lunedì 30 marzo 2026

Il coktail 'Lenta ginestra'. In memoria di Primo Moroni.


 
Per Primo Moroni (oggi 30 marzo 2026 ricorre l'anniversario della sua morte) ho scritto una memoria sul numero speciale di Primo Maggio on line, (diventata poi rivista Officina Primo Maggio, in carta e on line) nel 2018. Della memoria fa parte il poemetto  'Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio'.

La riporto:

Il cocktail ‘Lenta Ginestra’

 
Poi intorno al ’92, ’93, non ricordo di preciso, ci prendemmo una pausa, abbiamo improvvisamente smesso di parlare delle trasformazioni del lavoro (da qualche parte in casa devo avere ancora qualche vecchia cassetta registrata nelle serate dedicate ai camalli).

Di sicuro era il mese di luglio. Io tornavo dal Giorgi, un istituto industriale sulla circonvallazione dove facevo il commissario esterno per gli esami di maturità. Andavamo a pranzo in trattoria in via Torricelli.

Di sicuro a parlare era più bravo lui. Quando ci prendeva bene la memoria andava agli anni cinquanta, quelli che lui racconta nel filmato Malamilano. Lì potevo dire anch’io la mia. Arrivato a Milano agli inizi dei secondi cinquanta a quell’epoca ero di casa in via Codara, proprio sul terminale della darsena.

Ci metteva ovviamente del suo, prestiaffabulava come un cantore epico ed era un bagno di vita nella vecchia Milano, dentro quella ‘naturale’ convivenza tra proletari piccoli commercianti bottegai  e la malavita locale, prima del boom economico, dell’industria, del consumismo, delle lotte operaie. Quando un codice morale mai scritto ma ugualmente cogente metteva paletti tra comportamenti extralegali e una violenza che non conosceva l’uso delle armi, almeno fino all’arrivo dei marsigliesi e dei meridionali non solo italiani all’inizio dei sessanta.

Quando tirava fuori il Ticinese, il Bottonuto, la ligera, la casbah di porta Genova, allora nel racconto mi ci infilavo anch’io. Dal terzo piano vedevo arrivare saettanti gliuliette che scaricavano per strada cartoni di marlboro, ci pensavano donne e ragazzetti a nascondere le stecche nei tombini, nei cessi delle case di ringhiera. Talvolta invece erano le macchine della polizia che bloccavano l’entrata e l’uscita di Cicco Simonetta e Gaudenzio Ferrari e facevano una retata. Ai meridionali, dai quali andavo a comprare sigarette per mia madre, grande fumatrice, la faccenda costava qualche giorno a San Vittore ma poi tutti erano di nuovo al loro posto.

«Mi sa che tua madre io l’ho conosciuta…»

Ma non era possibile. Lui, nei panni di Slim, andava fuori dall’Olimpia in largo Cairoli, dove oggi c’è il Decathlon, a fine spettacolo a conoscere ballerine. Ma quelle erano le ballerine degli spettacoli di varietà. Mia madre aveva fatto sì la ballerina di fila, ma diverso tempo prima, nella compagnia di operette in cui c’era anche mio padre tenore e che all’Olimpia teneva il cartellone per brevi periodi d’estate, un ambiente diverso da quello del varietà e dell’avanspettacolo, con pretesi quarti di nobiltà per la prossimità col melodramma, un ambiente sussiegoso, piccolo borghese e molto fascista.

 «Belli i tuoi versi…» mi dice un giorno a bruciapelo. Deve essermi rimasto il boccone a metà perché quella non me l’aspettavo. Avevo da poco deciso a più di cinquant’anni di tirare fuori dal cassetto qualche verso (chi ha conservato a lungo questa abitudine prima o poi deve farlo, così poi perlopiù gli passa la voglia) e l’amica e compagna Tiziana Villani me li aveva pubblicati su Millepiani (anche qui devo avere delle cassette registrate).

Primo si riferiva evidentemente a quelli.

Così abbiamo cominciato a parlare di poesia italiana e americana ( e ovviamente di Ferlinghetti).

Gli dico che stavo finendo un lavoro su Leopardi. Gli racconto che per liberarsi di famiglia e Recanati tutto in un colpo era riuscito a diventare una specie di consulente editoriale alla Calvino per la casa editrice Antonio Stella e figli di Milano. Che il lavoro lo aveva emancipato ma che lo soffocava e che nei due anni che aveva lavorato per lo Stella standosene a Bologna era riuscito a scrivere solo un poemetto, bruttissimo (lo aveva letto a un casino dei nobili nel silenzio gelido di tutti). A mala pena era riuscito a ottenere la pubblicazione dallo Stella delle Operette morali (già scritte da tempo) ma alla fine si congedò, che stesse tranquillo lo Stella, si sarebbe rifatto vivo. Ma era una bugia, alla sorella scriveva che sarebbe tornato a morire nella notte di Recanati. Però, lontano dall’oppressione alienante del lavoro, scriverà in realtà i suoi Canti più belli.

A Primo questa storia del rifiuto del lavoro del conte Leopardi, nobile spiantato, piacque molto. Mi mise a disposizione il cortile della Calusca  e con Joe Fallisi che recitava e io che commentavo abbiamo messo su una bellissima serata. Il cortile era pieno. Primo era felice e per l’occasione s’inventò il cocktail Lenta ginestra.

Seguirono ancora altre serate. La più interessante fu quella dedicata alla relazione d’amore tra Campana e Aleramo, anche qui Fallisi recitava, io commentavo e la brava e bella Ginevra recitava le poesie della scrittrice e poeta.

 
Poi lui è morto e io non ho avuto più voglia di stare in Calusca, anche se l’amico e compagno Sergio - fu lui a farmi conoscere Primo nel ’71 all’apertura della prima Calusca - mi ci riporta ogni tanto con le sue iniziative, i suoi libri.

Invece ho continuato a pubblicare versi. Nei quali perlopiù parlo del lavoro. L’ultimo poemetto scritto non è ancora pubblicato. Lo propongo qui interamente in anteprima. Credo che a Primo non sarebbe dispiaciuto. Anche perché si conclude proprio con uno sguardo sulla darsena.

 
***

 Di signoria e servitù, la mutazione che prende avvio dal desiderio.

 
Poveri di città imperiali non sostengono

davanti a cittadini che attraversano strade

la propria indigenza, si alleano con l’inverno,

alle luci dell'inverno si riparano con sottomissione

né tendono la mano, solo a volte alzano lo sguardo

poco dopo che hai stornato il tuo,

in Unter den Linden o nella quarantottesima

a Manhattan. Proletari  di mezzo mondo

difficili, la storia li cataloga tra portici

e sfiati candidi di viscere palatine,

occorre un verso informatore, lanciaponti

tra idea e memoria, dica che la mutazione

prende avvio dal desiderio, prima che diventi

codice nel corpo fissato e fatto standard

articolante posture, sguardi e zigomi diversi

sempre uguali, prima che finiscano nei quaderni

di sociologi (o nei serialtv di Oriente e Occidente)

classificati natural born da visitare una

tantum. Qui si vuole dire  che il tempo non manca

e tra una leggenda e l’altra, sistemata l’identità

negli spazi lirici trasumananti, si può

misurare lo scarto se c’è tra vecchie e nuove periferie.

 

 Hi Hobo! Parte presto come sempre

da  Grand Central Station il treno per i deserti

a Ovest ovunque (visiteresti il gran raduno annuale

degli hoboes a Britt?). Precario di grandi e piccole

depressioni non c’è più posto per te alla catena

di grandi città dove contendi comando

sul lavoro, ti spettano periferie e cinture

della ruggine da Detroit al Minnesota.

Ma dico deserti e non troverai una sola

Maggie’s farm dove fare per pochi dollari

lo schiavo per un giorno con la guardia nazionale

sulla porta, di sicuro non ti avverrà di incontrare

sulla strada per Duluth il bardo che cantava

sul punto di cambiare il nostro tempo. Né

sicuramente potrai cavalcare tronchi di rosse

sequoie sui merci scoperti col rischio che un Jeff

Carr qualsiasi ti tiri giù a scoppiettate. Nè rischierai

di affumicarti sulla pensilina del Wabash Cannonball

il treno che fiammeggiava nelle praterie.

 

 

Oh, listen to the jingle, the rumble and the roar

As she glides along the woodland, over hills and by the shore

Hear the mighty rush of the engine, hear the lonesome hobo’s call

travelling through the jungles on the Wabash Cannon Ball

 

 

Hi Hobo! Nomade di binari, ci credi se

ti dico che nel lontano Est nelle pianure

dello Jilin c’è la stessa cintura di ruggine,

fabbriche morte deserti affanni di uomini  e donne

per avenue povere dove bisogna

essere disgraziati e forti, fratelli e nemici

di cani, attorno a bracieri di strada?

Calma, il promoter dice che occorre guardare

da sotto, dalla parte dell’erba che cresce,

laggiù come qui sfoltiscono ma poi spenderanno

tutti di più. Vedi? Il desiderio

è sempre quello - attento ora - la remissione

empatica dei tuoi bollori desideranti

dentro uno spaziotempo di orologi fermi,

di stomaci vuoti, l’increspatura dell’orizzonte

finché lo sguardo scavalca la luce e ti ritrovi

a succhiare foglie di coca o a squadrare quanto

resta dell’orto. Insomma vuoi che tutto torni come

prima? E che mutazione è quella che rinvia in archivio

le nano tecnologie o le sfumature dei cristalli

nei tramonti del Connecticut o della vecchia Manciuria?

 

 

Non so che perfezione fanno le ibis rosse quando

striano il cielo  e perfezionano il volo come

fosse un lavoro da consegnarci sempre uguale,

la sagoma acuta riflessa nel mare quando

sazie abbandonano le rive dei rossi molluschi

coperte dall’alta marea. Non so che perfezione

fanno i castori del loro ingegno a costruire dighe

come fosse un lavoro simile al nostro.

Non so se animali si congratulano fra loro

dei propri manufatti, hai mai visto un’ape ferma

sulla soglia dell’alveare di un’altra a dire

brava bel lavoro? o una talpa della tana del

vicino? Il riconoscimento fra sapientes

è desiderio, desiderio materiale come il cibo.

Dispone a mutazione il lavoro servile

apre spazi al desiderio fino al rischio della vita

vinta la paura ancestrale del bisogno.

 

 

Non che Tonino e Angelo non conoscessero

i tempi di lavoro quando zappavano e seminavano

ma quella era la condanna che li teneva vicini

al dio arcaico delle vendette

che ignorava il tempo freccia dell’orologio

e ispirava ab aeterno regole e mansioni.

L’ora giusta è sempre quella e per la sveglia basta

l’alba, necessità e bisogno si prendevano

il meglio tallonando le stagioni e il calare della luna.

Potrai dire che non si fa gran poesia

se non usi metafora e allegoria, ma da quando

il lavoro è una scelta libera (prendere o lasciare)

metafore e allegorie confondono le cose

i poeti le usano poco se mai dicono bene il non senso.

 

 

(tralascio Gaetano figlio di un dio abbandonato

nei campi occhio chiaro e l’altro scuro,

capelli bianchi e molli, sfrondava mandorli e olivi

-   occorre fare luce tra i rami anche a costo

della nidiata – col suo sorriso greco,

metteva piantine di pomodoro nella buca

non so dire l’eleganza della mano a conca

a sotterrare le radici, puoi se mai accovacciarti

dietro di lui e accorgerti che la fila è dritta così fino al mare)

 

 

Nè Tonino né Angelo hanno bisogno di metafore

per dire l’orario di lavoro, leggere la busta

paga, un tot di trattenute, un tot di gratifica

meno l’IVA e il contributo di solidarietà

per le alluvioni, i proverbi millenari ereditati

dai campi non servono più ma non si recrimina,

pur di tagliare i ponti con albe maiali e vanghe

non c’è storia, si mette una firma o una croce

e si entra in fabbrica. Se i vecchi non ti guardano

in faccia pazienza. Qui non si scherza. Soldi in tasca

tutte le settimane, soldi in tasca tutti i giorni

per pagarsi da bere con signorilità, soldi

in tasca per zittire le puttane. Tutta un’altra storia.

 

 

Aperta la strada al Novecento l’hanno sepolto

quanto è rimasto dall’abbuffata di lavoro

è un pianeta malandato, velenoso

e luccicante. Tu, Assunta, grazia di lavoro

mattutino, infornavi pane in cantina alle cinque,

tu, Candida, incapace di giorni feriali, sban-

data di quelli festivi, tu, Regina, dagli occhi

golosi di gelosie, tu, Mara, cipiglio di

sogno d’amore mancato, che vicenda narravate se

tutte avete dapprima sepolto i vostri uomini?

Prendi Angelo e Tonino, premorti di lavoro.

Uno intossicato d’alto forno al Nord, l’altro da fumi

del petrolio al Sud. Morti industriali. Rigidi e austeri,

con quella postura fuori tempo da patriarchi

neanche davvero governassero mondi i due

 

 

si portavano la morte addosso come un tatuaggio,

una nota spillata sulla spalla, esercizio

loro precipuo disilludere noi, non c’era

di che godere in quel dopoguerra affollato

da fascisti e comunisti tutti sconfitti dalla storia,

perduta la guerra gli uni mancata la rivoluzione gli altri.

Si limitavano a dirci non bevete durante il pasto,

bevete dopo, poi d’estate sistemavano un

tavolino fuori casa e sterminavano ore

giocando a briscola. A volte indicavano la strada

del sublime come fosse cosa pura e incontaminata.

La sconfitta li deprimeva come da storia

di sempre, la novità era che le donne

non portavano più reggicalze ma collant.

Ne parlavano in fabbrica, alle giovani operaie

mostravano le fiche. In altre parole uno dei due

ti avrebbe stuprato non fosse che lo tenevo d’occhio.

 

 

Si battevano ancora per un lavoro ben fatto

ma gli attrezzi nuovi davano all’ultimo arrivato

in poche ore abilità e competenze. La luce

cangiante del Novecento li confondeva, sparigliava

le carte e non contavano più su di noi.

E tu Assunta, Candida, Regina e Mara

vedove esaltanti i vostri morti non ce la fate più

a festeggiare i santi, i figli distorcono le vostre

memorie e non ne vogliono sapere più di ruoli

millenari spacciati per leggi naturali.

 

 

Scivolavano alte le chiatte silenziose

sulla darsena e una gru sulla sponda le aiutava

a sgravarsi della sabbia portata dal pavese,

come giganti senza cappello ancheggiavano

in darsena prima di accomodarsi nell’attracco,

venivano solo stridii nelle ore senza vento

tra porta Genova e Cantore, padri anziani

venuti dal Sud accoglievano spalloni con grida

soffocate d’avvertimento, il tempo di scaricare

scatoloni di marlboro e seminare le stecche

tra una casa e l’altra, ci pensavano le donne

a insaccarle nei tombini nelle borse nei gabinetti

comuni della ringhiera, quelli alla turca.

.

I giovani radunatisi in Cantore salivano

al Duomo ma prima era un complottare sordo

di voci trattenute, l’ora sottratta alla catena

e già scontato il recupero di nuova lena,

ma a chi sostava ai margini di strada

con gesti come di conforto per la loro solitudine

rispondevano soffiando nelle trombe

incalzavano coi fischietti e i bidoni di latta, tamburi

per il conflitto necessario a misurare i ritmi di vita.

Tra loro qualcuno presentiva ferocia dalla

reazione, i potentati mettevano in conto

qualcosa in più tra tinello frigorifero e TV

ma non soggetti desideranti fra strade e scuole.

 

note:

-lo hobo per tranquillità borghese è qualificato come un mendicante, è invece il classico lavoratore migrante da sempre nel panorama americano espulso dalla fabbrica per via del suo amore per la libertà. Nomade ribelle per eccellenza ha riempito le cronache soprattutto nei periodi di depressione. Negli anni trenta e poi nei cinquanta era un’icona del rifiuto del lavoro e quindi considerato pericoloso per la comunità tanto che gli si sparava a vista (e spesso una uguale risposta non mancava). Gli hoboes hanno reso leggendario il treno. Nelle infinite versioni di musica country il Wabash Cannoball (qualcosa di simile è La locomotiva di Guccini) attraversa rombando le praterie e va così veloce che arriva un’ora prima di quando è partito (un gioco verosimile per via dei fusi orari diversi tra i vari stati americani distesi tra Est e Ovest)! Impossibilitato a frenare è deragliato nello spazio dove viaggia tuttora lanciando sulla notte del pianeta il suo fischio che tutte le stazioni d’America sentono.

 
-Duluth è la cittadina dove è nato Bob Dylan.


Mi fa piacere riportare qui il giudizio che del poemetto mi diede Sergio Bologna in occasione dell'uscita del numero speciale di Primo Maggio, ri-fondato da lui nel 2018 col nome Officina Primo Maggio, dopo quello degli anni settanta:

..."Nel tuo poemetto – bellissimo – trovo lo stesso spirito, un’epica senza nostalgia, un omaggio al

lavoro e al rifiuto del lavoro senza il rituale funerario del monumento ai caduti, un rapporto con

la storia e con la storia del lavoro senza piagnistei sul lavoro che cambia, che viene sostituito

dal computer, che la tuta blu non s’indossa più. Né si avverte la lagna della sconfitta."