domenica 4 settembre 2022

Di grilli e di altro. I primi due metaloghi.

 metalogo numero 1

Ormai ci sono, la lunga siepe di alloro è quasi interamente ripulita. Intrecci e viluppi di rovi strappati via insieme al marciume di foglie vizze. Mi manca un ultimo scompiglio di radici, lì cinque o sei grilli si sono spaventati, in due salti sono scomparsi nella siepe.
Solo uno è rimasto su un rametto. Mi fa: "...era ora che ti decidessi eh?! Qui dentro è tutto uno schifo!"
Ho abbozzato. "...va bene ho capito. Ma adesso qual è la morale?"
"Quale morale? La morale non è roba per me, noi non sappiamo cos'è, siete voi umani a farne dalla mattina alla sera, sembra non abbiate niente di meglio da fare..."
" Sì, però adesso sei tu che stai facendo la morale e io cosa gli dico ai nipotini? che devono guardarsi dai moralisti che abbondano tra noi ma a quanto pare anche tra voi?"
Non mi ha risposto. Con un salto è scomparso dentro la siepe.


metalogo numero 2

La prima pioggia di settembre col cielo scuro cade silenziosa, la siepe di alloro luccica, dalla grondaia cade un flusso continuo sul fusto della magnolia e delle rade foglie. Insolita è l’aria più fredda.
Non mi resta molto da fare. Anche in cima alla siepe, là dove fronteggia le canne, ho già svelto le ultime radici di erbe infestanti.
«…bella carneficina eh?!» torna a dirmi il grillo ricomparso tra le foglie.
«…lo so, lo so» gli dico ‹‹…anche quelle sono vite che elimino. E’ una contraddizione che non so affrontare».
Come faccio a spiegarglielo. A tratti mi sembra una questione oziosa. Ma o prima o dopo mi tornano in mente i nipotini con la loro rigorosa propensione animalista, ecologica, ecc. Manca cosa alla mia valutazione? Oppure siamo tutti bloccati in una dimensione materiale sbagliata. Ma ho una resistenza cui non rinuncio, questa trappola non è ‘naturale’. Mi suonerebbe molto come la condanna per il biblico peccato. Come l'abbiamo realizzata, così dobbiamo poterne uscire.
Ho preso il rastrello e ho cominciato ad ammucchiare le foglie secche. Molte erano cadute da sole. Fa freddo ma piove col garbo da giardino.

sabato 16 luglio 2022

Il giardiniere dello Zibaldone (Bologna, 1826). C'è del lavoro da fare.



 Ogni volta che metto mano al roseto o alle siepi di alloro, cercando di estirpare le piante parassite,  mi torna in mente il famoso giardino di Leopardi nello Zibaldone. Lì dentro c'è un'aporia, perlopiù ignorata perché sarebbe un leggero ma significativo scostamento dalle immagini consuete che abbiamo di Leopardi dopo duecento anni che lo si legge. 

In quel giardino la guerra tra le varie specie è totale per cui la souffrance, l'infelicità, è totale. Persino il giardiniere estirpa vite, strappa via, uccide, egli infatti "...va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro". La frase chiude il passo dello Zibaldone, datato Bologna, 19 aprile 1826. Già. Quel giardiniere, apparentato per natura a tutte le altre specie in guerra mortale fra loro, in realtà è una presenza più problematica di quanto il poeta non voglia. Leopardi sorvola sul fatto che  quell'esemplare di Sapiens, a differenza delle altre specie, in quel giardino fa un lavoro, verosimilmente sotto padrone. Tronca vite per guadagnarsi la pagnotta, e qui in qualche modo può essere assomigliato alle altre specie che uccidono per sopravvivere ma fa anche qualcosa in più, lavora per rendere più gradevole il giardino. Nessun'altra specie può fare né l'una né l'altra cosa, lavorare sotto padrone, rendere gradevole il giardino. 

A prima vista sembrerebbe dunque che anche la specie umana sia inesorabilmente partecipe di quella guerra tra forti e deboli cui la natura, madre matrigna, destina ogni forma di vita. Ma il genere umano ha una chance in più. Leopardi lo sa bene. Ma qui gli premono troppo le sue premesse materialiste, vuole metterci con le spalle al muro e convincerci che l’esistenza è destinata all’infelicità. Eppure quella frase finale della sua pagina di diario è una nota di ottimismo che apre a una condizione particolare che appartiene solo al genere umano. C’è del lavoro da fare. Per rendere meno infelice per sé e per gli altri l’universo, per rendere più utile per sé e per gli altri la materia. Quello del giardiniere è il lavoro che, preservando un certo ordine nel caos distruttivo del giardino, dona a noi un attimo di sospensione dal male dilagante, ci offre un po’ di bello in godimento,  una pausa contro l’infelicità. Leopardi lo sa bene perché è quello che infatti pensa della poesia, del lavoro del poeta. “Della lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma più efficace impressione è quella de' versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire; e ci accresce la vitalità. “(Feb. 1829, Zibaldone).

Quello a dire il vero è l’unico lavoro che Leopardi concepisce. L’altro, quello ‘utile’ in generale, quello che gli umani scambiano tra loro, lo inorridisce un po’ per quanto si sta diffondendo nella vita comune. A Firenze una volta butta giù una bozza di programma per una rivista che doveva avere come compito, oltre quello di piacere alle donne, di fare guerra all’utile. Ce l’aveva con i suoi amici liberali fiorentini che progettavano un’economia tutta basata su quell’utile che non lasciava spazio a fantasia e immaginazione

La sopravvivenza, certo. Lui sa bene, ora e già, cosa significa lavorare da salariato.  Essendo un nobile spiantato, per liberarsi dalle catene familiari e mantenersi dovette adattarsi al lavoro, cosa che fece inorridire il padre. Lavorò, di stanza perlopiù a Bologna, per l’editore milanese Stella con mansioni simili a quelle di direttore di collana. In più dava ripetizioni e traduceva. Il suo epistolario nel rigido inverno bolognese del ’26 gronda di improperi per quella vita alienata. E non era più ormai perché mancava di mezzi. Al fratello scrive che ora con quei lavori passa addirittura per ricco. E non era neanche perché ora da single doveva provvedere personalmente a tutti i bisogni quotidiani fuori com’era da tutte le cure in casa Recanati. Il problema era un altro. Si era emancipato dalla famiglia ma non scriveva un verso. Alla lunga, piegato anche dai malanni, dovette tornare a casa. A entrare nello scambio organizzato di prestazioni da lavoro entrava dentro una guerra simile a quella del giardino con quel giardiniere sullo sfondo ma senza produrre gran che di bello, solo pochi irrisolti versi. Uscirà poi definitivamente da casa proprio grazie a quegli amici fiorentini che seppero procurargli una sorta di vitalizio a Firenze con cui riuscì anche a pubblicare i Canti. 


C’è un lavoro da fare. E’questo che suggerisce quel giardiniere. Ma oltre al lavoro per rendere più gradevole il nostro infelice soggiorno in vita ce n’è anche un altro. Rendere meno infelice la nostra permanenza in vita è possibile, staccarsi dalla natura matrigna, darle scacco, schiacciarla nella sua natura prima e puntare a una seconda natura. La specie umana, conferma il poeta, a differenza delle altre, è l’unica in grado di fare ‘civiltà’, di avanzare in un vero progresso. Ma c’è un lavoro serio da fare, rinunciare alla guerra tra noi, operare al contrario per la formazione di una confederazione umana che operi per sostenere gli uni e gli altri, una ‘social catena’ che  “…tutti abbraccia/ con vero amor, porgendo/ valida e pronta ed aspettando aita/ negli alterni perigli e nelle angosce/ della guerra comune.” 


Sarà il messaggio del poeta al termine della sua vita, quella de "La ginestra o il fiore del deserto".



martedì 12 luglio 2022

"...pianzotto pestapevere co' l'oio de bacalà te misi la polenta per il povero soldà." Pestavano spezie e ci lacrimavano dentro in quella antica fabbrica

Dalla mia infanzia triestina del dopoguerra la memoria mi rimanda ogni tanto (i nipotini!) una filastrocca che suona così: pianzotto pestapevere co' l'oio de bacalà te misi la polenta per il povero soldà. La filastrocca ha un risvolto di classe, pestavano spezie certi operai e ci lacrimavano dentro in una nota fabbrica triestina. Certo tutti gli adulti o quasi da cui ero circondato a fine anni '40 erano operai e avranno avuto motivi cogenti per tenere alla larga mocciosi piagnucolosi. Non c'era tempo. Mio zio che lavorava nel porto, amava moltissimo il figlioletto nato da seconde nozze ma erano ceffoni se partiva col piagnucolio. Di quella infanzia la memoria mi rimanda  anche altro, soprattutto le immagini legate alla guerra. Gli strilli delle sirene, le scale scese a precipizio, i vetri in frantumi, l'oscurità del rifugio sotto casa, il fango del tunnel dove riparavamo. Da adulto, pur trascurando di chiedermi cosa avevo a che fare con polenta e baccalà per il povero soldato, ho fatto comunque un po' di conti.  Era evidente che quel rimproverare e sbeffeggiare il pianto dei bambini, non solo il mio, era una pressione educativa perché smettessero appunto di fare i bambini e si comportassero un po' di più da adulti. Bisognava lavorare. Non c'era tempo per pensare che spesso il pianto dei bambini è dovuto al loro sentirsi incapaci di rispondere alle aspettative degli adulti, di fare bene quello che vogliono ma appunto soprattutto quello che loro si aspettano, perché sappiamo anche che una gran parte dei messaggi educativi arrivano loro non dall'intervento diretto ma dai comportamenti, dai modi di fare, dai gesti spontanei.  

La mia generazione ha avuto meno bambini/e piagnucolosi/e, vuoi per un relativo benessere di massa dovuto al fatto che il lavoro non mancava come oggi, vuoi perché il conflitto generale di classe tra operai e capitale, culminato nelle lotte degli anni settanta, aveva determinato una redistribuzione più giusta dei carichi di lavoro e della ricchezza, vuoi perché il clima generale di analisi critica che investiva tutto il mondo aveva aumentato di molto le consapevolezze di tutte/i. C'era un po' più di tempo per ascoltare. E più allegria.

Dubito che bambini/e piagnucolosi/e di oggi finiranno per mescolare polenta per i soldati anche se la guerra è qui vicino. Certamente i governi non permetteranno che ciò accada. Il loro mandato semmai è quello di garantire ai benestanti per primi e ovviamente a tutti i ricchi attuali e ai loro bambini, maschi e femmine, grosso modo lo stato attuale. Aumenteranno invece, per equilibrare in stato di crisi l'accesso di classe ai consumi migliori, disoccupati e/o working poors di tutti i generi i cui figlioli non avranno tempo per piagnucolare. Ad essi forse non mancheranno nemmeno i giochi luccicanti della nuova tecnologia, solo che al pari di tutte le altre necessità materiali, dal cibo ridotto a spazzatura, alla sanità e alla sicurezza rese nulle, saranno da usa e getta, al pari della loro fanciullezza.



giovedì 23 giugno 2022

La notizia del giorno

 Oggi 23 giugno, la politica generale è irrisoria e irridente, nulla nulla. La guerra durerà un bel po’, è chiaro che la preparavano da tempo. La notizia del giorno è la riunione dei BRICS in Cina, questa è politica.

L'integrazione dell'Italia nella UE (ma anche nella NATO) permette di dire che i nostri mali economici e politici sono inegralmente dovuti al sistema capitalistico (neoliberale), ma sarebbe ingenuo dire che non ci mettiamo dentro anche le nostre insufficienze culturali, politiche, economiche e morali. Per queste abbiamo un'eredità storica che risale al Medio Evo. 'Il nostro Medio Evo' ho esclamato ieri vedendo la prima parte del serial di Marco Bellocchio dedicato a Moro e BR! Vedere raffigurati con fantasia creativa molto vicina alla verità certi comportamenti dei massimi esponenti della nostra cultura politica di quegli anni è stato anche deprimente, perché mi sono chiesto se le incapacità e le paranoie ridicole di quei politici - anche religiosi perché il cilicio sanguinolente di Paolo VI è da brividi - al netto delle responsabilità attribuibili al nostro sistema economico, politico e morale non siano poi quelle che infestano tuttora le menti degli attuali. Il nostro lungo Medio Evo.

giovedì 31 marzo 2022

Noi complessisti

 

La bella scrittura di Donatella Di Cesare che aiuta a comprendere la complessità del nostro presente


https://www.ilfattoquotidiano.it/.../armiamoci-e.../6543092/


NOI COMPLESSISTI.
Oggi il mio articolo su Il Fatto quotidiano - Si dimentica spesso che la parola propaganda non vuol dire solo diffondere, ma anche consolidare, fissare. Tutto deve essere ricondotto a schieramenti e fronti, ridotto a principi e dogmi. Guai a farsi domande, esibire incertezze! Perché la propaganda perlustra, seleziona e discrimina. Tanto più se, come durante questa nuova guerra mondiale del XXI secolo, è intenzionalmente militarista.
Non è un caso che ogni discorso debba iniziare – pena l’espulsione perpetua dallo spazio pubblico – con l’autodafé ormai celebre: “c’è un aggressore e un aggredito”. Questo è il fatto oggettivo, il “ragionamento basico”, che deve essere riconosciuto coram populo. L’autodafé, meglio se pronunciato con tono contrito, è il certificato temporaneo di anti-putinismo, il lasciapassare per potersi esprimere nel mondo della libertà di parola. Questo salvacondotto, tuttavia, dura poco e basta anche solo un “perché” o un “come mai” per finire di nuovo proscritti o diventare bersaglio in vario modo del furore bellicista.
Il deteriorarsi del dibattito pubblico nelle democrazie occidentali non è un fenomeno di oggi. Lo aveva già scorto Leo Löwenthal, esponente della Scuola di Francoforte, che con acume analizzò l’America degli anni Cinquanta, dove disagio e disorientamento avrebbero aperto le porte non solo al maccartismo, ma anche all’ascesa di una destra autoritaria. Di recente questo fenomeno si è acuito al punto che si parla di “grande regressione” per indicare brutalità e rozzezza che imperversano nella sfera pubblica. La bolla di internet non ne è il motivo, ma contribuisce all’odio aperto, alle fantasie di violenza, agli insulti osceni.
La guerra – si sa – è rivelatrice. Fra l’altro ha messo in luce, ancor più della pandemia, questa regressione che mina al fondo la democrazia rischiando di cancellarla. La violenza schematica sta già nel voler stabilire l’inizio, nel fissare il principio. Meglio, poi, se è tutt’uno con il Male impenetrabile. “La violenza putiniana che viene dal cielo…”. C’è uno fuori di testa, un matto, un folle oppure – e propagandisticamente è lo stesso – un tiranno, un dittatore, che ha deciso di dirottare il corso storia umana, le sue magnifiche sorti. Guai a interrogarsi su quel principio, ad andare oltre guardando al contesto, provando a esaminare le cause. È pericoloso, anzi ambiguo e infido, già quasi un cedimento al male, un compromesso con il nemico. Mica risaliamo a chissà quando! In tutta tranquillità si può ignorare il “resto”, perché quel che conta è solo sentirsi nel giusto. C’è il male e il bene, l’autocrate e le democrazie, la repressione e la libertà. Ringrazia piuttosto di essere da questa parte, perché dall’altra saresti già in galera. E dunque taci! Smetti di fare domande fastidiose e riconosci il fatto oggettivo che in sintesi è: A ha invaso B. Punto. Altrimenti detto: il grosso ha picchiato il piccolo. E tutti non potranno fare a meno di essere con quest’ultimo.
In questa nuova concezione della storia che, alla faccia di Hegel, ben si adatta alla foga regressiva, non c’è assolutamente nulla da capire. C’è appunto solo da allinearsi nell’ordine bellico, favorito da schemi ideologici. Non vorremmo certo che la gente discuta le cause della guerra mondiale nel cuore dell’Europa, che le conosca davvero! Tutt’al più si possono buttare lì un paio di paragoni perché si senta sollevata: Putin = Hitler, combattenti ucraini = partigiani italiani, ecc. Non importa se la storia non sia quella novecentesca, se la potenza nucleare muti il significato stesso di guerra. Viva la pigrizia mentale condita di malafede. La semplificazione investe anche l’interlocutore che ha comunque torto e va perciò delegittimato a priori. Anche qui non c’è nulla da capire. Sarà tutt’al più un neneista di sinistra. Dice sciocchezze e amenità. Merita sarcasmo, scherno, se non disprezzo, astio, aggressività. Da tempo il livore anti-intellettuale non emergeva in forma così esasperata. Poi magari c’è chi rimpiange “gli intellettuali di una volta”, anche perché non sono qui a importunare.
In tutto questo non stupisce che perfino la “complessità” sia stata presa di mira e sia, anzi, assurta a stigma. Come se si trattasse di un esercizio inutile o di una confusione pretestuosa. Eppure, sappiamo che uno dei grandi pericoli oggi è, al contrario, la semplificazione, la scorciatoia (come quella complottistica) per venire a capo di un mondo difficile da interpretare. Non è più la natura a essere impenetrabile, ma è ormai la storia umana a divenire per noi sempre più enigmatica. Si è spezzato il filo della narrazione. Di qui l’ansia per il futuro che non è mai stato così incerto. La reazione, però, non può essere quella dei nostalgici di una leggibilità del passato. Mai come ora è necessario quel che la tradizione occidentale ci ha insegnato: dalla domanda di Socrate, che proprio salvaguardando la democrazia metteva in forse le certezze dei suoi concittadini, fino al sospetto di Marx, di Nietzsche, di Freud, che vuol dire meno falsa coscienza, più avvedutezza. Studio, interpretazione, giudizio sono la base della democrazia. Non servono solo gli esperti, che peraltro non sono mai neutrali. Altrimenti tutti i cittadini sarebbero deresponsabilizzati nelle scelte politiche – come l’invio di armi – che li riguardano direttamente. Occorrono invece le domande, e tanto più se sono spiazzanti, perché ci aiutano a cambiare prospettiva, a vedere quel che accade sotto una nuova angolazione trovando magari la via d’uscita dalla trappola.
Un computer è un meccanismo complicato; qualcuno l’ha progettato e aprendolo si può veder l’intreccio di parti. La storia umana è invece complessa, perché agiscono molte dimensioni. Applicare gli schemi A – B è grottesco. L’illeggibilità del mondo, di cui parlava Hans Blumenberg, è oggi sotto gli occhi di tutti. Gridare “all’armi” limitandosi a mettere l’elmetto sulla mente, come fanno alcuni, non serve davvero. Non abbiamo bisogno di paraocchi, ma di confronto aperto, dibattito critico, spazi interpretativi comuni. Questi sono i valori democratici occidentali.
Noi complessisti cerchiamo di farcene carico in questo momento grave in cui vengono richieste solo adesioni empatiche alla guerra. La libertà di pensiero è il diritto alla complessità. Anche il diritto di comprendere il male, di decostruirlo, senza per questo giustificarlo. Certo, poi riconosciamo di essere pur sempre complessisti molto imperfetti, non abbastanza vigili, non sempre capaci di capire. Ma se ci fossero più complessisti a interrogarsi sui motivi, forse un po’ delle guerre in corso avrebbero potuto essere evitate.

giovedì 17 marzo 2022

Su Guido Cavalcanti, il desiderio d'amore e la frantumazione dell'io

 


Nel 2011 su una pagina di questo blog ho pubblicato un breve saggio su Guido Cavalcanti che riprendeva l'articolo pubblicato su "Il Monte analogo" rivista di poesia e ricerca animata da Giampiero Neri. A distanza di più di dieci anni nel salotto letterario di Gabriella Galzio (che ha frequenza mensile anche in tempo di pandemia ma, per necessità, sulla rete) stimolato dalle conversazioni che lì si tengono ho trovato l'occasione giusta per rimetterci mano. Ero spinto dalla necessità di aggiornare, per così dire, lo spirito della poesia del poeta fiorentino alla luce di acquisizione tematiche più attuali. In realtà tutto era già scritto. Occorreva solo rendere maggiormente espliciti i nodi intorno ai quali quella poesia si distendeva. Il nodo principale sta in quella che ho chiamato, mutuando un termine suggerito da una pratica femminista degli anni settanta, 'autocoscienza maschile', mettendo necessariamente in rilievo che la forma di autocoscienza che Cavalcanti avrebbe a mio parere messo in fieri con i suoi versi non assomiglia del tutto a quella femminile. Ma con qualche somiglianza non banale. Basti pensare che era pratica interna al Dolce Stil Nuovo scrivere versi indirizzati a poeti amici (non ho notizia di donne nel loro cerchio), suscitare ragionamenti d'amore o d'altro, aprendo dunque a tenzoni e schieramenti, il che può in qualche modo prefigurare le numerose riunioni femministe degli anni settanta in case più o meno private.

Le conclusioni dei ragionamenti d'amore di Cavalcanti sono terribilmente attuali. Rivolto al maschio guerriero (tutti i componenti del circolo stilnovesco fiorentino, Guido e Dante compresi, erano cavalieri armati, in perenne guerra per bande tra famiglie perlopiù nobili o altoborghesi che puntavano al potere della città di Firenze con alterna fortuna) sollecita a riflettere sulla potenza devastante del desiderio d'amore che schiaccia l'individuo fino a ridurlo in stati mentali di pericolosa perdita di equilibrio interiore.

Ciò che sublima questi rischi pericolosi è la poesia.

Franco Fortini scriveva nelle ultime battute della poesia 'Traducendo Brecht':...Il temporale / è sparito con enfasi. La natura  / per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi."

Sembra che la nostra natura appunto non basta da sola ad allontanarci dalle violenze prodotte dalla perdita d'equilibrio. Occorre una seconda natura. Intelletto e passione, cuore e talento, insieme devono essere in grado di smarcarci dalla guerra. Siamo solo all'inizio del percorso.

E dunque anche la poesia può comunque servire. Per la sua ostinazione a dire. Perché la poesia non rinuncia al bello anche quando tutto ci appare insicuro e senza equilibrio. I versi di Cavalcanti risuonano con dolcezza di rime  mentre ci indica i mortali colpi dell'amore.

La nuova versione del mio articolo è in rete a questo link:

http://overleft.it/index.php?option=com_content&view=article&id=252:il-doppio-effetto-dellamore-desiderio-e-frantumazione-dellio-nella-poesia-di-guido-cavalcanti-

Ne ho parlato al salotto on line dell'11 gennaio '22 di Gabriella Galzio visibile ora su youtube a questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=zrneZ1pf0gk


venerdì 18 febbraio 2022

Le righe qui dentro

 Scrivo di storia e di letteratura. Ho pubblicato anche alcune raccolte di versi. Ma nessuna di queste attività mi appartiene con interezza. Non foss'altro perché con nessuna di esse ci vivo. Sono espressioni libere della mia creatività per le quali spendo volentieri ore di lavoro e spese di 'produzione'. Che poi esse riescano a veicolare anche idee e bellezza questo può anche succedere, ma senza che la mia vita ne resti sconvolta. L'insegnamento è stata la mia passione più coinvolgente per durata e intensità ed è quella che mi ha dato da vivere. Quasi quarant'anni. Ho amato tutte le scuole nelle quali ho insegnato, ho amato tutti gli allievi e tutte le allieve incontrate, ho litigato con tutti i colleghi e tutte le colleghe incontrate presidi compresi. Quando la storia si è conclusa prendere distanza dal degrado definitivo in cui la scuola ha cominciato a cadere sin dagli anni '80 fino a diventare una succursale del mercato, è stata cosa salutare e giusta. Però da subito ha cominciato a mancarmi la relazione con studenti  e in fondo anche colleghi. Poesia letteratura e storia hanno colmato quella mancanza. Oggi infatti non solo non la sento più ma tutto sommato sono contento di non starci più dentro la scuola.

Il mio impegno, ma non solo il mio, ha avuto la sua acme negli anni settanta. Non c'è stato nulla di routiniere nei due decenni successivi ma quel decennio d'insegnamento nelle scuole superiori milanesi mi ha trasformato più ancora degli anni sessanta. Su questo tema che 'pretende' di coniugare storia personale e storia collettiva riprendo ora il contatto con questo blog perché di righe qui dentro è un po' che non ne scrivo al contrario dei poemetti ai quali credo di aver dato una sistemazione definitiva con i versi per Lucy.

sabato 2 ottobre 2021

Lavastoviglie e comunismo

Cinquant'anni fa tondi tondi imparai a confrontarmi con la mia prima lavostoviglie. Un aggeggio generoso. Sbrigavo la cucina, il che faceva parte della divisione di ruoli con la mia compagna, in pochi minuti. Nonostante il fragore altrettanto generoso, a tempo stabilito, stoviglie e tutto il resto erano pronti, puliti. Soprattutto erano senza macchie, senza aloni,senza striature sospette. Ma durò poco. Ben presto quei difetti cominciarono a manifestarsi in maniera indisponente. La causa, cominciai a sentire, era che il detersivo non era abbastanza buono, quello che fin lì aveva funzionato bene non era più soddisfacente. Non so cosa pensai allora, oggi penso che il mercato ha le sue regole. E così, difronte alla domanda crescente, i produttori di detersivi che perlopiù sono gli stessi che producono le lavatoviglie, hanno 'dovuto', per mantenere lo stesso livello di profitti difronte all'aumento del costo della vita e cioè dei salari dati a operai, impiegati, controllori ecc, diminuire la qualità del detersivo. Il rimedio, per la mia strenua volontà di avere stoviglie pulite bene, fu che i produttori cominciarono a consigliare di aggiungere a parte al normale detersivo un supporto, sale, oppure brillantante oppure profumatore contro le puzze, ecc. Non ho potuto sottrarmi per molto tempo, un po'sì, ma poi cedi. Compri e usi tutti i supporti igienici e quando poi i produttori annunciano di avere inventato un detersivo che ha incorporato quei supporti e che quindi non è più necessario aggiungerli, paghi un po' di più ma finalmente tutto è tornato come prima. E le stoviglie sono tornate pulite. Da un po' di mesi, forse un anno che è poi tempo di pandemia, le stoviglie non sono più pulite di nuovo. In fondo ai contenitori di cartone riciclato del detersivo è apparso un avviso che dice pressappoco così: è vero che sale, brilantante e profumatore sono inseriti dentro il nostro detersivo però se volete risultati eccellenti è meglio che ne aggiungiate separatamente. E' proprio così. Sono tornato a inserire nelle apposite finestrelle i supporti antichi e i bicchieri non hanno più macchie. Io mi sento troppo vecchietto per azzardare morali tantomeno giudizi politici, con l'aria che tira sembra che morale e politica siano ormai questioni da barzellette. Certo io pensavo al comunismo, cioè a quella cosa nella quale il costo del mercato non viene fatto pagare in massima parte agli strati più deboli del lavoro e del non lavoro, sin dalla prima lavastoviglie. Certo continuo a ripetermi le righe di Marx, quelle nelle quali, dopo avermi spiegato come funziona anche il sistema delle lavastoviglie, lui ripete che il comunismo è il movimento che tende alla distruzione del capitalismo. Che sin qui per me ci siamo. Ma poi? Cioè, con gli esempi che abbiamo alle spalle di quello che è stato il comunismo nel '900, qual è il tipo di organizzazione sociale che gente come me dovrebbe avere in mente? Certo, anch'io come Montale vado per sottrazione: questo no, quest'altro no e quest'altro ancora nemmeno per sogno, ma cosa sì? e soprattutto sì ma 'come', che tipo di sì? Se riusciamo prima o poi ad abbatterlo questo sistema, sarà bastato?

mercoledì 12 maggio 2021

Cronache berlinesi. La memoria, le mutande, il Caos

 

(https://www.youtube.com/watch?v=QbvgYnBBd1s

a questo link l'incontro nel 'salotto' Galzio)


Cronache berlinesi.
La memoria, le mutande, il Caos

Giordano Bruno: "Mi par cosa ridicola il dire che extra il cielo sia nulla. Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole: ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose."

Nato a Nola vicino a Napoli, bruciato a Roma sul rogo il 17 febbraio 1600. C'è ancora. Lì a Postdamer platz, temevo che la furia ricostruttrice su Berlino est dopo la caduta del muro si portasse via la bella grande scultura a testa in giù di Giordano Bruno. E' lì, come se quella fosse la sua posa naturale con quella testa schiacciata che lo assomiglia a ET del film di Spielberg. Giusto così. Intellettuali e poeti e poete e scienziati e scienziate, non in pochi né in poche,sono spesso a testa in giù, vanno contro, vengono da un altro mondo. Godono tutti e tutte di un trattamento speciale soprattutto se mettono in discussione ruoli e poteri, allora gli si scatenano contro chiese religiose e laiche, i fascismi, gli stalinismi, i razzismi, i sessismi. Allora li-le ammazzano e prima li-le torturano. Così è capitato a Giordano Bruno. Gli hanno inchiodato la lingua al palato con un solo grosso chiodo perché non parlasse.

*

Impressionante qui a Berlino l'esercizio quotidiano della memoria, non puoi sfuggirgli, anche se sei in vacanza. Come a Milano non puoi sfuggire alla pubblicità delle mutande, soprattutto delle donne, qui non sfuggi alla memoria del nazismo. Postadamer platz è attualmente tappezzata di foto di polacchi deportati e condannati al lavoro forzato dopo il '39.

La città si dilata su una superficie otto volte superiore a quella di Milano. Tre milioni e mezzo di abitanti, pochi se pensiamo che sulla stessa superficie a NYC ce ne stanno più di dieci. Le strade non sono stressate dal traffico, ma anche quando frotte di turisti si disseminano frastornate sempre in cerca di qualcosa raramente fanno resse tipo quelle di piazza del Duomo a Milano. Unter den Linden, la strada usata dai nazisti per le adunate lunga un chilometro e mezzo e poi famosa per il muro dal 1961, è larga sessanta metri: non tutte sono così larghe ma, aggiungendo i marciapiedi che sono larghissimi, la sensazione resta quella di un territorio di pianure estese che devi conquistarti gambe in spalla. Altrimenti ti perdi tutto. In realtà ci sono le Ubahn, metropolitane sotterranee che ti portano ovunque, e poi ci sono le Sbahn che sono come le Ubahn solo che viaggiano in superficie ma su percorsi sopraelevati o comunque protetti dunque veloci come le prime. Non puoi pensare di andare da un quartiere a Ovest a uno a Est a piedi, ti va via la giornata. Da un quartiere all'altro invece si va in metro anche con la bici. Grandi biciclette che nei vagoni occupano grandi spazi e devi stare attento a non esserne infilzato.

*

Abbiamo saccheggiato con lo sguardo la città. Senza la conoscenza della lingua sei costretto a usare di più gli occhi. Occhi da turisti disimpegnati. Gli altri sensi sono anch’essi chiamati a un surplus di esercizio ovviamente. Il naso lavora su materiale abbastanza inedito. Anzitutto il profumo di cucinati. Minestrone, brodo di carne, erba cipollina, curry, sesamo, cumino, caffè mit sahne, donerkebab, tutto mescolato insieme ti avvolge già verso le dieci del mattino quando ti sprofondi negli anditi delle metropolitane. E’ un afrore, molto simile a quello di altre città, ti prende alle narici e resta lì, non va più a fondo ma non ti abbandona più, neanche se esci sulle piazze sterminate che per attraversarle non bastano due semafori, neanche se si mescola agli odori di qualche umano. Finisce che lo cerchi, sfuggente e intenso, colto e perso in un metro di banchina. Ma in fondo niente altri impegni per il naso. Solo in qualche zona ti arriva grato il profumo dei tigli, di per sé beatificante ti gratifica ancora di più se i filari sono lunghi sulla allee. Ma in Unter den Linden la delusione è grande, ne hanno rimessi solo un centinaio delle migliaia che c’erano prima che i nazisti li spianassero per fare più grandi le adunate.

Con l’udito non c’è storia. I rumori sono quelli delle grandi città. Il treno, Ubahn o Sbahn che sia cioè in sotterranea o in sopraelevata, sferraglia proprio come un treno velocissimo e potente nel cuore della città. Stazioni di ferro, di acciaio e cristalli, percorsi di ferro sui ponti di ferro sullo Sprea. Le porte si aprono e chiudono con jingle che sembrano tutti accordi delle sinfonie di Beethoven e forse lo sono davvero. La vista dunque. Ma non è come a NYC. Lo sguardo lì è costretto continuamente a guardare in alto. I giochi dei riflessi dei grattacieli gli uni negli altri tengono la tua testa alzata, ma tieni la testa alzata anche perché sai che lassù c’è il Central Park al termine della avenue che sale o perché, al contrario, sai che laggiù c’è Battery Park, al termine della avenue che discende verso la foce dell’Hudson e dell’East River. A Berlino è diverso perché i palazzi sono alti ma non troppo e devi subito fare i conti con la loro struttura quadrata, rettangolare, esagonale ecc. Figure geometriche classiche cioè armoniche cioè leggere, quasi un paradosso. Lungo i viali spaziosi non incombono, massicci e solidi nello spazio ma mai pesanti. Respirano su larghe piazze, spesso così grandi che rinunci ad attraversarle. Si defilano con eleganza se costeggiano lo Sprea, anzi lì scopri la loro vocazione ai vuoti architettonici che liberano spazi con arcate, portici e colonnati neoclassici. Un’architettura sobria e concreta, viva e sonora. Colpiscono la varietà, l’audacia e gli effetti coloristici delle soluzioni formali dei palazzi moderni (sono stati chiamati a realizzarli architetti di tutto il mondo tra cui Piano) ma poi ti ritrovi davanti a estesi quartieri di fattura settecentesca, ancorché rifatti, ma fedelmente, dopo le distruzioni della guerra, omogeneamente neoclassici al punto che ti sembra di entrare direttamente negli spazi della scuola di Atene di Raffaello. Colonnati, porticati, frontoni, spazi vigorosi con statue e fontane che adornano cortili e piazzali. Da manuale cinquecentesco. Anche perché sono i palazzi civili a prevalere, chiese non ce n’è o vivono una vita appartata. In quella che è forse la più bella piazza di Berlino, la Gendarmenmarkt, ci sono sì contrapposte due chiese, quella luterana per i tedeschi e quella ugonotta per i francesi fuggiti dalla Francia a fine seicento, ma non hanno alcun peso religioso nemmeno formale perché ora sono due musei e comunque nella piazza dominano elegantemente neoclassico il teatro costruito da Schinkel durante la Restaurazione e il monumento a Friedrich Schiller. Infine però non puoi fare a meno di renderti conto che il gotico non è passato da qui. Sembra quasi impossibile. Eppure quello stile che ha contribuito a riempire di chiese tutta l’Europa ma soprattutto l’Italia dove si è innestato sul romanico, non ha lasciato gran che in tutto il Brandeburgo. Qui a Berlino una delle poche testimonianze è una chiesetta bicuspidata nei pressi di Alexanderplatz.

*
Una tappa obbligatoria con sorpresa. Non potevamo sottrarci alla curiosità di rintracciare in qualche modo nella città la presenza di Bertolt Brecht. Così,


lasciata alle spalle la stazione Nord con le sue lucentezze di acciaio, abbiamo sostato per un po’ davanti al Berliner Ensemble e siamo anche entrati nel piccolo teatro ricostruito dopo la guerra ma la sua struttura dimessa e le stesse fotografie appese nell’entrata ci hanno fatto solo malinconia. Non credo che avessimo in animo una specie di commemorazione vera e propria, fatto sta che quel giorno l’abbiamo poi dedicato a rintracciare il piccolo cimitero dove Brecht è sepolto. Un cimitero diverso dai nostri che non ha niente di triste, un parco vero e proprio dove abbiamo riposato un po’ tra betulle salici e marmi dorati. Il sepolcro di Brecht è semplicissimo, ha accanto quello della moglie e non molto distante ha sorpreso entrambi la tomba di Christa Wolf. Ci hai lasciato sopra in dono una matita. Così ho fatto io su quella di Brecht.

*

La grande storia qui è ovunque. Del muro di Berlino è rimasto un pezzo lungo un chilometro e qualcosa. Costeggia lo Spree. Il territorio tra il muro e l'altra sponda del fiume era considerata zona neutra, chi cercava di attraversarla difficilmente sfuggiva alle mitragliatrici della DDR e veniva ‘giustiziato’ sul posto. Dieter lo sciancato che ricordo in Inverno a Colonia era scappato per un'altra strada, nascosto dentro la fusoliera di un piccolo aereo. Rivedendo oggi il muro mi è tornato in mente lui, per la prima volta mi sono posto il problema se Dieter vive ancora nella Germania unificata. Oggi dovrebbe avere più o meno settant'anni, senza incidenti di percorso è realistico pensarlo vivo. Ma l'italiano non lo conosceva e quindi difficilmente può aver intercettato il mio blog (che altri seguono in Germania). Parlava un inglese maccheronico mentre oggi i tedeschi, quando si accorgono che sei straniero, per risponderti mettono automaticamente il cervello in modalità inglese che è come una seconda lingua materna per loro che lo studiano dalle elementari, se poi vedono che non capisci nemmeno quello allora si bloccano e chiedono aiuto increduli. Dieter non parlò mai della sua avventura, preferiva chiedermi in continuazione appena mi vedeva che cosa avrei fatto se fossi entrato in possesso di un milione di dollari!

*

Il muro rimasto è un'opera d'arte en plain air per via dei murales che lo ricoprono interamente. Ne esci come puoi uscire dal museo Bergruen dopo aver visto un centinaio di Picasso e altrettanti Klee. Sbalordisci e in più devi fare i conti con il cielo vastissimo e mobile di nuvole che mutano la luce e tu devi registrare lo sguardo dopo ogni click della tua macchinetta. Le due facciate del muro sono dipinte e disegnate secondo l'estro in murales brevi o lunghi. L'omogeneità delle opere è data ovviamente dal tema, interpretato in un paio di centinaia di pezzi dagli artisti di cui molti famosi, ma soprattutto dal tipo di colorazione acida delle bombolette a gas.

C'è una riflessione cui ti costringe involontariamente una bacheca posta all'inizio e alla fine del muro. Essa avverte che mentre i murales della facciata esposta a Est, il territorio riconquistato, è quello riconosciuto ufficialmente di valore, nel quale cioè si sono impegnati artisti di nome, quella esposta a Occidente con i murales di autori ignoti è ritenuta di natura 'selvaggia'. Si tratta di un paradosso involontario. E' come se si fossero invertite le parti. A Est, che fino a poco fa era occupato dai ‘barbari’, l'Occidente espone la sua arte con i suoi modi coinvolgenti, le sue linee informali ma dirette a un senso, la bellezza di composizioni ammirevoli per genialità. A Ovest l'Occidente espone la serie B e C, opere dei giovanissimi, che curvano lo spray al momento giusto per disegnare un cerchio quasi perfetto ma poi la direzione deraglia da qualsiasi senso. E' difficile cogliere in quei murales sicure emozioni e significati. Se ci sono, sono rimasti in un cantuccio della testa dell'autore tanto che finisci col pensare che la prima è vera Arte e la seconda è solo Caos. Salvo poi non poter fare a meno di considerare che l'ordine dell'Occidente contiene una quantità incommensurabile di caos, quella che si manifesta nella crisi delle democrazie europee, nella crisi della globalizzazione capitalistica, nella insolvenza criminale del pensiero unico e della sua pratica schiavizzante. Forse i giovani della facciata Ovest sono nel Caos ma forse stanno anche cercando una via d'uscita dal Caos dell'Occidente.

I benpensanti tengono all'ordine creativo della prima facciata. Essa contiene una sicura quantità di razionalità che garantisce, almeno a loro, la sopravvivenza. Se tutti i soggetti politici e culturali si acconciassero a razionalizzare al meglio strutture mentali e pratiche, se si adattassero con 6 professionalità alle necessità pragmatiche del mercato tutti starebbero meglio, dicono e pensano, e in ultima analisi non ci sarebbe più un'Arte di serie B. Non si rendono conto, o non vogliono farlo il che è più verosimile, che svelano in maniera plateale la propria utopia. Tutti quelli che hanno passato gli ultimi decenni a denunciare i mali delle ideologie, che ovviamente provenivano per loro solo da sinistra, dovrebbero avere il coraggio di affermare che quello era solo il modo per mascherare l'utopia del pensiero unico liberale che stava di casa da sempre di qua dal muro. Adattandosi un po’ di più, accettando le ragionevoli regole dell’unico mondo possibile fondato sulla natura, dicono, questo sistema può evitare il Caos, al quale il grosso dell'umanità sembra essere affezionata.

*

Abbiamo lasciato il muro dipinto con questo fardello. Il ponte più bello di Berlino, l'Oberbaumbrucke, ci ha accolti sotto le sue arcate in una piccola friggitoria gestita da tre giovani che friggevano patate e cotolette di maiale davanti a noi. Alle pareti tanti manifesti di gruppi rock e jazz. Noi eravamo proprio gli anziani, qualcuno ci ha guardato incuriosito. Tutti e tutte giovanissimi, birretta in mano, nell’altra un teller di patatine fritte, tutte e tutti convinti della propria gioventù e del proprio diritto a godersela,salvando, dentro la precarietà assoluta del presente e la sfiducia nel futuro, il proprio Caos. Per un attimo mi sono sembrati tutti tutte a testa in giù, come Bruno.


martedì 16 febbraio 2021

Una fantasia utopica che scaldava



altoforno


 Una fantasia utopica che scaldava.

Ho spesso immaginato (anche in pagine scritte e lasciate al palo) la sospensione, l'interruzione definitiva di ogni attività produttiva, ho immaginato le colate incandescenti degli altiforni lombardi raffreddarsi lentamente per sempre. Non mi sono mai chiesto come avrebbe fatto il mondo a sopravvivere in quelle nuove condizioni. Davo per scontato che tutto si sarebbe ricomposto in una mutua composizione di capacità in grado di soddisfare nell'immediato bisogni e bisogni, con l'uso di alte tecnologie e saperi diffusi, il tutto a favore di una continua affabulazione della vita tra nobili conversari, pacifiche competizioni, scoperta di risorse. Come diceva tempo fa quel compagno delle pantere nere: se fabbrica deve esserci dieci anni devono bastare, il resto solo è vita. Una fiducia estrema in molteplici soluzioni che sbandivano per sempre produttività esasperata e imperialismo del denaro. Insomma una fantasia utopica che scaldava. Il fatto che l'evento sia accaduto nel modo che subiamo col Covid non scalda per niente la fantasia né l'immaginazione. Non può venirne niente di buono. Al fondo della mia immaginazione c'era il rifiuto del lavoro e la ribellione contro un sistema organizzato atrocemente per la distruzione del mondo. Oggi invece siamo chiamati in massa alla responsabilità collettiva di avere contribuito chi più chi meno al disastro e nulla importa che molti tra noi denuncino il disastro imminente da decenni.

A me sembra che a questo appuntamento i Sapientes siano arrivati stremati. Incapaci di tornare a fare Storia. Il re è nudo ma non fa ridere nessuno. Storditi e con la febbre forse in realtà non c'è più nemmeno voglia di tornare a lavorare, si cercano perlopiù pretesti per ritardare la ‘normale’ competizione per il lavoro. Gli scenari possibili sono talmente tanti che persino l'immaginazione fatica a darne ragione. Ma credo che ci vogliano troppe energie per modificare oggi un intero sistema così complesso e complicato. Chi ne avrà di rimanenti forse riuscirà a ritagliarsi a modo proprio sacche autonome e autodeterminate di lavoro produttivo e riproduttivo apparentemente sciolto da legami cogenti ma in fondo solo piccoli corpi collaterali interni al sistema. Uno scenario insomma da popstapocalisse. Nel frattempo ci sarà il vaccino per questo coronavirus e forse avremo qualche anticorpo attivato per affrontare il prossimo.



mercoledì 3 febbraio 2021

Lucy, reperto A.L. 288-1

Eritrea, la depressione di Afar, Dancalia
 


Lucy, reperto A.L. 288-1                                  (a Adriana)

 
ecco che maneggiare millenni diventa

addirittura possibile, lo scrittore di versi

si sente a casa quando la parola che usa

è senza dubbi la più vicina al senso,

allora la verità non è davvero solo

la somma degli anni, in certi casi rischia

di folgorare, l’attenzione si raddoppia se lo scarto

col presente diviene da secolare millenario,

qualcuno azzarda lemmi poco collaudati se

si tratta di milioni di anni. La vertigine

ora può farsi smarrimento il computo oltremodo

estendendosi di anni, bastano pochi reperti

catalogati e conservati e ti ritrovi compagno

per strade non visibili

per paesaggi che la Storia non raggiunge.

 

 

A volerlo riconoscere il territorio di Lucy

una mappa non basterebbe nemmeno

per le più abili scritture dello spazio,

ma qui è in gioco il multitempo esteso simultaneo

tra qui e allora, il reperto recita A.L.

288-1 tremilioni di anni

o poco più, Lucy nome cantato nei settanta

cammina già eretta ma con le braccia ciondoloni

afferra il ramo, ci vive sicura ci dorme più sicura.

Ecco il paesaggio si aggiusta in presenza e la mappa

si fa trasparente di secoli, giorni, ore.

 

Il muco secreto ora ha quell’odore lì,

anche rami e foglie hanno l’odore grosso, la lingua

salata, l’occhio allucinato. Verranno

in molti, fa senso montare sul ramo più alto

nell’intrico più aggrovigliato arriverà

il più agile e veloce, trapasserà il suo seme

a balzi di secoli e millenni, un mucchietto di enzimi,

di geni trascritti in sequenze speciali.

Quanto ci vuole perché un salto di milioni

di anni riveli il salto evolutivo di un dito

divenuto opponibile capace di spezzare

un ramo e usarlo come bastone?

 

Lucy disarma solo al mattino quando raschia

la terra in cerca di radici, nel giorno affocato

di luce l’intrico più alto dei rami è ancora

rifugio, il chiarore notturno svela libere erbe

alte della savana sonora e senza orizzonti.

L’occhio di Lucy perfora millenni, salda ovunque

le mani al vuoto e al pieno, scende la costa

di altipiani sollevatisi un tempo come spalle

di gigante coi piedi infuocati nel magma,

barriere naturali per un pianoro infinito di erbe

macchie cespugli, l’umido si scioglie, il clima

più secco fa arretrare la foresta. Si fa il territorio

ospitale e Lucy e i suoi simili, a ridosso di strisce

magnetiche nella depressione di Afar, affrontano

la savana e allenano posture erette in difesa.

 

Born to run, come in quegli stessi settanta

cantavano in America, la migrazione iniziò

verso Est, un’espressione di fede non più

solo verso la natura, c’è ormai di mezzo la Storia

la pietra scheggiata il prolungamento degli arti

la manutenzione del fuoco, tutto per una eccedenza

vitale inesauribile che spinge i più verso tutti

i confini del pianeta, lascia indietro solo

chi ha nostalgia e si dedica al restauro dei resti.

 

Quelli rimasti oggi li chiamano Dancali.

La loro figura è snella e i lineamenti

molto fini. Allevano cammelli e vendono

il sale abbondante di antichi laghi costieri

evaporati. Le piccole capanne ricoprono

di rami e stuoie, le fanno annidate intorno

a caverne naturali, nelle regioni costiere

costruiscono ricoveri a forma cilindrica

con pietre sovrapposte a secco.

Qualcuno potrebbe pensare che la natura

voglia imporre le sue ragioni alla Storia,

vulcani e terremoti sono sempre più frequenti

deformano di continuo la depressione di Afar

dove stavano i resti di Lucy.

La roccia vulcanica fragile cede e il pianoro

si abbassa lentamente, silenzioso penetra l’oceano.

L’inabissamento dell’intero territorio è previsto

entro il  millennio.



giovedì 28 gennaio 2021

Dante, padre della poesia, guerriero e militante politico

 


plastico della battaglia di Campaldino (1289)


Mi scrive un caro amico del '68, storico del movimento operaio (al quale mi introdusse): "...Anno di Dante, anno della poesia, promette bene... Mi piacerebbe leggere un tuo commento, un pensiero,  su Dante. Avevo sentito il bisogno di rileggerlo qualche anno fa, mi era parso di ringiovanire, non per ricordi di scuola, ma per un ritorno alle radici della conoscenza. Pre-marxista."

A lui ho risposto: "
Il pensiero bello l'hai già fatto tu, non possiamo che riconoscerci tutti nel viaggio alle radici della conoscenza, a leggere Dante. Poi, siccome, come dice Bachtin, l'autore è quello che diviene nella lettura e interpretazione dei suoi lettori, posso solo aggiungere una considerazione di questo tipo. E cioè che Dante è stato sormontato per secoli dal petrarchismo e che soprattutto Ottocento e in parte il Novecento, nel recuperarlo, hanno finito col tenere separata la sua sorte di uomo da quella del poeta. Il '68 contribuisce un po' a ricomporre. A me interessa in particolare mettere l'accento sulla sua figura di combattente. Partecipe anche rumoroso della dolce vita fiorentina, diventa adulto nel'89 a Campaldino. Fa parte dei 'feditores', la prima linea di cavalieri armati che deve aprire lo scontro. Riesci a immaginarlo sul cavallo bardatissimo e lui stesso in calzamaglia di ferro corazza elmo piumato lancia e spadone che mena fendenti? Da qualche parte, non ricordo dove (ma Alessando Barbero, nella sua recente biografia di Dante ha scritto in merito pagine illuminanti) deve aver nominato la sua spada insanguinata. Guerriero e militante politico, fendenti continua a menarli sul suo presente di papi corrotti e ignobili borghesi che fanno mercato di tutto e rovinano con l'usura i costumi e la morale non solo fiorentini.
Che ne è stato di questa militanza nelle letture successive? Molto poco. Il petrarchismo ha avuto la meglio. Ancora a Novecento inoltrato i nostri premi Nobel, Quasimodo e Montale (meglio tutto sommato ha fatto Deledda da scrittrice di righe) si sono contenuti abbastanza nel riserbo, l'uno - "come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore?" - chiudendosi nel suo ermetismo prezioso, l'altro riservandoci l'assunto del "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" come unico messaggio di resistenza, che comunque, devo ammettere, non era poco.
Qualcosa sta cambiando. Ma animare come fa Dante i versi di scontri, di conflitti, di rivoluzioni scientifiche, di quelle politiche, dello sconvolgimento epocale della globalizzazione, della comparsa di soggettività nuove, insomma del presente come Storia, richiede di inventare linguaggi nuovi, formule nuove di versificazione, uno sguardo diverso. Percorso non breve né facile, con un amico poeta e scrittore abbiamo aperto un blog che si chiama 'diepicanuova' (qui). Lì discutiamo e presentiamo autori che vanno in quella direzione."

mercoledì 16 dicembre 2020

Fontanile con martin pescatore



 Come succede nella fisica quantistica dove un elettrone è supposto essere qui e lì allo stesso tempo, il Martin pescatore qui nel disegno digitale lo vediamo attento osservatore dall'alto e da destra ma in realtà sta sul ramo di una delle betulle della sponda sinistra del fontanile.

Il risultato dovrebbe essere appunto un invito al fontanile (magari ingrandendolo).La campagna a Ovest e Sud di Milano è particolarmente ricca di fontanili. Sono acque sorgive, limpide e pure più di quelle del fiume (e dei canali), sfruttate sin dal medioevo sono una ricchezza naturale che ultimamente, a fabbriche dismesse, sono tornate ad essere sfruttate per la produzione di ortaggi e frutta grazie all'impegno di contadini, cittadini appassionati ma anche studenti e docenti. A km zero. La sorpresa è ovviamente anche la bellezza di questi luoghi, abitati in particolare dal martin pescatore che pesca nell'acqua pesci e qualche rana, rari a dire il vero per l'incuria dei decenni passati.

giovedì 15 ottobre 2020

Tucson AZ 2020






Volevi dirmi questo, che sopravvivere
è più facile che vivere. 
Per questo portavi sulle spalle uno zaino 
rigonfio di chissà cosa.
Ho visto la tua sagoma col passo ingobbito
trascorrere nella vetrata e sono sceso nel giardino
fra i due alberi di mesquite già pieni di baccelli
come dovessi spaventarti.
Ma dove vai? ingarbugliavo il mio inglese
col tuo sconcerto e il mio allarme.
Hai guardato i miei piedi hai detto cerco money,
e li cerchi qui? e soldi in realtà volevi
e mi guardavi spaventato le mani,
ma vattene dico e tu fai per scavalcare il muro
del vicino, ma no non di là, qui nessuno spara
di là non so.
Hai smosso passandomi vicino un'aria
di afrore invero poco solforoso, diavolo d'un afroamericano
che parli una lingua piena di radici latine nascoste
dalle tue vocali deboli.
Al cancello ti sei fermato, hai preso in mano il chiavistello
sgangherato e l'hai scosso guardandomi.
Lo so lo so che è da aggiustare, non ho più le mani
per queste cose, lo dirò a my son...
Ma tu volevi dirmi che per qualche dollaro
lo aggiustavi tu, perché forse sopravvivere
è più facile che vivere.
Vattene va, non è più il tempo per lavoretti
né c'è spazio per sopravvivere. Non ti resta che vivere.
Anche se qui la vita vale molto poco, molto meno che
nel vecchio mondo, so far!
Lo sapevano già compagni e compagne di strada, George Floyd
in Minnesota, Ahmaud Arbery in Georgia, Breonna Taylor
in Kentucky, Manuel Ellis nello Stato di Washington 
e i 755 negli ultimi tre anni morti ammazzati.
Vattene va, ti dico questo, nel cammino vesti di chiaro
solo nel giorno e cammina contro sole
che l'ombra non ti preceda.

martedì 11 agosto 2020

La Resistenza e la memoria necessaria

Qui in Toscana è tempo di memorie legate alla Resistenza. Ieri Stazzema, oggi la liberazione di Firenze. La Toscana è stata epicentro della linea gotica e quindi ce n'è da rammentare, commemorare. Non posso fare a meno, scorrendo le immagini del Gr3 toscano, di avere il solito allarme contro la retorica. Ma mi passa subito. Vengo dagli anni cinquanta, sessanta, settanta, ecc. quando le commemorazioni istituzionali erano gonfie di retorica. Eppure anche allora c'erano quelle onorevoli e sincere. Persino dentro la DC c'era una parte sincera. Quanto ai 'sinceri democratici' che dire? Il fatto era che le istituzioni pensavano a bilanciarsi e questo bastava a quelli della mia generazione ad allarmarsi contro la retorica, c'era troppo 'bilanciamento' e noi avevamo forte la consapevolezza che la Repubblica era troppo occupata ancora dai fascisti storici e da quelli novelli. Il problema è che nonostante i decenni, con gli omissis e i cosiddetti misteri delle stragi fasciste, con la riedizione farsesca del fascismo berlusconiano, con le brutture reazionarie dei razzisti di oggi, per tutto un apparato istituzionale non si può tuttora evitare di sentire allarme per la retorica, vuota di vera Storia. Eppure c'è da rammentare, occorre continuare a farlo, ma occorre aggiungere alla memoria la memoria della memoria. Continuare a rammentare che c'è stata e magari c'è una memoria vuota e retorica ma che da quella prendiamo le distanze, sempre. Occorre ricordare ai nostri nipoti che c'è una memoria necessaria per dare senso alla Storia e una memoria retorica, vuota, da spazzare via.

martedì 21 aprile 2020

Emozioni e ragione, il prof il primo giorno di scuola



Una questione di metodo. Buona anche in questo tempo di coronavirus.

Mi arriva dalla citazione che Raffaele Sciortino fa a un certo punto nel suo ultimo libro -I dieci anni che sconvolsero il mondo (Asterios, 2018) – tratta dalle Glosse marginali di critica all’articolo “Il re di Prussia e la riforma sociale, firmato: un Prussiano” di Karl Marx del 1844.


Scrive Sciortino:

Prima di procedere all’ultima parte di questo lavoro è bene tenere presente, senza nasconderci la quasi abissale distanza di contesto storico, un’avvertenza di metodo ovvero di sostanza formulata da un giovane tedesco a metà ottocento:


L’unico compito di una mente pensante amante della verità di fronte ad una prima esplosione della rivolta degli operai salesiani, non consisteva nel sostenere il ruolo del pedagogo di questo avvenimento, ma piuttosto nello studiarne il peculiare carattere. A ciò si richiede soprattutto una certa perspicacia scientifica e un certo amore per l’umanità, mentre per l’altra operazione è più che sufficiente una fraseologia spedita intinta in una vuota compiacenza.


La chiave di questo passo sta a mio parere nell’uso ripetuto di Marx dell’aggettivo ‘certo/a’. Quello che Marx ritiene necessario di fronte ad un evento, una ricerca, un'esperienza, è non una generica perspicacia scientifica, ma una ‘certa’ perspicacia scientifica, ‘certa’, cioè sicura, vera, accertata.

Credo di possedere una perspicacia scientifica però niente affatto sicura, accertata. Mi basta però. Riesco a cogliere, in superficie, la qualità scientifica di materiale filosofico, matematico, antropologico, ecc. Seguo ‘certe’ regole però quando parlo di Storia e di Poesia (scrivo Storia con la maiuscola perché la Storia non è la mia storia, scrivo Poesia perché non parlo della mia poesia). L’uso attento delle fonti per la Storia e la conoscenza dei caratteri specifici della scrittura poetica mi fa sentire a posto.

Quando a scuola mi trovavo a fare incursioni in discipline scientifiche con le quali avevo una familiarità per l’appunto solo scolastica, curavo di avvisare che quanto andavo affermando sulle loro caratteristiche era sicuramente parziale, quello che volevo era suscitare in loro solo qualche curiosità in più e che quanto dicevo poteva bastare solo a farsi un’idea generica, insomma li invitavo ad andare oltre me. Fermo restando che nelle due discipline di cui ero diretto responsabile dovevano seguire le mie indicazioni di percorso.

Il mio materiale specifico da dover studiare per coglierne i caratteri peculiari erano di fatto i miei allievi e cambiava tutti gli anni, ogni anno avevo nel triennio finale dell’Istituto in cui insegnavo una nuova terza classe che avrei condotto fino alla maturità.

La mia ‘perspicacia scientifica’, con l’andare degli anni, divenne sempre più certa. Ma di fronte a quell’evento il mio impegno che poteva contare sull’esperienza passata era ugualmente tesissima perché sapevo che quegli allievi erano comunque diversi dai precedenti e avrebbero messo all’inizio un po’ in crisi le forme di una relazione ancora una volta tutta da scoprire.

Ho sempre avuto una decisa attenzione a non farmi pedagogo in quel nuovo evento della relazione che stava nascendo. Allievi e allieve hanno un fiuto speciale – nulla di scientifico ma di cui tenere conto – che li/e mette in grado da subito di capire di che pasta è il prof. Mettermi a fare il pedagogo significava partire col piede sbagliato, con conseguenze durature. Occorreva dare giusta importanza a quella situazione mescolando il facile col difficile. Ma soprattutto rinunciare a qualsiasi compiacimento narcisistico, una delle cadute di stile di un prof più frequenti. Allievi e allieve sanno come impostare la loro relazione dalla quantità di narcisismo che il prof esibisce nella prima ora di lezione di un nuovo ciclo scolastico approfittando della sua posizione di potere, della sua padronanza del linguaggio.

Ma poi Marx avverte appunto, la tensione scientifica senza un sicuro amore per l’umanità non va molto lontana. Osservazione di metodo quanto mai opportuna in tempo di pandemia.

Che ne sarebbe stato del mio piacere nell’insegnamento se non avessi amato senza riserve il primo giorno di scuola di una serie infinita di anni scolastici con quell’incontro di così profonda emozione e di tensione della ragione?

giovedì 16 aprile 2020

Una riflessione a due su paura e sgomento al tempo del coronavirus


di Adriana Perrotta e Paolo Rabissi
L'emergenza da coronavirus in corso ci mette di fronte a episodi che non tranquillizzano per niente sul futuro. Le tentazioni autoritarie nel nostro paese hanno una storia lunga ma l'emergenza in corso fa temere a molti una loro presa maggiore, cosa che non poche delle forze politiche in gioco non mascherano più di tanto nei loro proclami e inviti, che vengano dall'opposizione di destra o da certi settori del governo.
Soprattutto si teme che le necessarie misure, prese di autorità dal governo per contenere il contagio, possano residuare sul lungo periodo imposizioni e diminuzione di libertà civili. Una realtà che avrà purtroppo la sua legittimazione tecnica se è vero come sembra che gli effetti del coronavirus possono durare anche uno o due anni, se è vero come sembra che i corona virus mutano e che già nel prossimo autunno potrebbero ripresentarsi sotto altre forme.
Tuttavia quello che ci preme, e dovrebbe premere a chiunque, è di non contribuire in alcun modo a diffondere smarrimento e paure, alimentare isterie individuali e collettive, per cui sentiamo l'obbligo di prendere posizione contro coloro che invece lo fanno. Di fronte a quattro cretini in divisa, che investiti finalmente di un po' di autorità ne approfittano per vessare cittadini e cittadine, certuni/e finiscono col denunciare come inutili i provvedimenti di restrizione alla nostra vita quotidiana e col sollecitare alla ribellione in nome dell'antiautoritarismo dal quale la nostra generazione e le successive provengono. Posizione ambigua, soprattutto perché paladini strenui delle libertà democratiche oggi sono i partiti di destra. Ma posizione anche isterica perché gridare al lupo al lupo in questo caso è semplicismo politico, occorrerebbe spiegare se si è convinti/e che la diffusione del virus avviene per contagio oppure per sfiga o per dannazione dei Sapientes all'autodistruzione. Siccome avviene per vicinanza e contatto l'unica cosa da fare è stare alla larga dal prossimo tuo. Certo si possono  suggerire, e qui i social, i centri di controinformazione la rete ecc possono fare molto, modifiche, attenuazioni, priorità. Senza disinvolte pressioni della pancia.

Poi ci sono certi/e intellettuali che farebbero meglio a stare zitti/e.
In rete, nei fogli on line, abbondano. Abbondano anche altrove. Hanno purtroppo il piglio moralistico con il quale ci si accusa di non renderci conto dell'abisso di inciviltà in cui avremmo accettato di piombare ubbidendo alle restrizioni: crediamo sia da respingere in toto, è una posizione che  non riconosce gli affanni, i tentativi di andare avanti, malgrado paure e insicurezze in agguato, le riflessioni condotte da molte/i e le pratiche e le iniziative messe in atto, anche nell'attuale situazione, per trarre da questa sciagurata emergenza, perché di questo si tratta e non di una invenzione dell'orrido Potere, insegnamenti per evitare di tornare tout court alla "normalità" precedente, che non ci piaceva e che già combattevamo culturalmente, socialmente, politicamente. Non so se ci riusciremo, o saremo stroncate/i, ma forse occorrerebbero parole di incoraggiamento, piuttosto che altezzose reprimende da parte di chi "ha capito tutto".
Ci sono anche quelli/e che sostengono che il paese di fronte al virus è crollato eticamente e politicamente. Lasciamo stare che a buona ragione uno potrebbe dire che è da mo' che è crollato, epperò la maggior parte dei cittadini/e ha accettato le misure di sicurezza, la Confindustria ha continuato a fare la Confindustria, gli/le operai/e che hanno dovuto lavorare hanno continuato anche a scioperare per ottenere maggiori garanzie, compresi i driver. Che poi il governo ci provi a fare il di più c'era da aspettarselo, continuiamo comunque nel parere che in casa bisogna restare: ma davvero non c'è più nessuna fiducia che se dovesse esagerare e approfittarne troppo una buona parte del paese non gli scatenerebbe addosso una reazione (noi vecchietti compresi)? Non ci crediamo. L'unico problema sarà che prima a farla sarà la destra, in nome delle libertà morali, etiche e costituzionali di cui è diventata depositaria. Grazie anche alla fu sinistra.
Si parla di aggressioni e delazioni da parte di vicini/e di casa? di caccia agli untori? di abusi di forze dell'ordine?...Non è che siano proprio delle novità! Sarà che queste cose si sono intensificate da quando una sciagurata destra al potere economico, finanziario, culturale - e ci mettiamo dentro certa parte della "sinistra istituzionale" - ha occupato i posti dirigenziali di questo sfortunato paese. Lavoratori non italiani uccisi, non italiani accusati di essere stupratori in quanto etnia... E poi Carlo Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, Varalli e Zibecchi..., Genova, con i responsabili premiati, arresti di chi manifesta contro il Tav, migranti lasciati morire in mare... Questo e molto altro è il recente nostro passato repressivo, da quando si è lacerato il tessuto sociale e democratico egemonico in Italia fino a qualche decennio fa. Non parliamo dell'austerità, della disgregazione della sanità pubblica a favore della privata.
Se si vuol dire che questa mentalità repressiva e barbara coglie l' occasione per manifestarsi più  liberamente oggi, grazie all'emergenza, siamo d'accordo. Se si vuol dire che i e le responsabili della distruzione del tessuto democratico vogliono e tenteranno di approfittare anche loro per dare un colpo a espressione e iniziativa di pensiero critico e dissenso, è una paura che abbiamo tutte e tutti. Ma appunto occorre non solo vigilare, ma incoraggiare e rendere il più possibile pubbliche tutte le riflessioni e pratiche che comunque si mettono in atto per fare argine a questa ondata autoritaria e regressiva (pensiamo ad esempio che in Polonia stanno approfittando per dare un colpo all'interruzione volontaria di gravidanza, mentre le donne non possono manifestare per il lock down, e hanno tentato anche qui). Iniziative che comunque esistono, basta cercarle.
In ultimo: ci sono addirittura coloro che accusano di ignavia e subalternità chi ( e sono la maggior parte del paese) si attiene alle disposizioni. Pensiamo che non sia giusto né produttivo, che sia deprimente lanciare solo allarmi senza avanzare ipotesi plausibili: ribellarsi alle misure imposte, rischiando contagi. A meno che non si pensi che non sia una pandemia, ma un semplice strumento esagerato per imporre il controllo.





venerdì 10 aprile 2020

Ballata del raddoppio









Acqua vino acqua vino amico amico
è un bisogno così, di raddoppiare,
per fare presa, per non vacillare
riprendere quel ritmo ormai antico

di ventre e testa che badano al cuore
mettendo a prova talento e passione
ricerca e sfida infinite del come
tenerli insieme senza errore, errore

acqua vino acqua vino amico amico
raddoppiare ti aiuta nello scarto
tra umori e senso evita l’incarto
col troppo semplice, dì amico amico

raddoppia la parola, il senso senso
è andato un po’ smarrito in dicerie
nelle vuote parole di agenzie
interessate solo al tuo consenso.

lunedì 30 marzo 2020

Elogio del commiato (in occasione dei funerali di Primo Moroni)


ELOGIO   DEL COMMIATO 
( in occasione dei funerali di Primo Moroni)

Al primo sparo s’é squarciato il cielo
palesando a noi che il nulla era
e fece così più care le schegge nei cuori trafitti.

Salute a te nobile scorta  che onori così bene ,  e la ritardi,  questa Morte                       
e  abbassando il cielo  lo sveli pullulare di stelle e pianeti .

Al secondo sparo ha esitato
quel medesimo cuore scheggiato
a mescolare di vita la morte:
eppure gli uni
già intonavano canti gentili
altre colmavano spazi
con molli passi di danza.

Al terzo sparo la tua Morte, fratello, 
s’é fatta prudente
con roseo pallore da giovinetto
in veste vermiglia 
ha atteso tra noi paziente
il muto consulto e lungo degli sguardi
lo scanzonato saluto mesto tra noi.

Salute a te nobile scorta che hai preso per mano così bene la sua Morte
e l’hai resa paziente con gli spari colorati e le danze, lei che immediati
abbandoni del cuore pretendeva.

Al quarto sparo  
parole di mescolanza s’é detta la folla
di doppie radici nell’amore
e in quelle parole
che dicevi di memoria e di futuro.

Il  quinto sparo sul selciato fumigante
a tutti ha disvelato
dei rami d’inverno la calda giovinezza
dei fiori quasi nati la piena maturità
la salda vertigine dei sogni.

Salute a te, nobile scorta del corpo presente e immateriale, bene hai conservato  
il timbro della sua voce per il nostro ristoro e  in egual modo celebrasti 
echi e luccicanze.
*
sul sagrato della chiesa la mattina  del funerale i compagni e le compagne di Calusca hanno fatto una scenografia così emozionante con quei petardi colorati e le danze che sovrastava la mia commozione per Primo, uno degli eventi più laici cui ho assistito, lo scopo era quello di festeggiare la vita e relegare la morte in un canto.