venerdì 18 febbraio 2022

Le righe qui dentro

 Scrivo di storia e di letteratura. Ho pubblicato anche alcune raccolte di versi. Ma nessuna di queste attività mi appartiene con interezza. Non foss'altro perché con nessuna di esse ci vivo. Sono espressioni libere della mia creatività per le quali spendo volentieri ore di lavoro e spese di 'produzione'. Che poi esse riescano a veicolare anche idee e bellezza questo può anche succedere, ma senza che la mia vita ne resti sconvolta. L'insegnamento è stata la mia passione più coinvolgente per durata e intensità ed è quella che mi ha dato da vivere. Quasi quarant'anni. Ho amato tutte le scuole nelle quali ho insegnato, ho amato tutti gli allievi e tutte le allieve incontrate, ho litigato con tutti i colleghi e tutte le colleghe incontrate presidi compresi. Quando la storia si è conclusa prendere distanza dal degrado definitivo in cui la scuola ha cominciato a cadere sin dagli anni '80 fino a diventare una succursale del mercato, è stata cosa salutare e giusta. Però da subito ha cominciato a mancarmi la relazione con studenti  e in fondo anche colleghi. Poesia letteratura e storia hanno colmato quella mancanza. Oggi infatti non solo non la sento più ma tutto sommato sono contento di non starci più dentro la scuola.

Il mio impegno, ma non solo il mio, ha avuto la sua acme negli anni settanta. Non c'è stato nulla di routiniere nei due decenni successivi ma quel decennio d'insegnamento nelle scuole superiori milanesi mi ha trasformato più ancora degli anni sessanta. Su questo tema che 'pretende' di coniugare storia personale e storia collettiva riprendo ora il contatto con questo blog perché di righe qui dentro è un po' che non ne scrivo al contrario dei poemetti ai quali credo di aver dato una sistemazione definitiva con i versi per Lucy.

sabato 2 ottobre 2021

Lavastoviglie e comunismo

Cinquant'anni fa tondi tondi imparai a confrontarmi con la mia prima lavostoviglie. Un aggeggio generoso. Sbrigavo la cucina, il che faceva parte della divisione di ruoli con la mia compagna, in pochi minuti. Nonostante il fragore altrettanto generoso, a tempo stabilito, stoviglie e tutto il resto erano pronti, puliti. Soprattutto erano senza macchie, senza aloni,senza striature sospette. Ma durò poco. Ben presto quei difetti cominciarono a manifestarsi in maniera indisponente. La causa, cominciai a sentire, era che il detersivo non era abbastanza buono, quello che fin lì aveva funzionato bene non era più soddisfacente. Non so cosa pensai allora, oggi penso che il mercato ha le sue regole. E così, difronte alla domanda crescente, i produttori di detersivi che perlopiù sono gli stessi che producono le lavatoviglie, hanno 'dovuto', per mantenere lo stesso livello di profitti difronte all'aumento del costo della vita e cioè dei salari dati a operai, impiegati, controllori ecc, diminuire la qualità del detersivo. Il rimedio, per la mia strenua volontà di avere stoviglie pulite bene, fu che i produttori cominciarono a consigliare di aggiungere a parte al normale detersivo un supporto, sale, oppure brillantante oppure profumatore contro le puzze, ecc. Non ho potuto sottrarmi per molto tempo, un po'sì, ma poi cedi. Compri e usi tutti i supporti igienici e quando poi i produttori annunciano di avere inventato un detersivo che ha incorporato quei supporti e che quindi non è più necessario aggiungerli, paghi un po' di più ma finalmente tutto è tornato come prima. E le stoviglie sono tornate pulite. Da un po' di mesi, forse un anno che è poi tempo di pandemia, le stoviglie non sono più pulite di nuovo. In fondo ai contenitori di cartone riciclato del detersivo è apparso un avviso che dice pressappoco così: è vero che sale, brilantante e profumatore sono inseriti dentro il nostro detersivo però se volete risultati eccellenti è meglio che ne aggiungiate separatamente. E' proprio così. Sono tornato a inserire nelle apposite finestrelle i supporti antichi e i bicchieri non hanno più macchie. Io mi sento troppo vecchietto per azzardare morali tantomeno giudizi politici, con l'aria che tira sembra che morale e politica siano ormai questioni da barzellette. Certo io pensavo al comunismo, cioè a quella cosa nella quale il costo del mercato non viene fatto pagare in massima parte agli strati più deboli del lavoro e del non lavoro, sin dalla prima lavastoviglie. Certo continuo a ripetermi le righe di Marx, quelle nelle quali, dopo avermi spiegato come funziona anche il sistema delle lavastoviglie, lui ripete che il comunismo è il movimento che tende alla distruzione del capitalismo. Che sin qui per me ci siamo. Ma poi? Cioè, con gli esempi che abbiamo alle spalle di quello che è stato il comunismo nel '900, qual è il tipo di organizzazione sociale che gente come me dovrebbe avere in mente? Certo, anch'io come Montale vado per sottrazione: questo no, quest'altro no e quest'altro ancora nemmeno per sogno, ma cosa sì? e soprattutto sì ma 'come', che tipo di sì? Se riusciamo prima o poi ad abbatterlo questo sistema, sarà bastato?

mercoledì 12 maggio 2021

Cronache berlinesi. La memoria, le mutande, il Caos

 

(https://www.youtube.com/watch?v=QbvgYnBBd1s

a questo link l'incontro nel 'salotto' Galzio)


Cronache berlinesi.
La memoria, le mutande, il Caos

Giordano Bruno: "Mi par cosa ridicola il dire che extra il cielo sia nulla. Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole: ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose."

Nato a Nola vicino a Napoli, bruciato a Roma sul rogo il 17 febbraio 1600. C'è ancora. Lì a Postdamer platz, temevo che la furia ricostruttrice su Berlino est dopo la caduta del muro si portasse via la bella grande scultura a testa in giù di Giordano Bruno. E' lì, come se quella fosse la sua posa naturale con quella testa schiacciata che lo assomiglia a ET del film di Spielberg. Giusto così. Intellettuali e poeti e poete e scienziati e scienziate, non in pochi né in poche,sono spesso a testa in giù, vanno contro, vengono da un altro mondo. Godono tutti e tutte di un trattamento speciale soprattutto se mettono in discussione ruoli e poteri, allora gli si scatenano contro chiese religiose e laiche, i fascismi, gli stalinismi, i razzismi, i sessismi. Allora li-le ammazzano e prima li-le torturano. Così è capitato a Giordano Bruno. Gli hanno inchiodato la lingua al palato con un solo grosso chiodo perché non parlasse.

*

Impressionante qui a Berlino l'esercizio quotidiano della memoria, non puoi sfuggirgli, anche se sei in vacanza. Come a Milano non puoi sfuggire alla pubblicità delle mutande, soprattutto delle donne, qui non sfuggi alla memoria del nazismo. Postadamer platz è attualmente tappezzata di foto di polacchi deportati e condannati al lavoro forzato dopo il '39.

La città si dilata su una superficie otto volte superiore a quella di Milano. Tre milioni e mezzo di abitanti, pochi se pensiamo che sulla stessa superficie a NYC ce ne stanno più di dieci. Le strade non sono stressate dal traffico, ma anche quando frotte di turisti si disseminano frastornate sempre in cerca di qualcosa raramente fanno resse tipo quelle di piazza del Duomo a Milano. Unter den Linden, la strada usata dai nazisti per le adunate lunga un chilometro e mezzo e poi famosa per il muro dal 1961, è larga sessanta metri: non tutte sono così larghe ma, aggiungendo i marciapiedi che sono larghissimi, la sensazione resta quella di un territorio di pianure estese che devi conquistarti gambe in spalla. Altrimenti ti perdi tutto. In realtà ci sono le Ubahn, metropolitane sotterranee che ti portano ovunque, e poi ci sono le Sbahn che sono come le Ubahn solo che viaggiano in superficie ma su percorsi sopraelevati o comunque protetti dunque veloci come le prime. Non puoi pensare di andare da un quartiere a Ovest a uno a Est a piedi, ti va via la giornata. Da un quartiere all'altro invece si va in metro anche con la bici. Grandi biciclette che nei vagoni occupano grandi spazi e devi stare attento a non esserne infilzato.

*

Abbiamo saccheggiato con lo sguardo la città. Senza la conoscenza della lingua sei costretto a usare di più gli occhi. Occhi da turisti disimpegnati. Gli altri sensi sono anch’essi chiamati a un surplus di esercizio ovviamente. Il naso lavora su materiale abbastanza inedito. Anzitutto il profumo di cucinati. Minestrone, brodo di carne, erba cipollina, curry, sesamo, cumino, caffè mit sahne, donerkebab, tutto mescolato insieme ti avvolge già verso le dieci del mattino quando ti sprofondi negli anditi delle metropolitane. E’ un afrore, molto simile a quello di altre città, ti prende alle narici e resta lì, non va più a fondo ma non ti abbandona più, neanche se esci sulle piazze sterminate che per attraversarle non bastano due semafori, neanche se si mescola agli odori di qualche umano. Finisce che lo cerchi, sfuggente e intenso, colto e perso in un metro di banchina. Ma in fondo niente altri impegni per il naso. Solo in qualche zona ti arriva grato il profumo dei tigli, di per sé beatificante ti gratifica ancora di più se i filari sono lunghi sulla allee. Ma in Unter den Linden la delusione è grande, ne hanno rimessi solo un centinaio delle migliaia che c’erano prima che i nazisti li spianassero per fare più grandi le adunate.

Con l’udito non c’è storia. I rumori sono quelli delle grandi città. Il treno, Ubahn o Sbahn che sia cioè in sotterranea o in sopraelevata, sferraglia proprio come un treno velocissimo e potente nel cuore della città. Stazioni di ferro, di acciaio e cristalli, percorsi di ferro sui ponti di ferro sullo Sprea. Le porte si aprono e chiudono con jingle che sembrano tutti accordi delle sinfonie di Beethoven e forse lo sono davvero. La vista dunque. Ma non è come a NYC. Lo sguardo lì è costretto continuamente a guardare in alto. I giochi dei riflessi dei grattacieli gli uni negli altri tengono la tua testa alzata, ma tieni la testa alzata anche perché sai che lassù c’è il Central Park al termine della avenue che sale o perché, al contrario, sai che laggiù c’è Battery Park, al termine della avenue che discende verso la foce dell’Hudson e dell’East River. A Berlino è diverso perché i palazzi sono alti ma non troppo e devi subito fare i conti con la loro struttura quadrata, rettangolare, esagonale ecc. Figure geometriche classiche cioè armoniche cioè leggere, quasi un paradosso. Lungo i viali spaziosi non incombono, massicci e solidi nello spazio ma mai pesanti. Respirano su larghe piazze, spesso così grandi che rinunci ad attraversarle. Si defilano con eleganza se costeggiano lo Sprea, anzi lì scopri la loro vocazione ai vuoti architettonici che liberano spazi con arcate, portici e colonnati neoclassici. Un’architettura sobria e concreta, viva e sonora. Colpiscono la varietà, l’audacia e gli effetti coloristici delle soluzioni formali dei palazzi moderni (sono stati chiamati a realizzarli architetti di tutto il mondo tra cui Piano) ma poi ti ritrovi davanti a estesi quartieri di fattura settecentesca, ancorché rifatti, ma fedelmente, dopo le distruzioni della guerra, omogeneamente neoclassici al punto che ti sembra di entrare direttamente negli spazi della scuola di Atene di Raffaello. Colonnati, porticati, frontoni, spazi vigorosi con statue e fontane che adornano cortili e piazzali. Da manuale cinquecentesco. Anche perché sono i palazzi civili a prevalere, chiese non ce n’è o vivono una vita appartata. In quella che è forse la più bella piazza di Berlino, la Gendarmenmarkt, ci sono sì contrapposte due chiese, quella luterana per i tedeschi e quella ugonotta per i francesi fuggiti dalla Francia a fine seicento, ma non hanno alcun peso religioso nemmeno formale perché ora sono due musei e comunque nella piazza dominano elegantemente neoclassico il teatro costruito da Schinkel durante la Restaurazione e il monumento a Friedrich Schiller. Infine però non puoi fare a meno di renderti conto che il gotico non è passato da qui. Sembra quasi impossibile. Eppure quello stile che ha contribuito a riempire di chiese tutta l’Europa ma soprattutto l’Italia dove si è innestato sul romanico, non ha lasciato gran che in tutto il Brandeburgo. Qui a Berlino una delle poche testimonianze è una chiesetta bicuspidata nei pressi di Alexanderplatz.

*
Una tappa obbligatoria con sorpresa. Non potevamo sottrarci alla curiosità di rintracciare in qualche modo nella città la presenza di Bertolt Brecht. Così,


lasciata alle spalle la stazione Nord con le sue lucentezze di acciaio, abbiamo sostato per un po’ davanti al Berliner Ensemble e siamo anche entrati nel piccolo teatro ricostruito dopo la guerra ma la sua struttura dimessa e le stesse fotografie appese nell’entrata ci hanno fatto solo malinconia. Non credo che avessimo in animo una specie di commemorazione vera e propria, fatto sta che quel giorno l’abbiamo poi dedicato a rintracciare il piccolo cimitero dove Brecht è sepolto. Un cimitero diverso dai nostri che non ha niente di triste, un parco vero e proprio dove abbiamo riposato un po’ tra betulle salici e marmi dorati. Il sepolcro di Brecht è semplicissimo, ha accanto quello della moglie e non molto distante ha sorpreso entrambi la tomba di Christa Wolf. Ci hai lasciato sopra in dono una matita. Così ho fatto io su quella di Brecht.

*

La grande storia qui è ovunque. Del muro di Berlino è rimasto un pezzo lungo un chilometro e qualcosa. Costeggia lo Spree. Il territorio tra il muro e l'altra sponda del fiume era considerata zona neutra, chi cercava di attraversarla difficilmente sfuggiva alle mitragliatrici della DDR e veniva ‘giustiziato’ sul posto. Dieter lo sciancato che ricordo in Inverno a Colonia era scappato per un'altra strada, nascosto dentro la fusoliera di un piccolo aereo. Rivedendo oggi il muro mi è tornato in mente lui, per la prima volta mi sono posto il problema se Dieter vive ancora nella Germania unificata. Oggi dovrebbe avere più o meno settant'anni, senza incidenti di percorso è realistico pensarlo vivo. Ma l'italiano non lo conosceva e quindi difficilmente può aver intercettato il mio blog (che altri seguono in Germania). Parlava un inglese maccheronico mentre oggi i tedeschi, quando si accorgono che sei straniero, per risponderti mettono automaticamente il cervello in modalità inglese che è come una seconda lingua materna per loro che lo studiano dalle elementari, se poi vedono che non capisci nemmeno quello allora si bloccano e chiedono aiuto increduli. Dieter non parlò mai della sua avventura, preferiva chiedermi in continuazione appena mi vedeva che cosa avrei fatto se fossi entrato in possesso di un milione di dollari!

*

Il muro rimasto è un'opera d'arte en plain air per via dei murales che lo ricoprono interamente. Ne esci come puoi uscire dal museo Bergruen dopo aver visto un centinaio di Picasso e altrettanti Klee. Sbalordisci e in più devi fare i conti con il cielo vastissimo e mobile di nuvole che mutano la luce e tu devi registrare lo sguardo dopo ogni click della tua macchinetta. Le due facciate del muro sono dipinte e disegnate secondo l'estro in murales brevi o lunghi. L'omogeneità delle opere è data ovviamente dal tema, interpretato in un paio di centinaia di pezzi dagli artisti di cui molti famosi, ma soprattutto dal tipo di colorazione acida delle bombolette a gas.

C'è una riflessione cui ti costringe involontariamente una bacheca posta all'inizio e alla fine del muro. Essa avverte che mentre i murales della facciata esposta a Est, il territorio riconquistato, è quello riconosciuto ufficialmente di valore, nel quale cioè si sono impegnati artisti di nome, quella esposta a Occidente con i murales di autori ignoti è ritenuta di natura 'selvaggia'. Si tratta di un paradosso involontario. E' come se si fossero invertite le parti. A Est, che fino a poco fa era occupato dai ‘barbari’, l'Occidente espone la sua arte con i suoi modi coinvolgenti, le sue linee informali ma dirette a un senso, la bellezza di composizioni ammirevoli per genialità. A Ovest l'Occidente espone la serie B e C, opere dei giovanissimi, che curvano lo spray al momento giusto per disegnare un cerchio quasi perfetto ma poi la direzione deraglia da qualsiasi senso. E' difficile cogliere in quei murales sicure emozioni e significati. Se ci sono, sono rimasti in un cantuccio della testa dell'autore tanto che finisci col pensare che la prima è vera Arte e la seconda è solo Caos. Salvo poi non poter fare a meno di considerare che l'ordine dell'Occidente contiene una quantità incommensurabile di caos, quella che si manifesta nella crisi delle democrazie europee, nella crisi della globalizzazione capitalistica, nella insolvenza criminale del pensiero unico e della sua pratica schiavizzante. Forse i giovani della facciata Ovest sono nel Caos ma forse stanno anche cercando una via d'uscita dal Caos dell'Occidente.

I benpensanti tengono all'ordine creativo della prima facciata. Essa contiene una sicura quantità di razionalità che garantisce, almeno a loro, la sopravvivenza. Se tutti i soggetti politici e culturali si acconciassero a razionalizzare al meglio strutture mentali e pratiche, se si adattassero con 6 professionalità alle necessità pragmatiche del mercato tutti starebbero meglio, dicono e pensano, e in ultima analisi non ci sarebbe più un'Arte di serie B. Non si rendono conto, o non vogliono farlo il che è più verosimile, che svelano in maniera plateale la propria utopia. Tutti quelli che hanno passato gli ultimi decenni a denunciare i mali delle ideologie, che ovviamente provenivano per loro solo da sinistra, dovrebbero avere il coraggio di affermare che quello era solo il modo per mascherare l'utopia del pensiero unico liberale che stava di casa da sempre di qua dal muro. Adattandosi un po’ di più, accettando le ragionevoli regole dell’unico mondo possibile fondato sulla natura, dicono, questo sistema può evitare il Caos, al quale il grosso dell'umanità sembra essere affezionata.

*

Abbiamo lasciato il muro dipinto con questo fardello. Il ponte più bello di Berlino, l'Oberbaumbrucke, ci ha accolti sotto le sue arcate in una piccola friggitoria gestita da tre giovani che friggevano patate e cotolette di maiale davanti a noi. Alle pareti tanti manifesti di gruppi rock e jazz. Noi eravamo proprio gli anziani, qualcuno ci ha guardato incuriosito. Tutti e tutte giovanissimi, birretta in mano, nell’altra un teller di patatine fritte, tutte e tutti convinti della propria gioventù e del proprio diritto a godersela,salvando, dentro la precarietà assoluta del presente e la sfiducia nel futuro, il proprio Caos. Per un attimo mi sono sembrati tutti tutte a testa in giù, come Bruno.


martedì 16 febbraio 2021

Una fantasia utopica che scaldava



altoforno


 Una fantasia utopica che scaldava.

Ho spesso immaginato (anche in pagine scritte e lasciate al palo) la sospensione, l'interruzione definitiva di ogni attività produttiva, ho immaginato le colate incandescenti degli altiforni lombardi raffreddarsi lentamente per sempre. Non mi sono mai chiesto come avrebbe fatto il mondo a sopravvivere in quelle nuove condizioni. Davo per scontato che tutto si sarebbe ricomposto in una mutua composizione di capacità in grado di soddisfare nell'immediato bisogni e bisogni, con l'uso di alte tecnologie e saperi diffusi, il tutto a favore di una continua affabulazione della vita tra nobili conversari, pacifiche competizioni, scoperta di risorse. Come diceva tempo fa quel compagno delle pantere nere: se fabbrica deve esserci dieci anni devono bastare, il resto solo è vita. Una fiducia estrema in molteplici soluzioni che sbandivano per sempre produttività esasperata e imperialismo del denaro. Insomma una fantasia utopica che scaldava. Il fatto che l'evento sia accaduto nel modo che subiamo col Covid non scalda per niente la fantasia né l'immaginazione. Non può venirne niente di buono. Al fondo della mia immaginazione c'era il rifiuto del lavoro e la ribellione contro un sistema organizzato atrocemente per la distruzione del mondo. Oggi invece siamo chiamati in massa alla responsabilità collettiva di avere contribuito chi più chi meno al disastro e nulla importa che molti tra noi denuncino il disastro imminente da decenni.

A me sembra che a questo appuntamento i Sapientes siano arrivati stremati. Incapaci di tornare a fare Storia. Il re è nudo ma non fa ridere nessuno. Storditi e con la febbre forse in realtà non c'è più nemmeno voglia di tornare a lavorare, si cercano perlopiù pretesti per ritardare la ‘normale’ competizione per il lavoro. Gli scenari possibili sono talmente tanti che persino l'immaginazione fatica a darne ragione. Ma credo che ci vogliano troppe energie per modificare oggi un intero sistema così complesso e complicato. Chi ne avrà di rimanenti forse riuscirà a ritagliarsi a modo proprio sacche autonome e autodeterminate di lavoro produttivo e riproduttivo apparentemente sciolto da legami cogenti ma in fondo solo piccoli corpi collaterali interni al sistema. Uno scenario insomma da popstapocalisse. Nel frattempo ci sarà il vaccino per questo coronavirus e forse avremo qualche anticorpo attivato per affrontare il prossimo.



mercoledì 3 febbraio 2021

Lucy, reperto A.L. 288-1

Eritrea, la depressione di Afar, Dancalia
 


Lucy, reperto A.L. 288-1                                  (a Adriana)

 
ecco che maneggiare millenni diventa

addirittura possibile, lo scrittore di versi

si sente a casa quando la parola che usa

è senza dubbi la più vicina al senso,

allora la verità non è davvero solo

la somma degli anni, in certi casi rischia

di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto

col presente diviene da secolare millenario,

qualcuno azzarda lemmi poco collaudati se

si tratta di milioni di anni. La vertigine

ora può farsi smarrimento il computo oltremodo

estendendosi di anni, bastano pochi reperti

catalogati e conservati e ti ritrovi compagno

per strade non visibili

per paesaggi che la Storia non raggiunge.

 

 

A volerlo riconoscere il territorio di Lucy

una mappa non basterebbe nemmeno

per le più abili scritture dello spazio,

ma qui è in gioco il multitempo esteso simultaneo

tra qui e allora, il reperto recita A.L.

288-1 tremilioni di anni

o poco più, Lucy nome cantato nei settanta

cammina già eretta ma con le braccia ciondoloni

afferra il ramo, ci vive sicura ci dorme più sicura.

Ecco il paesaggio si aggiusta in presenza e la mappa

si fa trasparente di secoli, giorni, ore.

 

Il muco secreto ora ha quell’odore lì,

anche rami e foglie hanno l’odore grosso, la lingua

salata, l’occhio allucinato. Verranno

in molti, fa senso montare sul ramo più alto

nell’intrico più aggrovigliato arriverà

il più agile e veloce, trapasserà il suo seme

a balzi di secoli e millenni, un mucchietto di enzimi,

di geni trascritti in sequenze speciali.

Quanto ci vuole perché un salto di milioni

di anni riveli il salto evolutivo di un dito

divenuto opponibile capace di spezzare

un ramo e usarlo come bastone?

 

Lucy disarma solo al mattino quando raschia

la terra in cerca di radici, nel giorno affocato

di luce l’intrico più alto dei rami è ancora

rifugio, il chiarore notturno svela libere erbe

alte della savana sonora e senza orizzonti.

L’occhio di Lucy perfora millenni, salda ovunque

le mani al vuoto e al pieno, scende la costa

di altipiani sollevatisi un tempo come spalle

di gigante coi piedi infuocati nel magma,

barriere naturali per un pianoro infinito di erbe

macchie cespugli, l’umido si scioglie, il clima

più secco fa arretrare la foresta. Si fa il territorio

ospitale e Lucy e i suoi simili, a ridosso di strisce

magnetiche nella depressione di Afar, affrontano

la savana e allenano posture erette in difesa.

 

Born to run, come in quegli stessi settanta

cantavano in America, la migrazione iniziò

verso Est, un’espressione di fede non più

solo verso la natura, c’è ormai di mezzo la Storia

la pietra scheggiata il prolungamento degli arti

la manutenzione del fuoco, tutto per una eccedenza

vitale inesauribile che spinge i più verso tutti

i confini del pianeta, lascia indietro solo

chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti.

 

Quelli rimasti oggi li chiamano Dancali.

La loro figura è snella e i lineamenti

molto fini. Allevano cammelli e vendono

il sale abbondante di antichi laghi costieri

evaporati. Le piccole capanne ricoprono

di rami e stuoie, le fanno annidate intorno

a caverne naturali, nelle regioni costiere

costruiscono ricoveri a forma cilindrica

con pietre sovrapposte a secco.

Qualcuno potrebbe pensare che la natura

voglia imporre le sue ragioni alla Storia,

vulcani e terremoti sono sempre più frequenti

deformano di continuo la depressione di Afar

dove stavano i resti di Lucy.

La roccia vulcanica fragile cede e il pianoro

si abbassa lentamente, silenzioso penetra l’oceano.

L’inabissamento dell’intero territorio è previsto

entro il  millennio.



giovedì 28 gennaio 2021

Dante, padre della poesia, guerriero e militante politico

 


plastico della battaglia di Campaldino (1289)


Mi scrive un caro amico del '68, storico del movimento operaio (al quale mi introdusse): "...Anno di Dante, anno della poesia, promette bene... Mi piacerebbe leggere un tuo commento, un pensiero,  su Dante. Avevo sentito il bisogno di rileggerlo qualche anno fa, mi era parso di ringiovanire, non per ricordi di scuola, ma per un ritorno alle radici della conoscenza. Pre-marxista."

A lui ho risposto: "
Il pensiero bello l'hai già fatto tu, non possiamo che riconoscerci tutti nel viaggio alle radici della conoscenza, a leggere Dante. Poi, siccome, come dice Bachtin, l'autore è quello che diviene nella lettura e interpretazione dei suoi lettori, posso solo aggiungere una considerazione di questo tipo. E cioè che Dante è stato sormontato per secoli dal petrarchismo e che soprattutto Ottocento e in parte il Novecento, nel recuperarlo, hanno finito col tenere separata la sua sorte di uomo da quella del poeta. Il '68 contribuisce un po' a ricomporre. A me interessa in particolare mettere l'accento sulla sua figura di combattente. Partecipe anche rumoroso della dolce vita fiorentina, diventa adulto nel'89 a Campaldino. Fa parte dei 'feditores', la prima linea di cavalieri armati che deve aprire lo scontro. Riesci a immaginarlo sul cavallo bardatissimo e lui stesso in calzamaglia di ferro corazza elmo piumato lancia e spadone che mena fendenti? Da qualche parte, non ricordo dove (ma Alessando Barbero, nella sua recente biografia di Dante ha scritto in merito pagine illuminanti) deve aver nominato la sua spada insanguinata. Guerriero e militante politico, fendenti continua a menarli sul suo presente di papi corrotti e ignobili borghesi che fanno mercato di tutto e rovinano con l'usura i costumi e la morale non solo fiorentini.
Che ne è stato di questa militanza nelle letture successive? Molto poco. Il petrarchismo ha avuto la meglio. Ancora a Novecento inoltrato i nostri premi Nobel, Quasimodo e Montale (meglio tutto sommato ha fatto Deledda da scrittrice di righe) si sono contenuti abbastanza nel riserbo, l'uno - "come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore?" - chiudendosi nel suo ermetismo prezioso, l'altro riservandoci l'assunto del "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" come unico messaggio di resistenza, che comunque, devo ammettere, non era poco.
Qualcosa sta cambiando. Ma animare come fa Dante i versi di scontri, di conflitti, di rivoluzioni scientifiche, di quelle politiche, dello sconvolgimento epocale della globalizzazione, della comparsa di soggettività nuove, insomma del presente come Storia, richiede di inventare linguaggi nuovi, formule nuove di versificazione, uno sguardo diverso. Percorso non breve né facile, con un amico poeta e scrittore abbiamo aperto un blog che si chiama 'diepicanuova' (qui). Lì discutiamo e presentiamo autori che vanno in quella direzione."

mercoledì 16 dicembre 2020

Fontanile con martin pescatore



 Come succede nella fisica quantistica dove un elettrone è supposto essere qui e lì allo stesso tempo, il Martin pescatore qui nel disegno digitale lo vediamo attento osservatore dall'alto e da destra ma in realtà sta sul ramo di una delle betulle della sponda sinistra del fontanile.

Il risultato dovrebbe essere appunto un invito al fontanile (magari ingrandendolo).La campagna a Ovest e Sud di Milano è particolarmente ricca di fontanili. Sono acque sorgive, limpide e pure più di quelle del fiume (e dei canali), sfruttate sin dal medioevo sono una ricchezza naturale che ultimamente, a fabbriche dismesse, sono tornate ad essere sfruttate per la produzione di ortaggi e frutta grazie all'impegno di contadini, cittadini appassionati ma anche studenti e docenti. A km zero. La sorpresa è ovviamente anche la bellezza di questi luoghi, abitati in particolare dal martin pescatore che pesca nell'acqua pesci e qualche rana, rari a dire il vero per l'incuria dei decenni passati.

giovedì 15 ottobre 2020

Tucson AZ 2020






Volevi dirmi questo, che sopravvivere
è più facile che vivere. 
Per questo portavi sulle spalle uno zaino 
rigonfio di chissà cosa.
Ho visto la tua sagoma col passo ingobbito
trascorrere nella vetrata e sono sceso nel giardino
fra i due alberi di mesquite già pieni di baccelli
come dovessi spaventarti.
Ma dove vai? ingarbugliavo il mio inglese
col tuo sconcerto e il mio allarme.
Hai guardato i miei piedi hai detto cerco money,
e li cerchi qui? e soldi in realtà volevi
e mi guardavi spaventato le mani,
ma vattene dico e tu fai per scavalcare il muro
del vicino, ma no non di là, qui nessuno spara
di là non so.
Hai smosso passandomi vicino un'aria
di afrore invero poco solforoso, diavolo d'un afroamericano
che parli una lingua piena di radici latine nascoste
dalle tue vocali deboli.
Al cancello ti sei fermato, hai preso in mano il chiavistello
sgangherato e l'hai scosso guardandomi.
Lo so lo so che è da aggiustare, non ho più le mani
per queste cose, lo dirò a my son...
Ma tu volevi dirmi che per qualche dollaro
lo aggiustavi tu, perché forse sopravvivere
è più facile che vivere.
Vattene va, non è più il tempo per lavoretti
né c'è spazio per sopravvivere. Non ti resta che vivere.
Anche se qui la vita vale molto poco, molto meno che
nel vecchio mondo, so far!
Lo sapevano già compagni e compagne di strada, George Floyd
in Minnesota, Ahmaud Arbery in Georgia, Breonna Taylor
in Kentucky, Manuel Ellis nello Stato di Washington 
e i 755 negli ultimi tre anni morti ammazzati.
Vattene va, ti dico questo, nel cammino vesti di chiaro
solo nel giorno e cammina contro sole
che l'ombra non ti preceda.

martedì 11 agosto 2020

La Resistenza e la memoria necessaria

Qui in Toscana è tempo di memorie legate alla Resistenza. Ieri Stazzema, oggi la liberazione di Firenze. La Toscana è stata epicentro della linea gotica e quindi ce n'è da rammentare, commemorare. Non posso fare a meno, scorrendo le immagini del Gr3 toscano, di avere il solito allarme contro la retorica. Ma mi passa subito. Vengo dagli anni cinquanta, sessanta, settanta, ecc. quando le commemorazioni istituzionali erano gonfie di retorica. Eppure anche allora c'erano quelle onorevoli e sincere. Persino dentro la DC c'era una parte sincera. Quanto ai 'sinceri democratici' che dire? Il fatto era che le istituzioni pensavano a bilanciarsi e questo bastava a quelli della mia generazione ad allarmarsi contro la retorica, c'era troppo 'bilanciamento' e noi avevamo forte la consapevolezza che la Repubblica era troppo occupata ancora dai fascisti storici e da quelli novelli. Il problema è che nonostante i decenni, con gli omissis e i cosiddetti misteri delle stragi fasciste, con la riedizione farsesca del fascismo berlusconiano, con le brutture reazionarie dei razzisti di oggi, per tutto un apparato istituzionale non si può tuttora evitare di sentire allarme per la retorica, vuota di vera Storia. Eppure c'è da rammentare, occorre continuare a farlo, ma occorre aggiungere alla memoria la memoria della memoria. Continuare a rammentare che c'è stata e magari c'è una memoria vuota e retorica ma che da quella prendiamo le distanze, sempre. Occorre ricordare ai nostri nipoti che c'è una memoria necessaria per dare senso alla Storia e una memoria retorica, vuota, da spazzare via.

martedì 21 aprile 2020

Emozioni e ragione, il prof il primo giorno di scuola



Una questione di metodo. Buona anche in questo tempo di coronavirus.

Mi arriva dalla citazione che Raffaele Sciortino fa a un certo punto nel suo ultimo libro -I dieci anni che sconvolsero il mondo (Asterios, 2018) – tratta dalle Glosse marginali di critica all’articolo “Il re di Prussia e la riforma sociale, firmato: un Prussiano” di Karl Marx del 1844.


Scrive Sciortino:

Prima di procedere all’ultima parte di questo lavoro è bene tenere presente, senza nasconderci la quasi abissale distanza di contesto storico, un’avvertenza di metodo ovvero di sostanza formulata da un giovane tedesco a metà ottocento:


L’unico compito di una mente pensante amante della verità di fronte ad una prima esplosione della rivolta degli operai salesiani, non consisteva nel sostenere il ruolo del pedagogo di questo avvenimento, ma piuttosto nello studiarne il peculiare carattere. A ciò si richiede soprattutto una certa perspicacia scientifica e un certo amore per l’umanità, mentre per l’altra operazione è più che sufficiente una fraseologia spedita intinta in una vuota compiacenza.


La chiave di questo passo sta a mio parere nell’uso ripetuto di Marx dell’aggettivo ‘certo/a’. Quello che Marx ritiene necessario di fronte ad un evento, una ricerca, un'esperienza, è non una generica perspicacia scientifica, ma una ‘certa’ perspicacia scientifica, ‘certa’, cioè sicura, vera, accertata.

Credo di possedere una perspicacia scientifica però niente affatto sicura, accertata. Mi basta però. Riesco a cogliere, in superficie, la qualità scientifica di materiale filosofico, matematico, antropologico, ecc. Seguo ‘certe’ regole però quando parlo di Storia e di Poesia (scrivo Storia con la maiuscola perché la Storia non è la mia storia, scrivo Poesia perché non parlo della mia poesia). L’uso attento delle fonti per la Storia e la conoscenza dei caratteri specifici della scrittura poetica mi fa sentire a posto.

Quando a scuola mi trovavo a fare incursioni in discipline scientifiche con le quali avevo una familiarità per l’appunto solo scolastica, curavo di avvisare che quanto andavo affermando sulle loro caratteristiche era sicuramente parziale, quello che volevo era suscitare in loro solo qualche curiosità in più e che quanto dicevo poteva bastare solo a farsi un’idea generica, insomma li invitavo ad andare oltre me. Fermo restando che nelle due discipline di cui ero diretto responsabile dovevano seguire le mie indicazioni di percorso.

Il mio materiale specifico da dover studiare per coglierne i caratteri peculiari erano di fatto i miei allievi e cambiava tutti gli anni, ogni anno avevo nel triennio finale dell’Istituto in cui insegnavo una nuova terza classe che avrei condotto fino alla maturità.

La mia ‘perspicacia scientifica’, con l’andare degli anni, divenne sempre più certa. Ma di fronte a quell’evento il mio impegno che poteva contare sull’esperienza passata era ugualmente tesissima perché sapevo che quegli allievi erano comunque diversi dai precedenti e avrebbero messo all’inizio un po’ in crisi le forme di una relazione ancora una volta tutta da scoprire.

Ho sempre avuto una decisa attenzione a non farmi pedagogo in quel nuovo evento della relazione che stava nascendo. Allievi e allieve hanno un fiuto speciale – nulla di scientifico ma di cui tenere conto – che li/e mette in grado da subito di capire di che pasta è il prof. Mettermi a fare il pedagogo significava partire col piede sbagliato, con conseguenze durature. Occorreva dare giusta importanza a quella situazione mescolando il facile col difficile. Ma soprattutto rinunciare a qualsiasi compiacimento narcisistico, una delle cadute di stile di un prof più frequenti. Allievi e allieve sanno come impostare la loro relazione dalla quantità di narcisismo che il prof esibisce nella prima ora di lezione di un nuovo ciclo scolastico approfittando della sua posizione di potere, della sua padronanza del linguaggio.

Ma poi Marx avverte appunto, la tensione scientifica senza un sicuro amore per l’umanità non va molto lontana. Osservazione di metodo quanto mai opportuna in tempo di pandemia.

Che ne sarebbe stato del mio piacere nell’insegnamento se non avessi amato senza riserve il primo giorno di scuola di una serie infinita di anni scolastici con quell’incontro di così profonda emozione e di tensione della ragione?

giovedì 16 aprile 2020

Una riflessione a due su paura e sgomento al tempo del coronavirus


di Adriana Perrotta e Paolo Rabissi
L'emergenza da coronavirus in corso ci mette di fronte a episodi che non tranquillizzano per niente sul futuro. Le tentazioni autoritarie nel nostro paese hanno una storia lunga ma l'emergenza in corso fa temere a molti una loro presa maggiore, cosa che non poche delle forze politiche in gioco non mascherano più di tanto nei loro proclami e inviti, che vengano dall'opposizione di destra o da certi settori del governo.
Soprattutto si teme che le necessarie misure, prese di autorità dal governo per contenere il contagio, possano residuare sul lungo periodo imposizioni e diminuzione di libertà civili. Una realtà che avrà purtroppo la sua legittimazione tecnica se è vero come sembra che gli effetti del coronavirus possono durare anche uno o due anni, se è vero come sembra che i corona virus mutano e che già nel prossimo autunno potrebbero ripresentarsi sotto altre forme.
Tuttavia quello che ci preme, e dovrebbe premere a chiunque, è di non contribuire in alcun modo a diffondere smarrimento e paure, alimentare isterie individuali e collettive, per cui sentiamo l'obbligo di prendere posizione contro coloro che invece lo fanno. Di fronte a quattro cretini in divisa, che investiti finalmente di un po' di autorità ne approfittano per vessare cittadini e cittadine, certuni/e finiscono col denunciare come inutili i provvedimenti di restrizione alla nostra vita quotidiana e col sollecitare alla ribellione in nome dell'antiautoritarismo dal quale la nostra generazione e le successive provengono. Posizione ambigua, soprattutto perché paladini strenui delle libertà democratiche oggi sono i partiti di destra. Ma posizione anche isterica perché gridare al lupo al lupo in questo caso è semplicismo politico, occorrerebbe spiegare se si è convinti/e che la diffusione del virus avviene per contagio oppure per sfiga o per dannazione dei Sapientes all'autodistruzione. Siccome avviene per vicinanza e contatto l'unica cosa da fare è stare alla larga dal prossimo tuo. Certo si possono  suggerire, e qui i social, i centri di controinformazione la rete ecc possono fare molto, modifiche, attenuazioni, priorità. Senza disinvolte pressioni della pancia.

Poi ci sono certi/e intellettuali che farebbero meglio a stare zitti/e.
In rete, nei fogli on line, abbondano. Abbondano anche altrove. Hanno purtroppo il piglio moralistico con il quale ci si accusa di non renderci conto dell'abisso di inciviltà in cui avremmo accettato di piombare ubbidendo alle restrizioni: crediamo sia da respingere in toto, è una posizione che  non riconosce gli affanni, i tentativi di andare avanti, malgrado paure e insicurezze in agguato, le riflessioni condotte da molte/i e le pratiche e le iniziative messe in atto, anche nell'attuale situazione, per trarre da questa sciagurata emergenza, perché di questo si tratta e non di una invenzione dell'orrido Potere, insegnamenti per evitare di tornare tout court alla "normalità" precedente, che non ci piaceva e che già combattevamo culturalmente, socialmente, politicamente. Non so se ci riusciremo, o saremo stroncate/i, ma forse occorrerebbero parole di incoraggiamento, piuttosto che altezzose reprimende da parte di chi "ha capito tutto".
Ci sono anche quelli/e che sostengono che il paese di fronte al virus è crollato eticamente e politicamente. Lasciamo stare che a buona ragione uno potrebbe dire che è da mo' che è crollato, epperò la maggior parte dei cittadini/e ha accettato le misure di sicurezza, la Confindustria ha continuato a fare la Confindustria, gli/le operai/e che hanno dovuto lavorare hanno continuato anche a scioperare per ottenere maggiori garanzie, compresi i driver. Che poi il governo ci provi a fare il di più c'era da aspettarselo, continuiamo comunque nel parere che in casa bisogna restare: ma davvero non c'è più nessuna fiducia che se dovesse esagerare e approfittarne troppo una buona parte del paese non gli scatenerebbe addosso una reazione (noi vecchietti compresi)? Non ci crediamo. L'unico problema sarà che prima a farla sarà la destra, in nome delle libertà morali, etiche e costituzionali di cui è diventata depositaria. Grazie anche alla fu sinistra.
Si parla di aggressioni e delazioni da parte di vicini/e di casa? di caccia agli untori? di abusi di forze dell'ordine?...Non è che siano proprio delle novità! Sarà che queste cose si sono intensificate da quando una sciagurata destra al potere economico, finanziario, culturale - e ci mettiamo dentro certa parte della "sinistra istituzionale" - ha occupato i posti dirigenziali di questo sfortunato paese. Lavoratori non italiani uccisi, non italiani accusati di essere stupratori in quanto etnia... E poi Carlo Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, Varalli e Zibecchi..., Genova, con i responsabili premiati, arresti di chi manifesta contro il Tav, migranti lasciati morire in mare... Questo e molto altro è il recente nostro passato repressivo, da quando si è lacerato il tessuto sociale e democratico egemonico in Italia fino a qualche decennio fa. Non parliamo dell'austerità, della disgregazione della sanità pubblica a favore della privata.
Se si vuol dire che questa mentalità repressiva e barbara coglie l' occasione per manifestarsi più  liberamente oggi, grazie all'emergenza, siamo d'accordo. Se si vuol dire che i e le responsabili della distruzione del tessuto democratico vogliono e tenteranno di approfittare anche loro per dare un colpo a espressione e iniziativa di pensiero critico e dissenso, è una paura che abbiamo tutte e tutti. Ma appunto occorre non solo vigilare, ma incoraggiare e rendere il più possibile pubbliche tutte le riflessioni e pratiche che comunque si mettono in atto per fare argine a questa ondata autoritaria e regressiva (pensiamo ad esempio che in Polonia stanno approfittando per dare un colpo all'interruzione volontaria di gravidanza, mentre le donne non possono manifestare per il lock down, e hanno tentato anche qui). Iniziative che comunque esistono, basta cercarle.
In ultimo: ci sono addirittura coloro che accusano di ignavia e subalternità chi ( e sono la maggior parte del paese) si attiene alle disposizioni. Pensiamo che non sia giusto né produttivo, che sia deprimente lanciare solo allarmi senza avanzare ipotesi plausibili: ribellarsi alle misure imposte, rischiando contagi. A meno che non si pensi che non sia una pandemia, ma un semplice strumento esagerato per imporre il controllo.





venerdì 10 aprile 2020

Ballata del raddoppio









Acqua vino acqua vino amico amico
è un bisogno così, di raddoppiare,
per fare presa, per non vacillare
riprendere quel ritmo ormai antico

di ventre e testa che badano al cuore
mettendo a prova talento e passione
ricerca e sfida infinite del come
tenerli insieme senza errore, errore

acqua vino acqua vino amico amico
raddoppiare ti aiuta nello scarto
tra umori e senso evita l’incarto
col troppo semplice, dì amico amico

raddoppia la parola, il senso senso
è andato un po’ smarrito in dicerie
nelle vuote parole di agenzie
interessate solo al tuo consenso.

lunedì 30 marzo 2020

Elogio del commiato (in occasione dei funerali di Primo Moroni)


ELOGIO   DEL COMMIATO 
( in occasione dei funerali di Primo Moroni)

Al primo sparo s’é squarciato il cielo
palesando a noi che il nulla era
e fece così più care le schegge nei cuori trafitti.

Salute a te nobile scorta  che onori così bene ,  e la ritardi,  questa Morte                       
e  abbassando il cielo  lo sveli pullulare di stelle e pianeti .

Al secondo sparo ha esitato
quel medesimo cuore scheggiato
a mescolare di vita la morte:
eppure gli uni
già intonavano canti gentili
altre colmavano spazi
con molli passi di danza.

Al terzo sparo la tua Morte, fratello, 
s’é fatta prudente
con roseo pallore da giovinetto
in veste vermiglia 
ha atteso tra noi paziente
il muto consulto e lungo degli sguardi
lo scanzonato saluto mesto tra noi.

Salute a te nobile scorta che hai preso per mano così bene la sua Morte
e l’hai resa paziente con gli spari colorati e le danze, lei che immediati
abbandoni del cuore pretendeva.

Al quarto sparo  
parole di mescolanza s’é detta la folla
di doppie radici nell’amore
e in quelle parole
che dicevi di memoria e di futuro.

Il  quinto sparo sul selciato fumigante
a tutti ha disvelato
dei rami d’inverno la calda giovinezza
dei fiori quasi nati la piena maturità
la salda vertigine dei sogni.

Salute a te, nobile scorta del corpo presente e immateriale, bene hai conservato  
il timbro della sua voce per il nostro ristoro e  in egual modo celebrasti 
echi e luccicanze.
*
sul sagrato della chiesa la mattina  del funerale i compagni e le compagne di Calusca hanno fatto una scenografia così emozionante con quei petardi colorati e le danze che sovrastava la mia commozione per Primo, uno degli eventi più laici cui ho assistito, lo scopo era quello di festeggiare la vita e relegare la morte in un canto.

mercoledì 18 marzo 2020

Una stagione né complicata né semplicistica

Appartengo a una generazione educata secondo principi autoritari, ci siamo ribellati ad essi, abbiamo messo le basi per una via diversa. E’ cominciata con l’adesione a una strada che appariva alternativa ma era anch’essa autoritaria, non c’è voluto molto per smascherarla. Liberarci dell’autoritarismo fascista e comunista è stata la nostra strada di liberazione. Cosa c’era su questa strada e alla fine di essa? Questo è il problema di molti/e. Le ipotesi sono tante, nessuna convincente. La mia esperienza profondamente antiautoritaria ha avuto come esito, alla fine del lungo ’68, una posizione abbastanza libertaria, l’unica ipotesi che accetto è il percorso, la strada in sé. Il movimento reale delle cose. Nella sua complessità, prendendo distanza dal troppo e dal troppo poco. Scegliendo il semplice, non il più semplice. Puntare a questo equilibrio difficile per me è una cifra di vita. Occorrono energie grandi, una passione lucida per non cadere da una parte o l’altra dei due fronti, insidiosi e nocivi entrambi. Potrebbe anche succedere che in questo percorso io finisca con l'imbattermi, insieme a tanti altri, in qualcosa di simile a quel comunismo che avevamo in mente o forse non gli assomiglierà per niente ma ci sarà sempre bisogno di energie grandi, passioni estreme antiautoritarie per evitare da un lato che quell'ipotesi si faccia stato, per evitare dall'altro che prendano piede le forze della reazione.

Oggi è un gran parlare dei pericoli di derive autoritarie del (dei?) governo, approfitta dell’emergenza per rendere stabili provvedimenti di esclusione, di accorpamento di poteri locali e no, di sotterranei supporti ai poteri forti che tanto occulti non sono, ecc. Un quadro possibile ma non va presentato a mio parere come un matassa ingarbugliata da dover sciogliere, è da quando ho la ragione che questo è il quadro politico reale che mi ha accompagnato. Ebbene, ieri le lotte operaie in primis, quelle giovanili delle scuole, quelle del femminismo, hanno in qualche modo fermato le derive autoritarie degli anni passati, colpi di stato tentati, colpi di stato vicini a realizzarsi, violenze atroci realizzate. Io mi sento fiducioso, le lotte di vecchi soggetti si uniscono oggi a quelle de* nuov* sfruttat* del lavoro precario, manuale e intellettuale e basta affacciarsi sulla rete, una ‘strada’ inaspettata fino a poco tempo fa, per rendersi conto che ci sono energie e passioni disposte a spendersi per quel progetto che non può per me che essere complesso ma non complicato, semplice ma non ridotto a una semplificazione. La tentazione verso il semplicissimo o verso il complicato nasconde percorsi narcisistici e autoritari, mi sembra il pericolo maggiore da cui guardarsi, lo dico soprattutto per i giovani ricercatori di strade diverse.

giovedì 19 dicembre 2019

Nino che agita arte e poesia in Corvetto



L'amico poeta Nino Iacovella agita arte e poesia in piazzale Corvetto. Gliene sono grato perché è il modo migliore per raggiungere un pubblico che non sia di addetti ai lavori. Si ascolta con piacere all'aria aperta. Anche oggi 19 dicembre, appuntamento alle 18,30, Nino mi ha invitato a partecipare. Ci sarò ma solo per un saluto non per leggere anch'io, i motivi (e altro) sono dichiarati nello scambio che io e Nino abbiamo avuto su Facebook questa mattina:

Paolo:

Ciao, saggio di musica di Naima nipotina più grande e poi cena con entrambi i nipotini! Vengo lo stesso per il piacere almeno di esserci, per fare un breve saluto ma preferisco non leggere.

Nino:

È sempre una gioia averti con noi in piazza, simbolo di battaglia sociale ma anche di storia privata, visto che il Corvetto appartiene alla tua storia sentimentale.

Paolo:

Battaglia sociale e storia privata, la dicotomia che abbiamo tentato di far saltare! Era in gioco una identità nuova. Continuiamo a provarci, sembrava a portata di mano in realtà vuole tempi biblici. Basta non morire, del resto chi l'ha detto che moriamo? Chiamo Orazio a testimone, non omnis moriar...

mercoledì 13 novembre 2019

Nel salotto letterario di Gabriella Galzio




Nel salotto letterario di Gabriella Galzio, nota poeta romana trapiantata nell'Oltrepo pavese, si respira un'aria decisamente milanese. Anzitutto perché si lavora. Quasi tre ore tra le sue acute presentazioni critiche, solitamente tre, di autori e autrici che nella serata vengono chiamati/e a leggere e commentare le proprie opere, i commenti successivi della dozzina di presenti alle opere lette e la finale estrazione di una carta da gioco che designa un/a autore/rice chiamato/a a leggere la volta successiva. Il tutto scandito da una clessidra dalla sabbia celeste (gestita con garbo ma con determinazione dalla padrona di casa) che aggiunge un pizzico di esoterismo ma che richiama tutti/e al rispetto dei tempi. A garantire infine la qualità milanese dell'incontro c'è la cena fredda, più o meno in piedi, cui ciascuno ha contribuito, che prolunga a piacere la serata. Tra i presenti, quelli più in età, hanno già provveduto autonomamente, nel pieno spirito della situazione, a governare la salute con l'assunzione della pillola serale o a sgranocchiare un tramezzino necessario per calmare la calata degli zuccheri e bevendo da un piccolo termos conservato nello zainetto. Solo in pochi abbandonano il campo, tra costoro il sottoscritto, qualcuno forse con qualche rimpianto. Perché, si sa, e questa forse è pratica universale non solo milanese, in quella situazione si consumano i commenti più franchi, si legano amicizie, si prospettano incontri e progetti. Insomma una serata intensa e ricca, non potrebbe essere altrimenti se si considera che Galzio organizza questi incontri partendo da un assunto impegnativo, quello di dare spazio a una poesia e a una letteratura che aggancino tensioni civili, politiche, etiche.
Questo spiega anche perché ha dato spazio anche ai miei versi, quelli cioè che appartengono all'ultima produzione e che hanno le loro premesse teoriche e pratiche nel blog diepicanuova.it fondato con Franco Romanò (qui). Ma Galzio ha fatto a dire il vero qualcosa in più, nel presentare il poemetto che poi ho letto (quello intitolato Di signoria e servitù... che appartiene alla raccolta Inverno a Colonia ancora inedita) ha fatto un excursus critico sulla mia produzione cercando di dare ragione a una certa evoluzione in senso 'epico'. La ringrazio anche qui. Riporto il testo del suo intervento che mi ha gentilmente spedito.


PAOLO RABISSI
Paolo Rabissi, questa sera, vorrei prenderlo per la coda, ossia vorrei partire dai suoi inediti, anche perché è dalla coda che l’ho acciuffato alla libreria esoterica quando gli ho sentito leggere alcuni testi tratti da “Inverno a Colonia”, e mi sono parsi diversi dalla sua precedente produzione, destando in me una certa curiosità. La curiosità nasceva dall’ascolto di una sorta di ampiezza degli orizzonti del discorso poetico, da una tenuta etica del testo, certamente da un’inclinazione a testimoniare la storia della nostra civiltà. Motivo per cui l’ho coinvolto nei nostri incontri. La lettura ha poi confermato quanto percepito nell’ascolto. E per meglio comprendere questi ultimi testi, ho pensato di accostare un resoconto della discussione, promossa da Rabissi e Romanò, intorno all’idea di una “epica nuova”, perché negli inediti di Rabissi, vi si riscontrano parecchi tratti. Comunicabilità, oggettività, recupero di un forte senso della Storia. Come lui stesso mi ha detto, a un certo punto si è data la “stura” di una poesia narrativa ed evocativa - e aggiungo – che rinvia ora al tempo presente ora al tempo passato, dal verso lungo e disteso, totalmente libero e irregolare. Una poesia che si sottrae all’oscurità dei significanti e ai crucci individuali esistenziali e identitari. Mancano dunque eroi e guerrieri dell’epica tradizionale – più semplici Tonino e Angelo attraversano una storia di zappa e semina, sulla scia di quella ragazza Carla inaugurata da Pagliarani (non a caso compreso anche lui tra gli autori considerati di epica nuova). E non si tratta nemmeno degli antieroi, o delle antifavole o del non senso, che pure attraversavano la neoavanguardia romana del laboratorio di Pagliarani (di cui sono stata io stessa testimone). Perché qui il senso c’è ed è serio. Sono i soggetti sociali e politici forti ad essere al centro dell’attenzione, in quanto portatori di forme nuove di vita, cultura e identità. Nel senso più profondo, l’epica nuova di cui sono espressione i testi di Rabissi, si muove entro un orizzonte di ricerca positiva, non inconsapevole del conflitto, ma sottratta al sentimento di impotenza. “Chi non spera l’insperabile, non potrà mai scoprirlo”, recitano i versi di Eraclito in epigrafe a “La solitudine di Schenk” anch’esso parte del poema “Inverno a Colonia”.

Se tutto questo è il precipitato dell’ultima produzione poetica, vediamo ora come Rabissi ci arriva. Risaliamo dunque all’indietro. Con l’ultimo libro edito “I contorni delle cose” (del 2010), ci troviamo certamente di fronte a un libro di snodo: si colgono già nell’ultima sezione testi come “Lettera all’amico tornato in città” e “Il bello della miseria” che anticipano questa vis narrativa che distende versi dal lungo respiro in prosa con naturalezza ritmica, ricordando il miglior Sereni (compreso più tardi anche lui tra gli autori di epica nuova). Ma in questo libro è ancora in bilico la scelta del poeta che nell’omonima poesia, s’interroga: “Si sgraverà della moltitudine/ per centrare la lirica? O scorrerà leggero sulle varie umanità?” Il Rabissi della sezione “Diario sentimentale” di questo libro è ancora l’Autore di versi meno lunghi, di poesie limpide, dai finali talvolta epigrammatici, enigmatici, ma ancora brevi. Nella polifonia dei soggetti, si spartiscono la scena l’io, il tu, il noi, il voi e la terza persona per dire, per narrare, ma sono ancora vicende radicate nel quotidiano, anche se emerge, per es., tra i temi di epica nuova, lo scontro tra uomo e donna nel rapporto d’amore permeato dalla cultura patriarcale. “L’amore verrà/ e sarà quello che avrai cercato/ con occhi da combattimento”. Del resto, anche nella plaquette d’esordio “Città alta” (del 2001), quelle vicende del quotidiano, quell’”acqua di tutti i giorni” in cui era radicata la sua poesia, rimandava pur sempre, sia pure per assenza, a un’”acqua senza storia”, segno che la storia come dimensione poetica già innervava il suo quotidiano e che della sua poesia successiva sarebbe rimasto un caposaldo, dapprima come passato personale, poi come storia collettiva (seguendo una parabola che molto ricorda quella di Romanò, con cui forse non a caso ha dato vita alla riflessione su un’epica nuova). Inizialmente dunque una storia personale di emigrato (si direbbe al contrario, da nord a sud, dalla sua Trieste alle Puglie), nel suo caso per ragioni storico-geopolitiche a seguito delle revisioni di frontiera con la Jugoslavia. Una storia di sradicamento che consente un’altra “disadattata” focale d’osservazione, lo stile è limpido, e il tempo è il presente, fedele testimone dei fatti alla maniera di Neri. Il tono è sobrio, asciutto, colloquiale, già allora all’insegna della comunicabilità, talvolta con finali quasi plastici (come “Il barbiere [che] resta con le forbici per aria”); il verso è già sin dagli inizi irregolare e alterna versi più brevi e affondi in versi più lunghi che si distendono. Questo stesso background biografico irraggerà anche il suo successivo “La ruggine, il sale” (del 2004), anche se qui il focus della poesia apparirà intensificarsi sui tanti nodi dell’esistere, il tempo passato sembrerà prendere la mano al tempo presente, e una poesia in prosa alla Giampiero Neri sembrerà farsi più insistente.

In grande sintesi, Rabissi, mi è parso tra gli Autori più fortemente lombardi per i suoi riferimenti formativi (Pagliarani, Neri, Sereni) che però oggi si stacca da quel retroterra noto per avventurarsi in un territorio ignoto cui è stato dato il nome di “epica nuova”…quali i tratti di continuità, quali le fratture o le discontinuità, ce lo dirà nel tempo…



“Incontri tra Autori”, 14 maggio 2019                                     Gabriella Galzio    











giovedì 17 ottobre 2019

La prima raccolta di racconti brevi di Adriana Perrotta Rabissi: 'Sfocature'

I dieci racconti di Sfocature pubblicati ora su Overleft (www.overleft.it) compaiono con la nota critica di Franco Romanò della quale riporto le prime righe:

                                                                           

Sfocature, di Adriana Perrotta Rabissi, è una sequenza di rapide narrazioni, di cui alcune già pubblicate sulla rivista online a.VERARE. Il racconto breve e brevissimo gode di una tradizione, pur essendo un genere giovane e questa raccolta s’inserisce in esso con una spiccata originalità. Il titolo evoca immagini di rarefazione e ci immette in un universo di incertezze e inquietudini; anche i titoli dei singoli racconti, confermano questo imprinting iniziale con altrettanta coerenza. Alcuni sono una variazione sul tema (Distorsioni e Amnesia per esempio), altri decisamente spiazzanti come Tavola imbandita thailandese e Fogli di carne, altri ancora – all’apparenza del tutto normali come Metropolitana - nascondono nelle loro pieghe situazioni paradossali e disturbanti.

Qui riporto i primi tre racconti.

Distorsioni

Impegnata a sistemare nel bagagliaio dell’auto una scatola tra valigie, sacche e borse, non si accorge dell’uomo fermo dietro di sé, immobile tranne che per il pomo d’Adamo che sale e scende in modo rapido. Si volta con un breve sorriso accompagnato da uno sguardo interrogativo, l’uomo si riscuote e passa oltre, senza parlare, come preso da urgenza. Tra una divagazione della mente e l’altra ripensa a quando ha rischiato di esporsi a sguardi indiscreti per quell’azzardo sporadico, oscillante tra spavalderia e ritegno, di girare in minigonna senza slip. Ma forse l’ha immaginato, o l’ha sognato.

Al lavoro non ama distrazioni che non siano l’abbandono al fiume sotterraneo di pensieri-emozioni nel quale immergersi e nuotare, ogni tanto. Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione. Nessun disturbo o interruzione. D’all'esterno, osservando attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto. Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ha ampliato per qualche tempo l’arco di vita.

Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ammirazione che ricerca con meticolosità, l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro

Non sa se preferisce gli uomini o le donne.

Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo un giardino con fiori dal colore acceso; peccato per quel portone di vecchio legno, poggiato sul mare, largo quanto l’orizzonte, che impedisce il passaggio. Sa che dall'altra parte ci sono persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto una, di cui sente la voce, ma non trova un varco. Teme che il mare aperto sia mosso, e indugia al di qua del portone. Al risveglio si rammarica

 ***

Desideri

La mattina si presenta fredda ma limpida; finalmente un giorno in armonia con l’immagine interiore della stagione, allora è tutto in ordine, la giornata scorrerà tranquilla. Da quando ha smesso di lavorare si alza serena, può indugiare nel ricordo dei sogni appena fatti, le sensazioni sono le stesse di quando era bambina, ma ora non può evitare di interrogarsi non sul significato, ha imparato che un sogno vuol dire qualcosa e il suo contrario, ma sullo stato d’animo che l’ha determinato. Solamente rimpiange la perdita della magia di allora.

 Nel parcheggio del Porto Antico c’è posto, l’incontro con Mirko la turba un poco; perché poi vedersi in un luogo così denso di ricordi da mettere a rischio l’autocontrollo, che pena sarebbe essere tradita dall’emozione. Si rimprovera la sua solita resistenza a rifiutare inviti rivolti con gentilezza; l’abbandono alla tenerezza di un momento le impedisce di assecondare il proprio desiderio, come se fossero soltanto i gesti arroganti quelli in grado di suscitarle per reazione l’amor di sé.

“Sono qui da un po’, temevo non venissi più. Camminiamo verso il molo?”

“Allora, che cosa c’è? Perché siamo qui?”

“E’ una banalità dire che sei cambiata poco in trent’anni?”

“Abbastanza, ma mi sta bene lo stesso il complimento”

Il fastidio per i modi e le parole scontate non cancella del tutto il senso di leggera euforia che la invade, chissà se anche a ottant’anni sarà sensibile agli effimeri apprezzamenti dei quali, forse, sarà ancora fatta oggetto. Non si è ancora liberata delle insicurezze adolescenziali.

E’ in piedi su una roccia protesa nel mare, le onde si fanno più agitate a vista d’occhio, questa volta decide di scendere nell’acqua, che si rivela azzurra e calma, il mare è chiuso, senso di appagamento, eppure, un momento prima, dalla finestra della sua casa di bambina aveva guardato con timore, misto a desiderio, il mare aperto, pulsante di un moto crescente.

E’ stato piacevole ritrovarsi con un vecchio amore per una conferma, non cercata, di quanto fosse conclusa la relazione già al suo inizio. E’ stata bene, ha mangiato con appetito, chiacchierato del più e del meno, compensando, a distanza di anni, le ansie e angosce provate al tempo del suo innamoramento.

Prova curiosità per la riunione in una vecchia libreria nel cuore della città. Le ha telefonato un’amica: “ Ci rivediamo, un po’ di vecchie e un po’ di giovani che vorrebbero conoscerci. Hanno letto qualche libro, ma non hanno capito molto, non c’è niente in giro in grado di trasmettere davvero quello che è successo trent’anni fa. Quando vengono in libreria parliamo un po’, mi hanno quasi costretto a vederci, non ho saputo dire di no, si tratta di un paio d’ore. Vieni anche tu.” Perché no, le piace sempre incontrare persone; quando lavorava si trattava di incontri obbligati, ora le sembra un lusso scegliersi le situazioni, anche quando si rivelano poco interessanti.

Si è rammaricata per anni di non avere avuto figli, prima era troppo occupata con il lavoro, l’amore, i viaggi, poi, quando ha deciso di fermarsi e provare non sono venuti. Chissà come sarebbe andata se avesse fatto coppia stabile con una donna, avrebbero deciso e ottenuto di avere figli? Si sarebbero trovate insopportabili l’una con l’altra, salvo aiutarsi –dovere o piacere- in caso di reciproco bisogno? Oppure avrebbero condiviso serenamente le loro condizioni di bambine-ragazze –giovani donne e donne adulte, scambiandosi pensieri, esperienze e amore?

Il vano sul retro della libreria, metà magazzino e metà soggiorno con una ventina di seggiole in legno, è confortevole, una decina di donne lo occupa, non si è perduta l’abitudine di portare qualcosa, una scatola di biscotti, salatini, acqua minerale, c’è anche una bottiglia di bianco, secco. Saluti, presentazioni, l’inevitabile imbarazzo del prendere la parola. La più disinvolta, laureata in ingegneria meccanica, lavora in una multinazionale di progettazione di impianti idraulici per usi industriali, rompe il ghiaccio. Fino ai vent’anni non si è interessata ai discorsi delle donne sulle donne, al liceo ha vissuto in classe una situazione di eccellenza femminile. Apprezzata da insegnanti e studenti, ammirata e corteggiata, a volte è corsa in aiuto di ragazzi timidi e miti, maltrattati da coetanee in mille modi. All’università è stata sempre tra le migliori, ha studiato senza eccessivi tormenti e patimenti. Ha confortato amici inconsolabili, piantati all’improvviso dalle rispettive fidanzate, molto più numerosi gli abbandonati che non le abbandonate. E’ proprio una donna nuova, emancipata, lontana, per quanto le è possibile, dal lavoro di cura, autostima senza superbia, rapporti franchi con uomini e donne, individua con precisione e rapidità il proprio desiderio riguardo a persone, oggetti, situazioni. Mentre lei, pur con il pallino dell’emancipazione in testa fin piccola, ha scelto una professione che è pur sempre un’estensione del lavoro di cura.

Un misto di ammirazione e di angoscia la invade, se non si fosse lasciata andare a una sorta di automoderazione, se si fosse ascoltata con maggiore attenzione, chissà quale sarebbe stata la sua vita. A dieci anni, quando aveva conosciuto a scuola la chimica, aveva deciso che avrebbe studiato chimica industriale, per andare a dirigere un'azienda nel deserto. Questo ha sostenuto per tutte le medie e il liceo. Al momento di iscriversi all’Università si è iscritta a Lettere.

Si sente rincorrere mentre si avvia verso casa: “Non ho avuto modo di dirlo prima, parlavamo tutte insieme, volevo dire che vi ammiro molto, voi di una certa età, avete vissuto in momenti più difficili di noi, minori libertà di costumi e maggiori difficoltà ad affermarvi nel lavoro. Eppure siete state così brave a riconoscere i vostri desideri, che siete riuscite a ottenere quello che volevate. Vi invidio anche un po’, io ho buon lavoro e soddisfazioni nella vita, ma volte mi sembra di lasciarmi un po’ troppo trasportare dalla corrente, dal momento, dalle aspettative degli altri. Temo proprio di non avere la vostra forza di volontà e determinazione”.

 ***

Tavola imbandita thailandese

La focacceria  è piena di clienti,  le commesse  ora  con  una battuta in dialetto ora con  un’osservazione sul tempo, contengono  l’inquietudine che comincia a serpeggiare tra i clienti in attesa  per  lo scorrere dei minuti. Le forme di pane croccante sulle mensole infarinate, le teglie di focaccia oleosa e profumata di salvia e cipolle rallegrano occhi, solleticano nasi e smuovono salive; è l’ultima fermata questa, tutto il necessario per la cena è stato comprato, non è ancora mezzogiorno e fino alle  otto di sera ci sarà il tempo per prepararla con calma.

Il vento, all’uscita del forno, l’investe di un profumo di mare selvaggio, non ancora addomesticato  dai languori  fruttati  e appiccicosi degli oli e delle creme solari. Nel tratto verso casa, ripassato l’ordine delle portate, comincia a pensare a come apparecchiare. Negli ultimi tempi è frequente il desiderio di stupire amiche e amici imbandendo la tavola secondo stili tradizionali di cucine orientali, ci starebbe bene lo stile cinese questa sera, che però richiederebbe cibi difficili da preparare per adattarli al vasellame; vada allora per lo  stile thailandese; le scodelle con i piatti rettangolari, le tovagliette in bambù, le mini-salsiere  smaltate a colori vivaci. Le due composizioni di fiori al centro del tavolo diffonderanno buonumore, unica eccezione l’assenza dell’altarino a Buddha, questo proprio non lo prevede. Contaminerà la scena con gli amati centrini di pizzo, regalo della nonna centenaria.

Abbandona malvolentieri i caruggi per tornare a casa, gli alti edifici che sembrano congiungersi verso il cielo assicurano protezione  mista a quel senso di trasalimento consueto ogni volta che svolta  un angolo, nell’attesa–timore di incontrare l’imprevisto. Sensazione analoga a quella provata nel ricorrente sogno di discesa in una cantina buia, dal pavimento sconnesso, dai muri sgretolati, resa affascinante dai percorsi  labirintici che conducono  all’incontro con il mostro da combattere, ogni volta presentito e mai incontrato.

Mentre dispone i piatti in lavastoviglie riflette sulla propria fragilità emotiva,  responsabile dell’agitazione mantenuta tutto il giorno. Dono recente della raggiunta maturità, che si traduce in  ansia da prestazione, in questo caso appena mitigata dalla consapevolezza della  consolidata esperienza culinaria. Neppure un’eventuale mancanza di tempo giustificherebbe l’insicurezza che ormai l’accompagna sempre più frequentemente. Da quando ha lasciato il lavoro il tempo non è più un problema oggettivo.

Un improvviso scarto, un soprassalto, un odore pungente di gasolio, il motore sputacchia e si spegne, meno male che è in vista della terra dopo tanti giorni di permanenza in alto mare, ci sarà forse da pulire il carburatore. Ancora.