sabato 1 novembre 2025

Di corpi, di versi: l'affollata solitudine di Pier Paolo Pasolini

 Ripropongo in occasione del cinquantenario della morte di Pier Paolo Pasolini il mio breve saggio originariamente scritto e pubblicato nell'autunno del 2002 sulla rivista La Mosca di Milano.


 1) Ginnasio-Liceo Alessandro Manzoni di Milano. L’anno il 1957, o il ’58. 

Venivo dalla provincia. Entrai un giorno in classe con Ragazzi di vita in mano. Non avevo nell’animo nessuna volontà di provocare un bel nulla, mi sembrava che potesse essere un viatico buono per essere accolto tra i miei coetanei, tutti figli della borghesia buona milanese. La futura classe dirigente, ripeteva il preside. Non era nelle mie prospettive una simile destinazione, in mezzo a loro ero straniero per troppi aspetti. Cercavo accoglienza, tra i compagni di classe di Milano. Non era forse la grande e moderna Milano, la città dove le cose succedevano, la città sempre in anticipo sui tempi? E non era forse quella la scuola dove ci si educava alle umane letture?
‘Ah, il romanzo di quel culo…’, mi risposero ghignando in due o tre, un po’ goliardi ma di radici ben interrate, proprio quelle che non avevo io.
‘Quel  culo’, con i suoi borgatari, da lui percepiti e descritti come sradicati millenari, parlava in qualche modo a me ma non a loro. Pensai a Pasolini uomo forse per la prima volta, fin lì per me era solo l’autore di un breve  romanzo che amavo. Pensai per la prima volta alla sua solitudine e ripensai alla mia, alla difficoltà di essere accolto, come profondamente desideravo.
Qualche anno più tardi rincontrai Pasolini nel suo film Il Vangelo secondo Matteo. L’anno il 1964. Pasolini era già carico di glorie. Ma quel Cristo aveva nell’espressione e nei gesti la disperata violenza della solitudine, di chi cerca accoglienza nel mondo. E ripensai alla solitudine di Pasolini uomo, pur nel frastuono provocatorio della sua ricerca di successo.
Ho ripensato alla sua solitudine ancora in un’altra occasione, ma questa volta con un sentimento profondo di rabbia. Come gli saltava in mente di definire in blocco gli studenti come dei figli di papà? 
In quegli anni, tra la fine dei sessanta e i primi settanta, nelle Università mettevano piede per la prima volta nella storia del paese numerosi figli di proletari. Si sradicavano da un territorio antichissimo per entrare in uno nuovo, nemmeno a cercarli con buona volontà in quello dal quale provenivano si sarebbe potuto trovare un libro. Paradossalmente era più facile trovarci qualche verso, nelle preghiere dei santini, nei calendari di frate Indovino. Per sostare in qualche modo nel territorio nuovo, dove i ‘papà’ erigevano troppi aristocratici steccati  contro i barbari, per pagare tasse, libri e molto spesso anche il proprio mantenimento, c’erano i “lavoretti”,  cioè, diminutivo a parte, lavoro nero. Il tutto era quasi epico, ma faticoso. Non eravamo tutti figli di papà. E ci riconoscevamo, nei corridoi delle Università. Dal portamento, dai vestiti, dal linguaggio. Ci si sentiva in effetti meno soli.
Riprendo in mano oggi l’opera in versi di Pasolini. L’eco dei frastuoni del mondo cercati e provocati si sente qua e là, ma più forte sento il timbro di voce della solitudine. E’ questo il ‘luogo’ topico della poesia di Pasolini? Più semplicemente è il luogo dal quale continua a parlarmi.

Moralità o poesia/ o bellezza, non so,/ protendo questa rosa/ a rispecchiarsi sola.[1]
Se Narciso non rompe gli specchi la sua solitudine genera autodistruzione. Ma, come vedremo, Narciso che rompe gli specchi e conosce l'altro avrà ugualmente la solitudine come inesorabile, splendida compagna.
Rompere gli specchi è peccato? Se ne può conservare sentimento di colpa. Ma c’è un momento in cui il vergine, l’innocente, decide di farsene carico, di superare la paura di peccare. Il poeta che si dice Usignolo della chiesa cattolica (raccolta di poesie scritte tra il 1943 e il 1949) guarda ormai senza timore il diavolo apparso, è pronto[2]. Narciso s’è guardato abbastanza durante la fanciullezza[3].
E la poesia? Quando s’inoltra nel peccato  il vergine, ancora insicuro, stringe in mano il ritratto di Radiguet, pensa accigliato a Gozzano[4]. Ma la scelta apre  comunque con decisione ed è accoglienza senza compromessi del cieco affanno di fronte a un corpo, a un caldo viso apparso all’improvviso[5]. Sarà, per il poeta, per l’uomo, ossessione, vissuta. E l’amore per la bellezza? Narciso che rompe gli specchi ha verso di sé un moto, di uguale intensità, di disprezzo e tenerezza[6].  Ingenuità e consapevolezza  sembrano affondare in oscuri presentimenti.
L’attrazione verso la bellezza è dunque tutt’uno con quella verso il peccato, poesia e vita ci appaiono strette da un legame in tensione polarizzata:  purezza e impurità, salvezza e dannazione, paradiso e inferno. Narciso che rompe gli specchi assume su di sé con angoscia e spavento le sue contraddizioni. Narciso che si divincola dallo specchio ha un ultimo gesto: protende una rosa al rispecchiamento. Nemmeno il poeta sa di cosa sia simbolo quel fiore, se di moralità, di bellezza o di poesia. E il gesto? E’ la coscienza della impossibilità di un allontanamento definitivo? E’ un’irrisione al mito o alla vita? O alla morte in vita? E’ un esorcizzare la morte della bellezza, della poesia, della vita stessa? O è gesto che indica la prossima autodistruzione della poesia, l’impossibilità per la poesia di sopravvivere se l’uomo sceglie il peccato?
Al di là delle possibili interpretazioni  quella rosa, tesa da sola al rispecchiamento, rimanda, mi sembra, ad altro. Narciso-Pasolini sa che in quello specchio c’è, riflesso, anche il volto di sua madre. Alla quale, come lui stesso dice apertamente, è legato da un amore insostituibile. E’ la madre che gli ha insegnato nient’altro che il piacere di essere ciò che sono[7],  e l’amore di lei, non represso, non dà posto/ a ipocrisia e viltà[8]: quell’amore lo ha reso sì libero di essere se stesso nella sua diversità ma lo ha anche reso prigioniero per sempre. Amare per lui significherà per sempre amare soltanto sua madre. Solo per essa, impegno tutto il cuore[9]. Per gli infiniti amori occasionali di cui la sua vita sarà affollata arderà in lui solo la carne[10]. La consapevolezza che accompagna Narciso dunque, all’atto di inoltrarsi nel mondo, riguarda una drammatica condanna, quella alla solitudine. Sei insostituibile. Per questo è dannata/alla  solitudine la vita che mi hai data.[11]. L’infinita ‘fame d’amore’ (Forse nessuno è vissuto a tanta altezza/ di desiderio…[12]) dovrà accontentarsi  dell’amore  di corpi senza anima[13], l’unica anima amabile rimanendo per sempre quella della madre.
Quando a  questa condanna si aggiungerà quella del mondo, quando, dal loro ‘museo vigilato’, gli adulti condanneranno il Fanciulletto perverso con le gemme/ dell’Europa terse nel mio sesso[14], il poeta starà fermo dalla parte del desiderio, del suo Narciso gioia e solitudine, né si curerà di redenzioni possibili, non si alleerà col ‘cuore onesto’[15], che è troppo puro e ha il freddo della morte e se mai occorrerà ascoltarlo sarà solo in  prossimità della morte. Condanna interiore e condanna pubblica diventeranno da questo momento compagne di vita a cui però impedire di occupare troppo spazio a scapito della gioia e del piacere. La purezza non dovrà mai soverchiare la gioia del peccato. Piuttosto che rischiare meglio eccedere nel peccato sia pure col corollario della solitudine. Liberare totalmente la vitalità che è disperata di suo e poi testimoniare, nel verso stesso come vedremo, la necessità dell’indecenza, dell’eccesso, dello scandalo contro coloro che condannano. Proteggere la relazione con l’altro con una ‘impura virtù’. E ripetere, ripetere all’infinito, fino all’estenuazione, consumare relazioni perché non si consumino, perché il peccato resti peccato e la gioia gioia del peccato. Esibizione e testimonianza dello scandalo, cioè, come è stato detto, la ‘necessità morale dell’indecenza’[16], saranno la risposta franca e diretta contro la società che rifiuta.
Impurità contro purezza, desiderio, diversità, soddisfazione del piacere, sono i temi che nella poesia di Pasolini ruotano intorno a quello della solitudine. Con l’insistenza ossessiva della coazione e dell’imperativo si articolano in una sterminata affabulazione anche fino a stremare il verso, a rischiare il non-verso.
E necessità e volontà del conflitto e delle contraddizioni trovano in una infinita serie di antitesi e di sintagmi ossimorici le loro figure logiche. Così le colpe sono innocenti, la purezza odiata se non è quella dell’animale o del libertino, il peccato e la corruzione sognati, l’animo un ‘crogiolo d’amore tumorale’, l’esistenza un ‘rottame stupendo’, la gaiezza ‘paradisiaca e immorale’. L’angelo arde impuro. Il poeta è ‘gelo e sole’. La vita ‘scandalo e festa’.
E l’amato ‘endecasillabo di avorio’[17], che si aggira ‘tra gli smalti e l’acqua dell’Arcadia’, lui che ama solo la gioia e la purezza e che non vuole peccati o pianti di fanciulli, come può amare ciò che il poeta ama in se stesso, la ‘pazzia di acqua e di assenzio’[18], le finte innocenze, l’isterismo nascosto ‘tra i panni dell’eretico’, ‘lo scisma’ del proprio linguaggio? La risposta è ormai scontata: l’angelo deve ardere impuro, il cuore elegiaco deve proteggere la poesia di virtù impura. E dunque ripetere, ripetere l’endecasillabo all’infinito, fino all’estenuazione, allungato o accorciato, condensato o slabbrato , sgambetti di ritmo al suo interno, sospensioni o arresti del senso andando a capo. Scandalo e festa. Terzine di tradizione riconoscibile. Irriconoscibile, scismatico, eretico, ma sempre lì, il finto endecasillabo con la sua finta innocenza. Finché il verso non scioglierà ogni legame con la metrica tradizionale  ( e sarà dal 1963, 1964 in avanti).


3)E la notte in giro, come un gattaccio/ in cerca d’amore…[19]

Con i loro freschi corpi, coi calzoni un po’ lisi nel grembo, con la loro sacca tiepida[20], quelle facce vivide di cuccioli lupi, quei maschi adolescenti dalla bella nuca… sono a decine, a centinaia. Ma il poeta non può amarne nemmeno uno. Il suo è amore di pura sensualità, replicato nelle valli sacre della libidine/ sadica, masochista[21]. Ma meglio la morte che rinunciarvi. E quando il desiderio incalza è una ansia funeraria[22] quella che precede una tardiva soddisfazione. E l’atto, con quei maschi che portano nel grembo un segreto impuro come un giglio, bisogna ripeterlo mille volte[23].

Il peccato e la condanna, l’impurità e l’eccesso hanno il loro paesaggio. Quei corpi da amare vivono tra ruderi e grotte abitate da feci e fanciulli o in borgate in disfacimento o sul lungofiume che, nella sera che sa di orina, riecheggia di passi viziosi. ‘Erba sozza delle marcite’, ‘deschi approntati dentro porcili’, ‘infette marane di borgata’. Gioisce qui una gioventù ironica fatta di ‘peoni’, poveri e pagani, da sempre ‘barbari’, che hanno nel calore del sesso ‘la propria unica misura di vita’. Si negano e si concedono con violenza, puri e corrotti, popolo mai abbagliato dalla modernità eppure sempre il più moderno, che vive come il poeta ‘in una sola generazione tutte le generazioni’, schiavo che canta la propria leggerezza, che inebria la città coi suoi fischi e i suoi canti. Proletari la cui ‘allegria è religione’ per il poeta. Periferie di ‘ardenti e acidi immondezzai’, che sanno di ‘sangue marcio’, ‘borgate tristi, beduine’[24] percorse dal vento, da ragazzini ‘stridenti nelle canottiere a pezzi’[25], da irose prostitute, da grappoli di militari e operai. Una vita che è ‘pura malinconia’.
E’ la scenografia ricorrente nei versi sin dalla raccolta  Le ceneri di Gramsci del 1957 fino a Trasumanar e Organizzar del ’71 e oltre. Scene riprese dall’occhio nelle lunghe solitarie camminate serali, al momento del rientro nelle case o nell’immediato dopocena. Quando le disillusioni (la fine delle speranze in una trasformazione profonda della società suscitate dalla Resistenza e l’imborghesimento anche di proletari e sottoproletari dentro il neo-capitalismo), l’amarezza per le condanne alle sue opere, il disincanto verso i movimenti rivoluzionari del ’68 e infine l’avanzare dell’età  occuperanno l’animo, sarà il momento del rimpianto per un’epoca conclusa e ormai lontana come un mito. E acquisterà  più spazio la riflessione sul proprio destino. Il tono della voce, che diviene via via anche rabbioso o ironico, troverà sempre più consistenza nel doppio registro dell’antitesi, legata da una parte alla irrinunciabile gioia del sesso senza anima, dall’altra alla solitudine. Afferma il poeta nel 1963, quando è ormai famoso e agiato (oltre che perseguitato dalla giustizia italiana): io riconosco/ciò che conobbi: sole e solitudine[26]. Ma è sulla solitudine che l’accento cade più frequentemente. Le relazioni col mondo sono diventate più difficili. Le file degli amici d’un tempo si sono assottigliate …ho perso la mia compagnia/ di poeti dalle facce nude, aride/di divine capre, con le fronti dure/ dei padri padani…[27], e non senza sue colpe: non ho saputo avere la grazia/ per tenermeli stretti[28]. Anche in relazione  ai suoi rapporti intimi non pochi versi mettono definitivamente a nudo la sua condizione :
…i baci, ogni volta a una bocca diversa,
sempre più vergine,
sempre più vicina all’incanto della specie,
alla norma che fa dei figli teneri padri,
piano piano
sono divenuti monumenti di pietra
che a migliaia affollano la mia solitudine.[29]


4) Il diletto deserto
Ma è solitudine amata, voluta … ‘come un re’[30]. Narciso sembra lontano. Che ne è del mio narcisismo, si chiede, in Trasumanar e organizzar, il poeta che sente prossima la fine della sua carriera: Io non ho più il sentimento/ che mi fa avere ammirazione per me[31]. In questo modo c’è il rischio del silenzio: cosa potrà mai comunicare ora il poeta se non se la sente più di comunicare l’unica cosa che fin qui ha comunicato e cioè, come abbiamo già visto, ‘il piacere di essere ciò che sono’?
E aggiunge subito dopo: se in questo modo riuscirò a scrivere ancora versi, si tratterà di versi ‘appena passabili’ e avverrà solo per abitudine. Che è come dire che proprio a prendere eccessive distanze dal proprio Narciso si finisce con lo scrivere pochi versi e mediocri.
Nei nuovi registri dell’ironia e dell’umorismo, che agli occhi del poeta appaiono ora come unici possibili percorsi stilistici, Pasolini continua a fare poesia ammirandosi, guardandosi anche quando parla di sé che fa poesia. E non si pensi che questo ammirarsi e guardarsi risulti una sovrapposizione che vada espunta per poter godere dei versi buoni: nel verso ormai completamente libero da costrizioni tradizionali Narciso continua a stare per necessità in scena dal primo all’ultimo quadro di tutti gli atti a dire poesia. Col suo carico, esibito o sotteso, di abbandono e solitudine.
Nella nota finale scritta per l’edizione di Trasumanar e organizzar, Pasolini avverte che la raccolta è nata sotto l’idea della diminuzione di futuro per la propria esistenza e, per reazione, dell’aumento del piacere di vivere. E la ricerca del piacere continua, nei versi, a vivere di momenti e luoghi ormai antichi. E torna, immancabile, l’accento sulla solitudine. La solitudine: bisogna essere molto forti/ per amare la solitudine… E’ la poesia Versi del testamento[32]. Quando in vecchiaia la stanchezza comincia a farsi sentire, avverte il poeta, il rischio è quello di non avere forze bastanti per uscire, affrontare la passeggiata serale. Nella quale, aggiunge in modo tremendamente inquietante, non si devono temere/ rapinatori o assassini. Ma sarà l’incontro occasionale di puro sesso a soddisfare il desiderio di solitudine. E la solitudine è ancora più grande se una folla intera/ attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni. Ogni incontro è un momento della solitudine e più caldo e vivo è il corpo gentile/ che  unge di seme e se ne va,/ più freddo e mortale è intorno il diletto deserto.  Per una camminata senza fine per le strade povere bisogna avere gambe buone, una resistenza fuori del comune: bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani. Ma non c’è nulla al mondo, nessuna soddisfazione che la vita possa offrire che valga l’incontro nella sera con la  solitudine.




(Il testo presente è una rielaborazione di quello pubblicato nell'autunno 2002 su La mosca di Milano)


[1] Il Narciso e la rosa, è in L’usignolo della chiesa cattolica, comprende poesie scritte tra il
1943 e il 1949. Vedi P.P.Pasolini Bestemmia, Tutte le poesie, Garzanti, pag. 333.
[2] Sermone del diavolo, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 323
[3] Il Narciso e la rosa, cit. pag. 332
[4]Sermone del diavolo, cit. pag. 323.
[5] L’illecito, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 326.
[6] Solitudine, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 328.
[7] La nascita di un nuovo tipo di buffone, in Trasumanar e organizzar, edita nel 1971, in P.P.
Pasolini, Bestemmia, cit. pag. 902
[8] La realtà, è in Poesia in forma di rosa, comprende poesie scritte tra il 1961 e il 1964. Vedi
P.P.Pasolini, Bestemmia cit. pag. 654.
[9] Ibidem, pag. 653.
[10] Ibidem pag. 653.
[11] Supplica a mia madre, in Poesia in forma di rosa,  cit. 640.
[12] La realtà, cit. pag. 653.
[13] Ibidem, pag. 640.
[14] Lingua, è in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 351.
[15] Dies irae, ibidem, pag. 360.
[16] Vedi Franco Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, pag. 188.
[17] Lingua, in L’usignolo della chiesa cattolica, cit. pag. 353.
[18] Ibidem, pag. 353.
[19] Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, cit. pag. 639.
[20] Le belle bandiere, ibidem, pag. 740.
[21] Ibidem, pag. 740.
[22] La realtà, cit. pag. 653.
[23] La realtà, cit. pag. 654.
[24] Il pianto della scavatrice, in Le ceneri di Gramsci, comprende poesie scritte tra il 1952 e
il 1957. Vedi P.P.Pasolini Bestemmia, cit. pag. 248.
[25] Ibidem, pag. 249.
[26] La persecuzione, in Le ceneri di Gramsci, cit. pag. 686.
[27] La realtà, cit. pag. 649.
[28] Le belle bandiere, cit. pag. 736
[29] Ibidem, pag. 741
[30] Ibidem, pag. 737
[31] La nascita di un nuovo tipo di buffone, in Trasumanar e organizzar, Vedi Bestemmia, cit.
pag. 901.
[32] Versi del testamento, in Trasumanar e Organizzar, cit. pag. 959.





martedì 22 luglio 2025

Audiolettura n°2 da 'Bestie Animali Specie', youcanprint, 2024


Dalla sezione: Diario d'Occidente:
Le cicogne di Micene
a sottofondo Remembering di Avishai Cohen
impostazione musicale di Emanuele Rabissi
per ascoltare clicca qui

non ho alcun permesso per la musica semmai ne rispnderei

martedì 3 giugno 2025

Caro amico, ti scrivo in digitale

uovo con stecco
 

Caro amico, ti scrivo in digitale

domenica 1 giugno 2025

Dentro le vene del secolo, di Nino Iacovella, lettura critica di Bestie, animali, specie, di Paolo Rabissi

  

uovo con stecco

domenica 23 marzo 2025

Quel dialogo che ha la virtù di evitare le scazzottature. Le guerre?

                                                                               

                                                                      uovo con stecco

Una persona illuminata mi ha invitato a sbrogliare una mia postura intellettuale. Quella che non crede alla capacità del dialogo di...dialogare veramente. Penso da sempre che comunemente ciò che viene chiamato dialogo, nella sua accezione di salvaguardia democratica, sia costituito da due momenti. Nel primo c'è l'ascolto dell'altro, indispensabile. Nel secondo c'è la dichiarazione di quanto pensa l'altro. Segue poi una articolazione più o meno ricca delle due posizioni. Alla fine nella maggior parte dei casi ciascuno conserva la propria posizione che anzi probabilmente si è rafforzata. Di qui il mio scetticismo sulle presunte capacità del dialogo di favorire reali mescolamenti di pensiero, arricchimento del proprio bagaglio culturale.

La persona illuminata mi prende di sorpresa, dice che tutti i dialoganti sanno benissimo che ciascuno al termine del dialogo conserverà la propria posizione. Bene dico io, dunque è inutile sbandierarlo come necessario, democratico, illuminato...

Invece lo è, mi sento dire, perché è la via per evitare che i due facciano da subito a cazzotti tra loro.

Ma due persone predisposte a dialogare sono per se stesse persone non disposte ai cazzotti, dico io. Insomma se si dialogasse di più si eviterebbero le guerre? No. Però, conclude l'illuminata persona, le si può allontanare, rallentare, disturbare, il che fa comunque risparmiare vittime.

Questo spiega perché Pericle, per onorare i caduti in guerra contro Sparta, esalta, come riferisce Tucidide, le capacità di dialogo degli Ateniesi che hanno fatto di Atene un faro di civiltà di democrazia, di cultura, di arte.

Poi viene da pensare al comportamento di Atene nei confronti di Melo, isoletta di pochi pescatori che avevano il torto di essersi dichiarati neutrali nella guerra con Sparta. Gli ambasciatori ateniesi, secondo Tucidide, arrivano all'incontro, al dialogo, dicendo in pratica che essendo loro superiori, i Melii era meglio che si arrendessero subito, avrebbero evitato vittime e distruzioni. I Melii rispondono che la giustizia degli dei li proteggerà. Gli ateniesi rispondono che è proprio dagli dei che hanno imparato che in uno scontro in cui uno è inferiore, quest'ultimo deve accettare di sottomettersi, di giustizia si può parlare solo quando i contendenti sono alla pari, in questo caso l'asimmetria dei poteri garantisce ad Atene che è la più forte la protezione degli dei. Fine del dialogo.  Entrambe le parti sapevano sin dall'inizio come sarebbero andate le cose. La parola alle armi. Atene, per la rabbia della resistenza accanita dei Melii massacrò tutti i maschi adulti, ridusse in schiavitù donne e bambini, devastò la città, i villaggi e i campi. 

Sorvoliamo sul fatto notissimo che la democrazia elaborata da Atene si fondava sull'esclusione di donne, schiavi e meteci.

Sembra di poter concludere che il dialogo è buona cosa nel senso che magari è capace di evitare scazzotatture, ma le guerre...

Occorre poi aggiungere che Sparta distrusse ferocemente Atene, qualcuno rammentò il comportamento tenuto da Atene con i Melii alleati di Sparta. Sparta attaccò per prima nella guerra ma l'ateniese Tucidide non esita a dire che ciò fu dovuto alla preoccupante e prepotente egemonia che Atene stava instaurando al di là dell'Attica.


sabato 21 dicembre 2024

Un deciso NO al Ministro dell'istruzione

 



Lettera del prof. Giancarlo Burghi, del liceo T.Tasso di Roma. 18 Dicembre 2024_ 

Egregio Ministro, Le scrivo di nuovo dalla desolazione della “trincea”: quella in cui ogni giorno, con le studentesse e gli studenti,  combattiamo l’eterna guerra contro la semplificazione e la superficialità. Oggi, però, le scrivo per ringraziarla delle Linee guida sull’insegnamento dell’educazione civica che ci ha inviato all’inizio dell’anno scolastico. Da oggi abbiamo un punto fermo nel nostro lavoro di docenti ed educatori: ci dirigeremo nella direzione esattamente opposta a quanto ci indica.

L’educazione civica, secondo lei deve «incoraggiare lo spirito di imprenditorialità, nella consapevolezza dell’importanza della proprietà privata». In modo quasi ossessivo nel documento traccia l’idea di una sorta di “educazione alla proprietà ”. Ma cosa dovremmo farci di questo slogan vuoto? Stiamo oltrepassando finanche il senso del ridicolo, andando oltre la teoria delle tre “i” di berlusconiana memoria (inglese, impresa, internet).

Ai nostri studenti, signor Ministro, l’articolo 42 della Costituzione lo leggiamo e lo spieghiamo: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge […] allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere [..] espropriata per motivi di interesse generale “. Dice proprio questo la Costituzione! Però non si ispira a Pol Pot ma alla dottrina sociale della Chiesa, al cristianesimo sociale di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti.

Nelle Linee guida Lei continua, poi, con l’affermazione di sapore thatcheriano, ma in realtà generica e vuota quanto la prima, per cui dovremmo insegnare che «la società è in funzione dell’individuo (e non viceversa)». Vede Ministro, se le dovesse capitare di sfogliare la Costituzione italiana scoprirebbe che il termine “individuo” semplicemente non compare. E questo perché la rinuncia a questo concetto (l’angusto “io” paleo-liberale chiuso nella rivendicazione egoistica dei propri diritti) faceva parte del patto tra i social- comunisti e i cattolici democratici, che lo sostituiscono con la nozione di “persona” che indica «il singolo nelle formazioni sociali» in cui solo si può realizzare.

La questione della patria, che lei intende come appartenenza identitaria e suggerisce di mettere al centro dell’educazione civica, merita da sola una prossima lettera. Mi consenta però di farle notare che, se sfogliasse la Costituzione, scoprirebbe che il termine “patria” compare solo una volta (perché Mussolini lo aveva profanato e disonorato) e per di più non ha niente a che fare con “i sacri confini nazionali” da difendere o l’italianità quale identità da salvaguardare contro la minaccia della sostituzione etnica.

La patria è il patrimonio dei padri e delle madri costituenti, vale a dire le istituzioni democratiche non separabili dai valori costituzionali: l’eguaglianza, la libertà, la pace, la giustizia, il diritto di asilo per lo straniero «che non ha garantite le libertà democratiche» . I patrioti non sono quelli che impediscono lo sbarco dei migranti, ma coloro che ogni giorno testimoniano il rifiuto della discriminazione . Cosi come patrioti non erano i fascisti che hanno svenduto la patria a Hitler e l’hanno profanata costringendo milioni di italiani ad offendere altre patrie, ma i membri dei GAP (che non erano i “gruppi di azione proletaria” come ebbe a dire, per dileggio, Berlusconi), ma i “gruppi di azione patriottica (appunto), che operavano nella Brigate Garibaldi dei patrioti comunisti italiani, protagonisti della Resistenza quale secondo Risorgimento.

Ci consenta di formare i nostri studenti ispirandoci a chi di patria si intendeva: non a Julius Evola o Giorgio Almirante, ma a Giuseppe Mazzini che ha ripetuto per tutta la vita che la patria non è un suolo da difendere avidamente ma una «dimora di libertà e uguaglianza» aperta a tutti: «Non vi è patria dove l’eguaglianza dei diritti è violata dall’esistenza di caste, privilegi, ineguaglianze. In nome del vostro amore di patria, combattete senza tregua l’esistenza di ogni privilegio, di ogni diseguaglianza sul suolo che vi ha dato vita. (Dei doveri dell’uomo). Mazzini non contrapponeva la patria all’umanità, ma la considerava il mezzo più efficace per tutelare la dignità di ogni essere umano: «I primi vostri doveri, primi almeno per importanza, sono verso l’ Umanità. Siete uomini prima di essere cittadini o padri. […] In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte per il diritto, per il giusto, per il vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli. (Dei doveri dell’uomo)

E ci consenta, da educatori democratici, di trascurare le sue Linee guida, per illuminare le coscienze dei giovani con le parole di don Milani: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Egregio Ministro, dal momento che la costruzione di una cittadinanza consapevole avviene anche attraverso l’esercizio della memoria storica e civile, Lei ci ha inviato a una circolare con cui ha bandito un concorso per le scuole con lo scopo di celebrare la «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Il titolo del concorso: «1945: la guerra è finita!»

Incredibile! Il 25 aprile 1945 che, prima dell’era Valditara, era semplicemente e banalmente la «liberazione dal nazifascismo» ora diventa un momento della «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Cosa dovrebbero ricordare le giovani generazioni nella sua bizzarra idea di memoria civile? Ecco il suo testo: «il popolo che ha subito sulla propria pelle gli orrori di quel tremendo conflitto, dai bombardamenti degli alleati alle rappresaglie nazifasciste [equiparati !] fino agli ordigni bellici inesplosi che, nei decenni a venire, hanno continuato a produrre invalidità e mutilazioni». E tutto per andare «al di là della tradizionale lettura vincitori-vinti», opposizione che attentamente sostituisce quella di antifascisti/liberatori e fascisti.

Si tratta dunque, secondo lei, di ricordare una guerra tra tante, quasi un ineluttabile evento naturale in cui tutti sono cattivi (i liberatori, gli aguzzini e i partigiani) e dunque tutti ugualmente assolti nel tribunale della neostoria.

Del resto, Ministro, devo darle atto di una certa garbata compostezza sulla memoria del 25 aprile. La sua sottosegretaria (la nostra sottosegretaria all’Istruzione) Paola Frassinetti la Festa della Liberazione l’ha festeggiata al campo 10 del Cimitero maggiore di Milano per onorare i volontari italiani delle SS. E’ immortalata in un video in mezzo a un drappello di camerati che sfidano, tra insulti e minacce, alcuni manifestanti antifascisti. Frassinetti si lascia andare alla rabbia ed esclama “ma vai aff…”. Sempre a proposito di Linee guida per l’educazione civica… Da sottosegretaria del suo Ministero Paola Frassinetti, il 28 ottobre del 2024, anniversario della marcia su Roma, ha celebrato il “fascismo immenso e rosso”.

Capisce, signor Ministro, perché ci sentiamo soli nella trincea? E perché le ho detto che è “passato al nemico” (il nemico è la parzialità, la manipolazione, la contrapposizione faziosa). Ma noi siamo combattenti testardi. Non avendo capi politici da lusingare, la nostra coscienza e la Costituzione antifascista sono le nostre uniche e inderogabili “linee guida” da seguire nel formare cittadine e cittadini liberi e consapevoli.

Egregio Ministro, spero che queste parole non mi costino quella decurtazione dello stipendio che ha inflitto a un mio collega per aver pronunciato delle parole che Lei non ha gradito. Sarebbe non solo grave ma anche di cattivo gusto anche perché di recente insieme ad altri ministri lei lo stipendio ha cercato di aumentarselo.

P. S.

Le sue Linee guida stanno conseguendo i primi risultati. Qualche giorno fa uno studente che aveva studiato la divisione dei poteri di Montesquieu ha osservato che se un ministro fa una manifestazione sotto un tribunale per difendere un altro ministro sotto processo viola la separazione dei poteri. Aggiungendo che un ministro non è un semplice cittadino ma un membro dell’esecutivo, cioè di un potere dello stato. Gli ho risposto che ha ragione e gli ho dato un ottimo voto in educazione civica.

Con cordialità

Giancarlo Burghi


lunedì 16 dicembre 2024

Audiolettura di versi dalla raccolta Bestie Animali Specie



Dalla raccolta Bestie, Animali, Specie

sezione Diario d'Occidente : Agosto 2019, pag. 76

Potete ascoltare la mia lettura cliccando qui: Lettura versi

A sottofondo un brano tratto da 'Madama' di Avishai Cohen

la riproduzione credo preveda un copyright di cui mi rendere responsabile

mercoledì 11 dicembre 2024

L'ultima puntata del 2024 di Vocale poesia

 https://sway.cloud.microsoft/rMLKdFdupOWbUBu1?ref=Link


Il podcast del giorno dopo si trova qui

Fango Radio 〜 Vocale


Con questa puntata  chiudiamo un anno intenso ricco di incontri e situazioni, ci prepariamo a risentirci con nuovi incontri suoni e percorsi ai primi del nuovo anno.

Grazie per essere parte di questo viaggio sonoro
Elisa Longo

martedì 5 novembre 2024

Sulla schiavitù in Italia, di Sergio Fontegher Bologna

Sogno anch'io, come l'autore di questo articolo (sulla rivista on line L'ospite ingrato), la diffusione di massa di opposizione a quanto viviamo. L'umiliazione del lavoro anzitutto. A me basterebbe anche un clima come quello che c'era negli anni settanta quando, cito a memoria, gli addetti di un motel sull'autostrada  si rifiutarono di servire a tavola un noto fascista di allora e di oggi.


Il 17 giugno 2024 Satnam Singh, un bracciante indiano di 31 anni che lavorava senza contratto nei campi di un’azienda agricola nei dintorni di Latina, è rimasto incastrato in un macchinario che gli ha staccato un braccio e fratturato le gambe. Nessuno ha chiamato i soccorsi. Il datore di lavoro di Satnam Singh lo ha caricato su un furgone e lasciato davanti al cancello di casa sua, insieme al braccio tranciato appoggiato in una cassetta della frutta. Satnam Singh è morto mercoledì 19 giugno a causa delle ferite e del ritardo fatale con cui sono stati chiamati i soccorsi che avrebbero potuto salvarlo.


Vorrei riuscire a capire cosa manca nel discorso sulla schiavitù, cosa impedisce di cogliere la dimensione che va ben oltre una storia di “ordinario disordine”. Vorrei riuscire a capire cosa ci ha fatto pensare che si tratta di un caso estremo di sfruttamento, dove c’è sottovalutazione, complicità a tutti i livelli, ipocrisia, parole al vento, piagnistei ma anche volontariato, persone generose, coraggiose, che documentano e denunciano, una storia, come tante, fatta di 40% di complicità, 59% d’indifferenza e 1% di “bontà”. Una storia estrema quanto si vuole ma che rientra in quella categoria fin troppo conosciuta di “ordinario disordine”. Abbiamo parlato mille volte di conseguenze del neoliberalismo ma non basta, non bastano i discorsi che stiamo facendo dagli anni 80, quei discorsi che non ci stanchiamo di riformulare quando parliamo di precariato, di neet, di bassi salari, di contratti pirata, di false cooperative. C’è un’altra dimensione che non abbiamo ancora nominato.

E l’assenza di questa dimensione risulta particolarmente evidente quando si parla di accoglienza, salvataggi in mare, scafisti, Lampedusa, rotta balcanica. Com’è possibile che il discorso sull’accoglienza si fermi a metà, concentrando i riflettori solo sul viaggio dei disperati, sull’esodo e poi i riflettori si spengono? Com’è possibile che il Governatore della Banca d’Italia ci venga a ricordare che, data la crisi demografica, abbiamo bisogno di forza lavoro migrante, e non aggiunga una parola di più sulle condizioni in cui quella forza lavoro migrante, che già c’è, viene trattata? Com’è possibile che Mattarella non abbia mai fatto esplicito cenno alla schiavitù nei suoi discorsi, non rendendosi conto di rappresentare un paese che ha fatto un salto indietro nella storia di almeno un secolo e mezzo? La servitù della gleba in Russia è stata abolita nel 1861. La Guerra di Secessione negli USA è scoppiata nello stesso anno. Ma la Zivilisation europea, la rivoluzione borghese, erano cominciate ben prima. Lo sfruttamento capitalistico, le enclosures, si sono mosse in parallelo, d’accordo. Ma gli abitanti degli slums di Londra, quelli del “Popolo degli abissi” di Jack London, avevano però la carta d’identità. Non era schiavismo. Voglio dire che la condizione di schiavitù conserva una sua specificità, non basta dire che è il gradino estremo del supersfruttamento capitalistico. È un’altra categoria, un’altra species. Forse questa nostra incapacità di coglierne la dimensione specifica oggi è proprio dovuta al fatto che essa si è talmente integrata nel modello economico-produttivo, ne è diventata un elemento talmente essenziale e imprescindibile, da far abituare il nostro occhio a guardarla senza battere ciglio.

Eppure non può continuare così. Perché se continua così finiamo inevitabilmente per dire che per debellarla bastano inasprimento delle pene, maggiori controlli, formazione e bla, bla, bla, come dicono i partiti, il sindacato, Confindustria… cioè quelli che in un modo o nell’altro, chi più chi meno, in questi ultimi vent’anni hanno contribuito a far sì che la schiavitù s’integrasse sempre più con il modello produttivo o che poco o nulla hanno fatto per impedirlo. Invece quel che ci vuole è una sanzione sociale, la repressione non basta, non è all’altezza, ci vuole l’isolamento, l’emarginazione degli schiavisti. Ma che venga dal basso, dalla società, dalla vita quotidiana! Io sogno che un giorno un proprietario di un buon ristorante, vedendo entrare i titolari di un’impresa agricola che usa sistemi analoghi a quelli dei signori Rovato di Latina, prima che prendano posto si avvicini e dica: “Signori, qui i cani possono entrare, ma gli schiavisti no” e li accompagni gentilmente alla porta. E quando il tassista, chiamato a trasportare i suddetti imprenditori a un altro ristorante, farà la stessa cosa, rifiutando di farli salire a bordo… beh, a quel punto potremo dire che l’Italia ha cominciato a ridiventare un paese civile. Oggi non lo è, perché su ciascuna pizza che viene servita nel milione di pizzerie che invadono città e campagne, montagne e spiagge, c’è il segno di una cassetta di frutta che porta il braccio amputato di un essere umano.

Sergio Fontegher Bologna

domenica 20 ottobre 2024

Da Trieste verso ogni dove Saba apre i versi del 900.

 

via del molino a vento

In ogni caso è lì, dove dice lui, che è rimasta la mia primissima infanzia. Lui però ha coltivato con amore gelosissimo per tutta la vita il suo cantuccio schivo ma non diviso dal mondo. Da lì apre per tutti la poesia del 900. Da psicanalitico prima della psicanalisi, come ebbe a dire Contini, la sua poesia tra endecasillabi di confine e settenari con qualche tintinnio di rime, è strumento d'indagine per tutti, da ogni luogo.

trieste, via dante
“TRIESTE” di Umberto SABA

Dalla raccolta “Trieste e una donna” (1910-12)

Ho attraversato tutta la città.

Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.


venerdì 18 ottobre 2024

Scheda critica di Sebastiano Aglieco per 'Bestie, animali, specie' sulla rivista 'Il segnale percorsi di ricerca letteraria'


 Sull'ultimo numero di 'Il segnale percorsi di ricerca letteraria' Sebastiano Aglieco mi dedica una scheda critica che qui riporto.

Paolo Rabissi, Bestie, Animali, Specie, youcanprint 2023


Corteggia un’andatura poematica questa seconda prova di Paolo Rabissi; forse nel tentativo di dare un senso al procedere nefasto delle vicende umane, e persino naturali.

Così le tre parole che vanno a costituire il titolo in una processione apparentemente cronologica,

suggeriscono, piuttosto, le atmosfere di un’origine comune: l’antica casa in cui i nostri progenitori

mossero i loro primi passi segnando per sempre il nostro destino.

Il primo capitolo, dunque, evoca la presenza di Lucy, il celebre australopithecus afarensis, indicato come “reperto A.L. 288-1, Transizione all’umano”.

Evidentemente, però, Rabissi non è interessato a una disquisizione scientifica sull’origine, ma sul senso del nostro agire in libertà totale o in totale mancanza di responsabilità. Per naturale

conseguenza dei temi trattati, l’autore sceglie come nume tutelare del suo pensiero il pessimismo cosmico di Giacomo Leopardi: “l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili”, dichiarando la necessità dell’esercizio poetico in opposizione alla naturale distopia a cui vanno incontro tutti i sistemi, fisici e antropologici.

La poesia è dunque un gesto reattivo di responsabilità e di possibilità: “ecco che maneggiare

millenni diventa / addirittura possibile, lo scrittore di versi / si sente a casa quando la parola che

usa / è senza dubbi la più vicina al senso, / allora la verità non è davvero solo / la somma degli

anni”, p. 15.

Rabissi corteggia in questo modo l’idea di una poesia di stampo “naturalistico”, e cioè forma di

una conoscenza che non contraddice le cause naturali, piuttosto le affianca e le approfondisce. “Ci vuole coraggio a fare di una riga un verso / accendere parole senza incendiarle”, p. 39.

Il libro è attraversato da sguardi di umanità a passo calmo. Si ha l’impressione, infatti, che per

colmare il vuoto ontologico che ci attraversa, Rabissi si appelli allo sguardo frontale degli uomini:

“guardare i passanti diritto negli occhi”, p 39, indagando le conseguenze dei ruoli sociali, le diatribe dei destini.

Ma il libro è soprattutto una struttura in movimento, attraversata da esigenze di sintesi filosofiche

e da slanci verso lasse poematiche che evocano nature, presenze, storie ( si legga tutta la sezione “Diario di Occidente”), con un evidente utilizzo di modi derivanti ”dalla lezione del verso lungo statunitense”, come precisa Franco Romanò nell’esauriente introduzione.

Il punto di riferimento è costantemente il pensiero di Leopardi, citato ancora una volta nell’ultima

sezione: “Movimenti - Metaloghi”. La polemica questa volta riguarda il ruolo delle macchine nella

società moderna, in netto contrasto con l’esercizio di un pensiero aperto - metalogo - a schema

possibilista, riconducibile a una riflessione non precostituita e senza soluzioni univoche.

Il poeta giardiniere che si prende cura del suo giardino, in stretto rapporto con gli esseri biologici e con la funzione che essi rivestono nel contesto di un mondo sempre più complesso, eppure

antichissimo, imbastisce dialoghi, resoconti, punti di vista, scoprendo di non essere molto diverso da una cavalletta, da un lombrico, da una farfalla. Riflette sulla funzione naturale della lotta e della violenza restituendoci, infine, la realtà di una biologia complessa dove l’umano è parte del tutto, preda e predatore, vicinanza empatica e distacco, scelta del baratro e resilienza.


                                                                                                                         Sebastiano Aglieco

lunedì 14 ottobre 2024

Per gli 'Incontri tra autori' organizzato da Gabriella Galzio nuova presentazione dell'antologia 'di epica nuova, laboratorio di poesia critica'




La presentazione avvenuta l'otto ottobre si può vedere  QUI

All'incontro erano presenti: Lucianna Argentino, Claudia Azzola, Massimo Bondioli, Paolo Borzi, Laura Cantelmo, Gabriella Galzio, Nino Iacovella, Nicola Labanca, Andrea Lanfranchi, Francesco Macciò, Rita Morandi, Lorenzo Mullon, Alessandra Paganardi, Adriana Perrotta, Julia Pikalova, Paolo Rabissi, Sebastiano Romano, Franco Romanò, Luisella Vèroli, Gabrio Vitali, Claudio Zanini.


venerdì 27 settembre 2024

Tra Storia e storie. Il battesimo del libro “di epica nuova, laboratorio di poesia critica”, edizioni Youcanprint, ’24.

 



giovedì 6 giugno 2024

A proposito di epidemie. 'Sulla stupidità', rilettura della conferenza di Robert Musil alla Lega austriaca del lavoro del 1937

“Ciascuno di noi dovrebbe certamente stanarla innanzitutto in se stesso; non aspettare di riconoscerla dalle sue grandi epidemie storiche...”, così Robert Musil, nella sua conferenza tenuta a Vienna l’11 e il 17 marzo 1937, su invito della Lega austriaca del Lavoro, col titolo: Sulla stupidità [1].
Inutile essere o meno d’accordo con il dovere di stanare la stupidità anzitutto in se stessi (così come voglio evitare di interrogarmi troppo sul motivo per cui il libro ha preso improvvisamente a occhieggiare da uno scaffale alto), a me sembra che la seconda parte della frase crei un problema ben più importante.
Musil premette con prudenza di essere consapevole che l’iniziativa di parlare della stupidità potrebbe anche essere interpretata come presunzione ma poi sembra più deciso a richiamare a una vera posta in gioco: non si può aspettare di veder dilagare la stupidità come una epidemia, occorre riconoscerne da subito questa potenzialità partendo da quella che alligna in noi stessi.
A quale scopo? Cosa sottintende Musil? Non viene forse da domandarsi da dove gli proviene l’urgenza di avvisare pacificamente i suoi concittadini che quanto stanno vedendo intorno a sé di stupido è già sufficientemente diffuso da essere ormai quasi un’epidemia?

Essendo il nostro potere e il nostro sapere di umani limitati, argomenta lo scrittore, siamo di fatto costretti a dare giudizi precipitosi, imprecisi, anche nelle scienze, anche se la pratica ci ha insegnato a contenere questo errore e magari anche a correggerlo con un esercizio di umiltà. Perché non è poi così semplice individuare e marchiare la stupidità.
Ecco allora una prima conclusione possibile: “...Questo è uno dei punti importanti: oggi le condizioni della vita sono tali – così complesse, difficili e confuse – che le stupidità occasionali dei singoli possono diventare facilmente stupidità costituzionale della collettività.”
E quando ciò avviene siamo allora ormai dentro una di quelle grandi e temibili ‘epidemie storiche’.

Cosa succede a Vienna, nelle sue strade, nei giorni della conferenza dello scrittore?

Vienna e l’intera Austria non sono ormai più in grado di opporsi alle pressioni della Germania nazista volte all’annessione. Isolata in Europa anche a causa dell’avvicinamento tra Italia fascista e Germania, abbandonata alla sua sorte, mancano pochi mesi all’Anschluss, che vedrà le truppe tedesche sfilare per Vienna. Come Musil possa aver vissuto quel periodo possiamo immaginarlo. Quando nel ’33 Hitler aveva preso il potere a Berlino lo scrittore aveva abbandonato la città con la moglie Martha, di origine ebraica, per Vienna. Nel marzo del ’38 all’arrivo dei tedeschi riuscirà da lì a fuggire attraverso l’Italia verso la Svizzera, dove morirà qualche anno dopo.

Il saggio Sulla stupidità travalica questi avvenimenti. Infatti, parla comunque anche a noi oggi. Ma con la scrittura di Musil ci si trova sempre bene. Lo ascolteresti come una voce familiare per un tempo indefinito, magari perdendo proprio il tempo reale della vita intorno. Così a leggere L’uomo senza qualità. In questo saggio però sembra arrivare in qualche modo un turbamento, una preoccupazione (che non è sicuramente quella che a Ulrich procura l'inquieta sorella Agathe!) che spinge alla prudenza del dire.
Anzitutto lo scrittore ci invita alla modestia come metodo di avvicinamento alla questione, perché, ci spiega, a guardare bene, siamo tutti un po’ stupidi: “come poeta - ci tiene a precisare - la stupidità è una mia vecchia conoscenza”, e ribadisce poco dopo “del resto colui che di solito chiamiamo ‘un bello spirito ’ è al tempo stesso ‘un bello stupido’".  Poi per convincerti articola in numerosi percorsi il suo messaggio fin dentro la psicologia, la psicanalisi, la sociologia, la linguistica, la poesia appunto... ma confessando di sé sin dall’inizio che di fronte alla stupidità: “...sono in posizione d’inferiorità, perché non so cosa sia. Non ho scoperto nessuna teoria della stupidità con cui accingermi a salvare il mondo”.

Certo non può fare a meno di punzecchiare e smascherare quanti non si tirano indietro dal dichiarare con presunzione la propria intelligenza! Soprattutto coloro che sono impegnati nella sfera pubblica, quelli che parlano come massa, che adoperano ‘noi’ per dire ‘io’.
“Anche l'uomo che agisce nella storia dice o fa dire di sé, non appena ne hai il potere, che egli è intelligente, ispirato, degno, sublime, misericordioso, eletto da Dio e chiamato a segnare nella storia un'orma incommensurabile [...]. Una sorta di ceto medio-basso dello spirito e dell’anima... si abbandona del tutto spudoratamente al proprio bisogno di presunzione, non appena può farsi avanti dietro l’usbergo del partito, della nazione, della setta o della tendenza artistica e può dire ‘noi’ invece di ‘io’.”.

Anche l’usbergo della ‘tendenza artistica’! Che poi, detto per inciso mio, la ‘tendenza artistica’ spesso coincide con quella dell’‘io’. Ma Musil in questo caso è anche più feroce, là dove la stupidità gli risulta in qualche modo legata alla genialità: “Il divieto di parlare molto, e in particolare di parlare molto di sé, sotto pena di passare da stupidi, viene aggirato dall’umanità con un espediente del tutto particolare: per mezzo del poeta. Il poeta ha il permesso di raccontare a nome dell’umanità che il pranzo è stato di suo gusto, oppure che fuori c’è il sole; può svelare i moti del suo animo, propalare segreti, fare confessioni; può rendere conto di tutto se stesso senza riguardi... In questo modo l’umanità parla ininterrottamente di se stessa! Con l’aiuto del poeta, essa ha già raccontato un milione di volte le stesse storie e le stesse esperienze... Non dovremmo insinuare il sospetto che anche l’umanità sia stupida, alla fin fine, per l’uso che fa della sua poesia e per il modo con cui la poesia stessa si adatta a tale uso?”[2]

Qui a me verrebbe da chiosare. Sono convinto che Musil adopera poeta anche per dire poeta donna, ma oggi non posso fare a meno di chiedermi se davvero non aveva in mente solo una folla di poeti maschi! In ogni caso Musil anticipa qui termini di un dibattito tuttora vivo nella comunità (absit iniuria verbo!) italiana di poeti e poete. Ma proprio parlando di poesia e linguaggio Musil si espone e ci suggerisce qualche carattere della stupidità: l’ingenuità eccessiva, la sostituzione di idee complesse con una storia molto semplice, una narrazione con elementi superflui, circostanze accessorie oppure ornamentali...[3]

Ma queste sono solo premesse. Poi Musil affonda l’analisi. Bisogna saper distinguere tra stupidità ‘occasionale’ e stupidità ‘costante’, tra errore e dissennatezza.
La parola stupidità secondo Musil abbraccia due dimensioni in sostanza assai diverse: esiste a suo parere una stupidità onesta e schietta e una stupidità che, un po’ paradossalmente, è addirittura un segno di intelligenza. Quest’ultima è di gran lunga la più pericolosa!
“La stupidità onesta è un po’ dura di comprendonio. È, come si dice, lenta a capire. È povera di idee e di parole e maldestra nel loro uso. Predilige le cose abituali, perché, ripetendosi spesso, si imprimono saldamente nella sua memoria, e lei, quando ha afferrato qualcosa, non ha molta voglia di farsela portar via troppo in fretta o di lasciare che qualcuno la analizzi; e neppure di mettersi a sottilizzarci su lei stessa... In compenso si attiene di preferenza a ciò che può sperimentare attraverso i sensi, a ciò che può, per così dire, contare sulle dita... E se talvolta non fosse così credulona, così pasticciona e al tempo stesso così incorreggibile da ridurti quasi alla disperazione, sarebbe proprio una figura simpatica.”[4]
I problemi veri cominciano dunque col secondo tipo di stupidità, quella ‘sostenuta’ e piena di pretese.
“Quest'ultima non è vera mancanza di intelligenza. È piuttosto un fallimento dell'intelligenza che si è arrogata dei compiti che non erano i suoi...[...]... questa stupidità sostenuta è la vera malattia della cultura (affrontiamo subito un malinteso possibile: essa significa incultura, falsa cultura, cultura che si è costituita su false basi, sproporzione fra il contenuto e il vigore della cultura).
Descrivere questa stupidità sostenuta è impresa quasi senza fine. Essa tocca i più alti valori dello spirito... la stupidità intelligente contribuisce a vivacizzare la vita spirituale soprattutto nel senso che la rende incostante e sterile.”[5]
Cos’altro aggiungere? sembra chiedersi Musil. Ricorre persino a una autocitazione di uno scritto di un anno prima: “Ho già scritto qualche tempo fa che non c'è pensiero importante che la stupidità non sappia utilizzare. La stupidità è mobile in tutte le direzioni e può indossare tutte le vesti della verità, la verità invece ha una sola veste e una sola via ed è sempre in svantaggio, ...la stupidità alla quale mi riferisco non è una malattia mentale, eppure è la più letale delle malattie dello spirito: è una malattia pericolosa per la vita stessa”.

Che Musil stesse in questa occasione, con il suo interloquire problematico (che a torto attribuiresti alla sua ben nota ironia) tentando di convincere prudentemente i suoi ascoltatori a aprire gli occhi sulla stupidità tragica che stava intorno a loro (ripeto, mancano pochi mesi all'Anschluss, all'arrivo dell'austriaco cancelliere del Reich e Fürer della Germania) non è in realtà una inferenza del tutto personale. La critica più recente si è lasciata alle spalle la versione di un Musil ‘impolitico’ che era stata alimentata nei primi decenni dopo la sua morte. [Il link al quale rimando in nota indirizza alla maggior parte dei commenti e recensioni che appunto smentiscono quella lettura[6]. Mi basta qui ricordare che nell’estate del ‘35 Musil aveva tenuto un discorso pubblico a Parigi, al “Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura” organizzato in gran parte da comunisti francesi e tedeschi, nella quale, davanti ad una platea che in gran parte simpatizzava con l’Unione Sovietica, parlò di due “forme di governo fortemente autoritari, il bolscevismo e il fascismo”].

Che poi qualcuno dei lettori di oggi in quelle riflessioni possa vederci un invito a stanare in sé la stupidità per poterla meglio riconoscere nei comportamenti di massa dell’era di Internet, credo sia legittimo ancorché non propriamente facile. La stupidità di oggi a mio parere è molto più sottile, rarefatta e tuttavia impregnante permeante saturante, tanto quanto asciuga e svuota, rispetto ai tempi di Musil.

Ma alcune circostanze di qualche lontana somiglianza e analogia sembrerebbero quanto meno invitarci a accelerare i tempi per marcare la differenza tra le nostre stupidità ‘simpatiche’ e quelle letali. Prima che quest’ultime abbiano la meglio sulle specie sostenibili.

 

 


________________________________

[1] Robert Musil, Sulla stupidità e altri scritti, Oscar Mondadori, 1992

[2] Cit. pag.244-5

[3] Cit. pag. 257

[4] Cit. pag. 255

[5] Cit. pag. 257

[6] Scrivere nella scheda di ricerca sul browser: "Musil e il nazismo". Si apre una schermata che rimanda a documenti critici sempre interessanti.

venerdì 24 maggio 2024

'La vita di Lucrezio', nuova edizione del saggio di Luciano Canfora sull'autore del De rerum natura

                                                        

L'amore per Lucrezio e il suo De rerum natura, se ne avesse bisogno, non potrebbe che essere rinnovato dalla lettura di La vita di Lucrezio di Luciano Canfora, filologo classico, grecista, storico e saggista italiano, riedito di recente con Sellerio.
Già la nuova introduzione, rispetto all'edizione del 1994, è un'appassionata disamina dei principali problemi che la figura di uno dei massimi poeti della latinità ci ha lasciato. A cominciare dal fatto che le notizie biografiche su di lui sono così poche che solo con il lavoro appassionato dello studioso si riesce a delineare i contorni della sua esistenza.
Perché il problema sta proprio qui, fatta salva l'ingiuria dell'incuria e della cattiva sorte nella conservazione dell'opera, infatti ci si chiede: perché? Perché così poche notizie? E perché tra di esse alcune false? O quanto meno né verosimili né documentate con certezza? Tra di esse ormai, grazie a Canfora certo ma non solo a lui (l'autore allega una sterminata bibliografia) c'è quella della sua pazzia e poi del suo suicidio.
Quello che rimane, cosa singolare, è spesso solo una citazione di versi che testimonia l'amore per l'autore e che, se proviene da personaggi politici oltre che da altri poeti di epoche successive a quella di Lucrezio, la dice lunga sulla diffusione e la permanenza della fama dell'autore.
Occorre seguire l'indagine di Canfora sin dentro il libro.
Pagina dopo pagina le risposte arrivano, anche se bisogna arrivare alla fine per capire che in definitiva pur rifiutando qualsiasi semplificazione la soluzione del tutto non era poi così difficile. Forse anche più comprensibile di quanto potevamo pensare se ci lasciassimo andare a stabilire nessi tra il momento storico vissuto da Lucrezio e i nostri tempi.
Occorre prendere il tutto con energia e risolutezza. Dire insomma che Lucrezio pretende di portare in versi la filosofia e la scienza di Epicuro in un mondo nel quale filosofia e scienza non sono apprezzate dai più. Perlomeno non ancora, essendo Roma, nel primo secolo avanti cristo, appena entrata con le sue legioni nel novero di una grande potenza militare, capace di gestire con le sue istituzioni giuridiche e politiche il sommarsi di pratiche del comando e amministrazione delle ricchezze, ma non attratta da speculazioni astratte.
Occorre dire subito dopo che nel De rerum natura gli dei non hanno nessun valore per la vita: verosimilmente la loro esistenza è separata e del tutto indifferente verso gli umani. Che la morte non è da temere perché quando c'è la vita la morte non c'è e quando c'è la morte non c'è la vita. Che la religione con i suoi apparati semina paure che non hanno ragione di esistere. Che, infine, è meglio tenersi in disparte dai conflitti e dalle guerre perché è meglio vivere seguendo principi virtuosi e pacifici piuttosto che espandere comando imperiale sulle genti: "... satius multo iam sit parere quietum// quam regere imperio res velle et regna tenere" (De rerum natura, versi 1129-1130 del libro V)" e valgono qui le parole di Canfora: "Nato all'incirca nel 94 a.c. Lucrezio ha fatto a tempo a vedere la guerra civile mariano-sillana e le proscrizioni e prima ancora la guerra sociale: un decennio di ferocia ininterrrotta...".
Tutte idee ( tanto meno saranno gradite dai circoli letterari augustei un paio di decenni più tardi) che sono quasi interamente l'opposto di quanto si agita nella testa dei contemporanei del poeta. Con qualche precisazione necessaria.
L'epicureismo, con buona pace dei cultori del mos maiorum che non guardavano di buon occhio il dilagare della cultura greca, nel I secolo a.C. è da tempo già diffuso a Roma: qui tra l’89 e l’84 a.C. tiene lezione il filosofo Fedro che è amico e maestro di Cicerone: alla sua scuola si ritrovano insieme Cesare, suo suocero Lucio Pisone, l’amico nonché editore di Cicerone Tito Pomponio Attico, il cesaricida Gaio Cassio. Negli anni immediatamente successivi fiorisce anche nei dintorni di Napoli un vero e proprio circolo epicureo,
e per dintorni di Napoli sembra che si tratti di Ercolano o Pompei dove Canfora sostiene essere nato e cresciuto Lucrezio!
Cicerone condanna gli aspetti più popolari dell'epicureismo che in qualche modo, col suo materialismo di fondo, attrae il popolo con la sua natura edonistica quasi una legittimazione a una vita dissoluta e dedita ai piaceri immediati. Ma bisogna tenere conto che politicamente in generale i filosofi non avevano gran credito e una certa apertura mentale, una libera curiosità intellettuale era ancora possibile nella repubblica
di metà del secolo. Cicerone stesso lo apprezzava.
Lucrezio è sicuramente accreditato come epicureo a tutto tondo. La sua fama di poeta filosofo e scienziato si afferma ben presto ma non sappiamo né come né quando. Se il De rerum natura è stato pubblicato mentre era in vita (forse da Cicerone o dall'amico editore Attico), se parti del poema giravano già tra amici e conoscenti.
Canfora riesce a mettere però insieme numerose tracce che mostrano che era sicuramente conosciuto e apprezzato. Nei circoli letterari come in quelli politici contemporanei. Ma non bisogna trarre conclusioni false. L'opera del poeta, in quel mondo di politici guerrieri, era giusto buona per il delectari, il passatempo, l'entertainement diremmo oggi: cioè in pratica la poesia non contava niente, forse solo un piumetto in più di quanto conta oggi (Catullo, di poco più giovane di Lucrezio, lo sapeva bene e se ne infischiava del bon ton). Questo significa che quando si tratta di questioni di potere in crisi e della loro gestione - la salus della repubblica! - ormai quasi imperiale non era più tempo di dedicarsi a distrazioni poetiche. Se Lucrezio muore intorno al 50 a.c. la più terribile delle guerre civili era sul punto di scoppiare. Cesare varca il Rubicone nel 49 a.c. e non è detto che Lucrezio non fosse ancora vivo.
Ma il problema è che a partire da un certo momento il nome di Lucrezio scompare. Non ne parla più nessuno. Bisognerà attendere vari decenni per trovare citazioni dei suoi versi. E quando Virgilio, attesta Canfora, si rifa con evidenza a versi di Lucrezio, non lo fa direttamente e non cita comunque mai il suo nome. Una sorta di damnatio memoriae in vita era calata sul poeta.
La spiegazione di Canfora sta quasi interamente nella considerazione che Lucrezio, al di là dei suoi versi, era ormai troppo scomodo per le sue idee troppo radicali e legate all'epicureismo (e all'esaltazione di Epicuro come un dio, un inventore, uno scienziato). Ma, forse ancora di più, lo era alla luce delle considerazioni come quella citata più sopra che invita ad abbandonare la politica imperialista e questa che aggiungo che mette un nesso tra guerra civile e arricchimenti individuali: ...sanguine civili rem conflant divitiasque conduplicant avidi, caedem caede accumulantes... (gonfiano nella guerra civile le proprie ricchezze raddoppiandole accumulando delitti su delitti).
E tuttavia i suoi contemporanei lo hanno conosciuto e stimato e sanno i contenuti del suo poema ma non citano mai il suo nome. Basti qui rammentare con le parole di Canfora il caso Virgilio, emblematico per molti aspetti non foss'altro perché anche lui era un epicureo 'pentito'. Sono pagine di bella filologia che seminano anche emozioni.
Il verso 1130 del libro V sopra citato dice Canfora: "...si spinge a dire che è meglio la quieta obbedienza ... quam regere imperio .... et regna tenere. Concentra in quel solo verso l'attacco alla pulsione imperialistica: cioè va ben oltre il vivi in disparte del maestro Epicuro o il mesto motto oraziano 'non visse male chi passò dalla nascita alla morte inosservato' (Epistole, I, 17, 10) cui di solito si rinvia quando si commenta questo verso lucreziano. Che invece dice ben altro.
Un attacco di natura politica che, dice Canfora, non sfuggì a Virgilio, che ormai la pensava molto diversamente. Così continua Canfora:
"Nell'infelice finale augusteo-imperiale del VI libro dell'Eneide, dove dall'Ade Anchise profetizza al figlio Enea la futura grandezza di Roma, Virgilio fa pronunciare al vecchio Anchise questo perentorio ordine-auspicio, rivolto non più al misero Enea ma "al popolo romano" quasi in tono comiziante: Tu regere imperio populos, Romane, memento! (V. 851). E ad abundantiam gli fa contestualmente pronunciare una sprezzante svalutazione della scienza, dell'oratoria e delle arti figurative, campi nei quali (riconosce) i Romani sono inferiori "ad altri", cioè al mondo ellenizzato."
Quel libro VI e peraltro tutto il poema non sfuggì nemmeno a Augusto. Alla morte di Virgilio che aveva raccomandato di distruggere il poema perché troppo doveva aggiustarlo Augusto si oppose.
Non penso che Virgilio avrebbe emendato le sue indicazioni sui futuri imperiali di Roma, il senso complessivo della sua operazione politico letteraria era ben altrimenti radicata nell'esaltazione di Roma e dei suoi destini.
Un'operazione così riuscita che ancora negli anni sessanta del secolo scorso alla Statale di Milano l'insegnante di letteratura latina, noto fascista che godeva della libertà di esercitare la sua professione nella repubblica democratica, imponeva la conoscenza approfondita dell'Eneide, pretendeva che leggessimo qualche esametro e sapessimo individuare la situazione. Solo più tardi ho avuto modo di capire e scegliere, in fondo non era l'Eneide il vero capolavoro di Virgilio, le Georgiche avevano molto altro da dire e prossimo al sogno di pace di Lucrezio, anche se movimentato dagli urti tra loro degli atomi.




lunedì 15 aprile 2024

Scrive Luciana Tufani a proposito di "Bestie, animali, specie", youcanprint 2023




Scrive Luciana Tufani (scrittrice, editrice e femminista italiana, direttrice della prima rivista italiana di recensioni Leggere Donna, fondatrice e presidente del Centro Documentazione Donna di Ferrara) che è completamente d'accordo con la mia visione del mondo che ho saputo "esprimere poeticamente in maniera molto efficace". Aggiunge poi che "la specie umana il mondo lo sta distruggendo e a differenza di te non vedo una via di uscita." Conclude poi che mi ringrazia "a nome di tutti gli altri animali ai quali mi sento molto più vicina che a quelli della specie "Homo insipiens"."

Ho dovuto andare e rintracciare i modi con i quali ho inteso comunicare nel libro il mio credo in una via di uscita per la nostra specie dal baratro autodistruttivo nel quale sembriamo sprofondare.

La via d'uscita sembra che stia nella prefigurazione che il gatto filosofo fa di una migrazione verso altre stelle con i formidabili strumenti dell'ingegneria artificiale. Una sorta di profezia gattesca che assomiglia più all'ottimismo della volontà gramsciano rispetto al pessimismo della ragione leopardiana.

Le ho risposto che quello che contava era sia per me che per lei, che scrive, pubblica, dirige e  nel femminismo è voce autorevole, che riuscissimo a creare, con forme diverse di scrittura, momenti di comunicazione calorosa tra di noi. Col garbo del giardino.