 

Tra i commenti che hanno suscitato i miei versi presenti in questo blog nel post dal titolo La mutazione avveniva per strada, dedicato al convegno dei movimenti a Bologna nel ’77, compare anche quello di Iacovella che dice: “…fortunata la tua generazione che ha avuto ancora tempo di utopie e speranze per il futuro”. Ho preso queste parole come la conferma che Iacovella è partecipe delle ansie di una generazione condannata al vivere precario, progetto in essere di quell’ordoliberalismo che sta spazzando il pianeta come un vento distruttore capace di disperdere anzitempo nello spazio la nostra civiltà.
Nella rassegna tenuta lo scorso autunno in Bicocca a Milano insieme con Franco Romanò e intitolata, non a caso, Poesia e Storia Iacovella ha letto da Latitudine delle braccia, deComporre Edizioni, 2013. Qui il poeta racconta la Storia, la guerra. Con un’operazione che non è solo impegno civile di empatia con la sofferenza vissuta  e raccontata da altri, il poeta sembra piuttosto voler rivivere tragici momenti nella propria carne, nel proprio sguardo, nelle proprie braccia, si fa corpo presente che col corpo scrive, con le mani che scavano, gli occhi accecati, la testa rabbiosa, i denti che arrivano all’osso, come sentisse necessario incistare nelle proprie fibre e nelle proprie vene  quella Storia che altrimenti gli sfugge, quasi un’operazione di piercing sulle labbra e nel cuore. Quasi appunto che domande e risposte agitate sin qui non servano più a niente e che occorra ricominciare daccapo a interrogare passato e presente. Probabilmente con categorie diverse che forse solo le nuove generazioni sono in grado di sperimentare per via di una sensibilità diversa educata alla instabilità e alla precarietà molto più di quanto sia accaduto per la mia generazione nata durante la guerra e cresciuta nella Ricostruzione. Non basta la memoria, che resta spesso confinata dentro margini individuali, occorre allargare e allungare lo sguardo sui paesaggi complessi che la Storia ci ha consegnato. E’ un percorso per me ricco di avventure per una poesia che oggi assomiglia sempre più a una delle macchine celibi di Duchamp, improduttive e sorde.

Queste osservazioni sono lontane dal dare ragione del grande talento poetico che Iacovella libera nei suoi versi ricchi di umanità, altri hanno detto e diranno meglio di me la matura capacità compositiva e l’empito di emozioni che da essa proviene, ma ha ragione Giampiero Neri a dire che questa raccolta di versi  è ‘il poema sulla guerra che aspettavamo’ e ha ragione Alessandra Paganardi a dire che il poeta ‘percorre la Storia per intero’ (le loro note sono nel libro medesimo). 
L’incrocio tra poesia e filosofia è stato forse quello che maggiormente ha distribuito immagini e percorsi nel secolo scorso, io credo che oggi l’incrocio fecondo sia proprio quello con la Storia e peraltro leggo in questo se mai il rinnovarsi di una tradizione vicina a noi più di quanto non ci abbia fatto credere l’egemonia di una poesia astratta. 
Le nuove generazioni avvertono su di sé con allarme e talvolta angoscia i profondi cambiamenti cui stiamo assistendo, trasformazioni che modificano la nostra stessa percezione del mondo anche per via delle nuove tecnologie raffinate e fragili e dei nuovi confini delle scienze, e dunque non possono fare a meno di cercare da qualche parte agganci concreti e solidi che né le religioni né le filosofie sembrano in grado di dare. Quali le nuove guerre e  quali i conflitti maturati dentro le democrazie senza pace?  
Non è dunque a caso che Latitudini delle braccia cominci con un episodio tragico della nostra storia recente, la strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna. 

Hai forse dimenticato le braccia 
da qualche parte, in questa città, 
dove puoi vedere ancora il fumo 
denso dell’esplosione. Vedi, tutto 
si compie all’altezza di un cielo 
irraggiungibile. Eppure volevi 
afferrarlo quel momento di cielo, 
così, con la tua mano distaccata 
da tutto il resto, un corpo ricaduto 
a pezzi, il mosaico che pavimenta 
i resti della stazione. E vero, 
siamo qui, in tanti tra le macerie, 
assieme alla testa di un cane 
c’e come terra di carne sbranata 

Nell’attimo prima che si compisse 
lo scempio, eri li ad interrogarti 
sulla faccenda della vita, senza 
aspettarti nulla, nessun fragore. 
Ed eri solo a due passi dall’innesco, 
vicino a chi avrebbe deciso le sorti 
del vuoto d’aria che ti avrebbe preso 
per alleviarti dall’insostenibile 
peso delle braccia 

Nemmeno la tua solitudine poggia 
più sulle proprie gambe. Adesso è lì
mescolata a terra indistinta tra 
lamiere storte, viscere e sangue 
Sabato 2 agosto 1980 - Ore 10,25 
Stazione di Bologna 

Nessun credito a chi parla di fine della Storia, ma la rifeudalizzazione delle società con oligarchie strette al vertice  che relegano il resto dell’umanità ai confini è intorno a noi e credo soprattutto che i giovani poeti come Jacovella sentano violentemente il rischio di integrazione dentro un eterno presente senza spessore critico e senza grandi speranze per il futuro.
Tra ‘aride pianure’ e ‘cieli imperfetti’ se la poesia resiste è solo perché offre il tepore della cenere di parole e tenui segnali di fumo. 
Ma basteranno:
(dalla sezione Una terra come carne)

La poesia non può cambiare l’ordine 
del dolore 

Quella polvere non si poserà altrove, 
piuttosto ricuce addosso la presenza 
delle lapidi, insinuando al funambolo 
che osa lo sguardo oltre la corda 
che sovrasta le proprie rovine 

Cercare ricordi, tra i muri anneriti 
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate 
con le unghie che vanno a fondo 
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti, 
le madri tra i vuoti delle stanze, 
avremmo un taglio più vistoso al collo 
e come parole un filo di voce 

Per questo lanciamo solo segnali di fumo 
da posti sicuri e abbandonati 

e se apriamo nascondigli 
nutriamo un vuoto di formaldeide, 
un lascito di brace che toglie il respiro 

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere 
dopo ogni bivacco 



venerdì 7 agosto 2015

La pietà Rondinini al Castello sforzesco

La nuova sistemazione della Pietà Rondinini al Castello sforzesco di Milano non è gran che. L'unica giustificazione convincente del trasferimento sta nella dichiarazione che quella precedente non era facilmente accessibile ai disabili, ma forse si poteva fare qualcosa in proposito. E' vero che la sala nella quale era ospitata dal '56 fino a oggi era dispersiva tuttavia ricordo che le sculture del rinascimento lombardo facevano esemplare introduzione all'opera di Michelangelo. Ad essa peraltro si accedeva dopo aver sceso pochi scalini e inoltre lo studio milanese che aveva avuto in commissione la sistemazione aveva avvolto la scultura dentro una parete semicircolare che aveva sì la funzione di isolare con ragione la statua ma contribuiva ad avvolgere una composizione che di suo avvolge due personaggi in un unico abbraccio circolare tanto che, a causa del 'non finito' dell'opera, non sembrano esistere un davanti e un di dietro come  nella maggior parte delle statue. Maria e Gesù Cristo sembrano sostenersi a vicenda ciascuno dentro la propria sfinitezza del corpo, morto l'uno ma poco meno l'altra.
Nella nuova sistemazione è successo quanto non potevo aspettarmi. Non la vedevo da almeno trent'anni. Sparita la parete, sparito l'isolamento ad hoc mi sono ritrovato in faccia, entrando nella sala,  il retro della statua: lo conoscevo bene, sapevo già che è fortemente incluso nella composizione, ma il disagio è stato forte. I giovani presenti hanno sicuramente superato meglio di me la faccenda e si sono seduti poi sul davanti nelle panchine di legno a osservare.  Poi si sono dedicati, sempre di faccia,  alle foto con relative pose di ciascuno/a. Poi si sono avvicinati ancora all'opera scrutandola da vicino. Infine hanno preso la strada dell'uscita. Hanno cioè interpretato alla lettera la sistemazione - per vedere la statua dobbiamo aggirarla - e quando sono entrati hanno subito realizzato per prima cosa che dovevano aggirare la statua per osservarla, è quello che hanno fatto, si sa che la parte più interessante sta davanti. Il problema sta in quel 'non finito' che sta sia davanti che dietro e rende appunto un po' meno identificabili del solito il davanti e il dietro. Nella vecchia sistemazione insomma veniva più spontaneo osservare e aggirare, osservare e spingere lo sguardo a scivolare sul dietro, a incorporare la statua in un unico abbraccio circolare.
Quando la sistemazione del '56 fu pronta e aperta al pubblico ero appena arrivato a Milano. Ma della coincidenza ho saputo solo stamattina quando sono andato al Castello, quando la vidi allora per me era lì da sempre e non sapevo nemmeno che quell'opera era stata comprata e trasportata dai milanesi dal palazzo dei Rondinini a Roma. E già, perché Michelangelo non era mica lombardo, e trascuriamo che era aretino o giù di lì, ma era di fatto trapiantato romano. Ma se uno guarda le statue del Giorno e della Notte a Firenze che sono così monumentali e grandiose e le paragona a quest'opera in cui la sfinitezza dei corpi esausti è tutt'uno con l'estrema sottigliezza e fragilità di quel marmo lavorato a quel modo non verrebbe da dire che in fondo si tratta di un'opera molto lombarda? Osservazione questa che in qualche modo debbo alla locandina di presentazione, nel senso che a me, provinciale che arrivavo a Milano allora vera metropoli italiana, che oggi non riesce a farsi ancora europea (anche se qualcosa sta cambiando) quella statua sembrò un vero e proprio biglietto da visita milanese e lombardo (che poi si alimentò coerentemente con la scoperta di Leonardo e Bramante operosi in città). Ma non ci siamo proprio se la città non riesce a dare una sistemazione geniale a Michelangelo lombardo.

lunedì 20 luglio 2015

Maestà di Duccio di Buoninsegna, a.d. MCCCXI

Maestà di Duccio di Buoninsegna
a.d. MCCCXI
(sei strofe, 62 versi)

Siena è piena delle madonne di Duccio di Buoninsegna.
Il fatto è che o dipingeva madonne o non campava: né preti né banchieri, tutti devoti credenti naturalmente e già allora padroni della città, commissionavano altro.
La Maestà in trono cui faccio riferimento è una vasta composizione in legno con al centro una madonna circondata da angeli e santi: è splendidamente conservata nel museo dell’Opera del Duomo di Siena.

Le cronache raccontano che nel giorno, all’incirca dell’anno 1311, destinato all’esposizione, il piissimo e devotissimo a Maria popolo senese andasse in massa alla casa di Duccio per portare lui e la sua Maestà ancora fresca di colore in Duomo. Tra frati e popolino ci furono dispute per la testa del corteo (le cronache non dicono nulla della laicissima preoccupazione di Duccio che il suo dipinto arrivasse intatto a destinazione).

*

L’insonnia degli archivolti centra cristalli 
carichi del tannino dei secoli venti soffiano 
aprendo le mani e congiungendo gli occhi
le sommità del giorno preferiscono 
pavoneggiarsi nel buio 
con la passione che non tarda.




Duccio assillato mutante dai laici potenti e del clero 
mutante che agita e turba i convolvoli d’asce
ricamate che ingigantiscono le pietre:
reggendo l’increspatura  ai clori e agli acidi, 
solidamente il rimbombo di verdi e azzurri
ancorato in pieno centro,
la devozione sgrana perdite di sistemi
di animali in corsa e le grida stagnano 
nell’ansa di un albero che preme sulle fronti 
con la volontà dei frutti maturi.




Quanto simile possa essere la fatica 
dentro un sepolcro d’alluminio esposto alla luna
quanto poco divino spetti a un creatore
ripulito e pantofolaio
sempre meglio che sterrare preamboli curiosi
spettegolare a imbuto su leccornie sfuggite a davanzali
signorili e non altrimenti perché chi ricalcitra
sollecita precisi azzeramenti o finisce col sognare
particolari inediti sui muschi 
quando l’ermellino abbandona gli asfalti
e trascina con sé frecce e fantasmi 
per le scalinate asserragliate dei centri di ristoro.




Accantonamento e deragliamento convincenti, 
non per fregola d’arrivista ma solo sbriciolando il pretesto
mentendo quanto basta per rispondere all’intreccio
si instaurano  concerto e l’intesa
e Duccio liberamente restaura sapidità di pecore corinzie
nel dramma battesimale di pochi eletti e tanti facenti funzione.
Forzando di metafora il potere si annulla
e le pareti sottili sfilano organi maestosi senza sussulti
né pesci istoriati, ci pensano gli angeli, con techne sicura,
a detestare sorgenti immobili, 
lo scroscio d’oro dagli occhi  il fenomeno critica 
presentendo l’azzurro
sorpreso sul trono a spartire coralli d’impazienze 
e prestiti d’ombre esauste.




Dai contorni  svettano naiadi e dalle impronte 
di mani sulle formelle il cruccio,  ed è l’inizio,
consentendo balconate di annunciazioni possibili
e ballatoi di bocche spumeggianti
i gialli e i verdi via scivolano s’inoltrano nel fondo,
larghe s’accampano linee di profili elettricamente riposati
sguardi standardizzati da ironie  
che alla memoria riattizzano
rivoli di salnitro e fosforo su rimasugli di stalle
laghi di stagnola ancorati ai gozzi di vitelli 
improvvisazioni aventi come terminali 
resurrezioni e giacigli senza fine.




E che tempo c'è dentro quella Maestà?
Fuori è lo scappellarsi indegno dell’inverno piovoso
statue inarcate sotto le ciglia
tondi percorsi di altalena sotto porticati 
la lingua lastricata d’alabastro 
pretende niente di più nientemeno 
che l’assalto particolare della techne del verso
l’incerta, sulla carta, tecnologia.


Milano 2000



venerdì 17 aprile 2015

A proposito di E. Dickinson

Seguendo le suggestioni venute da un pezzo teatrale dedicato alla poeta E. Dickinson ne ho letto quasi tutta l'opera. 
Dickinson è e resta una poeta enigmatica e misteriosa, certo poco ottocentesca, qualcuno ne ha fatto addirittura un emblema del post-moderno. La natura complessa della sua scrittura è data dal suo rifiuto radicale di presentarsi come una 'persona' identificabile, procede per ellissi e omissioni di sé e la natura ha così grande parte solo in quanto habitat e territorio vicino ma non come fine. L'estrema radicalità di questa posizione è la stessa che la porta a sottrarsi al mondo delle relazioni per sondare solo dentro di sé l'effetto di essere semplicemente viva. E' quello che secondo me ognuno di noi potrebbe fare se a un certo punto del giorno non decidessimo di buttarcici dentro, cioè solo qualche secondo dopo esserci svegliati. Lei rinuncia al gioco - anche perché poteva permetterselo - e noi assistiamo allo spettacolo delle sue emozioni filtrate filtratissime e depurate da qualsiasi oscenità della cronaca. Un'operazione radicale che la potrebbe avvicinare al misticismo ma lei ne resta fuori. Un'operazione radicale che la potrebbe avvicinare all'intimismo ma lei ne resta fuori. Come dice una sua brava inteprete critica (B. Lanati) è come se lei invece di vivere restasse dietro le quinte o dietro uno spessore. Rinunciando a dare di sé un'immagine qualsiasi, in realtà parla continuamente di sé e noi continuiamo a chiederci chi è lei davvero. La cifra metalinguistica che diventa passo ironico e a volte beffardo è sempre elegante e tutto non fa che aumentare misteriosità ed enigma perché i tentativi nostri di interpretarla possono essere infiniti (e così è in effetti la montagna di letture critiche) e questo va tutto a credito di una idea di poesia che trascenda il visibile ma senza allontanarsene mai davvero. Occhi impigliati nelle nuvole, piedi per terra.
Verrebbe peraltro da chiedersi se la cifra stilistica adottata da Emily abbia, almeno in parte, favorito la scelta di isolarsi dal mondo, poco o tanto che sia nella realtà avvenuta, o se la scelta di isolamento abbia finito col riversarsi anche nella scrittura favorendo  omissioni ed ellissi del sé. Anche questo è enigmatico, per me forse l'enigma cruciale, perché se è vero che la scrittura è quai sempre un tentativo di colmare un vuoto, una inadeguatezza, una mancanza, è anche vero che queste inadeguatezze e mancanze non sono sempre psicologiche o esistenziali ma spesso dovute anche a carenze di natura organica se non a vere e proprie malattie che rendono inadeguate e mancanti.

lunedì 6 aprile 2015

Omaggio a Luigi Di Ruscio

NON POSSIAMO ABITUARCI A MORIRE

di ruscio 09
“Scriviamolo sui muri, la resistenza è ancora possibile, l’urgenza delle parole si frapponga fra noi e il resto. La sconfitta non è definitiva,  la speranza è tutta nella nostra capacità di ridere.”
L. Di Ruscio
La redazione di Perigeion è lieta di invitarvi a questo evento da noi molto sentito.
1o Aprile, Milano , Spazio tu di Mascherenere presso la Fabbrica del Vapore in via Procaccini,4
Ore 19,00; ingresso libero
FESTA-TRIBUTO-INCONTRO sull’opera di Luigi Di Ruscio.
A partire dall’opera del grande scrittore e poeta marchigiano, attraverso la proiezione di piccoli cortometraggi e frammenti video sulla sua figura e la lettura di suoi testi ad opera di poeti, scrittori e amici che l’hanno ammirato e conosciuto, questo incontro vuole essere insieme un momento di festa e di riflessione. In questi tempi dove l’uomo, la poesia e la bellezza vengono continuamente offesi, aspira ad essere un’alternativa il più possibile concreta alla volgarità e all’ignoranza che tentano di soffocare la nostra vita di uomini liberi.
DiRuscioLocandina (1)
Luigi Di Ruscio è nato nel 1930 a Fermo, nelle Marche, in una famiglia sottoproletaria di Vicolo Borgia. Da ragazzo ha sbarcato il lunario lavorando come manovale, operaio, fotografo di matrimoni. Nel 1956 è uscita da Schwarz la sua prima raccolta di versi, “Non possiamo abituarci a morire“, prefata dal giovane Franco Fortini, e l’anno successivo è emigrato a Oslo, in Norvegia, dove ha vissuto fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 2011, lavorando in una fabbrica che produceva chiodi, la Christiana Spigervek. In Norvegia si è sposato con Mary Sandberg e ha messo al mondo quattro figli, continuando a scrivere e a pubblicare, soprattutto per piccole case editrici, sostenuto dalla stima di lettori come Salvatore Quasimodo, Italo Calvino, Antonio Porta, Giancarlo Majorino fino a quando, dopo la sua morte , Feltrinelli pubblica nella collana comete il meglio della sua produzione letteraria.
Le fotografie a Luigi Di Ruscio sono di Ennio Brilli.

martedì 31 marzo 2015

L'operaismo e il paesaggio che circoscrive



Scuote la mia memoria l’amico Sergio con i suoi articoli più recenti nei quali ricostruisce le vicende dell’operaismo. Mi richiama alla natura politica e culturale dell’operaismo da me vissuto negli ultimi momenti della rivista Classe Operaia, nel breve percorso di vita della rivista La classe e in quegli stessi dodici mesi dentro il neonato Potere Operaio di cui lui parla.
La permanenza in P.O. dopo quei dodici mesi, come per lui, divenne anche per me insostenibile perché al suo interno la pratica di quel lavoro politico che si era concretizzato soprattutto con La classe, nonostante il suo breve periodo di vita, era ormai considerata superata da molti. Anche per me P.O. era già sin dall’inizio (autunno ’69) quella riproduzione di un modello di partito bolscevico fuori tempo come lo definisce Sergio, ma
finché ci sono rimasto ho continuato in pratica a interpretare il mio impegno dentro il gruppo allo
La riedizione della rivista
Primo Maggio
(1973-1988) fondata da
Sergio Bologna
stesso modo dell’inizio della mia esperienza con l’operaismo. Ancora oggi, dopo più di quarant’anni, considero fondamentale per la mia formazione politica ma anche culturale quell’esperienza nella quale ebbe importanza preponderante Sergio (insieme a pochi altri, l’amico Ferruccio in testa) del quale ero in qualche modo un allievo. E continuo a considerare che, nonostante le trasformazioni avvenute nel lavoro, quel tipo di riflessione e di pratica politica siano un’ipotesi di lavoro degna della massima attenzione ancora oggi nella confusione generale, quella reale e quella indotta dai poteri forti e i loro serventi.
A monte di tutto c’erano per me due premesse, due veri e propri assiomi di matrice marxiana (che diventarono teoria e pratica militante soprattutto dentro la rivista Primo Maggio). Il primo era quello di interrogare con i metodi più idonei (dall’intervista al contatto quotidiano) il movimento reale di classe per capirne composizione e tendenze. Si trattava di un lavoro che richiedeva umiltà e pazienza perché la classe operaia era in realtà un universo molto più complesso di quanto non volesse una certa retorica gruppettara. Il secondo era quello di fare da ponte, da tramite, da collegamento interno alla classe stessa ed esterno (i tecnici, gli studenti...) un tipo di attività che non era né quello delle sezioni di partito né quello della sezione sindacale: occorreva avere la pancia e la testa sgombre da rigidità ideologiche e burocratiche. Certo è che ne veniva fuori un tipo di intellettuale piuttosto originale, anche un po’ sartriano, prossimo ma comunque non identificabile con il leninismo. Non identificabile con il leninismo, almeno per quanto riguarda me ma non solo, soprattutto perché nonostante non fossi estraneo alle suggestioni del clima rivoluzionario ( e come era possibile? In quegli anni dal 68 in avanti ma anche da prima qualsiasi azione un po’ trasgressiva era considerata e vissuta come rivoluzionaria!), non pensavo che ci fossero neanche lontanamente le condizioni per una rivoluzione alla maniera francese o soviettista. Perché è vero che l’operaio massa
di Mirafiori e della Pirelli erano arrabbiati e generosamente pronti ad una lotta che rompeva gli schemi e gli obiettivi dei partiti di sinistra e dei sindacati, ma è anche vero che in quelle grandi fabbriche le resistenze degli anziani erano molto forti. Non solo. Nella cintura delle piccole e medie fabbriche lombarde venivamo in contatto con una classe operaia che ci accoglieva e ci dava ascolto ma che non aveva nessuna intenzione di bruciarla la fabbrica. Credevo invece che le lotte operaie potevano inceppare i meccanismi di riproduzione del profitto, dello sfruttamento del lavoro, dell’estrazione di plusvalore dal lavoro. Una dimensione di fatto antagonista al sistema perché ogni piccola conquista sul posto di lavoro che intaccasse la parte variabile del salario e diventasse parte fissa non era da leggere esclusivamente come conquista sindacale. Era la conquista di un comando sul lavoro che obbligava a patteggiare. Anzitutto provocava una frattura interna alla classe perché gli operai più anziani legati al posto di lavoro del quale conoscevano tutto, legati a una sorta di professionalità che li rendeva una specie di aristocrazia fortemente legata al PCI, mal sopportavano che le lotte intraprendenti dell’operaio massa finissero col garantirgli aumenti e concessioni che loro avevano sudato le sette camicie per ottenere. C’era da capirli. Il fatto era che l’operaio degli anni sessanta era molto più di loro alienato dalla divisione del lavoro avvenuta nelle grandi fabbriche sulla catena di montaggio dove la parcellizzazione costringeva a pochi gesti ripetuti all’infinito per ore e ore. Peraltro questa bassa professionalità non impediva ai giovani di riconoscersi, nel dopoguerra del boom economico, produttori di ricchezza e portatori di una soggettività politica e culturale rabbiosamente insofferente del dispotismo autoritario presente nelle aziende, negli uffici, in tutte le strutture politiche e culturali compresa ovviamente la scuola dove gli studenti erano impegnati nel medesimo conflitto.
L’operaismo è stato per me, e tuttora, un’indicazione di metodo e di percorso di democrazia reale che allora confinava con la tradizione dei partiti di sinistra senza esaurirsi lì. In questo senso è stato anche una sorta di browser, di navigatore per connessioni di natura letteraria sulle quali sono anche nate negli anni novanta iniziative in Calusca con l’amico Primo. Del resto il paesaggio che l’operaismo circoscrive è proprio quello che sto attraversando anche con l’attuale produzione di versi.



Nuovo evento e sito nuovo della casa editrice Stampa2009

Incontri con l'Autore

Palazzo Sormani – Milano

Mercoledì 8 Aprile, ore 18.00


Marco Borroni
Maurizio Cucchi

presentano

la Collana
e i quaderni de la Collana

Edizioni Stampa 2009


Intervengono:

Cristina Annino
Michele Hide
Cesare Imbriani
Lucrezia Lerro
Valeria Poggi
Paolo Rabissi
Mario Santagostini
Mary Barbara Tolusso

Sala del Grechetto
Palazzo Sormani
via Francesco Sforza 7
Milano


il sito della casa editrice è:  www.stampa2009.it

martedì 24 marzo 2015

La mutazione avveniva per strada



dico tutto l’insieme dei tuoi eccessi, delle tue esagerazioni,
quel tuo portarti ai margini, l’inconsapevole urto
con gli oggetti che lascia lividi, quel denunciare i patti
appena trascritti in uno svariare di stagione…
non è così che si fa ordine nella rivoluzione.
Si dice l’ora dell’avvento, il giorno prefissato,
li si scrive sui muri, ad esempio: domani alle 10.
Trovi che sia tutto un po’ démodé? Ma gli artiglieri
non  sparavano a salve né a Parigi nel ’70, né a Pietrogrado
nel 1917. Qui si distendono tavoli per le strade
si offrono latte e pane, si fa insomma colazione
e se pensi che sia solo per sfamare non hai capito niente.  
La fede rompe gli indugi e dà ragione, un movimento
semplice che mima l’abbraccio ed esplode sul nulla.
Lo scandalo non c’è, i rilievi dei monti sono innevati
solo d’inverno e il sangue invece scorre copioso
di stagione in stagione senza legami con la natura,
non ne ha mai avuti. L’estensione tecnologica degli arti
è esercizio nostro, gli aceri o gli orsi non fanno né ghigliottine
né trattori, né computer né cannoni. Insegnano
semmai la pazienza.

martedì 17 marzo 2015

Il movimento dei versi

Il movimento dei versi
La questione della poesia epica nella contemporaneità, di cui si discute soprattutto qui, nasce, per quanto mi riguarda, dal poemetto scritto dentro questo blog - Inverno a Colonia - che si caratterizza diversamente dal tipo di versi delle mie raccolte precedenti, da Città alta a La ruggine, il sale a I contorni delle cose. Ma al di là di questo, il silenzio della scrittura che è seguita al poemetto, si sta risolvendo solo oggi, dopo quasi due anni, nel momento in cui cioè mi rendo conto che il linguaggio e i temi di fondo del poemetto li avverto ormai come definitivi dato che si sono ripresentati non appena ho individuato uno schema di scrittura possibile.
La spinta a riprendere la scrittura credo abbia la sua origine proprio nel tentativo di definizione della
Slava Polumin,  2012
poesia epica, tuttora lontana da una conclusione ma che ha aperto la consapevolezza che certi temi che nel poemetto sono presenti ma che vorrei amplificare, difficilmente possono rientrare nella poesia lirica. Il tema del Lavoro ad esempio, così come si è configurato nella seconda metà del '900 alla quale appartengo, unito a quello del clima rivoluzionario che ho vissuto, peraltro in un'età prossima alla maturità, dentro le lotte studentesche e operaie, dopo aver vissuto lunghe esperienze di lavoro di diversa natura e responsabilità. L'anno in Germania descritto in Inverno a Colonia infatti era stato preceduto da più di un anno di impiegato contabile in una grande   azienda milanese che aveva sede nella Torre Velasca.
Basta mettere insieme questi due temi, il Lavoro con tutte le sue implicazioni e l'orizzonte rivoluzionario della fine degli anni sessanta, per farmi sentire su un altro pianeta rispetto alle mie precedenti scritture poetiche che, a torto o a ragione, non potevano che rientrare dentro un filone di poesia lirica. Direi anche a causa del fatto che qui da noi chi scrive in versi è automaticamente arruolato nella poesia lirica, anche se a dire il vero pochi ormai si preoccupano di dare definizioni di cui tutti hanno paura ma che tutti poi cercano di dare inventandosi un nuovo canone ad ogni stagione.
Il fatto è che da quando lavoro alla messa a fuoco di una poesia epica nuova vado scoprendo autori ai quali mi sento affine, nonostante si tratti perlopiù di autori più giovani, che trattano temi partendo dalle loro esperienze di lavoro e di relazione con la Storia. Di questi autori ho dato ragione, insieme a Franco Romanò, nella rassegna di Poesia e Storia tenuta nell'autunno scorso alla libreria Franco Angeli in Bicocca  a Milano e nel blog diepicanuova citato all'inizio. Dato che per me è inevitabile anche una coscienza critica di quanto vivo e faccio non posso non tentare di definire in maniera meno indistinta la direzione dei miei stessi versi, per questo mi interrogo appunto sulla poesia epica, a patto di comprendere sin dall'inizio che il termine va sganciato quasi del tutto dai significati che la tradizione gli affida. Per questo per ora la chiamiamo epicanuova, di cui parlo anche nel numero nuovo di Overleft in uscita oggi stesso sulla rete qui.
In ogni caso, epica nuova o meno, la ripresa della mia scrittura in versi passa in questo momento attraverso la rivisitazione di quel momento particolare che fu per me nel 1977 a Bologna il convegno dei movimenti rivoluzionari.

Quel giorno era nell’aria la mutazione tra le torri
e gl’impiantiti di cotto terra di Siena bruciata
(dolce di memorie da Duccio al triste Federico)
cortei fanciulli, innamorati della strada,
di complesse narrazioni tra eros morte e galassie
lontane, quel giorno lo scontro tra fazioni divise
svelava controdipendenze, a respingere indietro
il passato la strada finiva nel baratro comune.

Perché quel giorno nel chiuso di muri, nella platea
divisa, lo scontro furente e uno intonava un canto
di unità che sembrava sotterrare un secolo intero?
Diceva Roberto al mio fianco ‘…che dire,
cambiare il segno alla Storia per loro è solo
sostituire al potere una classe con un’altra?’
Gli dissi che mio zio, specializzato con capolavoro
(cinquanta saldature su un dado di ferro)
dava la vita a Monfalcone, stava coi moderati
spaventato com’era dalla guerra.
Ma la paura centrava i nostri cuori, chi dominava
spiriti militanti non temeva la repressione, la sfidava,
com’era nelle carte e nella tradizione.

Ma quel giorno lo scontro svelava per strada di più,
laboratorio di sguardo sul futuro,
chi sopravanzava l’urlio del presente accennava un
passo di danza mai vista sul selciato tra rossi mattoni,
vedevi uomini e donne farsi cenni d’intesa e scatenare
poi risse autogestite, uno scenario angolare, cuspidato
non senza lacrime non senza abbracci.

... ah ora dici che il tempo di morire era antico,
che l’ansia di morte accompagnava i nostri giorni
già allora, quando era ora del pasto e della cialledda,
sgocciolavamo l’olio sul pane impomodorato da prima,
già moribonda l’ora della pesca, tra rocce limate.
Visibile rendiconto della storia della Magna Grecia
oggi assillata dai debiti, ma indiscutibile assaggio della sua
potenza, dato che dalle colonne d’Ercole fino al Bosforo
la cialledda è pasto da Dei, quando l’aggiunta è l’aglio
con l’origano selvatico.
Cosa credi che mangiavano i compagni di gioco del Sud
alla  catena di montaggio del Nord negli anni sessanta?
Quella che vorrebbero mangiare oggi i reduci di Siria
Libia ed Egitto, pane, olio, origano, aglio.



domenica 30 novembre 2014

POESIA E STORIA IN BICOCCA
Rassegna in quattro incontri





                                    LIBRERIA BOOKSHOP FRANCO ANGELI 
VIALE DELL'INNOVAZIONE,11 DI FRONTE AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI                                       NELLA PIAZZETTA RIBASSATA

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  1 DICEMBRE LUNEDI ORE 18,30

TERZO INCONTRO

EPICHE

UN LIBRO SULLE  SCRITTURE EPICHE AL FEMMINILE.

Presentano: Paolo Rabissi e Franco Romanò.


Discuterà del libro:

BIA SARASINI
curatrice dell'opera insieme a Paola Bono.

L’attrice Laura Vanacore
legge alcune parti dell'opera collettiva:

LA RABBIA.

Alla fine della serata rinfresco.
Ingresso gratuito.



mercoledì 19 novembre 2014

Il giovane favoloso, spunti e appunti al film di M. Martone su Giacomo Leopardi

1) Mario Martone ha amato e ama Leopardi, ce lo dice con passione in questo suo ultimo film. E anche Recanati e a maggior ragione Napoli e Torre del Greco sono rivisitati con garbo ed emozione. La scelta delle musiche (da Rossini alla musica elettronica) l’ho trovata molto godibile e convincente. A ciò bisogna aggiungere l’indiscutibile bravura degli attori, in particolare di Elio Germano nella parte del poeta. Un film destinato al successo credo, capace di affascinare.

2) Martone  tocca la maggior parte dei punti critici della biografia e del pensiero del poeta e, se qualcosa manca, per rispetto a un regista di valore e a questa sua opera che ha molti pregi, credo sia giusto chiedersi se le omissioni sono gravi o meno. Possiamo tentare di vederne qualcuna e ragionarci sopra.

     2.1) Monaldo scopre (il film non dice come ma è noto) il tentativo di fuga di Giacomo nel 19: è una scena a dire il vero molto cinematografica, con un effettaccio: Leopardi sale emozionato e di nascosto sulla carrozza e il cocchiere volta lentamente il suo viso verso il giovane svelando di essere Monaldo. Leopardi prima di partire aveva scritto una lettera al padre molto interessante per capire i suoi rapporti con la famiglia che non voleva spendere niente per dargli qualche opportunità di studio fuori da Recanati. E’una lettera che è un vero e proprio atto di accusa contro una famiglia avara e che, a finanze dissestate, badava comunque solo al proprio decoro mantenendo servitù, carrozze e palchi in teatro. Essa non aggiunge nulla alla disperata volontà di fuga di Leopardi ben descritta nel film ma conoscerla forse restituisce una concretezza più eloquente a quanto si finisce, come sempre accade con Leopardi, per addebitare solo alla sua inquietudine esistenziale. Il film non manca di mettere in rilievo la figura di una madre del tutto disinteressata alle sorti del poeta, al padre tuttavia a più riprese Leopardi si rivolge nel film con devozione e tenerezza. Che ci stanno tutte, solo che  il suo giudizio su di lui proprio in quella lettera si svela bel altrimenti accusatorio. Gli imputa drammaticamente di aver applicato rigide «norme geometriche» nel valutare l'ingegno di un figlio che mostrava di avere «alquanto più che un barlume d'ingegno» e di aver concluso che questo non  meritava alcun sacrificio dei piani familiari: l’accusa più bruciante infatti è di non aver nemmeno preso sul serio la richiesta («Fui accolto colle risa ...») di adoperare le conoscenze di famiglia per trovargli un impiego fuori Recanati.

    2.2) L’antiutilitarismo di Leopardi viene accennato nel film quando il poeta frequenta il gabinetto Viesseux a Firenze: qualcuno chiede a Leopardi notizia del carattere di quella sua iniziativa editoriale di un periodico letterario e lui risponde brevemente che carattere precipuo della rivista sarebbe stato il rifiuto programmatico di essere utile a qualcosa. Ha fatto bene Martone a mettere sulla bocca del poeta le parole che compaiono nel Preambolo, scritto di proprio pugno dal poeta e arrivato a noi. In esso, dopo aver giocato ironicamente sulla natura del giornale nel quale non si volevano "letterati" per redattori ma neanche scienziati, né statistici né economisti, Leopardi chiariva, prendendo garbatamente d'infilata tutta l'ideologia utilitaristica del secolo, della quale il gabinetto Viesseux era la punta di diamante italiana, lo scopo dell'impresa: «Noi non miriamo né all’ aumento dell'industria, né al miglioramento degli ordini sociali, né al perfezionamento dell'uomo [...]. Confessiamo schiettamente che il nostro Giornale non avrà nessuna utilità. E crediamo ragionevole che in un secolo in cui tutti i libri, tutti i pezzi di carta stampata, tutti i fogliolini di visita sono utili, venga fuori finalmente un Giornale che faccia professione d'essere inutile». E subito dopo aggiunge: «II nostro scopo dunque non è giovare al mondo, ma dilettare quei pochi che leggeranno. Lasciamo stare che lo scopo finale d'ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all’ultimo si ottiene rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l'utile». Chi voleva dunque leggere per diletto e consolazione dalle calamità, era invitato a sottoscrivere all'impresa; con questa speranza: che a sottoscrivere fossero soprattutto le donne:«perché è verisimile che le donne, come meno severe, usino più degnazione alla nostra inutilità». Forse una citazione più estesa dal Preambolo avrebbe dato una sostanza diversa alla garbata ironia che Leopardi usa nel film e che fa dell’episodio una occasionale battuta. Ma soprattutto avrebbe piegato la lettura dell’insieme verso la considerazione che Leopardi, in mezzo agli economisti e sociologi e scienziati del Gabinetto, non è che ci stesse male e si sentisse fuor d’acqua a causa della sua infelicità e delle sue inquietudini personali ma per diversità di opinioni sul mondo e per la quasi nulla importanza che si dava alla poesia. Così dice al Giordani in quella nota lettera  con la quale Leopardi praticamente si congeda nel ’31 da Firenze: «[...] mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente  non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica». (G. L., Epistolario, a cura di F. Moroncini, Le Monnier, Firenze 1934, vol. V, lettera a P. Giordani n° 1293). 

   2.3) Nelle sequenze dedicate allo stesso Gabinetto veniamo a sapere di un certo concorso cui Leopardi ha partecipato. Siamo nel 1830 e l’Accademia della Crusca decide di assegnare i mille scudi di premio all’opera dello storico Carlo Botta. A onore dell’Accademia occorre aggiungere che le Operette morali che erano in concorso (erano uscite nel 1827, l’anno miracoloso per le lettere italiane perché è anche l’anno de I promessi sposi) sono considerate degne di una menzione al terzo posto, al secondo c’è una Sacra Scrittura illustrata, di un certo Lanci. Appunto. Voglio dire che non c’è da stupirsi se le Operette morali non vincono niente: sono pregne di ateismo. Nel Gabinetto invece si mormora qualcosa solo su quel pessimismo così insistente del poeta. Certo che c’era il pessimismo - nella fattispecie la critica ha anche suggerito che almeno in parte lo si poteva  anche considerare come una reazione all’eccesso di ottimismo dei toscani - ma i frequentatori del Gabinetto sono appunto i famosi moderati toscani perlopiù cattolici e, ripeto, sono il nerbo della nuova classe dirigente del Risorgimento, pragmatici antelitteram, utilitaristi, auspicanti mercati liberi ma sostenuti da riforme statali. In nuce il capitalismo nostrano. Nel quale la parola d’ordine è il progresso e la felicità futura delle masse. Mettere in bocca al garbato Leopardi ironico di Martone qualche allusione in più a tutto ciò forse avrebbe aggiunto qualcosa di interessante e più concretamente materiale alle inquietudini esistenziali del poeta. Ma soprattutto avrebbe dato un po’ più di luce e significato alla critica antiprogressista leopardiana. Di essa nel film si ha un breve cenno, anche qui in pratica una battuta isolata, quando viene recitata una parte di La ginestra: si sente risuonare il verso contro le ‘magnifiche sorti e progressive’ ma in un contesto che ovatta e ammorbidisce la sua valenza culturale e politica.

   2.4) In una lettera famosa, che si legge in tutti i manuali di storia della letteratura per i licei, Leopardi invita i suoi detrattori a giudicare i suoi ragionamenti per quello che sono e non facendo riferimento alle sue sofferenze fisiche. Anche nel film il poeta pronuncia questa frase e Martone ha fatto bene a fargliela pronunciare estrapolandola dalla lettera. In effetti il succo è: smettetela di dire che l’infelicità cui dico essere condannata la specie umana dipenda dal fatto che sono gobbo, semicieco e quant’altro. Si tratta di una delle affermazioni topiche per capire il livello di autocoscienza di Leopardi sulla propria opera nonché sul senso della sua filosofia. Nel film il contesto nel quale un pensiero così importante viene espresso è davvero infelice, capisco voler perseguire la leggerezza, ma mettere Leopardi in una gelateria, seduto a un tavolino sul quale troneggia un gelato, cosa di cui era notoriamente goloso, e avendo come interlocutori due sconosciuti, riduce quel pensiero e la sua complessità alla battuta  di un goloso compulsivo. 

3) Il film si divide in due parti. Tra l’una e l’altra c’è uno stacco temporale di circa dieci anni. Lasciato Leopardi a Recanati dopo il suo infelice tentativo di fuga lo ritroviamo a Firenze nel 1830, già in contatto con Ranieri, innamorato di Fanny Targioni Tozzetti, frequentatore del Gabinetto Viesseux. E’ sempre più gobbo e cieco ma nell’insieme il suo aspetto è molto gradevole, ha un’aria quasi da gaudente, adopera l’ironia con grande freschezza e garbo e non si risparmia del vivere quanto è alla sua portata.
Importa, per una ricezione non superficiale da parte del pubblico, raccontare cosa è successo di Leopardi in questi dieci anni? Sembrerebbe di no. Leopardi a un certo punto della sua storia sarà pur diventato adulto. E nel film lo è diventato. L’impressione è che nonostante i dieci anni trascorsi egli sia rimasto nella sostanza quello di prima, un giovane favoloso. Ma nella realtà non è proprio così. Leopardi anzi è profondamente cambiato. Soprattutto perché le sue convinzioni, che avevano all’inizio un’origine letteraria e intuitiva e poco basata su dati di esperienza, ora si sono consolidate, articolate e approfondite proprio grazie a un’esperienza di vita concreta vissuta e fondamentale. Tra il 1825 e il 1828 (anno quest’ultimo della composizione dei grandi idilli, quasi il meglio della sua  produzione poetica, che nel film vengono purtroppo sacrificati) Leopardi ha vissuto, in un rapporto di lavoro precarissimo e tuttavia quasi continuativo, una condizione per il tempo rara e privilegiata, ottenuta e conservata grazie alle sue competenze letterarie: egli infatti per la casa editrice di Antonio Fortunato Stella svolge da salariato funzioni di consulente editoriale, di direttore di collana e di compilatore lui stesso di note, commenti, prefazioni nonché di antologie. Come è largamente noto. Ricavandone quanto gli bastava per mantenersi. Il lavoro dunque, come mezzo di essere provveduto e libero e come mezzo per dedicarsi ai suoi studi, con tanto di scandalo da parte del padre che guarda al disdoro che ne proviene per tutto il suo casato nobiliare e che dunque gli scrive di mollare tutto e tornare a Recanati dove aveva ‘tutto quello di cui bisognava’. Ovviamente tranne la libertà e la disponibilità di libri che nello stato della Chiesa era impossibile a causa della censura. Dopo qualche mese della sua permanenza a Bologna, dove ha preso casa e da dove gestisce la relazione con Stella, scrive al  fratello Carlo di vivere «onoratamente e con piena indipendenza personale, e regolandomi nelle spese, passo anche per ricco [...]. Se avessi voglia e salute da faticar di più in cose letterarie potrei anche avere dell'avanzo, perché non mi mancherebbero imprese e inviti librarii qui e in Torino e altrove» ( G. L., Epistolario, op. cit., vol. IV, lettera a Carlo Leopardi del 24. 2. ’26). Ma dopo un anno e mezzo le cose sono di nuovo cambiate. La sopravvivenza è assicurata ma gli costa un’attività intensissima che copre tutto il giorno e gli consuma un fisico provatissimo e soprattutto la vista. In realtà tempo per dedicarsi ai suoi studi e alla poesia gliene restava poco. Il trasferimento a Firenze, dove sapeva essere in vita un’attività culturale e politica intensa e dove il Vieusseux stesso l’aveva più volte chiamato a collaborare, fu dovuto proprio alla curiosità di verificare se lì una sua collaborazione poteva essere più conveniente. La delusione sarà quasi immediata. Per quanto la vita culturale del Gabinetto fosse ricca e intelligente il giudizio suo come abbiamo visto è diverso. Un giudizio che del resto era già maturato nel ’24 quando su insistenza del Viesseux si era adattato a scrivere una delle pagine di sociologia più interessanti del primo Ottocento. Lì, nel ‘Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani’ il poeta discute della mancanza in Italia di industrie e di cultura. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dal pessimista che conosciamo sostiene che là dove, e pensa in particolare alla Francia e all’Inghilterra, l’industria conosce un certo sviluppo, si sviluppano cultura e ‘pubbliche opinioni’ (ovvero partiti politici). E aggiunge: è vero che competitività crudeli e persecuzione degli uni sugli altri sono la sostanza di queste società, ma quello sviluppo medesimo di esse, conclude, mostra anche di saper rimediare ai propri errori. 

4) Per concludere. Della complessità biografica di Leopardi e del suo pensiero, intrecciati indissolubilmente, nel film finisce per esserci solo una eco. Alla fine del film il giovane favoloso sembra essere rimasto il giovane irrequieto e ribelle della prima parte. E a questo proposito è inevitabile aggiungere che il film sembra essere la trasposizione cinematografica di una lettura critica molto simile a quella crociana. Quella cioè che relega a elucubrazione fastidiosa la riflessione antropologica sulla specie umana dalla quale Leopardi trae motivo di sconforto per le sorti sue e dell’intera umanità, una lettura alla quale non è stata estranea una parte della cultura marxista. Lo sforzo di Martone è da apprezzare, prima o poi un regista doveva pur provarci, ma c’era molta più carne da mettere sul fuoco ed era possibile perché nell’impostazione scelta potevano stare dentro molte altre informazioni che fanno parte ormai da tempo del patrimonio critico e che avrebbero contribuito a restituire di Leopardi almeno una parte della sua complessità.  A Martone resta il merito di avere aperto la strada. E di questi tempi non è poco. Tuttavia l’occasione per smetterla di parlare di un Leopardi dimezzato e chiuso nella sua malinconica inquietudine esistenziale mi sembra che sia andata persa.




lunedì 10 novembre 2014

Secondo incontro per la rassegna di Poesia e Storia

             POESIA E STORIA 
Rassegna in quattro incontri
in Bicocca
secondo incontro

LIBRERIA BOOKSHOP FRANCO ANGELI VIALE DELL'INNOVAZIONE,11 DI FRONTE AL TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI NELLA PIAZZETTA RIBASSATA!COME ARRIVARCI? PASSANTE FERROVIARIO FERMATA BICOCCA, METRO LINEA ROSSA FERMATA PRECOTTO POI TRAM NUMERO 7 (DUE FERMATE), LINEA 3 FINO A STAZIONE CENTRALE E BUS 87, OPPURE STAZIONE FERROVIARIA GRECO PIRELLI CENTO METRI A PIEDI IN DIREZIONE DI VIALE INNOVAZIONE.

17 NOVEMBRE LUNEDI ORE 18,30
secondo incontro

POESIA E LAVORO

PRESENTA FRANCO ROMANO’

Leggono le proprie opere
Paolo Rabissi e Edoardo Zuccato

L’attrice Laura Vanacore legge LES MURRAY
brani tratti da Freddy Nettuno e Poesie scelte.

Alla fine della serata rinfresco.
Ingresso gratuito.

lunedì 27 ottobre 2014

Memorie di un pessimista pentito

22 0ttobre 2014
“Non foss’altro che l’aver costretto l’azienda a non farci lavorare più con le mani alzate alla catena di montaggio, ad aver costretto la direzione a ridurre al minimo la parte variabile del salario costringendoci ad aumentare il ritmo di lavoro per qualche soldo in più, basterebbe questo per dirti che io sconfitto non mi sento affatto. Lo so che ora hanno recuperato tutto, è vero ma allora la guerra era in corso, ora la guerra è finita e l’hanno vinta loro”.
Adelio, operaio pensionato, ha ragione su tutto. Per miei interessi di studioso di storia del movimento operaio e di intellettuale conosco come sono andate le cose, e del resto lo penso anche come insegnante. Ex.
Non foss’altro che l’aver informato i miei allievi di scuola media superiore per trentasette anni che le mie lezioni di Storia e di letteratura italiana non pretendevano di essere la verità ma solo una verità (anche se condivisa, prove alla mano, da molti), basterebbe questo per dire che non mi sento affatto uno sconfitto. Sconfitta è stata quella scuola che mascherava ideologie dietro la pretesa dell’oggettività, del giudizio super partes, del bello e del sublime eterni e immutabili. Ai miei allievi ho cercato di insegnare a sospettare ed esercitare il dubbio critico sempre con chiunque si presenti con le verità in tasca. Certo è che allora il conflitto era in corso. La verità del crocifisso appeso dietro la scrivania sembra che nelle scuole sia tornata. Allora non si poteva perché la religione cattolica non era religione di stato. La verità 'naturale' unica del progresso dentro il capitalismo neoliberale è un'altra volta sulle creste dell'onda. Allora non poteva perché il  movimento operaio accanto a quello degli intellettuali, degli studenti, delle donne stimolava la riflessione sulle alternative di vita.

23 ot.
Non bastano 37 anni di lavoro a tempo indeterminato nella scuola italiana per cacciare dalla testa lo smarrimento che provavo da giovane quando mancavo di un posto di lavoro non precario. Ancora oggi da pensionato ogni tanto mi chiedo smarrito se non troveranno il modo di togliermi la pensione e rendermi precari gli ultimi anni di vita. In realtà molto verosimilmente non ce la faranno.
Del resto la mia precarietà era dovuta allo smarrimento giovanile di non sapere cosa fare di me. Ottenuto un diploma liceale più per caso che per merito, dopo un anno di lavoro come impiegato, in piena crisi esistenziale, mi chiesi se non era il caso di darmi a qualche attività manuale. Fare l’operaio era attraente in quegli anni, più di quanto oggi si possa pensare. Certo l’attrazione verso la fabbrica era soprattutto nei giovani proletari, che frequentavo più di quanto non frequentassi la classe borghese medio alta di formazione liberale o fascista cui appartenevano i miei compagni di liceo. Ma un po’ che la mia vita scolastica era stata un disastro (credo di essere stato uno degli  allievi più bocciati d’Italia degli anni cinquanta, e non dico a caso Italia visto che le bocciature le ho collezionate tra le numerose città  in cui avevo frequentato disordinatamente le varie scuole) un po’ che la vita d’impiegato a 54 mila lire al mese, che non erano nemmeno pochissime per allora, mi sembrò un suicidio, la scelta di una dissacrante attività manuale in qualche fabbrica in fondo poteva ben essere la soluzione di vita che mi mancava. Non è andata così. Dopo un anno di lavoro manuale e servile a Colonia mi sono rimesso a studiare e mi sono anche laureato (con un voto non disprezzabile e con un gratificante riscatto morale verso la cultura). E a dirla tutta ho fatto l’insegnante con grande entusiasmo e sono convinto di essere anche  stato un buon insegnante. Ma questo non c’entra. Per ora.
Il problema nasce una sera nella quale, nella mia terza vita, quella di scrittore riconosciuto di versi e di righe, una delle poete sedute a una tavolata di poeti e poete appunto, animata da una sua ubris personale contro di me ( i fatti in seguito avrebbero dimostrato che era mossa da invidia e gelosia) metteva a confronto la sua generazione e la mia sostenendo che la sua doveva reggere sulle spalle le manchevolezze della mia generazione.
“Andiamo, renditi conto che sei un testimone di una generazione di sconfitti…”
Le risposi che si sbagliava, che era sbagliato quello che diceva e che io non mi sentivo, insieme a tanti altri e altre, affatto sconfitto.
“Ma non è vero. La mia generazione ha vinto più di quanto tu sappia o non voglia sapere. Tu invece probabilmente sei una testimone del rifiuto della tua generazione di misurarsi col passato e temo che questo atteggiamento finirà col causare nei vostri figli la perdita totale della memoria storica e dunque quella delle nostre conquiste. Hai presente quando Wim Wenders fa dire al protagonista di ‘Nel corso del tempo’ a proposito degli americani, che costoro hanno finito con colonizzarci l’inconscio? Non so se lo diceva riferito a tutti noi europei o solo ai tedeschi, quello che mi sembra certo è che intravedo oggi più che mai per i nostri giovani la totale dismissione dalla Storia e la voglia insuperabile, perché inscritta interiormente, di vivere in un eterno presente.’

Non ho esagerato, se mai sono stato molto garbato come sempre, avrei potuto essere più cattivo . Avrei anche potuto dirle en passant cosa pensavo dei suoi versi, perché versi ne scriveva anche lei e forse ne scrive ancora, versi che non riescono a togliersi di dosso quel tanto di burocratico che promana dal suo parlare e financo dalle sue posture di donna desiderante, incline a mostrarti in segno di emancipazione sessuale le sue poderose cosce corte.