Diario di Paolo Rabissi iniziato nel settembre del 2011. Fino al giugno del 2012 ho scritto qui, con riflessioni anche in righe, il poemetto: Inverno a Colonia. Col tempo è diventato un progetto più vasto concluso nel 2017 che comprende altri tre poemetti. Il tutto verrà pubblicato prima o poi, conservando il titolo generale di Inverno a Colonia. Il diario si è nel frattempo arricchito di saggi critici, recensioni, discussioni nonché presentazioni di iniziative pubbliche.
Visualizzazione post con etichetta Cesare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cesare. Mostra tutti i post
venerdì 24 maggio 2024
'La vita di Lucrezio', nuova edizione del saggio di Luciano Canfora sull'autore del De rerum natura
L'amore per Lucrezio e il suo De rerum natura, se ne avesse bisogno, non potrebbe che essere rinnovato dalla lettura di La vita di Lucrezio di Luciano Canfora, filologo classico, grecista, storico e saggista italiano, riedito di recente con Sellerio.
Già la nuova introduzione, rispetto all'edizione del 1994, è un'appassionata disamina dei principali problemi che la figura di uno dei massimi poeti della latinità ci ha lasciato. A cominciare dal fatto che le notizie biografiche su di lui sono così poche che solo con il lavoro appassionato dello studioso si riesce a delineare i contorni della sua esistenza.
Perché il problema sta proprio qui, fatta salva l'ingiuria dell'incuria e della cattiva sorte nella conservazione dell'opera, infatti ci si chiede: perché? Perché così poche notizie? E perché tra di esse alcune false? O quanto meno né verosimili né documentate con certezza? Tra di esse ormai, grazie a Canfora certo ma non solo a lui (l'autore allega una sterminata bibliografia) c'è quella della sua pazzia e poi del suo suicidio.
Quello che rimane, cosa singolare, è spesso solo una citazione di versi che testimonia l'amore per l'autore e che, se proviene da personaggi politici oltre che da altri poeti di epoche successive a quella di Lucrezio, la dice lunga sulla diffusione e la permanenza della fama dell'autore.
Occorre seguire l'indagine di Canfora sin dentro il libro.
Pagina dopo pagina le risposte arrivano, anche se bisogna arrivare alla fine per capire che in definitiva pur rifiutando qualsiasi semplificazione la soluzione del tutto non era poi così difficile. Forse anche più comprensibile di quanto potevamo pensare se ci lasciassimo andare a stabilire nessi tra il momento storico vissuto da Lucrezio e i nostri tempi.
Occorre prendere il tutto con energia e risolutezza. Dire insomma che Lucrezio pretende di portare in versi la filosofia e la scienza di Epicuro in un mondo nel quale filosofia e scienza non sono apprezzate dai più. Perlomeno non ancora, essendo Roma, nel primo secolo avanti cristo, appena entrata con le sue legioni nel novero di una grande potenza militare, capace di gestire con le sue istituzioni giuridiche e politiche il sommarsi di pratiche del comando e amministrazione delle ricchezze, ma non attratta da speculazioni astratte.
Occorre dire subito dopo che nel De rerum natura gli dei non hanno nessun valore per la vita: verosimilmente la loro esistenza è separata e del tutto indifferente verso gli umani. Che la morte non è da temere perché quando c'è la vita la morte non c'è e quando c'è la morte non c'è la vita. Che la religione con i suoi apparati semina paure che non hanno ragione di esistere. Che, infine, è meglio tenersi in disparte dai conflitti e dalle guerre perché è meglio vivere seguendo principi virtuosi e pacifici piuttosto che espandere comando imperiale sulle genti: "... satius multo iam sit parere quietum// quam regere imperio res velle et regna tenere" (De rerum natura, versi 1129-1130 del libro V)" e valgono qui le parole di Canfora: "Nato all'incirca nel 94 a.c. Lucrezio ha fatto a tempo a vedere la guerra civile mariano-sillana e le proscrizioni e prima ancora la guerra sociale: un decennio di ferocia ininterrrotta...".
Tutte idee ( tanto meno saranno gradite dai circoli letterari augustei un paio di decenni più tardi) che sono quasi interamente l'opposto di quanto si agita nella testa dei contemporanei del poeta. Con qualche precisazione necessaria.
L'epicureismo, con buona pace dei cultori del mos maiorum che non guardavano di buon occhio il dilagare della cultura greca, nel I secolo a.C. è da tempo già diffuso a Roma: qui tra l’89 e l’84 a.C. tiene lezione il filosofo Fedro che è amico e maestro di Cicerone: alla sua scuola si ritrovano insieme Cesare, suo suocero Lucio Pisone, l’amico nonché editore di Cicerone Tito Pomponio Attico, il cesaricida Gaio Cassio. Negli anni immediatamente successivi fiorisce anche nei dintorni di Napoli un vero e proprio circolo epicureo,
e per dintorni di Napoli sembra che si tratti di Ercolano o Pompei dove Canfora sostiene essere nato e cresciuto Lucrezio!
Cicerone condanna gli aspetti più popolari dell'epicureismo che in qualche modo, col suo materialismo di fondo, attrae il popolo con la sua natura edonistica quasi una legittimazione a una vita dissoluta e dedita ai piaceri immediati. Ma bisogna tenere conto che politicamente in generale i filosofi non avevano gran credito e una certa apertura mentale, una libera curiosità intellettuale era ancora possibile nella repubblica
di metà del secolo. Cicerone stesso lo apprezzava.
Lucrezio è sicuramente accreditato come epicureo a tutto tondo. La sua fama di poeta filosofo e scienziato si afferma ben presto ma non sappiamo né come né quando. Se il De rerum natura è stato pubblicato mentre era in vita (forse da Cicerone o dall'amico editore Attico), se parti del poema giravano già tra amici e conoscenti.
Canfora riesce a mettere però insieme numerose tracce che mostrano che era sicuramente conosciuto e apprezzato. Nei circoli letterari come in quelli politici contemporanei. Ma non bisogna trarre conclusioni false. L'opera del poeta, in quel mondo di politici guerrieri, era giusto buona per il delectari, il passatempo, l'entertainement diremmo oggi: cioè in pratica la poesia non contava niente, forse solo un piumetto in più di quanto conta oggi (Catullo, di poco più giovane di Lucrezio, lo sapeva bene e se ne infischiava del bon ton). Questo significa che quando si tratta di questioni di potere in crisi e della loro gestione - la salus della repubblica! - ormai quasi imperiale non era più tempo di dedicarsi a distrazioni poetiche. Se Lucrezio muore intorno al 50 a.c. la più terribile delle guerre civili era sul punto di scoppiare. Cesare varca il Rubicone nel 49 a.c. e non è detto che Lucrezio non fosse ancora vivo.
Ma il problema è che a partire da un certo momento il nome di Lucrezio scompare. Non ne parla più nessuno. Bisognerà attendere vari decenni per trovare citazioni dei suoi versi. E quando Virgilio, attesta Canfora, si rifa con evidenza a versi di Lucrezio, non lo fa direttamente e non cita comunque mai il suo nome. Una sorta di damnatio memoriae in vita era calata sul poeta.
La spiegazione di Canfora sta quasi interamente nella considerazione che Lucrezio, al di là dei suoi versi, era ormai troppo scomodo per le sue idee troppo radicali e legate all'epicureismo (e all'esaltazione di Epicuro come un dio, un inventore, uno scienziato). Ma, forse ancora di più, lo era alla luce delle considerazioni come quella citata più sopra che invita ad abbandonare la politica imperialista e questa che aggiungo che mette un nesso tra guerra civile e arricchimenti individuali: ...sanguine civili rem conflant divitiasque conduplicant avidi, caedem caede accumulantes... (gonfiano nella guerra civile le proprie ricchezze raddoppiandole accumulando delitti su delitti).
E tuttavia i suoi contemporanei lo hanno conosciuto e stimato e sanno i contenuti del suo poema ma non citano mai il suo nome. Basti qui rammentare con le parole di Canfora il caso Virgilio, emblematico per molti aspetti non foss'altro perché anche lui era un epicureo 'pentito'. Sono pagine di bella filologia che seminano anche emozioni.
Il verso 1130 del libro V sopra citato dice Canfora: "...si spinge a dire che è meglio la quieta obbedienza ... quam regere imperio .... et regna tenere. Concentra in quel solo verso l'attacco alla pulsione imperialistica: cioè va ben oltre il vivi in disparte del maestro Epicuro o il mesto motto oraziano 'non visse male chi passò dalla nascita alla morte inosservato' (Epistole, I, 17, 10) cui di solito si rinvia quando si commenta questo verso lucreziano. Che invece dice ben altro.
Un attacco di natura politica che, dice Canfora, non sfuggì a Virgilio, che ormai la pensava molto diversamente. Così continua Canfora:
"Nell'infelice finale augusteo-imperiale del VI libro dell'Eneide, dove dall'Ade Anchise profetizza al figlio Enea la futura grandezza di Roma, Virgilio fa pronunciare al vecchio Anchise questo perentorio ordine-auspicio, rivolto non più al misero Enea ma "al popolo romano" quasi in tono comiziante: Tu regere imperio populos, Romane, memento! (V. 851). E ad abundantiam gli fa contestualmente pronunciare una sprezzante svalutazione della scienza, dell'oratoria e delle arti figurative, campi nei quali (riconosce) i Romani sono inferiori "ad altri", cioè al mondo ellenizzato."
Quel libro VI e peraltro tutto il poema non sfuggì nemmeno a Augusto. Alla morte di Virgilio che aveva raccomandato di distruggere il poema perché troppo doveva aggiustarlo Augusto si oppose.
Non penso che Virgilio avrebbe emendato le sue indicazioni sui futuri imperiali di Roma, il senso complessivo della sua operazione politico letteraria era ben altrimenti radicata nell'esaltazione di Roma e dei suoi destini.
Un'operazione così riuscita che ancora negli anni sessanta del secolo scorso alla Statale di Milano l'insegnante di letteratura latina, noto fascista che godeva della libertà di esercitare la sua professione nella repubblica democratica, imponeva la conoscenza approfondita dell'Eneide, pretendeva che leggessimo qualche esametro e sapessimo individuare la situazione. Solo più tardi ho avuto modo di capire e scegliere, in fondo non era l'Eneide il vero capolavoro di Virgilio, le Georgiche avevano molto altro da dire e prossimo al sogno di pace di Lucrezio, anche se movimentato dagli urti tra loro degli atomi.
domenica 4 marzo 2018
La calda Storia di ‘Veglia Europa’ la nuova raccolta di versi di Franco Romanò, “plumelia” edizioni, 2017
Ciò che anima in maniera
decisiva questa nuova raccolta di Franco Romanò è la tensione etica,
irrinunciabile per lui quanto l’esigenza di scriverne in versi. E’ una tensione
che è già evidente nel titolo Veglia Europa su cui torno fra poco.
Questa tensione etica del
poeta si manifesta sin dai primi versi del poemetto L’ultimo Alessandro, che
apre il libro, c’è qui una sorta di dichiarazione di poetica anche se
apparentemente il poeta sta parlando delle caratteristiche della lingua latina
di Cesare nel suo De bello gallico:
La lingua limpida, il dettato
che non liscia la storia
anzitutto dunque linguaggio
limpido, nessuna concessione ad artifici retorici, a metafore eleganti ma anche
nessuna rinuncia a posare lo sguardo sul male della storia, questa è la cifra
che a mio parere regge tutta la raccolta.
Ho detto nessun artificio
retorico ma è vero fino a un certo punto, ce n’è uno in particolare che lega la
raccolta ed è l’uso del presente storico, proprio alla latina come fa Giulio
Cesare, ne viene come effetto che il lettore in certi momenti si ritrova
immerso nel proprio presente mentre di
sicuro fin lì si trovava nel passato, valga come esempio proprio nella prima poesia
a pag. 18 dove, parlando delle condizioni della plebe il poeta dice
molti essendo oppressi dai debiti o
dal peso delle tasse
o dalla prepotenza dei potenti,
si offrono schiavi ai nobili,
ipotecano le case, accendono
mutui per la scuola dei figli
cadono nella tresca usuraia
[…] …affollano
le strade fuggendo da guerre…
Ecco, la narrazione storica è
improvvisamente diventata un richiamo del poeta al fatto che l’Europa dopo più
di duemila anni è afflitta nonostante la sua lunga storia di civiltà dagli
stessi mali legati alla violenza del potere, il lettore viene avvisato del
passaggio dall’uso del corsivo, legato al passato, che si fa per il nostro
presente normale.
Dunque sembra proprio così,
linguaggio e tensione etica fanno tutt’uno nel verso chiaro ma secco che segue
un proprio ritmo interiore, di misura breve o più lunga ma sempre a ridosso
della sua tensione empatica verso le
sorti della vecchia Europa:
Torniamo allora per un attimo
al titolo perché dobbiamo scoprire qualcosa in più.
A nessuno sfugge che si
tratta di un titolo che offre molteplici soluzioni di senso, io ho finito a
dire il vero col fare una torsione grammaticale di cui conto di dare ragione,
di legittimarla.
C’è una parola antica ormai
caduta in disuso, e comunque di uso solitamente poetico, un aggettivo
sostantivato che è Veglio, lo usa Petrarca, lo usa Dante. Dice Dante appena
messo piede nel Purgatorio
Vidi presso di me un veglio solo
degno di tanta reverenza in vista
che più non dee a padre alcun figliuolo
(siamo nel Purgatorio, si
tratta di Catone nemico di Silla e poi di Cesare, piuttosto che cadere sotto la
tirannia di quest’ultimo si uccide).
Ora veglio vuol dire vecchio, deriva vetulus, da quel latino con cui
Franco Romanò inizia la sua raccolta.
Mi piace allora interpretare,
forse al di là delle intenzioni dell’autore, veglia Europa come vecchia Europa.
A legittimare la mia scelta
del resto soccorre bellamente
l’emistichio Europa è vecchia
dell’ultima poesia della raccolta.
L’Europa è vecchia ma si
tratta di una vecchiaia degna di reverenza e amore come nel caso del Veglio che compare a Dante.
Se leggiamo infatti il resto
della poesia l’immagine di Europa che ne viene fuori è quella di una signora
attempata che racconta la sua storia così lunga e complessa ad una platea di
uomini appesi alle pipe e alle labbra di lei per rivivere vecchie battaglie e
fastosi trascorsi.
Ma non basta questo per il
nostro ragionamento, occorre aggiungere la connotazione etica, infatti Europa è
degna di amore ma
non può più celare sotto un manto di
facile oblio quel che lei sa
sorseggia distratta ed il rosso
è solo ricordo presagio
di sangue
Europa, ecco il dettato che non liscia la storia, non deve
rimuovere quanto la sua storia grondi di sangue e violenza.
Questa nuova raccolta di
versi di Franco Romanò è un invito amorevole ma senza lisciate ad attraversare
picchi significativi della storia d’Europa, un invito attento al dettato severo della storia, quello che nelle
vicende sciagurate dell’umanità cerca un senso non effimero o banale e magari anche i segni di un riscatto ancora
possibile.
La raccolta parte da Giulio
Cesare, ultimo Alessandro, fino a coinvolgere il nostro recente presente con la
caduta del muro di Berlino.
Un materiale incandescente in
cui poesia e storia, memoria e storia s’intrecciano in quella che vorrei
chiamare la calda storia.
Una storia calda appunto
della tensione del poeta che interroga
le grandi passioni di uomini
e donne, le relazioni d’amore nell’intreccio con il potere, e i sogni
rivoluzionari.
Calda perché lo sguardo del
poeta indaga oltre le ragioni della grande storia.
la storia deve mettere punti
e virgole, timbrare documenti
e testimoni, stampare i nomi
perché tutto infine si plachi
nei libri
il poeta in questo senso è
più libero dello storico, perché è vero che la storia non è più solo quella dei
vincitori ma fa ancora omissioni e non sa guardare negli angoli.
proprio negli angoli
bisogna guardare per vedere bene
dice nella poesia intitolata ‘Deportati’
Così il poeta coglie Cesare e
Cleopatra in un viaggio sul Nilo che dura dieci settimane e le ore d’amore si
alternano ai progetti di spartizione
dell’impero prossimo venturo.
Ci racconta la storia di Malinche,
nobile azteca divenuta schiava e poi amante di Cortes e la storia di Guido
Picelli, un rivoluzionario che parte dall’Italia e attraversa tutta l’Europa da
Mosca alla Spagna inseguendo il suo sogno rivoluzionario.
A tratti lo sguardo del poeta
si fa attonito nel constatare la miseria della storia: è il caso di
‘Conquistadores’, il secondo poemetto della raccolta: a cosa è servita tanta
violenza e crudeltà , tanta astuzia del potere, ai conquistadores spagnoli
sulle popolazioni indie visto che i vinti di un tempo sono ancora qui nel
presente?
il messico è pieno di conchiglie e teschi
di spagna… ma dappertutto si guardi
si vedono indiani viventi:
dove sono i conquistadores?
Forse l’animo più turbato e
commosso di fronte alle violenze degli eventi storici il poeta lo svela quando deve farsi testimone della
caduta del ‘sogno profano’ quello che partito dalla rivoluzione d’ottobre sembrava
destinato ad aprire una nuova era in cui riscattare millenni di oppressioni e
violenze di classe.
Qui il poeta si ripiega su se
stesso perché la sconfitta ha finito dopo aver sfiorato la libertà col rendere
di nuovo il poeta simile al goffo albatro incapace di volare oggi a causa di
gabbie nuove più sofisticate e invisibili. Così nell’ultimo poemetto
‘1789-1989’ in un crescendo fortiniano:
Il poeta della storia è un albatro
di nuovo ai ceppi imprigionato.
Scrivere un diverso statuto
sulla dura pietra di una fabbrica
richiedeva tempo e qualcosa di più
della fratellanza, del pane insieme
compagni…
La poesia tuttavia va oltre.
In quest’ultimo poemetto il
sogno profano fallito non basta a impedire al poeta di riprendere il suo
cammino periclitante in un paesaggio desertificato, tra mille incertezze ma
nella consapevolezza della possibilità di un altro diverso percorso:
ma il sarto di Ulm continua a tornare
nei sogni,nel balenio improvviso
e risveglio dal sonno totale,
a dire che sì, si può
imparare a volare.
E dunque possiamo concludere
anche noi, quella tensione etica che abbiamo detto attraversare sin dall’inizio
questi versi non è nient’altro che la tensione della poesia con le sue ragioni
e i suoi sogni.
Iscriviti a:
Post (Atom)